Anche quest’anno, la città di Merano vuole ricordare le vittime della follia nazista in occasione del Giorno della Memoria; e per questa occasione sarà la magia del teatro a dare forza alla celebrazione: all’indirizzo youtu.be/9wYM94kyDGk verrà infatti trasmesso lo spettacolo intitolato “Dal campo di calcio ad Auschwitz”, che è stato registrato in un teatro di Bergamo. Scritto e interpretato da Davide Giandrini, poeta a regista teatrale – narra la storia di Árpád Weisz (1896 – 1944), giocatore e poi allenatore di calcio conteso a suo tempo dalle squadre più titolate del massimo campionato italiano. Il suo Agc Bologna aveva conquistato due scudetti consecutivi, nel 1936 e nel 1937, e nel 1938 era primo in classifica.
Árpád Weisz
Ma con la promulgazione delle leggi razziali, Árpád, ebreo ungherese, dovette lasciare il lavoro e l’Italia assieme alla moglie Elena e ai figlioletti Roberto e Clara. La famiglia riparò prima a Parigi, e poi a Dordrecht, una cittadina dei Paesi Bassi dove Árpád poté allenare la piccola squadra locale. In seguito all’occupazione dell’Olanda da parte delle truppe tedesche, il 2 agosto del 1942 la famiglia Weisz venne arrestata dalla Gestapo e Árpád fu costretto a separarsi dai suoi congiunti. La moglie (34 anni) e i figli (rispettivamente di 12 e di 8 anni), furono deportati ad Auschwitz dove trovarono la morte nelle camere a gas. Árpád venne invece assegnato a un campo di lavoro dell’Alta Slesia. Rimase ancora in vita per altri quindici mesi, fino a trovare la morte, per freddo e per fame, ad Auschwitz. Il racconto teatrale dura circa 60 minuti ed è accompagnato da videoproiezioni e musiche originali suonate al pianoforte.
Matteo Corradini
Le altre iniziative
“La Shoah delle ragazze”: così si intitola il progetto di Matteo Corradini, ebraista e scrittore, che la biblioteca civica proporrà sul suo profilo facebook. Si tratta di un racconto con letture e immagini che vuole rappresentare lo sterminio attraverso le voci di donne e capire se c’è uno specifico femminile quando si parla di Shoah. Verranno proposte le parole e le riflessioni di Anne Frank e di Esther Hillesum. Inoltre ci sarà l’opportunità di ascoltare le testimoniane di Ilse Weber, musicista suo malgrado nel ghetto di Terezin, di Inge Auerbacher, sopravvissuta allo stesso ghetto, e di tante altre bambine, ragazze e donne che hanno vissuto la Shoah. In collaborazione con il “Theater in der Altstadt”, la biblioteca ha realizzato anche un breve video intitolato “AnDenken. 27. Januar Tag des Gedenkens”, con testi di Peter Weiss ed Erich Fried e la partecipazione di Karl Prossliner, Daniel Mazza, Christina Khuen e Johanna Porcheddu. Anche questo progetto verrà pubblicato sulla pagina facebook della biblioteca nonché su quella del Theater in der Altstadt.
In foto principale: Davide Giandrini, copyright: davidegiandrini.it
In occasione del settimo centenario della scomparsa di Dante Alighieri (1321-2021), l’Accademia di studi italo-tedeschi di Merano promuove un ciclo di dodici incontri pubblici: i “Dialoghi Danteschi”. Gli incontri si terranno di sabato mattina dalle ore 11 alle 13, due volte al mese da gennaio a giugno, e saranno rivolti a tutti gli appassionati di letteratura e di cultura. Ciascun incontro prenderà l’avvio dalla lettura ad alta voce di un passo della “Commedia” a cui seguiranno due brevi interventi e quindi un dialogo tra due esperti di letteratura italiana. Quando sarà possibile svolgere gli incontri in presenza si terminerà con una discussione con il pubblico. Parteciperanno studiosi sia di lingua italiana che di lingua tedesca: l’iniziativa mira così a una fertile simbiosi di opinioni scaturenti da differenti percorsi formativi e da distinti approcci esegetici. Ciascuno degli appuntamenti in programma prenderà spunto da una personalità incontrata da Dante – personaggio nel corso della “Commedia”, soppesando la forma lessicale, il valore estetico e il significato etico dell’incontro specifico, tanto come episodio individuale quanto all’interno dell’opera considerata nel suo insieme. Lo sguardo critico si focalizzerà su episodi tratti da ognuna delle tre cantiche del poema. L’iniziativa si rivolge a un pubblico interessato ma non necessariamente esperto di esegesi dantesca, prefiggendosi soprattutto la finalità di rafforzare – tra i residenti della provincia di Bolzano, nonché dell’Euregio, – la comprensione e l’apprezzamento nei confronti del massimo capolavoro della letteratura italiana, nel settimo centenario della scomparsa del suo autore.
Il programma
13 febbraio. “Ulisse” (Inf. XXVI), Giovanna Corazza e Valentina Gallo. 27 febbraio. “Il conte Ugolino” (Inf. XXXIII), Marco Sirtori e Thomas Persoco. 13 marzo. “Manfredi” (Purg. III), Paolo Pellegrini, Franziska Meier) 27 marzo. “Sordello” (Purg.VI – VIII), Francesco Sberlati e Paolo Rambelli) 10 aprile. “Oderisi da Gubbio” (Purg. XI). Giorgio Zanmetti e Albero Bertoni 24 aprile. “Guido Guinizzelli” (Purg.XXVI), Giorgio Barachini e John Butcher. 8 maggio. “Piccarda Donati” (Par. III), Luca Lombardo e Guiglielmo Barucci.22 maggio. “Folchetto di Marsiglia” (Par. IX), Hans Honnacker e Giovanni Fiesoli. 12 giugno. “Cacciaguida” (Par.XV – XVIII), Raffaele Giglio e Elena Laureti. 26 giugno. “Pier Damiani” (Par.XXI), Ester Pietrobon e Matthias Bürgel.
Il primo incontro dei Dialoghi Danteschi (“Francesca da Rimini”) è visibile su Youtube e Facebook; per informazioni: www.adsit.org.
“L’Italia è il Bel Paese”, “non mi tange”, “senza infamia e senza lode” . Sono frasi che vengono utilizzate nel linguaggio comune, ma hanno origine da una delle menti più eccelse della nostra letteratura, il Sommo Poeta. Dante Alighieri – che in realtà si chiamava Durante Alagherii de Alagheriis – è parte della nostra cultura tricolore, nonché padre riconosciuto della lingua che parliamo oggi. Ha ispirato poeti, scrittori, registi, fumettisti, astronomi e creatori di videogiochi; il suo volto è comparso sulle monete da 2 euro, e sin dalla metà dell’Ottocento sulle latte di una nota marca di olio di oliva che veniva esportato nelle Americhe, destinato alle comunità di emigrati italiani. Già, il volto di Dante, quel profilo riconoscibilissimo incorniciato da un cappuccio rosso, la corona d’alloro e un gran nasone. Era stato il suo collega Giovanni Boccaccio, suo più grande estimatore, a tramandarci la sua fisionomia: di mediocre statura, un po’ gobbo, con un naso aquilino, gli occhi grandi, una mascella pronunciata e avanzata rispetto al labbro superiore, con un volto sempre malinconico e pensoso. Insomma, una descrizione che ha lasciato pensare a tutti noi che il Sommo Poeta non assomigliasse esattamente a Brad Pitt. In realtà Dante non era brutto. Si, beh, non era esattamente un bell’uomo, ma era meno brutto di quanto si sia sempre creduto. Almeno questo è risultato da uno studio realizzato qualche anno fa da una squadra guidata da Giorgio Gruppioni, antropologo dell’Università di Bologna, che riuscì a realizzare al computer un volto i cui tratti somatici corrisponderebbero al 95 % a quello reale. I tecnici del laboratorio di realtà virtuale della II Facoltà di ingegneria della sede distaccata di Forlì dell’ateneo hanno creato addirittura vari possibili aspetti dell’aspetto del poeta, ma sempre e comunque senza il mento prominente che tutti disegnano. E col naso grande e storto, ma non proprio aquilino, pare a causa del setto deviato: il classico “profilo dantesco” è sparito quasi del tutto. È attendibile questa ricostruzione? Pare proprio di sì, perché esiste un altro ritratto che lo riproduce giovane e bello: una tavola del 1470, proveniente dallo stacco di un affresco del Trecento, passata nel corso dei secoli nelle mani di numerosi nobili e collezionisti e finalmente giunta a noi per rivelare la sua identità. Attribuita al giottesco Puccio Capanna, la tavola mostra un Dante giovane e affascinante, “dai tratti dolci e dalle sembianze aristocratiche, con un viso sfilato dai grandi occhi riflessivi”, come spiegato dall’esperto Andrea De Liberis. Bello o brutto che fosse, il Sommo Poeta ci ha lasciato un’eredità inestimabile, quella che la maggior parte di noi riesce apprezzare soprattutto “nel mezzo del cammin di nostra vita”. A proposito: “Bel Paese” è l’espressione che usa per definire l’Italia nel canto XXXIII dell’Inferno. “Non mi tange” è una frase che Beatrice dice a Dante per tranquillizzarlo nel Canto II dell’Inferno. “Senza Infamia e senza lode” viene utilizzata dal Sommo poeta nel III canto dell’Inferno per indicare gli ignavi, quelle persone che si rifiutano di prendere una posizione.
In foto: La tavola del 1470 e la ricostruzione al computer del volto di Dante
Da ormai 5 anni, Carlo Margoni, che vive a Pineta di Laives, ha 65 anni ed è un ex carpentiere in ferro, costruisce presepi. L’idea, racconta, gli venne quando suo cognato gli chiese di costruire una capanna. “In famiglia siamo sempre stati portati per i lavori manuali. Così è nata questa nuova passione”. Col tempo, le sue opere sono diventate più elaborate. “Costruisco io anche i personaggi che animano i miei presepi. Ma se le capanne e le strutture riesco a costruirle con relativa facilità, i vestiti, per me, sono più difficili. Fortunatamente ho trovato il supporto di una persona che ha deciso di aiutarmi a prepararli. E di recente ho anche collaborato con la cooperativa sociale Kaleidos di Bolzano. Mi hanno dato un contributo prezioso, preparando i vestiti per dieci personaggi del presepio dei musicisti”. Quella di Margoni è una passione che non ha scopo di lucro.
“Mi piacerebbe, quando si potrà, che qualcuno venisse a farmi visita per vedere i miei presepi. Per ora, non li ho ancora esposti. Sia per la situazione di questo periodo, che per la difficoltà di trasportarne fuori di qui alcuni. I personaggi sono grandi venti centimetri: sarebbe un bel lavoro dover riassemblare tutto, dopo”. Ma la speranza di Margoni è di poter coronare, un giorno, questo sogno. “Per me, costruire presepi è un’attività molto importante, che mi ha accompagnato a lungo. Per diverso tempo non ho costruito nulla: ho anche la passione per la fotografia, e dedicavo il mio tempo a visitare l’Alto Adige. Adesso, invece, mi capita di vedere da qualche parte, per esempio nei musei, qualcosa che voglio riprodurre, e a quel punto continuo a pensarci. Sono arrivato perfino a sognarmelo, da quanto ci tengo”. Chiunque fosse interessato ad affiancare Margoni nella produzione dei vestiti degli omini, oppure a vedere dal vivo le sue opere, può contattarlo al numero 3477309511.
LAIVES Si torna finalmente a nuotare nella piscina coperta di Laives. Si sono infatti conclusi i lavori di ristrutturazione dell’impianto natatorio in zona scolastica, che è tornato a disposizione delle società sportive cittadine e che presto dovrebbe essere aperto anche al pubblico. La mattina del 13 gennaio, l’intera giunta comunale ha voluto tenere a battesimo la struttura, che è stata rinnovata completamente. I lavori sono costati complessivamente circa tre milioni di euro, e ora gli appassionati del nuoto possono contare su una nuova vasca con cinque corsie (una in più rispetto al passato) e impianti tecnologici di ultima generazione. “È stato un anno difficile per lo sport e tutte le società ne hanno sofferto”, ha esordito il sindaco Christian Bianchi. “Il mio auspicio è che l’apertura della piscina ristrutturata sia un segnale importante per la ripresa delle attività e che le nostre associazioni possano tornare a vivere e a far fare sport ai loro ragazzi. E questo è solo il primo passo, visto che siamo molto impegnati a dare a Laives strutture sportive all’avanguardia: nei giorni scorsi abbiamo approvato il progetto esecutivo per l’ampliamento della zona Galizia, che costerà 4,5 milioni di euro, e a breve approveremo la copertura della pista di pattinaggio, per la quale è previsto un investimento di 2,5 milioni. Il tutto a conferma della nostra convinzione di quanto sia importante lo sport per tornare alla normalità”. La piscina coperta è stata ristrutturata in due lotti. Il primo, avviato circa due anni fa, riguardava il rifacimento degli spogliatoi, delle docce e soprattutto delle strutture portanti (è opportuno ricordare che sopra la piscina si trova il palazzetto dello sport). “Con il secondo lotto – spiega l’assessore ai lavori pubblici Raimondo Pusateri – siamo intervenuti sulla vasca e sugli impianti, rinnovandoli completamente. In questo modo, adesso possiamo contare su una struttura moderna, con impianti tecnici di ultima generazione, sia per quanto riguarda la sanificazione dell’acqua, che per quanto riguarda il controllo del cloro e la temperatura. Originariamente era prevista la posa di una vasca in acciaio, ma mi sono battuto affinché venisse realizzato un rivestimento in piastrelle azzurre, perché anche l’occhio vuole la sua parte: così, la struttura è sicuramente più gradevole”. Molto soddisfatto anche l’assessore allo sport, Luca Dallago, che ha ricordato quanto la giunta comunale sia sempre vicina alle esigenze di tutte le associazioni. “Per l’Ssv e per tutti i nuotatori di Laives è stato un anno molto difficile, ma ora spero che si possa ripartire a pieno ritmo”. “L’Ssv – prosegue Dallago – ha inoltre messo a disposizione una speciale sedia che consente ai disabili di entrare e uscire dalla vasca comodamente seduti”. Nel prossimo futuro, l’obiettivo dell’amministrazione comunale è di riaprire al pubblico la piscina, prevedendo un paio di aperture alla settimana, presumibilmente una volta alla sera e una al mattino presto.
Si è da poco concluso il 2020 e con esso, nel mese di dicembre, anche i Sente-mente®Laboratori per famigliari delle persone che vivono con la demenza. Un progetto che ha visto la partecipazione di 15 famigliari determinati a imparare a far accadere cose belle nella propria vita e in quella dei propri cari e a crescere in un’idea diversa di malattia, che metta in risalto non quello che la persona inevitabilmente perde, ma quello che continua a vivere nonostante la diagnosi. Un cammino iniziato a settembre e portato avanti in presenza fino al settimo incontro, quando le circostanze ci hanno condotti alla scelta di svolgere i 5 che mancavano online. I nostri partecipanti non hanno desistito, e si sono affacciati con successo a quello che per molti di loro è stato un primo passo nel mondo dei computer. Hanno saputo trasformare la difficoltà in opportunità. Il viaggio in 12 passi ci ha condotti a esplorare questa malattia da nuove prospettive, ritrovando il valore delle piccole cose, che forse nella vita quotidiana ignoriamo perché diamo per scontate ma che, se apprezzate, possono restituire molta gioia. Abbiamo lavorato sulla consapevolezza del nostro “fare”, abbiamo riscoperto il potere della gratitudine e la forza del perdono. Un percorso che ci ha resi capaci di stare accanto alla persona di cui ci prendiamo cura, proprio come “compagni di viaggio”. Riportiamo di seguito alcune impressioni dei partecipanti: “Il laboratorio è stata un’esperienza formativa molto interessante. Entra in questa malattia in punta di piedi e permette di aprire nuove finestre grazie alle quali scopri che vicino a te c’è una persona nuova che ti chiede di essere accettata nella sua “nuova vita”.” “Mi ha insegnato ad avere più rispetto nei tempi, nei modi, ad avere un approccio meno impulsivo e più dolce con il mio caro. Ho acquisito mezzi per affrontare il percorso che la mia famiglia e io stiamo intraprendendo.” “Il corso che abbiamo fatto mi hai dato molti spunti, sono stata soddisfatta. Mi sono piaciuti diversi argomenti, per esempio il dire “grazie”. Vedo che mio marito è molto contento ed è soddisfatto quando gli dico grazie perché ha fatto qualcosa, si sente apprezzato. Poi ho sperimentato il valore del contatto, se gli prendo la mano e lo abbraccio vedo che si rilassa ed è più sereno e tranquillo. Ho imparato che è importante che noi, che assistiamo i nostri cari, siamo sereni e tranquilli anche quando abbiamo mille cose per la testa… Prima di rivolgerci a loro, abbiamo imparato a fare la respirazione che ci aiuta a essere più rilassati”. “Il percorso del laboratorio è stato innanzitutto una bella esperienza a livello personale; inoltre, mi ha fatto capire che tante altre persone vivono i miei stessi problemi. Ho imparato che prima di tutto devo essere sereno e tranquillo io stesso, se voglio trasmettere serenità a qualcun altro. Inoltre, ho capito che sono io a dover entrare nel mondo della persona malata, dal momento che il contrario è impossibile, e cercare di apprezzare quel che c’è nella persona, quello che riesce a trasmettere. È stata una bella esperienza anche potersi confrontare con altre persone”. “Grazie a questi incontri sento di aver migliorato l’approccio con mio padre e ho acquisito maggior consapevolezza delle possibilità di relazione che esistono nonostante la malattia. Ho potuto essere di aiuto anche a mia madre, alla quale ho spiegato come mettere in pratica gli esercizi e le nozioni imparate al corso.” “I laboratori ci hanno dato delle armi semplici ma potenti (come la grande forza della gratitudine, l’importanza delle parole, il respiro consapevole, la posizione del nostro corpo), che ci aiutano a sentirci bene, e quindi a far sentire bene anche le persone che ci stanno accanto. Ci ha dato degli strumenti per poter andare avanti, anche da soli, e affrontare nuove situazioni con i nostri cari. Abbiamo fatto degli esercizi insieme. Non mi sento più sola. Proprio in questo periodo di CovidOVID, il corso è stato un grande aiuto per “non sentirsi abbandonati” nelle nostre lotte quotidiane con la malattia dei nostri cari. Ci siamo allenati insieme per stare bene con noi stessi, per renderci più forti, più resilienti, anche più benevoli nei nostri confronti (Roberta dice che siamo noi i giudici più severi di noi stessi). Ho capito meglio cosa succede ai nostri cari, come vivono in modo diverso il presente, l’importanza fondamentale dei sentimenti quando la mente “inizia a perdere colpi”. Un grosso grazie per tutto questo.” Una pioggia di parole speciali ha innaffiato il nostro ultimo incontro: supporto, arricchimento, consapevolezza, serenità, sicurezza, fiducia, condivisione, energia, coraggio, accoglienza. Parole che, come semi, sono state piantate dentro di noi e, se ne avremo cura, sapranno far germogliare una nuova cultura intorno alla demenza.
In questi giorni, Seab sta posizionando i primi contenitori per l’organico a Laives. La grande maggioranza dei cittadini, nel frattempo, ha già ricevuto il kit di raccolta e la lettera contenente la chiave classica oppure il “tag” elettronico. Nelle lettere personalizzate, ogni cittadino trova anche la posizione del “suo” contenitore. Tutti i cittadini che dispongono di una chiave potranno quindi iniziare a fare la raccolta appena troveranno il loro contenitore posizionato. Entro il mese di gennaio saranno posizionati tutti i contenitori e distribuiti gli ultimi kit con le chiavi (per esempio ai cittadini trasferitisi di recente). La raccolta sarà avviata sull’intero territorio comunale. Per sostenere la fase finale dell’introduzione del nuovo servizio, Seab, in cooperazione con il Comune di Laives, ha proposto anche un breve video che risponde ancora una volta alle domande più importanti: cosa si raccoglie e cosa no? Come si utilizza il kit di raccolta? Dove devo portare i miei rifiuti organici? E altri dubbi di questo tipo. Il video è stato realizzato anche per sostituire, almeno in parte, le serate informative annullate a causa delle restrizioni Covid, ed è disponibile sul canale YouTube “Seab Bolzano Bozen”. Sul sito internet www.fabiofabio.it, dedicato alla raccolta dell’organico a Laives, i cittadini possono inoltre trovare le risposte alle domande più frequenti, per esempio: “Faccio il compostaggio dei miei rifiuti organici. Posso disdire la partecipazione alla nuova raccolta?” oppure “A quanto ammonta la tariffa dell’organico?”. Questa sezione verrà aggiornata regolarmente in base alle domande che i cittadini porranno a Seab tramite il modulo di contatto presente sul sito.
In foto: sulla sinistra le sorelle Giovanna e Maria Rossi, 77 e 73 anni. Sulla destra Gino Rossi, 93 anni.
Un Natale diverso dagli altri, ma che l’iniziativa “C’era una volta il Natale…” ha trasformato in un’occasione per chiedersi quanto sia cambiato il nostro modo di vivere questa festa. Come veniva vissuto il Natale cinquanta, settanta o, perché no, novant’anni fa? ACLI e VKE hanno raccolto le memorie di chi era bambino allora e le ha condivise con chi, invece, è bambino oggi. Cos’è cambiato, dunque?
Due associazioni di Egna, ACLI e VKE, hanno pensato di creare una particolare atmosfera natalizia in questo periodo di pandemia. L’idea, ispirata da un altro progetto simile, è stata chiamata “C’era una volta il Natale…”, e sono stati coinvolti parecchi “nonni” di Egna, che hanno condiviso i ricordi dei Natali passati. Storie toccanti e semplici, capaci di trasportare in altri tempi. Ricordi e fotografie sono stati pubblicati su Facebook e su un quotidiano, ma il “passaggio di testimone” più bello di quest’iniziativa è stata la condivisione di queste interviste con le bambine e i bambini delle scuole primarie e materne in lingua italiana e tedesca di Egna, così da fare conoscere le realtà di una volta ai bambini di oggi. “C’era una volta il Natale…” è stata una bella esperienza anche per gli stessi anziani, protagonisti e narratori dei racconti.
Si incontrano così storie come quella di Giovanna e Maria Rossi, due sorelle di 77 e 73 anni. La loro era una famiglia numerosa e povera. L’inverno, all’epoca, era freddissimo e c’era tanta neve. Raccontano che “per l’arrivo del Natale noi bambini eravamo bravissimi perché aspettavamo Gesù Bambino e gli adulti ci dicevano che Lui avrebbe visto chi era stato il più bravo! La sera di Natale nostra mamma addobbava l’albero, mentre noi bambini dormivamo, e preparava un cesto pieno di mandarini, nocciole e pantofole; le avremmo trovate come sorpresa il mattino di Natale”.
C’è poi il ricordo del signor Gino Rossi, che di anni ne ha 95. La sua famiglia era di estrazione contadina e non poteva permettersi lussi. Anche lui ricorda la rigidità di quegli inverni, la neve e l’abitudine a divertirsi con poco. Il Natale lo festeggiavano in famiglia, senza albero né presepe, date le poche possibilità. Il regalo che ricorda Gino Rossi è un piatto di nespole.
Il racconto di nonno Isidoro Carlotto è semplice e risale a molto tempo fa, dal momento che Carlotto, oggi, ha 101 anni. Con le due sorelle e i due fratelli, il giorno di Natale purtroppo non lo festeggiavano: non potevano permetterselo. Festeggiavano, però, la festa della Befana, e poiché lavoravano come gli altri giorni, tra bestiame e campi, si svegliavano presto e trovavano appese nel camino delle calze rotte con dentro mandarini e noci: “Eravamo i bambini più felici al mondo, perché non potevamo mangiarli ogni giorno”.
Isidoro Carlotto, 101 anni
Mario, 80 anni, ricorda che invece festeggiavano il Natale ogni anno. I suoi genitori facevano trovare a lui e ai suoi 8 fratelli l’albero addobbato con i biscotti e sotto i mandarini, le caramelle e i vestiti fatti dalla mamma. Un ricordo molto simile a quello della novantenne Ida, che racconta di come anche ai suoi tempi non ci fossero tanti soldi, eppure “il Natale lo si festeggiava tutti assieme, sotto l’albero c’era sempre qualcosa di dolce o da vestire, quando si poteva”.
Mario Cimadon, 80 anni
Sono molti i ricordi natalizi che questi nonni, più e meno giovani, avrebbero da raccontare, ma facendo attenzione c’è qualcosa che li accomuna tutti: le poche possibilità, la mancanza di soldi, il duro lavoro; eppure, c’era sempre il tempo e la voglia di festeggiare il Natale con i propri cari, anche con poco e con cibo semplice. Se c’è una cosa che arriva, chiara, al lettore dopo aver letto questo ricordi, è senz’altro l’importanza di saper trovare la gioia e la felicità nelle piccole cose.
Li si vede spesso danzare in via Cassa di Risparmio a Merano: leggiadri ma potenti, e sopratutto innamorati. Irene Cannata, meranese di nascita, e Niccolò Gaggio hanno realizzato un sogno: ballare nelle piazze e raccontare il loro amore per questa disciplina attraverso coreografie romantiche e sensuali. Il loro senso di libertà li ha portati a diventare artisti di strada per rapire attraverso la musica e il ballo lo sguardo dei passanti. E ci riescono, sotto il nome di “Famiglia danzante”: mamma, papà e due figli.
Chi è la famiglia danzante e da quale formazione proviene? La famiglia danzante siamo io, Irene Cannata, Niccolò Gaggio e i nostri figli Angelo e Agnes. Viviamo a Tirrenia, un paesino sul mare in provincia di Pisa. Spesso siamo a Merano perché sono nata qui (anche nostro figlio Angelo). Proveniamo da due formazioni artistiche differenti; io ho studiato dall’età di 6 anni fino ai 14 anni presso la scuola di danza Arabesque di Merano con Irmtraud Filippi e Sabine Raffeiner, poi ho superato l’audizione e mi sono trasferita a Torino dove ho frequentato con lode l’Accademia di danza al Teatro Nuovo di Torino, per poi approfondire la danza moderna e contemporanea con l’Adriana Cava Jazz ballet e con l’E.D.A.(European dance Allience), mentre mio marito Niccolò ha iniziato gli studi presso la Max ballet Academy di Firenze all’età di 17 anni per poi proseguire gli studi classici al Centro studi danza e movimento con Eugenio Scigliano e poi dedicarsi alla danza contemporanea con la Kaos Balletto di Firenze di Roberto Sartori.
Perché l’idea di portare spettacoli di danza nelle piazze? Abbiamo deciso di portare la nostra danza nelle piazze per avvicinare un pubblico più vasto alla nostra arte raccontando storie in cui ognuno potesse immedesimarsi. La danza per strada è qualcosa che non si vede normalmente, vederci danzare anche con l’utilizzo delle punte è qualcosa che stupisce chi guarda. La strada è un modo per sentirci liberi, senza dipendere da qualcuno.
Da quando esiste la vostra formazione in formato famiglia? Io e Niccolò abbiamo improvvisato il nostro primo passo a due nel 2009 durante un workshop nella magnifica cornice dell’abbazia di San Galgano, vicino Siena; ci siamo guardati negli occhi e ci siamo ritrovati a danzare in perfetta sintonia, come se l’avessimo sempre fatto. Da quel momento non ci siamo più separati e siamo diventati una coppia nella danza e nella vita. In questa perfetta armonia nel 2011 si è inserito Angelo che è nato a Merano e ci accompagna in tutti i nostri spettacoli. Non a caso ci siamo ribattezzati la “Famiglia Danzante”.
Quanto tempo dedicate agli allenamenti? Per noi è molto importante mantenere il nostro fisico sempre allenato, anche perchè danzare per strada richiede abilità atletiche ancora maggiori rispetto al teatro; ogni giorno facciamo la nostra lezione di danza classica, che è la disciplina che più di tutte allinea il nostro corpo e ci imposta per le prove delle nostre coreografie. A Niccolò piace integrare la lezione di danza con allenamenti sulla spiaggia utilizzando tronchi da sollevare, strutture a cui appendersi e esercizi con le Kettlebell. Iinsieme armonizziamo il nostro corpo con lezioni di Yoga, mobilità e stretching; spesso, facendo lo stesso lavoro, ci troviamo anche a danzare e allenarci fuori orario.
Chi crea le coreografie? Una parte che a noi piace moltissimo è anche quella creativa e coreografica. Le coreografie che portiamo in scena sono firmate Famiglia Danzante sia per quanto riguarda la creazione dei passi, la scelta dei costumi e quella delle musiche. Non è sempre rose e fiori, spesso creando nuovi balletti, prima di entrare in sintonia, dobbiamo passare attraverso un momento di scontro (che ormai sappiamo far parte della fase creativa). All’inizio il nostro disaccordo lo sentivamo con dispiacere, pian piano abbiamo capito che ci serve per entrare in un mood diverso. Ora lo accettiamo come parte del percorso.
Che cosa fate nella vita? Vivete di arte di strada? Oltre agli spettacoli per strada e per diversi eventi e Festival, abbiamo anche una scuola di danza a Marina di Pisa, la scuola di danza Amarindance e durante l’anno facciamo diversi eventi e spettacoli.
È stato difficile coinvolgere i vostri figli in questa avventura? Angelo ha assistito al nostro lavoro fin da quando aveva tre settimane, prima nell’ovetto, poi gattonando intorno a noi e infine partecipando attivamente alla danza. La piccola Agnes ci copia durante il riscaldamento e spesso si intrufola in alcune coreografie obbligandoci a improvvisare. Ormai quando andiamo a fare delle esibizioni anche lei vuole mettersi il tutù mentre Angelo aiuta nella sistemazione di cappelli e impianto audio; ognuno ha i suoi compiti.
Nelle vostre performance si ballano l’amore e i sentimenti, qual è il messaggio che volete regalare a chi vi guarda? Con le nostre performance vogliamo creare un momento di stacco dalla routine di chi guarda, un momento in cui riflettere, in cui dare spazio alla speranza, far nascere un’emozione e toccare l’animo delle persone. Vogliamo essere poeti e con i nostri corpi raccontare storie attraverso l’immedesimazione e la sintonia che si crea con il pubblico. Ogni spettacolo è un viaggio a passo di danza e il pubblico è parte della nostra performance, anche se non è attivo la sua energia condiziona il nostro modo di danzare.
In quali altre piazze vi siete già esibiti? Oltre che a Merano ci siamo esibiti nelle piazze di Certaldo durante il Festival Mercantia, a Veroli e a Falvaterra entrambe in provincia di Frosinone, a Trieste e a Biograd in Croazia.
Come vivete questo momento di blocco delle attività artistico-culturali? Non è sicuramente un buon momento per chi come noi vive d’arte, stiamo cercando di trovare soluzioni alternative al solito modo di lavorare. Con la scuola ci siamo spostati nuovamente online, stiamo tenendo lezioni di danza classica, moderna e Yoga-mobility utilizzando il programma Zoom inoltre stiamo approfittando per creare nuove coreografie da portare anche per strada e, se dovesse continuare il blocco, ci ingegneremo per poter creare dei video-spettacoli per chi ci segue.
Quali sono i vostri progetti futuri? Stiamo creando un nuovo spettacolo a tema, atmosfera e costume natalizio da poter presentare (sperando che sia possibile) durante le festività, vogliamo creare qualcosa di particolare che scaldi il cuore degli spettatori e li porti subito nell’atmosfera della gioia natalizia. Inoltre stiamo realizzando il calendario 2021 della Famiglia Danzante, 12 mesi di amore, danza e famiglia. Come ogni anno sarà possibile acquistarlo sia dal vivo che online.
Quando tornerete a Merano? Appena si potrà tornare a spostarsi tra regioni torneremo a esibirci a Merano, non vediamo l’ora.
Qual è il vostro target di pubblico? Il nostro target sono tutte le persone che amano la danza; siamo stati contattati anche per rendere speciali eventi come matrimoni. Durante i matrimoni, una coreografia molto richiesta è “Il Bacio”,una danza romantica dove le nostre labbra non si staccano mani come volere augurare un’unione passionale e duratura agli sposi. Sia a castel Pienzenau che a Lagundo abbiamo raccontato la storia degli sposi attraverso la danza.
Nel quartiere Don Bosco nel giro di qualche anno sorgerà una scuola che si candida per divenire un luogo di vera avanguardia per tutto l’Alto Adige. In un edificio modernissimo troveranno spazio due sezioni di elementari e medie rispettivamente di lingua italiana e tedesca, che per la prima volta avranno davvero la possibilità di entrare in relazione. Ne abbiamo parlato con l’ex dirigente del Schulsprengel Bozen Europa Heidi NIederkofler, che è stata una delle principali promotrici del progetto.
Heidi Niederkofler, com’è nato il progetto della scuola di Via Bari?
Quando alle Pestalozzi hanno cominciato a mancare le aule perché la popolazione scolastica stava crescendo, l’intendenza italiana ci ha proposto di inserire una sezione di lingua tedesca nell’edificio della scuola Langer nel rione Firmian. La scuola Langer era già stato costruita, ma abbiamo cercato di fare in modo che non si trattasse solo di “buon vicinato” tra la sezione italiana e quella tedesca. La scuola dunque è stata impostata sulla base di un’idea di collaborazione e cooperazione. Non è stato semplice, i concetti erano diversi così come gli orari. Ma sono state fatte tante cose insieme, impossibili in altre scuole. Ci sono stati ad esempio collegi docenti e corsi di aggiornamento comuni due volte all’anno.
In realtà come diceva lei alle Langer c’erano diversi limiti, infatti a un certo punto si sono dovuti impegnare anche i genitori, per cercare di promuovere reali momenti comuni di condivisione tra i ragazzi, specie nelle attività ludiche.
Ci sono voluti anni perché all’inizio c’era una sorta di corazza, ma abbiamo comunque avuto diverse sane contaminazioni. Poi però si è cominciato a parlare di un possibile progetto in via Bari.
Lì c’era una matassa burocratica da sbrogliare…
Sì, tra Ipes e Comune. Il terreno era dell’Ipes ma era indicato come “area scolastica”. L’Ipes dunque non poteva costruirvi e finché il Comune non acquisiva il terreno non era possibile nemmeno l’edificazione della scuola. Quando la situazione si è risolta i due intendenti e l’allora assessore alla scuola mi hanno chiesto di vedere cosa si poteva fare. L’idea di fondo era quella di trasferire in via Bari i bambini tedeschi della Langer. Io li ho sconsigliati in merito: le nuove linee guida dell’edilizia scolastica dicono infatti oggi che là dove c’è una popolazione con diverse lingue non si fa più una scuola per i tedeschi e una per gli italiani, ma si fa invece una scuola unica per la popolazione.
Si tratta di un bel cambiamento, non c’è che dire.
Sì. Ai promotori ho detto che se avessimo fatto di nuovo scuole divise per lingua, sarebbe anche andata a cadere l’esperienza maturata alla Langer. E inoltre spostando bambini dalle Langer a via Bari ci sarebbe stata anche troppa distanza per alcuni di loro dalla loro abitazione. Ho quindi proposto una scuola per la popolazione del rione con otto classi di lingua tedesca e otto di lingua italiana, dalla prima elementare alla terza media. Ho anche suggerito che il progetto venisse impostato sulla base del concetto dei “tre incontri”. Innanzitutto “tra le generazioni”, con protagonisti ragazzi e bambini, in un contesto architettonicamente predisposto. La seconda categoria di incontro era ovviamente quella delle lingue, considerando non solo italiani e tedeschi ma anche stranieri. Il terzo livello era quello, moderno, dell’incontro tra scuola e natura.
Per incontro tra generazioni si intendono anche gli insegnanti?
Sì, ma nel senso del far incontrare e lavorare insieme insegnanti delle elementari e delle medie, soprattutto nel momento del passaggio tra la quinta elementare e la prima media. L’idea in ogni caso era quella che ogni classe avesse una sua partner naturale, potendo lavorare (grazie all’architettura ad hoc) anche attraverso “gruppi aperti”. Ad esempio in diverse materie come inglese, scienze, musica, ecc.
Si tratta di un concetto di scuola molto diverso rispetto a quello a cui siamo abituati…
Sì, e in cui non esiste un corridoio con le porte che vi si affacciano, ma piuttosto atrii con intorno le classi messe in comunicazione visivamente attraverso delle vetrate. Il progetto è stato approvato all’unanimità dalle tre intendenze, il Comune e la Provincia.
Per quanto riguarda la contaminazione tra uomo e natura cosa ci può dire?
Tanto verde nella scuola e possibilità di lavorare fino al fiume. La scuola poi è vicina al Parco Semirurali che ha anche una valenza storica, oltre che naturalistica. A fianco ci sono anche gli orti delle donne Nissà, molto significativi. Su questa scia dunque è stato lanciato un bando di concorso per gli architetti. 36 di loro hanno inoltrato un progetto e in due giornate piene abbiamo scelto il migliore. La decisione è stata presa all’unanimità due anni fa. Il bando è stato vinto da un progetto presentato da due architetti di Padova. Nel progetto la mensa è all’ultimo piano e sul tetto ci sono sia orti che spazi ricreativi, separati tra elementari e medie. Siamo stati anche criticati: ci hanno detto che sembra un Hotel Riz. E noi abbiamo detto che questa era propria la nostra intenzione: offrire una cosa davvero preziosa ai ragazzi e al quartiere Don Bosco.
Sono progetti che traggono ispirazione da esperienze all’estero?
Sì, soprattutto in Olanda.
La scuola quando verrà costruita?
I lavori dovevano iniziare nel 2021, ma per via del Covid e dei finanziamenti necessari i tempi saranno un po’ più lunghi. Ma sono già in corso di realizzazione i sondaggi geologici nel terreno.