I masi in città a Bolzano

Masi in città ? Si, ve ne sono ancora, sopravvissuti alle bieca speculazione edilizia e integrati nell’odierno tessuto urbano, là dove una volta era tutta campagna. Alcuni li possiamo trovare mentre stoicamente resistono, ad esempio in via Verona al n. 10, nella sede ora di una tipografia, oppure in via Vicenza presso il n. 9. I masi sono ancora presenti a Gries, per antomasia borgo agricolo, o sparsi un pò per tutta la città. Forse il maso più famoso e prestigioso, sotto gli occhi di tutti, è quello situato in viale Venezia al n. 13, il seicentesco maso Gugler. Esso racchiude un tesoro preziosissimo nelle sue fondamenta, l’antichissima chiesa a pianta circolare di S. Quirino del XII sec., in parte ancora visibile- e di cui parleremo nel prossimo articolo. Nel prospetto della facciata sul portone di accesso al maso al primo piano compaiono gli affreschi delle figure di S. Quirino e S. Floriano, che sembrano vigilare sui resti dell’antico luogo sacro.
Ma in cosa si differenziano questi “masi di città” o di fondovalle, da quelli di montagna?
Innanzitutto per la disposizione planimetrica. I masi di montagna tengono rigidamente separati l’edificio residenziale e quello adibito a fienile-stalla. Quelli “di città” invece no. Il corpo architettonico dell’edificio è infatti un tutt’uno in senso longitudinale. La parte residenziale è collocata nel prospetto principale, mentre sulla parte del retro di esso viene ad essere collocato il blocco stalla-fienile. L’edificio di abitazione è interamente in muratura ed il blocco di servizio invece alterna la pietra al legno.
I masi bolzanini si concedono maggiore eleganza rispetto a quelli di montagna, maggiori rifiniture architettoniche, tagli più raffinati alle aperture finestrate ed affreschi con motivi religiosi. In quelli di montagna la prevalenza – in simbiosi fra il materiale del legno rispetto alla pietra – è sempre a favore del primo, mentre nel fondovalle accade viceversa. Un’altra differenza sta nelle coperture del tetto. In montagna di solito troviamo un semplice tetto a capanna, nel fondovalle invece ci si concede il cosiddetto “tetto alla slava”. Alle due falde, alla maniera “slava”, viene aggiunta una copertura triangolare di raccordo sulla facciata principale. Sul tetto in cotto e non in scandole, comparivano, di solito, simboli religiosi, a protezione della abitazione, del raccolto e degli animali. Di questi masi storici e di queste testimonianze ve n’era una bellissima a metà altezza in via Vittorio Veneto, oggi demolita.

In foto principale: Il maso Gugler

Autore: Flavio Schimenti

Coronavirus. Io resto a casa. E io vorrei… ma non posso.

L’indicazione del momento è #IoRestoaCasa. Una scelta necessaria per arginare la diffusione del virus che, come abbiamo ormai appreso, si trasmette da persona a persona per via aerea. Per questo bisogna mantenere una distanza minima di un metro nei rapporti interpersonali. Tutti aspettano i primi segnali della fine dell’incubo.

Molte attività che prevedono l’incontro tra persone, sono state sospese e vietate. Chi può deve restare a casa. È una misura di prevenzione. Qualcuno lo definisce anche un atto di solidarietà nei confronti di chi, come gli anziani già malati, è particolarmente a rischio di contrarre la malattia. Paura e solidarietà: i motivi per i quali la gran parte dei cittadini obbedisce alle ordinanze. Ma c’è un problema. Non tutti hanno una casa. La Caritas di Roma ha lanciato un nuovo hashtag: #vorrei…manonposso. Le persone senza dimora per definizione non ce l’hanno un’abitazione. Ce ne sono molte anche nella nostra provincia. Una parte di esse è già alloggiata in case di accoglienza. In certi casi le strutture di ospitalità notturna hanno esteso gli orari di apertura. È chiaro che non si può chiedere a chi non ha casa di restare a casa. Ma ciò non fa altro che mettere in rilievo un problema che precede l’epidemia e che il virus rende solamente più evidente. È curioso che solo ora, per paura del contagio, le istituzioni si accorgano dei “senza dimora”. Le ordinanze e la situazione sanitaria obbligano a casa soprattutto chi appartiene a categorie a rischio. È bello vedere come ovunque ci sia mobilitati per dare una mano alle persone più anziane, ad esempio nel fare per loro la spesa. Hanno cominciato alcune organizzazioni giovanili di Bolzano e poi l’iniziativa si è diffusa a molti altri. Infine ci sono quelli che non possono restare a casa perché prestano la loro opera negli ospedali e nell’ordine pubblico, nelle case di riposo, nei centri di accoglienza e nei servizi alle persone fragili. Operatori e volontari. A loro va un grazie tutto particolare.

Autore: Paolo Bill Valente

Esempi di antifragilità digitale

In un celebre libro dall’omonimo titolo, Nassim Nicholas Taleb ha definito il concetto di “antifragilità” come la capacità di un sistema di reagire a fattori di stress e interferenza migliorandosi. Un esempio per tutti è quello del “mitridatismo”, ovvero la capacità del corpo umano di diventare immune a certi veleni mediante somministrazione di dosi crescenti non letali degli stessi. Il termine deriva da “Mitridate il Grande”, uno dei sovrani del Ponto, che iniziò questa pratica.

Mi piace cercare, in questi tempi difficili, segnali che mostrino l’antrifragilità della nostra società in un periodo così difficile di isolamento e lotta contro questo invisibile quanto pericoloso nemico chiamato SARS-CoV-2. E mai come ora la nostra antifragilità passa attraverso i canali digitali.
La prima e più urgente area di applicazione delle tecnologie digitali è ovviamente quella dell’aiuto a personale medico e governativo nella diagnosi e cura del virus, nonché nel contenimento della sua diffusione. Alibaba, leader del commercio economico in Cina, ha messo a disposizione la propria infrastruttura di calcolo per far imparare ad algoritmi di visione artificiale come analizzare le tomografie effettuate su potenziali malati di Covid-19 per verificare l’effettiva presenza della malattia. Questi algoritmi sono ora in grado di determinarne la presenza o l’assenza con una precisione superiore al 95%. Allo stesso tempo, tecnologie simili a quelle utilizzate per aggiornare in tempo reale i dati sul traffico utilizzando la geolocalizzazione dei telefoni cellulari possono essere impiegate per contrastare la diffusione del virus.
è il caso della Lombardia, che in accordo con le compagnie telefoniche è stata in grado di analizzare (in forma anonima e aggregata) gli spostamenti dei cittadini, verificando che ancora pochi giorni fa in troppi si spostavano lontano dalla propria abitazione.
La Corea del Sud è andata molto più in profondità, arrivando a tracciare gli spostamenti dei singoli per calcolare, a ritroso, i contatti e il potenziale rischio di trasmissione del virus osservando gli spostamenti effettuati nei giorni precedenti da persone risultate positive al test. Si sta vagliando se impiegare questa tecnologia di precisione anche in Italia, ponendoci di fronte a questioni non solo tecnologiche mediche, ma anche etiche.

Le tecnologie digitali si stanno rivelando allo stesso tempo la chiave per mantenerci connessi in questo momento di isolamento fisico. Si pensi alle tantissime scuole e università che hanno velocemente riconvertito la propria offerta formativa su internet. In questo oceano digitale in continua trasformazione, voglio citare due esempi.

Il primo è quello dell’UNESCO, che ha messo a disposizione online il patrimonio custodito nella sua Biblioteca Mondiale, con centinaia di volumi, mappe, fotografie e filmati liberamente accessibili su internet su www.wdl.org.
Un sito davvero pieno di chicche, come ad esempio la possibilità di leggere quotidiani di tutto il mondo andando indietro fino al 1800. Oltre all’UNESCO, tantissimi musei di tutto il mondo stanno rendendo disponibili le proprie collezioni online: dal MET di New York fino al Museo Egizio di Torino, dal Louvre di Parigi fino alla Pinacoteca di Brera.

Il secondo esempio è l’iniziativa di “solidarietà digitale” lanciata dal Ministro per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, con il supporto dell’Agenzia per l’Italia Digitale. Si tratta di un catalogo in continuo aggiornamento di servizi gratuiti digitali messi a disposizione da imprese e associazioni per tutti i cittadini italiani. Si va da abbonamenti gratuiti a quotidiani e servizi di streaming musicale fino a piattaforme di formazione online e e-learning e servizi per portare avanti la propria attività lavorativa sfruttando internet al meglio.

Con un’ultima raccomandazione per tutti: in momenti difficili cresce anche, purtroppo, la criminalità, e mai come ora su internet girano e-mail e siti contenenti fake news, truffe o tentativi di rubare dati sensibili delle persone (come i dati delle carte di credito). Bisogna quindi fare molta attenzione anche su questo fronte.

Autore: Marco Montali

Batteristico, poliedrico Rino

La batteria è l’essenza di tutte le attività svolte da Rino Cavalli, è il suo pane quotidiano, e lui la coltiva in tutti i suoi aspetti, dal suonarla allo scriverne, fino al non meno importante insegnarla. Pur continuando ad appoggiarsi agli spazi messi a disposizione per l’insegnamento dal CESFOR, Rino Cavalli ha recentemente trasferito tamburi e bacchette in una nuova sede, in zona industriale.

“Non è il mio studio – ci racconta –, a me piace chiamarlo ufficio, è il posto dove vengo a svolgere le mie attività extra-formazione, proprio per tenere separate le cose. Qui vengo per fare le mie cose. Per l’insegnamento continuo ad appoggiarmi agli spazi di prima. In verità c’era stato anche il progetto di una serie di lezioni online sull’accordatura della batteria, ma la cosa si è poi arenata: francamente devo dire che non sono entusiasta di queste cose, mi piace di più il contatto diretto con gli allievi, direi che è fondamentale”. Sul versante telematico, Cavalli ha collaborato però per diverso tempo con una rivista online che è stata la prima in assoluto nel nostro paese a parlare in lingua italiana di accordature per batteria. Per quanto riguarda invece la musica per così dire suonata, nel suo ufficio/studio, Rino Cavalli ultimamente sta lavorando sodo con due differentissime formazioni, una nata da poco e l’altra in pista da tempo – anche se con un lungo silenzio dovuto all’assenza da Bolzano del cantante – con cui si appresta a registrare il secondo disco. “Il nuovo gruppo – prosegue a raccontarci – si chiama R.A.D., un acronimo che raccoglie le iniziali dei tre componenti: oltre a me alla batteria, ci sono il bassista e cantante Andy De Santis, ex Feline Melinda, e il giovanissimo chitarrista David Altieri. Si tratta di un power trio nato casualmente durante un Live Muse che sta riscuotendo un discreto interesse da parte di media e pubblico. Siamo partiti come cover band ma abbiamo già cominciato a lavorare su brani nostri, il primo è anche già possibile ascoltarlo sul sito stol.it, ma l’obiettivo è di riuscire a fare un CD nel giro di un anno. La cosa bella è che tutto questo succede qui, nel mio ufficio. Sono attrezzato per registrare e quindi è possibile lavorare qui alle nostre creazioni, io mi occupo della ripresa degli strumenti, Andy e David sono invece bravi nell’occuparsi della post-produzione e quindi c’è una vera e propria unione di forze”.
L’altro progetto di Rino, quello più datato, è invece il ritorno del gruppo Isole Minori, formato col bassista Andrea Palaia e col cantante, armonicista e chitarrista Stefano Petrungaro. Si tratta di un gruppo di lungo corso che ha le sue origini in un progetto nato addirittura nei primi anni duemila, con una formazione più estesa e che poi ha proseguito il proprio percorso in trio fino alla registrazione di un disco pregevole la cui uscita è coincisa col trasferimento all’estero del cantante. “Ora che Stefano è tornato a vivere a Bolzano – ci confida Rino – ci è parso naturale riprendere il discorso Isole Minori. Nel primo disco oltre a noi tre c’era Andrea Stona alle chitarre nella parte di studio, mentre Valerio De Paola ci ha aiutati dal vivo. Ora abbiamo trovato il nostro quarto uomo in un giovane musicista di Riva del Garda che si chiama Nick Petricci. L’avevo conosciuto poco tempo fa e siccome aveva espresso il desiderio di fare qualcosa insieme, gli ho passato una copia del nostro disco. Gli è piaciuto talmente che è stato lui a proporsi come chitarrista. Anche se in realtà suona di tutto! La persona giusta per noi”. Le registrazioni del disco sono già cominciate, sempre nell’ufficio/studio del batterista, ma per la post produzione, come per i precedenti lavori (il CD e un demo ben realizzato della formazione iniziale) le Isole Minori si affideranno alle abili mani e alle orecchie di Francesco Mattuzzi. “Parallelamente a questi due progetti – conclude Cavalli – continuo a suonare anche in altre situazioni, con i Bakiba ad esempio, col cantautore spagnolo Pedro Makay con cui suono dal vivo quando viene in Italia in tour, e poi sul fronte dell’insegnamento, oltre ad insegnare al CESFOR e a collaborare con la Scuola Dante Alighieri, sono tornato studente visto che mi sono iscritto al conservatorio e frequento il corso di didattica della musica”. Per chi volesse saperne di più ci sono anche i siti www.rinocavalli.it e www.batteristico.it.

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo