A scuola di diritti umani

Ogni anno, centinaia di ragazze e ragazzi si alzano la mattina, si mettono lo zaino in spalla e invece di andare a scuola vanno a lavorare: non per necessità, ma per scelta, convinti che un giorno di lavoro possa trasformarsi in un gesto concreto di solidarietà verso chi, dall’altra parte del mondo, lotta ogni giorno per i propri diritti. Si chiama Operation Daywork, ed è uno di quei progetti che, più lo conosci, meno riesci a pensare ad esso come una semplice “bella iniziativa”.

A coordinarlo dal 2022 è Anna Carteri, laureata in cooperazione internazionale a Trento e Pisa con un focus sui diritti umani. L’abbiamo incontrata per parlare di Nepal, matrimoni precoci e protagonismo e attivismo giovanile.

Operation Daywork esiste da anni, ma molti lettori non la conoscono ancora. Come la presenteresti a chi non ne ha mai sentito parlare?

Diciamo sempre che è un progetto di giovani per giovani. Il fulcro sono le ragazze e i ragazzi stessi: sono loro a prendere le decisioni importanti, a decidere i contenuti, a scegliere la direzione. Il tema centrale sono i diritti umani, e l’obiettivo è promuovere l’attivismo giovanile, informare gli studenti e le studentesse delle scuole superiori su quello che succede nel mondo, fare luce sui contesti in cui quei diritti vengono violati e dare visibilità a chi ogni giorno si batte per difenderli.

Ma c’è di più: vogliamo sempre creare un ponte con la realtà sudtirolese. Mostrare che, in un certo senso, tutto il mondo è paese. Due anni fa si parlava di Honduras, di bande giovanili, e parlando di quei ragazzi ci siamo resi conto che certi meccanismi, certe dinamiche, le ritroviamo anche qui, in Alto Adige, in forme diverse. Quest’anno si parla di Nepal e di matrimoni precoci, un tema che a prima vista sembra lontanissimo. Eppure, andando lì, abbiamo capito quanto ci fosse in comune: la difficoltà di esprimere i propri sentimenti, per esempio, è qualcosa che i ragazzi di qui riconoscono benissimo. E poi c’è la questione delle responsabilità: l’anno scorso, con il Perù, abbiamo parlato di miniere. Quelle miniere ci servono per tenere in piedi tutto il settore tecnologico, per far funzionare gli smartphone. Cosa possiamo fare noi? Magari non comprare un cellulare nuovo ogni due anni.

La Giornata d’Azione è il cuore del progetto: studenti e studentesse che lavorano per finanziare un’organizzazione che difende i diritti umani dall’altra parte del mondo. Come funziona concretamente?

I ragazzi hanno la possibilità di scambiare un giorno di scuola con un giorno di lavoro, ovviamente con l’adesione e l’approvazione della scuola. Quest’anno la data è il 17 aprile. Si cercano da soli un posto di lavoro, spiegano al datore di lavoro perché vogliono farlo, e così facendo diventano automaticamente promotori del progetto: ambasciatori di una cultura della solidarietà. Ricevono una donazione di circa 50 euro a persona, sono coperti dalla scuola per gli infortuni e da noi per eventuali danni a terzi, e ricevono un contratto che vale come giustificazione per l’assenza scolastica.

Nel tempo abbiamo costruito anche una rete di datori di lavoro disponibili, per chi non sa a chi rivolgersi. In alcuni casi diventa anche una bella esperienza pratica, un modo per conoscere un posto di lavoro che magari tornerà utile in futuro.

Quest’anno il Premio Diritti Umani va a Samana, in Nepal. Come avete scelto questa realtà?

Nei primi anni finanziavamo progetti di cooperazione allo sviluppo, poi si è deciso di cambiare forma e di assegnare un premio: qualcosa di più concreto, più tangibile anche per i ragazzi. Un riconoscimento a chi si impegna per i diritti umani. Dal 2015 il vincitore viene scelto dai ragazzi delle scuole superiori che partecipano all’assemblea dell’organizzazione in maggio, e lì comincia l’anno di Operation Daywork.

Negli ultimi anni cerchiamo di sostenere realtà giovanili, come Samana, che lavora per sensibilizzare sui matrimoni precoci. Questo crea molta empatia: è un atto di solidarietà concreta tra giovani. Le organizzazioni vengono candidate, c’è una preselezione con i ragazzi stessi, si valutano i temi in base alla loro capacità di motivare e coinvolgere. Cerchiamo realtà a cui il contributo dei ragazzi possa fare davvero la differenza, realtà che altrimenti non avrebbero visibilità.

Dopo la scelta, noi coordinatori partiamo insieme a due volontari per incontrare il vincitore di persona. Quest’anno siamo andati in Nepal. Vedere con i propri occhi è fondamentale. Al ritorno prepariamo un giornalino, gli articoli li scrivono i ragazzi stessi, e un piccolo documentario con il materiale raccolto durante il viaggio. Tra gennaio e febbraio torniamo nelle scuole a fare workshop, sempre nell’ottica “giovani per giovani”: l’idea è che siano i ragazzi stessi a condurli. A marzo arrivano gli ospiti: gli attivisti in visita.

Cosa cambia, in chi partecipa? C’è un momento che ti ha colpita in modo particolare?

Di solito chi si avvicina ha già una certa sensibilità. Ma ci sono anche ragazzi che entrano quasi per caso, attraverso un’amicizia, e poi scoprono un mondo, scoprono il mondo. Li vedi crescere. Io sono qui dal 2022 e alcuni li ho seguiti dalla seconda superiore fino alla quinta: persone timide e riservate, e che poi sono entrate nelle scuole a portare la propria passione davanti a classi intere.

L’anno scorso un’insegnante mi ha raccontato che una ragazza, dopo il workshop, ha detto: “mi ha aperto gli occhi.” Le storie raccontate in prima persona cambiano tutto. I ragazzi ricevono tantissime informazioni, sono bombardati di contenuti, ma quello che rimane, che appassiona davvero, è poco. Le storie di vita, invece, toccano.

Come si traduce in qualcosa di concreto l’educazione alla cittadinanza globale?

Non è semplice. L’anno scorso alcuni ragazzi ci hanno detto: “anche qui c’è povertà, perché dobbiamo guardare fino in Perù?” È una domanda legittima, e va presa sul serio. Quello su cui puntiamo è far capire le connessioni che esistono nella nostra società, alzare lo sguardo dall’ombelico. Non si tratta di ignorare i problemi vicini, ma di capire che spesso sono gli stessi problemi, visti da angolazioni diverse. Partecipazione e responsabilità: queste sono le parole chiave.

Viviamo in un momento in cui i neo-nazionalismi crescono e la solidarietà internazionale fatica a trovare spazio. Come si parla di fraternità globale ai giovani di oggi senza sembrare fuori tempo?

È una domanda che ci poniamo spesso. I ragazzi vedono tantissime cose, ma percepiscono la politica come qualcosa di lontano, di “alto”. Quello su cui puntare è mettersi nei panni degli altri: capire che noi siamo qui per caso, che avremmo potuto nascere altrove. E che il cambiamento parte dal basso, anche se può sembrare banale dirlo.

Il Nepal, quest’anno, ce lo ha dimostrato in modo molto diretto. Abbiamo visto come il popolo abbia alzato la voce, come la generazione Z non si sia fermata davanti ai confini. I giovani vogliono cogliere la bellezza di fare le cose insieme. Più si conosce una realtà, più ci si riesce a identificare, e più ci si accorge che la distanza che pensavamo ci fosse, in realtà non c’è. Quello che ci accomuna è enorme: la libertà di decidere cosa fare, con chi stare, l’accesso all’acqua pulita, all’aria respirabile. Non ha senso usare i confini per andare gli uni contro gli altri.

Se dovessi lanciare un messaggio a chi ancora non ha aderito, cosa diresti?

Il nostro slogan è “students can make a difference”. I giovani non sono nessuno? In realtà possono dimostrare che quello che fanno ha un valore, che devono essere presi sul serio. Rinunciare a un giorno di scuola per una causa, rimboccarsi le maniche, sapere che il proprio impegno si trasforma in un cambiamento concreto dall’altra parte del mondo: questo conta. L’anno scorso hanno partecipato 400 ragazzi e sono stati raccolti 20.000 euro. E non è poco.

Autore: Marco Valente

Lilli e Edi, un ponte fra l’Alto Adige e l’Africa

Questa è la storia di un “grazie” nato oltre quarant’anni fa nel nord del Kenia: protagonisti sono Edi Martinelli e la moglie Lilli, rientrati circa un mese fa dal luogo in cui tutto ebbe inizio e dove ancora oggi contribuiscono a portare avanti numerose iniziative a sostegno della comunità dei Samburu.

“Dovete sapere che in Kenya, come in gran parte dell’Africa, convivono molte tribù. I Samburu sono una popolazione nomade, che vive di pastorizia e affida alle piogge la speranza per la propria sopravvivenza quotidiana” racconta Martinelli, residente a Salorno e da sempre impegnato, assieme alla moglie, in questo progetto solidale che porta il nome omonimo di questa tribù. Con un sorriso Martinelli aggiunge: “Quest’anno devono aver pregato così tanto che, in un certo senso, la pioggia l’abbiamo portata noi come dono a tante persone”. Ogni attività, però, ha bisogno d’essere conosciuta e sostenuta anche sotto il profilo economico. Per questo da 34 anni vengono realizzate e distribuite mille copie di un calendario che racconta e  testimonia il progetto. 

LA MUSICA CHE AIUTA

A queste si affiancano serate culturali, incontri con associazioni e concerti con i cori, tutti animati dal desiderio di offrire un aiuto concreto. “L’anno scorso le dieci serate di Classic&More nei paesi della Bassa Atesina ci hanno dato un grande supporto, anche grazie al maestro Alex Monteverde” sottolinea Martinelli, esprimendo una profonda gratitudine verso tutte le persone, le banche, i gruppi e la comunità che continuano a sostenere quest’iniziativa. “Un ringraziamento particolare va anche agli istituti di credito e alla molta gente della Valsugana, terra d’origine del padre missionario Egidio Pedenzini, da cui tutto è partito e che ancora crede in questa realtà”.

Nei prossimi giorni sarà inoltre consegnato al Comune di Salorno un simbolo dell’amicizia che unisce da anni questa comunità con South Horr, a testimonianza di un gemellaggio sempre vivo e ugualmente sentito. Le attività in Bassa verranno portate avanti anche quest’anno, con nuovi concerti per la raccolta fondi. 

“Dovrebbe venire a trovarci anche padre Charly Leparkiras, parroco di South Horr dopo che nel 2022 padre Pedenzini è morto, una persona straordinaria” aggiunge Martinelli, ricordando poi una frase del padre missionario che racchiude il senso di questo impegno: “Quando torni in Italia e incontri le persone, ringraziale stringendo loro la mano, non limitandoti a un gesto formale”. All’origine di questo legame c’è anche l’impegno e la convinzione dell’allora parroco di Salorno, don Floriano Agreiter, che si recò almeno tre volte in Kenya per conoscere da vicino la realtà locale. “Mi piace dire che una Chiesa missionaria è davvero viva e ricca quando non dimentica la realtà missionaria”, riflette Martinelli. 

Istruzione e acqua

Tornando a questi viaggi, lo scopo è offrire supporto concreto, garantendo cioè istruzione nelle scuole e negli asili, distribuendo cibo, portando acqua, medicinali e progetti per il futuro. Tra i più importanti, ormai in fase di completamento c’è la realizzazione di una rete di acquedotti di circa sei chilometri, con condutture che portano l’acqua dalle montagne circostanti. Sono stati costruiti anche degli invasi per raccogliere l’acqua nel periodo delle piogge. 

La comunità che beneficia di queste realtà conta circa 10.000 persone, spesso distribuite su territori molto vasti, anche a 150 chilometri di distanza, dove si vive ancora in capanne. “Raccontiamo queste esperienze perché possano dare voce a chi non ce l’ha” conclude. E alla domanda su cosa lascino questi viaggi, la risposta è semplice ma profonda: “Questi viaggi sono un grande arricchimento. Ogni volta torniamo con nuova motivazione e con quella consapevolezza d’essere fortunati. Colpisce come, pur nella povertà, queste persone riescano a trasmettere gioia e speranza. Hanno sempre il sorriso, un forte senso di fratellanza e di condivisione, una lezione che non smette mai di insegnarci qualcosa”.

Autore: Daniele Bebber

Il transito di Michel de Montaigne attraverso le valli altoatesine

Da Vipiteno a Salorno, Michel de Montaigne, celebre autore del Rinascimento francese, racconta nel suo Journal de voyage en Italie il suo viaggio attraverso i luoghi, gli usi e i costumi dei popoli, e le cose che lo affascinano. È il 1580, e il suo cammino in Italia è ancora agli inizi.

Michel de Montaigne (1533-1592), autore francese noto per le sue opere filosofiche, il 22 giugno 1580 parte per intraprendere un lungo viaggio verso Roma, passando attraverso la Svizzera e la Germania. Durante il percorso, ogni cosa desta il suo interesse e gli ispira varie riflessioni, che annota nel suo diario. 

Arriva a Vipiteno nella notte del 25 ottobre 1580. Lungo il cammino ammira i vestiti della gente, i campi di grano e le floride valli sulle quali svettano i campanili di tanti piccoli villaggi, suscitando nel lettore l’impressione di starsi inoltrando in una terra incantata e misteriosa. La sera seguente giunge a Bressanone, che definisce “bellissima cittadina”. “Il signor de Montaigne soleva dire che aveva sempre diffidato dei giudizi altrui sulla bellezza dei paesi stranieri”, ma in questo caso si stupisce particolarmente di come le notizie che correvano sull’inospitalità del luogo e sulla stranezza delle persone che vi vivevano fossero infondate. Infatti, in queste terre “aveva sempre alloggiato in belle città abbondanti di viveri e di vini, e più a buon mercato che altrove”. Passando per Chiusa, il 27 arriva a Collalbo, dove scorge le prime vigne. Il paesaggio cambia drasticamente: ora la natura e la conformazione montuosa iniziano a inasprirsi. Il giorno stesso giunge a Bolzano, che descrive come “sgradevole” a causa dei suoi vicoli stretti e dell’assenza di una piazza principale e “assai scadente al confronto delle altre [città] tedesche”, tanto da esclamare “che si rendeva ben conto d’aver cominciato a lasciare la Germania”. Tuttavia, ne elogia il vino e il pane e ne visita il bel Duomo. La mattina seguente si ferma a Bronzolo per ristorarsi. Da qui, lasciandosi alle spalle l’Isarco, inizia a seguire il “largo e placido” Adige. I monti si abbassano, la valle si allarga e qualche palude inizia a presentarsi sul suo percorso. La Bassa Atesina lo accoglie dolcemente e il suo animo pare rabbonirsi. Passa per Egna, trovandosi coinvolto in una fiera di paese, e arriva infine a Salorno, dove nota il castello Haderburg “sito in curiosa posizione al sommo d’una rupe”. Infine, mette piede in territorio di lingua italiana, giungendo a Trento, città che descrive come “non molto attraente, e che ha perso in tutto il garbo delle città tedesche”. La trasformazione delle città tirolesi in città italiane, già iniziata con Bolzano, è finalmente – e, ai suoi occhi, drammaticamente – compiuta. Da qui, arriverà a Venezia e scenderà verso Roma, dove soggiornerà per poco, per poi ritornare verso le sue terre.

Il Diario di viaggio di Montaigne, seppur brevemente, non solo ci racconta la storia delle nostre valli attraverso lo sguardo attento e sempre curioso di uno dei più grandi pensatori della nostra storia, ma ci trasmette anche le medesime sensazioni che i forestieri d’oggi, in viaggio verso l’Italia, vivono nell’attraversare i nostri confini. Montaigne ci racconta una valle di divergenze e incontri, florida e aspra al contempo, a cavallo tra due culture, due lingue, e una storia di attraversamenti, che trascendono i confini geografici.

Autore: Tommaso Calamaro

Salorno premiata per l’impegno ecologico

L’impegno speso nell’abitato di Salorno, alla fine, è stato degnamente riconosciuto. Nei giorni scorsi, infatti, la referente locale di Plastic Free odv Onlus, Mariapia Weber, e il vicesindaco, Luca Miozzo, sono andati a Roma per riscuotere il “premio” promosso da Plastic Free nazionale. Con loro c’era una rappresentanza arrivata dal comune di Merano, che può già vantare due “tartarughe”.

L’ambiente è di tutti, ed è un dovere prendercene cura. Ciò non significa necessariamente enormi sforzi o ingenti investimenti, quanto soprattutto piccole attenzioni quotidiane. Un particolare che pare sia stato interiorizzato bene dai cittadini di Merano e il paese di Salorno: due realtà diverse per il numero di abitanti e per il territorio coperto, attorno a cui ruotano lo svolgersi delle vicende che hanno portato ad ottenere riconoscimenti ufficiali come città impegnate nella lotta contro l’abbandono dei rifiuti, nella promozione di comportamenti sostenibili e dunque nella gestione virtuosa del territorio. A Salorno la referente locale di Plastic Free è Mariapia Weber, che da anni ha fatto dell’amore per l’ambiente la sua bandiera.

Mariapia Weber, come e quando si è avvicinata alla realtà di Plastic Free?

L’ho conosciuta per caso, quando avevo partecipato ad un evento di pulizia ambientale organizzato a Laghetti dall’allora referente Martina Puentes. Fino a quel momento mi ero dedicata alla pulizia ambientale prima in solitaria e poi coinvolgendo altre persone. Successivamente  sono diventata referente Plastic Free per il Comune di Salorno.

In questi anni cos’è riuscita a proporre ed ottenere per il bene di questo territorio?

Il Comune di Salorno ha sottoscritto un Protocollo d’Intesa con Plastic Free e da li è partita una collaborazione positiva affinché il Comune potesse intraprendere un percorso virtuoso con la consapevolezza che l’utilizzo della plastica monouso provoca enormi danni all’ambiente e alle persone. È stata emessa un’ordinanza in cui si vieta il lancio dei palloncini, nonché l’uso di coriandoli e stelle filanti di plastica. Inoltre è stato ideato il progetto “Rione Pulito” dove il cittadino viene invitato a raccogliere i piccoli rifiuti (carte, mozziconi di sigaretta ecc..) davanti alla propria abitazione.

Rispetto ad allora qual è la situazione oggi?

A piccoli passi la situazione sta migliorando anche perché come Plastic Free teniamo sotto controllo il territorio e interveniamo, con il supporto del Comune, proprio dove si verificano episodi di abbandono. Logicamente non si può risolvere tutto dall’oggi al domani, ma personalmente cerco sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno.

Quali interventi si potrebbero ancora attivare?

Prossimamente l’Amministrazione comunale posizionerà dei posacenere in modo da incentivare i fumatori a non abbandonare a terra i mozziconi di sigaretta. Un altra proposta è quella di apporre sulle fontane del paese la targhetta “acqua potabile” in modo da scoraggiare l’uso delle bottigliette di acqua in plastica e favorire il riempimento di borracce, diminuendo quindi l’utilizzo di plastica usa e getta. Si procederà, inoltre, con progetti di sensibilizzazione nelle scuole.

A quest’ultimo proposito, che sensazioni le lascia l’incontro con gli alunni?

Positive. I progetti proposti da Plastic Free sono accolti con più facilità ed entusiasmo negli asili e nelle scuole primarie. Poi, più si sale d’età è normale che le priorità siano diverse, ma restano comunque positive. Il ruolo di referente non si svolge solo nel proprio comune, ma spesso si da man forte anche agli altri referenti. Infatti prossimamente parteciperò, assieme alla referente regionale Rosalba d’Aiello, ad una sensibilizzazione all’Istituto d’Arte Alessandro Vittoria di Trento.

Come sono i rapporti con l’amministrazione comunale?

Molto positivi. Il fatto stesso che Salorno per il terzo anno consecutivo, assieme ad altri 140 comuni, è stato premiato come “Comune Plastic Free”, dimostra che l’amministrazione crede nel nostro operato. Se non ci fosse il suo appoggio il progetto non potrebbe andare avanti.

Quanti sono ad oggi i volontari in paese?

Difficile stabilire un numero preciso perché spesso durante i nostri eventi partecipano persone provenienti da altri paesi dell’Alto Adige e anche del vicino Trentino. Chi indossa la maglietta blu non ha confini, si sposta in base alle proprie possibilità di tempo; anche in altre regioni. Vedi le ultime raccolte nel Veneto e nell’arcipelago de La Maddalena in Sardegna.

Cosa si augura per il domani?

Spero di poter portare avanti questo entusiasmante impegno  basato su legami di amicizia e collaborazione, tutti uniti per il bene della nostra grande e meravigliosa casa, il  nostro pianeta Terra. I presupposti ci sono: dal 2025 la nostra associazione è presente in quaranta stati e quindi aperta al mondo.

Autore: Daniele Bebber

Narrazione, fantasia e crescita

Il 2 aprile si celebra la Giornata internazionale del libro per bambini, istituita nel 1967 nel giorno del compleanno di Hans Christian Andersen. È una ricorrenza che ogni anno invita a riflettere su cosa significhi mettere in mano a un bambino o a una bambina una storia, e su cosa si muove dentro di loro quando quella storia prende forma.

Valentina Stecchi è un’illustratrice bolzanina che lavora con le immagini da anni, conducendo workshop per bambini, ragazzi e adulti. La sua prospettiva unisce la pratica del disegno a una riflessione profonda su narrazione, fantasia e crescita. L’abbiamo incontrata per parlare di fiabe, di ciò che rischiamo di perdere quando smettiamo di stupirci, e di perché leggere ad alta voce è ancora un atto rivoluzionario.

L’INTERVISTA

Come mai le fiabe ti hanno conquistata?

Penso che il motivo principale sia che me ne leggevano tantissime da piccola. Mi hanno sempre appassionata: erano momenti speciali, condivisi con i miei genitori. C’era il fascino della fiaba raccontata, ma anche inventata sul momento. Ho sempre amato le immagini. E poi c’era quella sensazione di non saper ancora leggere, di essere accoccolata nel letto mentre qualcuno ti legge. Questo, soprattutto questo.

Cosa succede, secondo te, quando un bambino o una bambina incontra per la prima volta una storia?

La cosa più bella è lo stupore, l’entusiasmo davanti a qualcosa di nuovo. Da bambina il momento più magico era vedere la storia formarsi nei pensieri, come un mondo fantastico che prende forma nella testa. Penso che succeda ancora così. Quello che spesso gli adulti sottovalutano è il livello di riflessione che ha un bambino: quando incontra una storia, inizia a pensarci, la chiede di nuovo, fa domande. Una storia accende la fantasia e la curiosità, due cose che si sono un po’ impoverite ultimamente…

Mi capita spesso, durante i laboratori, di accorgermi che alcuni bambini sentono una fiaba per la prima volta in assoluto. Siamo in un contesto scolastico e questo mi dispiace molto.

Le fiabe tradizionali hanno spesso personaggi stereotipati e valori forse un po’ datati. Quelle storie Hanno ancora senso nel 2026 o andrebbero riscritte?

La varietà narrativa è la ricchezza più grande che ci sia. Riscrivere storie, come ha fatto la Disney per renderle più accessibili, può essere interessante, ma è sempre qualcosa in più, non al posto di. Se diventa un’operazione sostitutiva, si impoverisce tutto. Le fiabe tradizionali hanno radici profondissime nella storia dell’umanità e affrontano temi cardine nell’evoluzione di una persona.

Detto questo, è giusto contestualizzare. Una bambina può capire che la sua unica aspirazione non è sposarsi e avere figli, che esistono tante possibilità. Le fiabe rappresentano simboli: vanno lette con attenzione e sensibilità. E poi non bisogna proteggere i bambini da tutto: temi come il male, il lutto, la cattiveria esistono nella realtà. Confrontarsi con una fiaba può essere costruttivo, persino una risposta a qualcosa che stanno già vivendo.

Genitori e nonni si chiedono: meglio un libro illustrato o un cartone animato?

Questo dualismo andrebbe eliminato. Perché o questo o quello? Entrambi sono validi, così come è valida una storia senza immagini. Anche il libro illustrato direziona l’immaginario del bambino, a modo suo. Quello che conta è la varietà dei contenuti: più è ampia, più la fantasia cresce. Più storie leggiamo e vediamo, più alimentiamo fantasia e creatività. E questo rende le persone più ricche, in generale, senza che debba avere per forza un’utilità misurabile.

C’è una differenza tra leggere una storia e sentirla raccontare ad alta voce?

Sì, secondo me sì. Quando raccontiamo una storia ad alta voce, anche chi racconta è dentro alla storia: le emozioni si sentono, si crea un rapporto tra chi narra e chi ascolta. È un’esperienza più ricca. Leggere insieme, invece, è più una lettura di comunità, anch’essa bellissima, con dentro tutto quello di cui abbiamo bisogno: fare cose insieme, lentamente, senza che abbiano per forza un’utilità economica. Le due esperienze sono diverse, ma l’importanza di una non esclude l’altra.

Hai lavorato con scuole e centri giovanili. Cosa vedi nei bambini quando disegnano o ascoltano storie: qualcosa che gli adulti hanno perso?

È un’opinione di parte, ma la mia risposta è: l’entusiasmo. La meraviglia. Non in tutti, certo, ci sono anche bambini molto “adultizzati”. Una volta ho chiesto a un gruppo se qualcuno leggesse loro le storie, e uno mi ha risposto: “sì, mio padre mi racconta sempre le storie del calcio, le partite”. Bambini molto ancorati alla realtà, che si annoiano facilmente davanti a una fiaba. Noi adulti facciamo fatica ad alimentare quell’entusiasmo. Quando insegno ad adulti, anche con materiali particolari, ci vuole tempo per coinvolgerli. Gli adulti hanno paura di sbagliare, del giudizio altrui. Dovremmo essere un po’ più spontanei. Ecco.

L’immaginazione si allena o è un dono?

Si allena, come ogni cosa. Più leggi, più ascolti, più ti guardi attorno, più incontri persone, più sei connessa con il mondo anche al di fuori di te: più alimenti l’immaginazione che è dentro di te.

Cosa ha un’illustrazione su carta che un video non avrà mai?

Un’illustrazione ti dà gli elementi per alimentare la fantasia, ma non ti racconta tutto. Un video, tendenzialmente, ti dice cosa vedere: sei abbastanza passivo. L’illustrazione ti dà un la, e poi sei tu a immaginare il resto. Ti offre un tempo diverso, riflessivo: puoi soffermarti sui dettagli. Il video è veloce. E poi c’è una differenza enorme tra il cinema e lo schermo frenetico di uno smartphone. Il fatto che l’illustrazione non sia un’esperienza compulsiva è una delle cose che apprezzo di più.

C’è una fiaba che ti ha formata davvero, che porti ancora con te?

Queste domande mi mettono sempre in crisi, mi sembra di fare un torto a qualcuno. Però se devo pensare a una fiaba a cui sono molto affezionata, direi Cappuccetto Rosso. L’ho tantissimo amata. Ci sono tanti libri e illustrazioni che hanno reso questa storia immortale, ognuno con la sua lettura.

Se potessi dire una cosa sola agli adulti sul valore di leggere insieme ai bambini, cosa diresti?

Dirò una cosa che ho fatto davvero, di recente. Questo inverno ho riletto tutti i miei libri di fiabe, e una delle cose che ho fatto è stata andare dai miei genitori a ringraziarli perché mi hanno letto tante storie da piccola. Oggi sono la persona che sono anche grazie a quei momenti. Mi ha dato una spinta valoriale e caratteriale. Agli adulti direi di leggere le fiabe: sono un momento costruttivo per i bambini, ma anche per loro. Quando rileggo una fiaba per un workshop, mi accorgo che in base al momento della vita in cui la leggi, ti dice qualcosa di diverso su di te. Un adulto, da solo, difficilmente si leggerebbe una fiaba. Avere un bambino davanti è una scusa perfetta per fare un tuffo nella propria infanzia. E ti fa crescere.

Autore: Marco Valente

Da Bolzano all’Inghilterra, e poi Olanda, Parigi e… Taiwan

Bolzano è l’inizio di molte storie diverse. Questo nuovo format raccoglie e racconta i percorsi di bolzanini che hanno scelto di vivere altrove, seguendone le traiettorie nel mondo.

La prima espatriata che incontro — anche se solo virtualmente, purtroppo — è Duchessa Paulato: una ragazza energica, capace di unire un spiccato senso pratico a una genuina vena artistica. 

Duchessa ha lasciato Bolzano prima di finire il liceo: a sedici anni è partita per l’Inghilterra, dove si è diplomata dopo due anni di collegio. I cinque anni successivi li ha trascorsi ad Amsterdam tra studi e un tirocinio curricolare di sei mesi a Parigi. Quando la chiamo, è appena rientrata da un exchange di cinque mesi a Taiwan, di cui ero già al corrente grazie alle sue stories su Instagram. Non appena risponde, attacco senza troppi preamboli: “Ammazza, Taiwan! Com’è stato?”. Non il più elegante degli approcci, ma tant’è. 

Lei risponde con onestà, senza girarci intorno: “Tosta, se devo essere sincera. Ho forse sottovalutato l’effetto della distanza da casa, dalla mia cerchia sociale… Tosta”. 

Colgo subito la palla al balzo su quella parola chiave: casa. “Tu sei di Bolzano, Duchessa, sei cresciuta qui, anche se poi hai vissuto a lungo altrove. Bolzano è ancora casa?”. 

“Cogli proprio un punto” dice, con un sorriso che non posso vedere ma che percepisco dal tono. “Proprio pochi giorni fa ero a Bolzano a fare aperitivo con il mio ragazzo e lui mi ha detto: ‘Si vede che qui sei a casa dal modo in cui cammini e ti rapporti con le persone’. Mi ha stupito questa affermazione. Certo, a casa mia mi sento a casa; casa sono anche i canederli e le montagne. Ma Bolzano come città, soprattutto il centro… non lo so. Mi sento molto più osservata qui.” 

Mi interessa il tuo punto di vista su questo aspetto. Ti sembra cambiata la città da quando te ne sei andata?

Mah… da un certo punto di vista mi sembra che non cambi mai nulla. Poi però mi accorgo di sentirmi meno sicura a camminare per le strade rispetto ad anni fa, e anche rispetto all’Olanda. E sinceramente non so neanche dove andare a ballare la sera. 

Che Bolzano sia o meno una città per giovani è un tema ricorrente. Ma voglio capire cosa resta, cosa si sedimenta.

Cosa ti porti dietro da Bolzano nel tuo vivere altrove?

Sicuramente la natura, le montagne. È uno dei motivi per cui mi piace tornare. Poter prendere la macchina e in venti minuti essere su un sentiero non ha paragoni.» 

Invece cosa ti lasci indietro? C’è qualcosa di Bolzano in cui scegli di non riconoscerti?

Duchessa sta in silenzio un attimo, poi risponde. “Il pregiudizio verso le altre persone. Quando torno lo sento molto, le conversazioni ruotano spesso intorno ai conoscenti. Mi sono sforzata di abbandonare questo meccanismo. Vivendo all’estero ho imparato nuovi approcci alle relazioni umane e mi sono resa conto di quanto poco senso abbia giudicare così tanto le persone e il modo in cui vivono la loro vita. Oggi mi sento libera e lascio questa libertà anche a chi scelgo di avere accanto. E poi c’è l’autonomia. Andare via mi ha aiutato a costruirmi un’indipendenza che, restando a Bolzano, probabilmente non avrei mai scoperto, o avrei scoperto più tardi.” 

Sottoscrivo. Ultima domanda: cosa diresti oggi a chi vuole andare via? 

Spesso mi sento dire che ho avuto molto coraggio ad andarmene così giovane e a restare fuori dall’Italia così a lungo. Certamente il coraggio ha giocato una parte, ma oggi direi che l’ingrediente principale, quello da cui parte tutto, è la curiosità unita al sentire che il mondo non è tutto qua. Basta mettersi su un FlixBus e andare. Anche solo farsi due giorni in un ostello a Innsbruck, per esempio, può dare più di quanto ti aspetti. 

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

Il futuro della vipera dal corno a Bronzolo

A seguito delle modifiche recentemente apportate al piano paesaggistico di Bronzolo, la vipera dal corno, specie rara e protetta, potrebbe scomparire dai nostri pendii. Abbiamo dialogato con Gabriel Vettori, giovane studioso di scienze forestali, che ci ha parlato della presenza di questa specie in zona.

Gabriel Vettori, che cos’è la vipera dal corno e dove si trova?

Il nome deriva da una piccola appendice carnosa sul muso che ricorda un corno. Si suppone che sia rimasto ben evidente nella specie per favorirne il mimetismo nei terreni pietrosi in cui vive. Predilige, infatti, ambienti rocciosi, caldi e aridi, spesso di origine antropica e successivamente abbandonati, oppure zone interessate da franamenti naturali. 

A Bronzolo, infatti, vive sui pendii di porfido del monte Göller, nella gola di Aldino e nella zona delle cave. In Italia, la sua distribuzione è scarsa: ci sono colonie nel Friuli Venezia Giulia, nel bellunese e in alcune aree altoatesine.

A cosa è dovuta la sua rarità?

Le aree nelle quali è diffusa sono limitate, e la sua presenza in questi luoghi è scarsa. Pensando al nostro territorio, si cerca di bonificare le frane e l’uso delle superfici è massimizzato per dare spazio al pascolo o all’agricoltura. Inoltre, preferisce ambienti non disturbati dall’attività umana. La sua rarità dipende dalla scarsità delle zone adatte alla sua proliferazione. Per questo motivo, esistono specifiche normative internazionali, nazionali e provinciali volte a preservarne l’habitat.

Quali sono i principali rischi per la sua sopravvivenza nel nostro comune?

Da un punto di vista naturale, direi l’avanzamento della vegetazione, che andrebbe a coprire l’ammasso pietroso nel quale la vipera ama ripararsi. Ma è soprattutto l’azione umana a metterne a rischio la sopravvivenza. La problematica principale per questa specie è il rischio di scomparsa del suo habitat, attualmente non tutelato dal nostro comune, poiché non riconosciuto come biotopo. La zona in cui vive potrebbe essere in futuro interessata da modifiche anche importanti. 

Penso, ad esempio, a eventuali lavori per la Galleria di Base del Brennero (BBT) o alla riapertura della cava. Vibrazioni e rumori prolungati nel tempo potrebbero causarne la scomparsa. 

Come si potrebbe favorire la sua preservazione? 

Penso che il problema sia credere che basti concentrarsi sulla salvaguardia di una singola specie, quando invece bisognerebbe considerare l’ecosistema nel suo insieme. Nel caso della vipera dal corno, la sua presenza in un ambiente indica che questo è variegato e relativamente ben conservato. Le distese rocciose dove vive sono habitat spesso ricchi di biodiversità e ospitano numerose specie vegetali e animali adattate a condizioni ecologiche particolari. Nel caso specifico di Bronzolo, bisognerebbe dunque riclassificare la zona come biotopo ed estenderne il perimetro fino a coprire l’intera area interessata. 

Il rischio delle piccole realtà in forte espansione come il nostro comune è che l’aspetto naturale passi in secondo piano. Ci sono leggi che tutelano gli ecosistemi, ma spesso non sono esaustive o, come nel caso del biotopo di Bronzolo, rischiano di venire modificate a discapito dell’ambiente. La presenza di un’area designata come biotopo, e quindi protetta, previene l’eventualità che in futuro l’ecosistema possa essere alterato senza contravvenire alle leggi. Senza un’area tutelata, nulla garantisce che in futuro quella zona non venga compromessa.

LA SCHEDA

La vipera dal corno può raggiungere i 95 cm di lunghezza. La colorazione può variare dal marrone al grigio. Lungo il dorso corre un disegno di colore più scuro somigliante a una linea a zigzag o una serie di rombi uniti. Caratteristica di questa specie è il “corno” posto sulla punta del muso. Questa vipera è la più pericolosa per l’uomo tra quelle osservate in Italia, anche se l’animale è timido e generalmente tende alla fuga in presenza di pericoli. È ovovivipara, le femmine si accoppiano ogni due anni, tra aprile e maggio. Le nascite avvengono tra agosto e settembre e le vipere appena nate misurano tra i 15 e i 20 cm, alimentandosi in modo indipendente sin dalla nascita.

Parti del corpo della vipera dal corno nel folclore hanno il potere di proteggere dai mali. In Alto Adige è tradizione conservare le vertebre dell’animale sotto forma di rosario, mentre nella Venezia Giulia si usa mettere sotto grappa le teste recise. Nella ex Jugoslavia, la Vipera ammodytes è chiamata poskok (“saltatore”) perché le si attribuisce la capacità (che in realtà non ha) di compiere balzi.

Autore: Tommaso Calamaro

La vita in Pronto Soccorso

E’ da tempo che la medicina d’urgenza dell’Ospedale di Bolzano si fa carico di grande peso, quello di sopperire alle fatiche di un sistema sanitario sotto pressione. Ma come vive un medico la sua missione in Pronto Soccorso? Ne abbiamo parlato con uno di loro. 

// Di Till Antonio Mola

Prosegue il percorso di QuiBolzano dedicato al sistema di cura degli anziani in provincia di Bolzano. Il punto di partenza è l’esperienza di chi scrive: un figlio adulto che ha accompagnato i propri genitori nell’ultima fase della loro vita e che ha sentito la necessità di raccontare questo sistema dalla parte dei familiari e dei pazienti stessi.

Chi si trova ad affrontare un percorso di cura entra spesso in un mondo fatto di regole, procedure e passaggi non sempre immediati da comprendere. Basta poco — un’informazione che manca, un appuntamento rimandato, un’indicazione interpretata in modo diverso — perché l’equilibrio diventi più fragile e il cammino più difficile.

Eppure, proprio lungo questo percorso a volte accidentato, mi è capitato di incontrare professionisti capaci di fare la differenza. Persone che, con competenza e attenzione, riescono a rendere più sopportabile un momento della vita che è già di per sé complesso.

Le esperienze delle famiglie all’interno del sistema sanitario possono essere molto diverse tra loro. Chiunque abbia attraversato questi percorsi sa che non sempre tutto funziona come si vorrebbe. Il racconto che proponiamo qui nasce semplicemente da un incontro che, nella mia esperienza personale, ha fatto la differenza.

Tra i passaggi più delicati di questo percorso c’è anche il pronto soccorso: un luogo che molti anziani guardano con timore, perché vi si arriva in condizioni di fragilità e spesso con la paura di lunghe attese. Per questo, in questa tappa, lo sguardo si allarga a uno degli snodi più sensibili dell’intero sistema sanitario.

Per raccontarlo abbiamo scelto la voce di chi lo vive dall’interno. Il nostro interlocutore è il dottor Marco Bruno, 37 anni, originario di Torino, specialista in Medicina d’Emergenza-Urgenza e da circa due anni in servizio al Pronto Soccorso dell’ospedale di Bolzano.

L’INTERVISTA

Ogni giorno al pronto soccorso arrivano decine di persone. In un certo senso è come se qui passasse una piccola parte della città. Che sensazione dà lavorare in un luogo così?

I cittadini arrivano al pronto soccorso perché hanno un bisogno, spesso improvviso. Il nostro compito è quello di rincorrere quel bisogno e cercare di dare una risposta adeguata. A volte ci troviamo di fronte a persone tranquille, altre volte a persone disperate. In ogni caso la risposta deve essere chiara e lineare, e deve permettere al paziente di ricevere il trattamento più adatto.

Sono momenti spesso carichi di tensione ed emozione, soprattutto quando le condizioni cliniche sono critiche. Non è facile né per chi arriva né per chi lavora qui. Bisogna sempre ricordare una cosa: molte persone la mattina si svegliano senza sapere che quel giorno finiranno al pronto soccorso, perché si ammaleranno o avranno un incidente. Per questo serve molta attenzione e la capacità di percepire quello che il paziente sta vivendo.

In una situazione del genere quanto conta l’empatia?

Conta moltissimo. In pronto soccorso arriva un’umanità molto eterogenea: persone con livelli culturali diversi, con lingue diverse, con capacità diverse di comprendere quello che sta succedendo loro.

L’empatia permette di entrare in contatto con il paziente e di farlo sentire accompagnato. Che si tratti di infermieri, medici, operatori socio-sanitari o volontari, tutti contribuiscono a creare un ambiente in cui la persona si sente accolta e accudita. Anche quando il paziente non capisce fino in fondo quello che gli sta succedendo, vedere attorno a sé un ambiente calmo e percepire uno sguardo attento aiuta molto. E questo, alla fine, migliora anche il percorso terapeutico.

Qual è, invece, il compito principale del medico di pronto soccorso?

Il nostro compito è mettere il paziente in una sorta di “bolla di sicurezza”. Quando una persona arriva qui può trovarsi in una situazione potenzialmente pericolosa, oppure in un quadro clinico ancora poco chiaro. Il primo obiettivo è stabilizzare la situazione e capire che cosa sta succedendo.

A volte il problema è evidente e si riesce a intervenire rapidamente. Altre volte i sintomi sono più sfumati e la diagnosi richiede tempo, esami, consulenze. In questi casi bisogna valutare il livello di rischio, escludere le patologie più gravi e accompagnare il paziente verso la soluzione più appropriata: può essere un ricovero, ulteriori accertamenti oppure una terapia da seguire a casa.

Il pronto soccorso è spesso descritto come un grande lavoro di squadra. Quanto è importante il team?

In pronto soccorso lavorano molte figure professionali: infermieri, medici, operatori socio-sanitari, personale di accettazione. Gli infermieri, in particolare, svolgono una parte enorme del lavoro.

Il rapporto di fiducia tra le persone del team è fondamentale. Io devo potermi fidare del mio infermiere e lui deve potersi fidare di me. Mentre il medico è concentrato su uno o due pazienti alla volta, l’infermiere spesso segue contemporaneamente molte persone e diventa, in un certo senso, gli occhi, le orecchie e le mani del reparto.

È un lavoro che si costruisce nel tempo: attraverso la formazione, ma anche grazie alle esperienze condivise e all’affiatamento che nasce lavorando insieme.

Che cosa caratterizza, secondo lei, il lavoro di un medico di pronto soccorso rispetto ad altri reparti?

Fare pronto soccorso è un po’ come avere una finestra sul mondo. Qui vediamo da vicino la realtà sociale in cui viviamo, perché dalla nostra porta entrano ogni giorno i problemi delle persone e delle famiglie.

Ci si trova davanti pazienti che fino a pochi minuti prima non conoscevi e che, nel momento in cui entrano qui, finiscono per affidarsi completamente a te. Raccontano la loro storia clinica, le malattie che hanno avuto, i farmaci che prendono. Ma spesso vanno anche oltre.

In una situazione di vulnerabilità le persone condividono aspetti molto personali della loro vita: le abitudini, gli stili di vita, le difficoltà che stanno vivendo, a volte anche cose che probabilmente non racconterebbero mai in un contesto normale.

Tutto questo avviene con un medico che, fino a pochi minuti prima, era per loro un perfetto sconosciuto. Ed è proprio per questo che credo serva un grande rispetto per quella fiducia. Non riguarda solo la responsabilità clinica, ma anche quella umana.

Autore: Till Antonio Mola

Un “nodo” che resta da risolvere

Nella cronaca recente il Pronto Soccorso di Bolzano ha nuovamente fatto parlare di sé per la proposta dell’assessore provinciale competente di mettere un freno agli accessi. Si è parlato di un incremento dei ticket per i codici meno urgenti, ovvero i verdi e i blu. Ma ancora una volta non sono state affrontate le questioni di fondo che sono all’origine del frequente ricorso improprio ai servizi del Pronto Soccorso. All’origine ci sono cronici problemi di organico sia nel servizio di medicina d’urgenza dell’ospedale che – soprattutto – nel servizio svolto dai medici di base. Ottenere un appuntamento dal medico di base diventa sempre più complesso a Bolzano e – spesso – persino le consulenze telefoniche devono essere “rincorse“ per giorni e giorni. Per forza di cose quindi i pazienti – e tra esso un numero sempre crescente di anziani – si vedono costretti a recarsi al Pronto Soccorso, pur nella consapevolezza dei tempi lunghissimi di permanenza in sala d’aspetto a cui presumibilmente vanno incontro. 

La cronica carenza di medici – ma anche di infermieri e altre figure sanitarie – è di difficile soluzione in tutta Europa, con qualche complicazione in più nella nostra realtà locale per via dei requisiti richiesti di bilinguismo e dei forti carichi di lavoro. 

L’auspicio è che la politica riesca ad affrontare la situazione trovando soluzioni che non siano – ancora una volta – emergenziali e/o palliativi. Intanto però gli operatori del Pronto Soccorso dell’ospedale di Bolzano continuano nella loro missione, con passione e – spesso – abnegazione. Come risulta dal racconto del medico che abbiamo intervistato.

Autore: Luca Sticcotti

Perché il problema potrebbe essere altrove

Andrea Squerzanti è psicologo, psicoterapeuta ed esperto di educazione digitale: lavora principalmente con le scuole primarie e si occupa di come le tecnologie cambiano il modo in cui cresciamo. L’uso dello smartphone ha un effetto importante sull’approccio alle relazioni nei bambini e negli adolescenti. Spiega: “Le relazioni sono intrinsecamente frustranti, occorre stabilire turni di parola, spesso i due comunicanti vogliono fare due cose diverse, e i compromessi sono inevitabili”. “Se con lo smartphone ci abituiamo a esperienze non frustranti, poi facciamo fatica nelle esperienze relazionali che svolgiamo di persona”, aggiunge.

Squerzanti non sta parlando di social network. Sta parlando di come siamo fatti. I social vengono dopo, come conseguenza. Si tratta di una premessa essenziale affinché anche il dibattito sull’età minima per l’utilizzo dello smartphone abbia senso. 

Il mondo ha fretta di decidere

Nel novembre 2024, l’Australia ha approvato una legge che obbliga le piattaforme social a impedire l’accesso agli under 16. Non è una sanzione per chi è minorenne o per le famiglie: la responsabilità ricade sulle piattaforme, con multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani.

Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat, X e altri sono nella lista dei servizi “vietati ai minori di 16 anni”.

L’Australia è spesso citata come laboratorio globale, perché combina una norma con un investimento pubblico per testare la fattibilità tecnica della verifica dell’età. Ma il mondo non aspetta: nel 2023 la Francia ha introdotto una legge che mira a imporre il consenso genitoriale sotto i 15 anni. I Paesi Bassi dal 2024 hanno linee guida nazionali per limitare i dispositivi in classe. Il Brasile ha esteso il divieto scolastico a livello federale. Nel 2025 la Commissione europea ha pubblicato linee guida sulla protezione dei minori, includendo il divieto di pubblicità mirata verso chi ha meno di 18 anni.

Secondo una stima dell’Unesco, nel 2024 circa 79 paesi, il 40% di quelli esaminati, avevano introdotto una qualche forma di divieto di smartphone a scuola.

La direzione è chiara: la responsabilità si sposta verso le piattaforme e il design dei prodotti. Non verso i ragazzi. Bene.

Cosa dice la scienza

Il dibattito pubblico ruota spesso attorno a Jonathan Haidt, psicologo americano e professore alla New York University, che nel suo libro “La generazione ansiosa” ha sostenuto che l’infanzia vissuta con lo smartphone ha peggiorato il benessere psicologico degli adolescenti a partire dai primi anni Duemila. Da questa considerazione è scaturita la sua proposta pratica: niente smartphone prima dei 14 anni, niente social prima dei 16, scuole senza telefono, più gioco libero e tempo fuori casa.

Le sue tesi hanno avuto grandissima circolazione. Ma hanno ricevuto anche critiche metodologiche precise. Una ricerca pubblicata su Nature nel 2024 dalla ricercatrice Candice Odgers contesta l’idea che ci sia un nesso di causa ed effetto dimostrato: le associazioni tra uso digitale e benessere esistono, ma sono spesso piccole, miste e difficili da interpretare. Un commento su Science dello stesso anno parla di dibattito scientifico ancora aperto e invita a evitare conclusioni troppo definitive.

Cosa emerge, allora, dalla ricerca più… solida? Identifichiamo in questo senso tre punti abbastanza condivisi.

Il primo: a contare non è tanto la quantità di tempo che si trascorre con lo smartphone, ma il piuttosto il tipo di uso che se ne fa. Scorrere passivamente i contenuti e confrontarsi con gli altri tende ad associarsi a esiti peggiori rispetto a un uso attivo, fatto di comunicazione, creatività, partecipazione.

Il secondo: l’effetto sul sonno. Usare lo smartphone prima di dormire si associa in modo abbastanza consistente a maggiori difficoltà ad addormentarsi, meno ore di sonno, qualità peggiore dello stesso.

Il terzo: quando si parla di “uso problematico”, cioè perdita di controllo e interferenza con la vita quotidiana, le associazioni con sintomi depressivi e ansiosi diventano più robuste. Insomma: tutto dipende da come lo smartphone lo si usa.

Tre settimane senza telefono

Nel 2025 in Austria è partito un esperimento che si chiama Handy-Experiment: circa 69 studenti tra i 15 e i 18 anni rinunciano allo smartphone per tre settimane. L’esperimento è stato seguito scientificamente dall’Anton Proksch Institut e dalla Sigmund Freud Privatuniversität di Vienna, che hanno misurato il benessere psicologico e i sintomi depressivi dei partecipanti prima, durante e dopo.

I risultati sono stati pubblicati da Orf nel 2025: il benessere psicologico nel gruppo che ha partecipato all’esperimento è aumentato di circa il 30%, mentre i sintomi depressivi si sono ridotti del 33%. A sei settimane dalla fine, il 25% manteneva ancora una riduzione stabile del tempo passato sullo schermo. Il 29% aveva invece riferito sintomi di astinenza nella prima settimana.

Nel 2026 il progetto è diventato nazionale, con apertura anche a scuole in Germania, Svizzera, Italia e Liechtenstein. A un simposio viennese è emerso un dato curioso: tre settimane senza smartphone avrebbero prodotto un miglioramento psicologico superiore rispetto a due settimane di vacanze scolastiche. E l’età consigliata per il primo smartphone è stata indicata attorno ai 13 anni.

Non è lo smartphone, è la relazione

Squerzanti non ha dubbi su dove stia il centro del problema:

“Io credo che la sofferenza umana sia collegata con il mondo delle relazioni. È nel mondo delle relazioni che impariamo com’è il mondo, come sono io, come vedo l’altro. Inevitabilmente è nel mondo delle relazioni che risiede anche la cura. Non si tratta solo di cura in termini medici, ma di un’esperienza che faccia crescere, che faccia stare bene la persona”.

Tradotto: se lo smartphone serve a evitare la fatica delle relazioni, il problema non è lo schermo. È la fuga.

“Se io penso che tutte le relazioni siano giudicanti, è più facile che le eviti, che cerchi una soluzione che mi consenta di dribblare questo elemento.”

Cosa fare, allora? Squerzanti propone com antidoto la “presenza”.

“Una cosa che consiglio ai genitori è quella di interessarsi all’esperienza dei figli rispetto all’online, alla vita che trascorrono connessi. Già questo ci dà tutta una serie di elementi di conoscenza dei nostri figli.”

Non a tutti i genitori questa cosa fa piacere, ammette. Il ruolo educativo porta con sé infatti una quota inevitabile di frustrazione. Accompagnare significa esporsi, non solo supervisionare. “Ma la fiducia è ciò che fa la differenza per una relazione arricchente e vera.” 

Insomma: non c’è ancora una risposta definitiva su quanti anni bisogna avere per iniziare tenere uno smartphone in mano. Né su quante siano le ore al giorno da definire troppe. La scienza studia, si sperimentano nuove leggi, ma le ragazze e i ragazzi intanto crescono.

Una cosa è certa e i dati raccolti non la smentiscono, ovvero che le relazioni a volte fanno male. Fanno aspettare, deludono, chiedono compromessi. E questa fatica, se non la si incontra da bambini, la si ritrova inevitabilmente da adolescenti, magari con uno schermo in mano che promette e illude. 

Forse la domanda non è “a che età” lo smartphone, ma “a cosa ci stiamo allenando per la vita”.

Autore: Marco Valente

“Ciak si guida” nel nome di Davide

Grande successo e molta commozione per la quarta edizione del concorso creativo promosso dall’Associazione “Davide Sempre con Noi” per sensibilizzare i giovani alla sicurezza in strada.

È visibilmente orgoglioso e anche commosso Patrizio Simoni, quando sale per la quarta volta sul palco del teatro Gino Coseri di Laives. Nove anni fa la strada si è portata via suo figlio Davide. Ma dalle ceneri di quella tragedia è sorta l’Associazione che porta il nome di suo figlio, “Davide Sempre con Noi”, di cui Patrizio è presidente. 

Da quel giorno è Davide a dargli la forza di combattere quotidianamente per portare tra i giovani la consapevolezza dei rischi della strada e del valore della vita, con iniziative come, appunto, “Ciak si guida”, un concorso creativo riservato alle scuole primarie e secondarie di primo grado in lingua italiana facenti capo all’istituto comprensivo di Laives, e alle secondarie di secondo grado che invece fanno capo a Bolzano.

Una folla di giovani

Per quanto riguarda l’istituto comprensivo di Laives, l’iniziativa ha coinvolto oltre 200 ragazzi che hanno messo in campo la propria creatività e inventiva per proporre elaborati attraverso l’utilizzo di tecnologie audiovisive e comunicative per quanto riguardava la secondaria di primo grado, mentre gli alunni della primaria hanno presentato degli elaborati grafici. Il tema però, è stato lo stesso per tutti: comprendere l’importanza delle regole, il valore della vita, la capacità di percepire i rischi della strada, per viverla in modo più sicuro e consapevole.

In platea al Coseri, hanno trovato spazio gli studenti e le studentesse delle classi 2° delle scuole F. Filzi e le classi 4° delle diverse scuole primarie facenti parte dell’Istituto Comprensivo.

Sul palco, Patrizio Simoni ha prima introdotto l’occasione e ringraziato la dirigente scolastica dottoressa Scicchitano, insieme con il sindaco Seppi e l’assessore all’istruzione Walter Landi. Sono quindi saliti a ritirare il premio gli studenti e le studentesse vincitori del concorso.

La classifica dei partecipanti viene decretata da una giuria composita, formata da dodici persone nominate direttamente dall’Associazione (tre ragazzi e tre ragazze under 25, 3 uomini e 3 donne over 35), che hanno dato un punteggio ai lavori presentati in base a una specifica griglia di valutazione. 

“Questo non significa infatti che un elaborato valga più dell’altro perché – come ci tiene a precisare il presidente Simoni – i ragazzi mettono tutti grande impegno, motivazione e anche competenze preziose, ma a vincere poi sono quegli elaborati che più corrispondono a determinati criteri”. 

Tutti vincitori, nessuno escluso

In palio per le scuole vincitrici c’era un premio in denaro del valore di 500 euro. Gli studenti delle singole classi vincitrici si sono anche aggiudicati un premio individuale offerto dall’Associazione e un premio di classe: il corso Hallo Auto erogato dagli istruttori del centro di Guida Sicura di Vadena, un programma ludico / scientifico studiato appositamente da esperti della Provincia di Bolzano per i ragazzi delle scuole. 

Tutti i filmati presentati al concorso sono visibili sul canale youtube dell’Associazione @DAVIDEscn, con lo scopo di diffondere il più possibile una cultura della sicurezza stradale tra i giovani. 

L’associazione

“Davide Sempre con Noi” è un’associa­zione di volontariato e di promo­zione sociale e si occupa di tradurre in impegno concreto il ricordo di Davide Simoni che, il 22 settembre del 2017, si è spento a causa di un incidente motociclistico. Il sodalizio è promosso dai soci e amici diretti ed indiretti di Davide Simoni e da tutti coloro che condividono l’im­pegno e gli scopi dell’associazione per la solidarietà civile e sociale. L’associaizone è nata nel gennaio 2018 ha una sua autonomia gestionale e finanziaria, nel pieno rispetto delle leggi che regolano il mondo del terzo settore. Scopo dell’associazione è fare e promuovere iniziative per creare eventi in ricordo di Davide Simoni principalmente individuati fra quelle che erano le sue passioni: le arti marziali, la moto (motoraduni), la musica, la cultura (settore scienze applicate).
“Davide Sempre con Noi” crede in una società solidale, in una rete di relazioni uma­ne che formano una comunità, nella costruzione di relazioni che rompano il muro dell’isolamento, nella tutela e nell’afferma­zione di giovani ed anziani e delle persone deboli. Crede che il volon­tariato debba avere una funzione integrativa e non sostitutiva delle struttura pubblica, che possa rendere i servizi sempre più a misura d’uomo. Lo scopo è promuovere e valorizzare l’impegno dei giovani e degli adulti, perché possa crescere il loro ruolo attivo nella società. Si propone di contrastare ogni forma di esclusione sociale, migliorare la qualità della vita, diffondere la cultura e la pratica della solidarietà perché ogni età abbia un valore e ogni persona un suo progetto di vita attraverso cui diventare una risorsa per sé e per gli altri.

Autrice: Raffaella Trimarchi