Il campione paralimpicoscala l’Everest… a Mezzocorona

A volte basta davvero un attimo perché una vita cambi, nel bene o nel male; e nel caso dell’atleta paralimpico Alessandro Colombo è chiaro che dal suo dramma personale ne è scaturita una forza di volontà non indifferente, che può essere portata ad esempio per chi ha avuto la sua stessa sventura. Al termine di 24 ore di gara l’atleta, lombardo di origine ma da anni residente a Salorno, ha concluso l’Everesting Challenge, ripetendo 14 volte la salita tra la stazione a valle e quella a monte a Mezzocorona sino a coprire un dislivello di 8.840 metri.

Era una giornata qualsiasi del lontano 1997 quando un’incidente in moto in paese – “banalissimo”, come lo ha definito lui – ha scombinato la vita di Alessandro Colombo. “L’incidente mi ha distrutto parte della gamba, avevo un ginocchio disarticolato e mi si è procurata una sindrome compartimentale: ho dovuto subire la sub amputazione della gamba sinistra che è stata riattaccata, ma è rimasta gravemente menomata, con paralisi e deficit neurosensoriali”.

Lo sport come prima terapia
Per ritornare ad avere una buona forma fisica si è dedicato al ciclismo, ed è andata bene, tanto che in breve è entrato a far parte della nazionale paralimpica collezionando successi, fra cui le due corse a tappe nel 2009 e nel 2010 a Vuelta Chiapas, in Messico: “Era un po’ un esperimento per vedere se il disabile sopravviveva – scherza – c’erano tre professionisti, due dilettanti e un’atleta amputato”.

Dopo vent’anni iniziano i problemi gravi
Per vent’anni la qualità della sua vita è stata molto buona, poi cinque anni fa sono sorti alcuni gravi problemi: “La gamba non reagiva bene alle terapie farmacologiche e il dolore non mi lasciava mai, soprattutto quando venivo toccato, urtato o se appoggiavo il piede.
Così mi sono rivolto ad un’equipe di medici di Bressanone guidata dal dottor Alexander Gardetto, che hanno messo in pratica una tecnica innovativa che si chiama Tsr Tagreted Sensory Reinnervation: “È stato l’unico chirurgo che ha capito come stavo anche intimamente, umanamente – spiega – Così mi sono affidato a lui per l’amputazione che è stata completata attraverso un innesto di nervi eliminando completamente la sofferenza”.

“Dopo l’amputazione ho deciso di affrontare questa sfida:
mi sono allenato per oltre un anno e mezzo. Sono tornato a fare sport, ad andare in bicicletta, a praticare il triathlon”

La volontà di far conoscere la cura
“Dissi ad Alex che dovevamo fare qualcosa per far sapere che questa possibilità esiste, e che potrebbe rappresentare una via d’uscita per le persone che hanno avuto il mio stesso problema”. Ed è qui che è nata l’idea di #Tagliato per vivere: “È un progetto medico/scientifico e sociale che ha lo scopo di divulgare la tecnica chirurgica, organizzare formazione e sensibilizzare la politica locale affinché la procedura venga inserita nelle prestazioni a carico del Servizio sanitario – continua – l’amputazione era un impegno di rinascita con me stesso ma anche per chi vuole trovare una soluzione a un problema simile”.
E partecipare all’Everesting Challenge è servito a dimostrare il successo dell’intervento; supportato dal Cerism di Rovereto, dal dottor Giulio Sergio Roi e dal dottor Giorgio Perruco, Colombo ha portato avanti un duro quanto faticoso allenamento: “Mi sono allenato per oltre un anno e mezzo. Sono tornato a fare sport, ad andare in bicicletta, a praticare delle gare di triathlon”.

Una lotta con se stessi e ora il riposo
Così, lo scorso 7 aprile alle 5.53 il nome di Alessandro è entrato nel Guinnes dei primati per aver ripetuto 14 volte la salita tra la stazione a Valle e quella a Monte a Mezzocorona sino a coprire un dislivello di 8.840 metri. Un’impresa frutto del lavoro di squadra, un traguardo dedicato alla propria famiglia. “Mi sono trovato a combattere con le mie emozioni. Ho avuto dei crolli, ma non potevo mollare. Adesso mi concederò un po’ di riposo. Poi riprenderò gradualmente a fare sport”.

Autore: Daniele Bebber

La passione dei radioamatori

Molti di noi avranno sentito nominare i radioamatori, ma quanti sanno chi sono e cosa fanno? Per rispondere a queste domande abbiamo incontrato Marco Tienghi, presidente della sezione bolzanina dell’associazione che riunisce tutti i radioamatori italiani.

150 anni fa nasceva Guglielmo Marconi, il padre della radiotrasmissione, il primo a riuscire a dimostrare la fattibilità dell’invio di un segnale attraverso le onde radio. Da allora il mondo è cambiato, ma la tecnologia da lui inventata continua ad essere centrale, soprattutto quando la reti tradizionali di comunicazione collassano.
Vi siete mai chiesti chi siano i radioamatori? Stando alla enciclopedia libera Wikipedia, il radioamatore è uno sperimentatore del mezzo radio e delle radiocomunicazioni intese nella più ampia accezione del termine. L’attività radioamatoriale viene classificata a livello internazionale come un servizio e prevede quindi diritti e doveri ben precisi.
Abbiamo deciso quindi di contattare la sezione di Bolzano della Associazione Radioamatori italiani (www.aribz.it), nella persona del suo presidente Marco Tienghi. Fondata nel 1946, con 50 iscritti è la sezione è la più grande in provincia (ci sono anche Merano e Brunico).

L’INTERVISTA
Chi sono i radioamatori?
I radioamatori sono degli appassionati della tecnica delle comunicazioni via radio che si dedicano allo studio dei vari fenomeni connessi con le onde radio. Poi è chiaro che una volta che uno studia e impara ad utilizzare al meglio le proprie apparecchiature, acquistate, ma in molti casi anche costruite autonomamente, poi si dedica anche ad utilizzarle. Qui i collegamenti possono essere locali o finanche con l’altra parte del mondo, persino oltre la curvatura terrestre, sfruttando la ionosfera, la riflessione sulla luna, o qualche satellite… Le possibilità sono molteplici.

Spesso nella vita di tutti i giorni si tende a confondere CB e radioamatori.
Diciamo che ci sono diversi tipi di appassionati. Per esempio ci sono anche quelli che si dedicano solamente all’ascolto, i cosiddetti SWL, acronimo per Short Wave Listeners (ascoltatori su onde corte, ndr). Oppure i CB, le cui apparecchiature si trovano in negozio e sono limitate a certe frequenze che non possono essere cambiate.
Quando si parla di radioamatori solitamente si parla di persone con competenza tecnica cui piace trasmettere, e vedere quanto distante riesce ad arrivare il proprio segnale. Insomma: dove e come si riesce a farsi sentire. Ma anche qui ci sono tanti modi per farlo: parlando, quindi in fonia, oppure in telegrafia, che può sembrare un modo forse arcaico, sicuramente antico, ma in realtà ancora oggi molto molto efficace. Pensi che quest’anno ricorre il 150° anniversario della nascita di Guglielmo Marconi. L’invenzione della telegrafia senza fili attraverso le onde radio gli valse il Premio Nobel per la fisica nel 1909 e sono diverse le istituzioni che si stanno dando da fare per far riconoscere la telegrafia come patrimonio immateriale UNESCO. Quello che distingue il radioamatore dalle altre categorie sono le competenze tecniche certificate che gli permettono di arrivare a costruirsi gli apparati. Gli viene inoltre data libertà nel loro utilizzo su più frequenze, con più bande e più potenza. Ognuna di queste bande ha caratteristiche particolari di comportamento, caratteristiche fisiche che le rendono per esempio adatte a collegamenti a lunga distanza oppure a collegamenti locali. Per cui lo studio, la curiosità, è proprio per anche andare a capire e a imparare come si comportano, ad esempio le onde a diverse frequenze, a diverse ore del giorno o della notte, e in diverse condizioni della ionosfera. Tutto ciò non toglie che ci possa essere la fase in cui il radioamatore abbia voglia di mettersi comodo a fare le sue quattro chiacchiere con radioamatori vicini. Questo per dire che non è che siamo sempre a studiare dalla mattina alla sera!

E c’è bisogno di una autorizzazione specifica?
Il radioamatore per fare le sue attività deve sottoporsi a un esame del ministero preposto, che ne certifica le competenze tecniche e la conoscenza delle normative. Sostenuto questo esame, si consegue la Patente di Operatore di stazione del Radioamatore, dopo di che con quella è possibile richiedere il nominativo e l’autorizzazione generale che ti abilita all’utilizzo delle apparecchiature e ad utilizzare le frequenze che a livello internazionale sono state riservate per l’uso e la sperimentazione da parte dei radioamatori.
C’è una dotazione base per diventare radioamatori?
Può essere anche minimale. Se qualcuno ha capacità di saldare qualche componente elettronico, con pochi euro è in grado di costruire un ricetrasmettitore funzionante che ti permette di coprire anche tutto il nord Italia. Un piccolo microfono, un altoparlantino, non serve molto altro. La cosa che serve sempre, e che causa gioie e dolori, è l’antenna, che deve essere posizionata preferibilmente in alto (aggiungo che non tutti sono contenti di vederla sui tetti delle case).

C’è una età consigliata per iniziare a fare il radioamatore?
Assolutamente non ci sono limiti di età; non bisogna essere giovani, ma noi speriamo sempre che arrivino tanti giovani, cerchiamo di fare attività di informazione con le scuole o con altre associazioni per promuovere la nostra passione, cercando di incuriosire. Poi la curiosità ci può essere ad ogni età. Molti dei nostri soci sono anche molto avanti con gli anni, alcuni sono ultraottantenni. Pensi che abbiamo un socio iscritto ininterrottamente da più di 70 anni e che ha ben 92 anni di età. Si tratta di Franco Miori, la sua sigla come radioamatore IN3ZMY.

Cosa implica una sigla?
La sigla in realtà è la targa del radioamatore. Una volta conseguita la patente, il Ministero gli assegna un nominativo che lo identifica, quindi nel nostro caso si inizia con la “I” di Italia. Poi un numero che di solito identifica la zona. Per esempio nella nostra zona, il 3 indica il Triveneto. E l’ultima parte, le ultime tre lettere, sono quelle che identificano la persona… è in questo senso che dico che la sigla è un po’ come una targa per il radioamatore.

“I radioamatori sono degli appassionati della tecnica delle comunicazioni che si dedicano allo studio dei vari fenomeni connessi con le onde radio”

I radioamatori possono anche avere un ruolo nell’affrontare le calamità naturali?
A partire dal terremoto del Friuli i radioamatori sono diventati più conosciuti. Di norma vengono chiamati quando le reti di comunicazione ordinarie per qualche motivo collassano. È successo anche recentemente in occasione delle alluvioni in Emilia Romagna e dopo i terremoti a L’Aquila. Ogni mese noi stessi da Bolzano facciamo una prova radio di protezione civile. Viene chiamata la “prova di sintonia” tra prefetture, per cui dei nostri operatori si recano al Commissariato del Governo, dove è presente una stazione fissa, per collegarci alle altre prefetture di tutta Italia: Sicilia, Sardegna, Piemonte. Oppure anche con la sede del Ministero dell’Interno a Roma. Alle volte vengono coinvolte anche delle unità navali.

Ci sono ricorrenze particolari in questo periodo?
A livello locale, la sezione cugina di Trento festeggia i 90 anni della Fondazione. E noi tra un paio d’anni festeggeremo gli 80 della sezione ARI di Bolzano. Per cui questo momentaneamente prende un po’ il sopravvento il livello locale rispetto alla giornata mondiale dei radioamatori che è il 18 aprile ed è la ricorrenza della fondazione della IARU, cioè l’International Amateur Radio Union, l’Unione Internazionale dei Radioamatori, che è stata il 18 aprile del 1925. Quindi l’anno prossimo saranno i 100 anni della Fondazione e lì sarà probabile qualche iniziativa in più.

Autore: Till Antonio Mola

Le nonne attiviste

11 anni fa, in occasione del 25 aprile, ebbi l’occasione di conoscere Estela De Carlotto, leader prima delle madri e poi delle nonne di Plaza de Majo. Mi colpì moltissimo la sua storia di estrema determinazione, durata decenni, alla ricerca di giustizia per l’assassinio di sua figlia, vittima desaparacida della dittatura argentina, e poi di notizie suo suo nipote dato all’epoca forzatamente in adozione. Un nipote poi miracolosamente ritrovato, l’anno successivo, grazie al test del DNA a cui si sottopose volontariamente, ormai 36enne.
La battaglia delle donne argentine mi ha ricordato in questi giorni un’altra battaglia, che ha visto protagoniste 2500 anziane signore svizzere (età media 74 anni) che si erano rivolte alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) perché si ritenevano danneggiate per le politiche sul clima del loro paese.
Siamo abituati a pensare che la militanza per il clima sia soprattutto una questione di giovani, Greta Thunberg in testa, ma evidentemente non è così. Particolarmente significativo è poi il fatto che la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia dato ragione a questo stuolo di nonne “alpine”, autodenominatesi “Anziane per il clima”. è stata la prima volta che un tribunale internazionale ha detto che uno stato è obbligato a raggiungere gli obiettivi sul clima stabiliti dai trattati internazionali. La sentenza non avrà conseguenze pratiche immediate, ma l’Ufficio federale di giustizia svizzero ha detto che la studierà per stabilire quali azioni debbano essere prese dalla Svizzera per il futuro e intanto la Corte ha ordinato allo stato svizzero di pagare 80mila euro per coprire le spese legali dell’associazione. I paesi che riconoscono la Corte europea per i diritti dell’uomo sono impegnati a dare esecuzione alle sue decisioni, ma la Corte lascia generalmente loro ampia libertà nella scelta delle misure con cui farlo. Nonostante questo, la decisione è stata comunque definita “storica”. Non solo è la prima in cui il tribunale internazionale dà ragione ai ricorrenti sul cambiamento climatico, ma influenzerà anche gli approcci adottati da altri tribunali internazionali e dai tribunali nazionali dei singoli paesi europei su casi analoghi, che negli ultimi anni sono diventati piuttosto frequenti come forma di attivismo climatico.

Autore: Luca Sticcotti

La salute mentale è un diritto

Secondo un’indagine del 2022 quasi l’85 per cento delle ragazze e dei ragazzi altoatesini considera il proprio stato di salute eccellente o buono. Ma non è tutto oro quel che luccica. Non mancano i giovani che vivono la loro esistenza con sofferenza. Una situazione da non sottovalutare anche nella prospettiva dell’età adulta.

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dice che la metà di tutti i disturbi mentali ha origine nella primissima adolescenza. Essi vanno affrontati con serietà e tempestivamente, altrimenti si aggravano con l’avanzare dell’età.
Ma in primo luogo: la salute mentale è un diritto. È parte integrante del più generale diritto alla salute che l’OMS definisce “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non semplice assenza di malattia o di infermità” e che la Costituzione tutela “come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
A livello globale un adolescente su sette soffre di un disturbo mentale. Prime cause di disagio negli adolescenti sono depressione, ansia e disturbi comportamentali. E la quarta causa di morte nei ragazzi tra i 15 e 19 anni è il suicidio. Malgrado queste evidenze la questione è sottovalutata. Ciò si paga in età adulta, sia sul piano personale che su quello sociale. Importante dunque “agire programmi di promozione e prevenzione della salute mentale” e mettere in atto “varie strategie per raggiungere gli adolescenti, in particolare i più vulnerabili”.
Per promuovere la salute e il benessere degli adolescenti, spiega il rapporto dell’indagine svolta in provincia di Bolzano nel 2022 (indagine HBSC) è necessario “ricercare e agire sulle caratteristiche dell’ambiente di riferimento”. “Il lavoro di prevenzione deve rivolgersi a più destinatari” e “va inserito a sistema in vari contesti”. Ecco la necessità di non lasciare il tema della salute mentale solo agli addetti ai lavori. Ognuno è chiamato, a seconda dei ruoli e delle competenze, a fare la sua parte.
Di questi temi si discute il 18 aprile a Bolzano nel convegno “La salute mentale è un diritto” (programma al link www.infopoint.bz/news). Al centro dell’incontro in particolare i “giovani, i loro bisogni e contributi (spesso trascurati)”. Organizzano Comitato UNICEF, Jugenddienst Meran/o e Cooperativa Pratica.

Autore: Paolo Bill Valente

Breve parabola di un orto abusivo

Un pezzo di terreno comunale incolto e un gruppo di giovani che fa una scelta controcorrente; ma anche qualche residente che pare non apprezzare l’iniziativa e chiama la municipale. Breve parabola di un orto abusivo.

Metti una sera a tavola con gli amici; ci si affaccia al balcone per prendere una boccata d’aria e all’improvviso ci si accorge che un pezzo di terra incolto, ricettacolo di escrementi di animali e culla per migliaia di zanzare, giace dimenticato da tutti proprio sotto il tuo naso.

Zappa, badile e olio di gomito
Sembra l’inizio di un tema di scuola, ma è la realtà: un gruppo di giovani pinetani, minorenni, invece che munirsi come tanti coetanei di bottiglia di birra e motorino per andare ad annoiarsi in qualche angolo del paese, si munisce invece di zappa, badile e paletti e nel giro di diverse ore di faticoso lavoro dapprima bonifica interamente questo pezzo di terreno, trasportando i rifiuti alla discarica comunale quindi, acquistato il necessario di tasca propria, provvede a recintare, creare un muretto e – infine – seminare e piantare….non certo vegetali dall’aspetto equivoco bensì innocui rapanelli, carote e insalata.
Un’iniziativa che non può che strappare un sorriso e un applauso per dei ragazzi che hanno dato vita a qualcosa di sano, impiegando il proprio tempo non davanti a una playstation o – peggio – devastando qualche parco giochi, come purtroppo sempre più spesso accade.
Molti sono stati infatti quelli che hanno mostrato ai ragazzi il proprio apprezzamento per aver trasformato un angolo di paese in qualcosa di utile e anche bello da vedere, sicuramente più che erbacce e rifiuti tra di esse.
Ma… c’è un ma.
Quel pezzo di terra è di proprietà del Comune. E ai ragazzi, tutti minorenni, non è passato per la testa che per abbellire il paese utilizzando qualcosa di cui nessuno se ne fa nulla potesse servire una autorizzazione.
Non è certo una giustificazione, se la burocrazia va rispettata…, per carità, facciamolo!
Ma forse sarebbe bastato un suggerimento di un adulto, ovvereo quello di andare in Comune a chiedere quale fosse la procedura corretta, e tutto sarebbe andato a buon fine.

“Un gruppo di ragazzi pinetani bonifica un pezzo di terreno incolto, trasportando i rifiuti alla discarica, compra il necessario di tasca propria, lo trasforma in un orto. Ma poi qualcuno
chiama i vigili…”

La “vittoria” di chi ha denunciatio i ragazzi
Pare però che a qualcuno del quartiere piacesse di più la vista sul terreno incolto, piuttosto che su un gruppo di giovani intenti a un sano lavoro.
Fatto sta che chi preferiva il pezzo incolto ha pensato bene di avvisare la municipale di Laives che – come da protocollo – ha provveduto a far smantellare l’orto che risultava, appunto, abusivo.
Che grande vittoria deve aver pensato chi ha denunciato questi ragazzi, temendo forse che l’orticello potesse trasformarsi in area rave party o qualcosa di simile.
Ma i ragazzi non ci stanno. Attraverso i social e i giornali hanno fatto sentire forte la voce di chi, credendo di aver fatto cosa buona e giusta, si è ritrovato punito per aver ignorato un regolamento.
Forse preferiamo quei gruppi di ragazzi che trascorrono il tempo insozzando i parchi giochi o con lo sguardo perso nel telefonino.Ma fortunatamente la popolazione di Pineta ha risposto con un’ondata di solidarietà e l’eco di questa vicenda ha raggiunto le aule della politica.
I ragazzi sono stati infatti ricevuti, su loro richiesta, dal vicesindaco Seppi e dall’Assessora alle Politiche Sociali Claudia Furlani.
Non sono ancora noti i risvolti di questo incontro ma la speranza, non solo dei ragazzi ma anche di una larghissima parte della comunità, è che il Comune – svolte le necessarie pratiche burocratiche, autorizzi i ragazzi a proseguire la loro avventura vegetale e che possa anzi, tramutarsi in esempio per altri giovani.
Rimane l’amarezza di sapere che ci sono cittadini che non sanno vedere il buono quando c’è, ma chissà: magari quest’esperienza servirà a loro per ricredersi.

Autrice: Raffaella Trimarchi

I vecchi tempi del “Pisano”

L’aria della contestazione del Sessantotto non era ancora arrivata a Merano o perlomeno era un debole venticello. A quell’epoca all’Istituto Leonardo Pisano, per tutti la “ragioneria”, c’erano cinque classi soltanto. Tra esse quella che nell’anno scolastico 68/69 era la quinta, era nata quattro anni prima con un numero impressionante di iscritti: quasi quaranta.

Il primo giorno che ci presentammo a scuola, ancora nell’edificio di via Mainardo, non ci stavamo nella classe. Eravamo un mix davvero eterogeneo: maschi e femmine quasi in eguale numero, meranesi, pendolari dalla Val Venosta, alcuni che venivano da Cles; una di noi, Margherita, veniva addirittura dall’Emilia al seguito di sua sorella che era la “profe” di matematica.
Quelli in pari con gli anni scolastici che venivano dalla terza media erano pochi. C’erano ragazzi che già alle medie avevano perso qualche colpo (non era mica come oggi che si promuovono tutti!), altri ancora avevano alle spalle già due anni di una scuola professionale e arrivavano alla ragioneria perché volevano un diploma un po’ più di peso.
Insomma, si andava dai 14 ai quasi 18 anni di alcuni. L’anno successivo, in seconda e poi ancor di più in terza, il numero si assottigliò.
Qualcuno lo “segarono”, altri proseguirono gli studi in altre città, altri ancora pensarono che la scuola non facesse per loro e cambiarono strada.

“Nell’allora teatro e cinema Corso inscenammo una seduta spiritica in cui si evocava lo spirito di Andreas Hofer, che ballando il can can con due signorine in Dirnld dichiarò: ‘Mettete dei fiori nei vostri cannoni, perché non faccio la guerra, faccio l’amore’ “

Le sfide ai tornei studenteschi
In tutto questo mix e ovviamente con il contributo delle altre classi, era facile pescare atleti e giocatori validi e così la Ragioneria eccelleva nello sport: basket e calcio soprattutto ma anche atletica leggera. Epiche furono le sfide con Magistrali e Liceo Classico nei tornei studenteschi dove, ci perdoneranno gli altri questa punta di campanilismo, il Pisano per diversi anni maramaldeggiò.
Nucleo centrale era quella classe lì che forniva attaccanti, terzini, portieri, e ancora pivot e cestisti, e che diede la stura alla prima formazione di calcio femminile per un mitico incontro di calcio, ovviamente vittorioso, contro la pari formazione delle Magistrali. Ma da quella classe partì anche un’ esperienza artistica in occasione di un Festival studentesco provinciale.

Mettete dei fiori nei vostri cannoni
In tempi in cui l’eco degli attentati dinamitardi non si era ancora spento, a parlare di Andreas Hofer ci voleva un gran bel coraggio, soprattutto davanti ad un platea, nell’allora teatro e cinema Corso a Bolzano, all’angolo fra Corso Libertà e Via Virgilio. Ebbene con l’aiuto della professoressa Livia Del Treppo inscenammo una seduta spiritica in cui un medium siciliano, uno Schütze, un giornalista trentino e una donna di facili costumi (chissà come ci venne l’idea!) dovevano evocare lo spirito del patriota sudtirolese perché lo Schütze voleva sapere da lui che fare nella situazione contingente.
Il medium non riusciva a concentrarsi, distratto come era dall’avvenenza della ragazza che lo provocava, e così invece di Hofer si presentò Nerone che cantava accompagnandosi con una lira.
Ritrovata la concentrazione, il medium la seconda volta fece apparire Andreas Hofer accompagnato, a sorpresa, da due damigelle in dirndl, che con lui ballrono il can-can. “Anderle dacci nuove istruzioni”, chiese lo Schütze; e Hofer gli risponse “Mettete dei fiori nei vostri cannoni, perché non faccio la guerra, faccio l’amore”. Si trattava di un messaggio chiaro e forte che arrivava dagli studenti e che non mancò di suscitare approvazione in sala e commenti il giorno dopo sui quotidiani locali.

Quando la musica riesce ad unire
Ma non è tutto. In quell’edizione del Festival Studentesco la band che rappresentava il Pisano vinse il primo premio nella sua sezione: erano Gli Erranti che presentarono “Guitar Bugie” un brano solo suonato degli Shadows, “Winchester Cathedral” della New Vudeville Band e, fresca fresca da Sanremo, “Pietre” di Antoine. Quell’esperienza creò un clima nuovo, diverso e di amicizia in quella classe. Un’amicizia che proseguì ed esplose in quinta al momento della classica gita di fine corso a Firenze, quando, più maturi e consapevoli, diventammo davvero amici.

L’amicizia prosegue anche da adulti
E amici lo siamo ancora oggi visto che per oltre cinquant’anni ci siamo ritrovati a cene annuali e nonostante le vicende della vita abbiano fatto sì che alcuni siano andati avanti e altri siano lontani, appena possiamo ci ritroviamo ancora, tanti o pochi non importa, ma amici sempre.

Non esistevano “stinchi di santo”
In questi giorni circola in rete un monologo da Zelig in cui si parla del registro elettronico di classe. “Noi non ce l’avevamo – dice Antonio Ornano – e potevamo tranquillamente marinare la scuola e trascorrere una spensierata mattinata”. Molti di noi sono stati protagonisti di questa epopea e sono mancati in classe per giorni e giorni interi, mentre altri (soprattutto altre!) erano disciplinatamente in classe, ma alla fine la gran parte di noi nella vita ha conseguito una laurea, è diventato stimato professionista, professore, imprenditore, amministratore pubblico, ha sviluppato una carriera aziendale di alto profilo o più semplicemente, ma non con meno dignità, si è dedicato alla famiglia. Eravamo fortissimi! Siamo fortissimi!

Autore: Enzo Coco

Un atelier tutto per sé: i ritratti fotografici di Ilka Révai

Fra i numerosi ebrei che giunsero a Merano a partire dal 1832 diverse erano le provenienze geografiche, la posizione sociale, il senso di appartenenza, l’attitudine alla frequenza della sinagoga o l’attenersi alle rigide regole. Del pari numerosi erano gli ebrei assimilati e non pochi coloro che avevano percorso molto prima delle leggi razziali la strada della conversione alla fede evangelica o cattolica. Quando nazismo e fascismo strinsero d’assedio l’Europa ogni persona anche solo di lontana origine ebraica fu irrimediabilmente in trappola.

Fu un problema di salute, un disturbo alla laringe, a condurre a Merano nel 1911, la trentottenne fotografa ungherese Ilka Révai. Allieva del fotografo ebreo Aladár Székely, al secolo Aladár Bleier (1870 – 1940), il primo rappresentante del realismo fotografico ungherese, se ne emancipò presto dando vita ad un atelier autonomo. Artista matura e già affermata in patria, sicura di sé, e dotata di spirito imprenditoriale, pensò di sfruttare le potenzialità del luogo aprendo un atelier fotografico proprio. Città di cura, frequentata da una società colta e assai agiata, Merano prometteva molti clienti sia per le sue fotografie artistiche che per altri manufatti.
Estremamente accorta, Ilka non lasciava nulla al caso e nel settembre 1913 si rivolse alla Camera di Commercio e Industria di Bolzano richiedendo un certificato di competenza che confermasse che le sue fotografie erano da considerarsi “prodotti di libera arte”.
Creò la sua rete di conoscenze iscrivendosi al Meraner Künstlerbund e partecipando alle esposizioni con le proprie opere fotografiche. Per il suo atelier e laboratorio fotografico scelse non a caso vicolo Fossato Molino 4, proprio accanto all’hotel e ristorante casher Starkenhof.
L’hotel di proprietà della famiglia Bermann, aperto sin dal 1874, fu polo assai frequentato sia dalla popolazione ebraica locale che da quella, ampia e variegata per provenienza, dei turisti di cura. Possiamo evincere la sua particolare tecnica fotografica leggendo il resoconto che ne fece un visitatore del suo atelier sulla rivista Meraner Kurzeitung. Egli spiegava che sulle fotografie l’artista non interveniva con dei ritocchi.
Solo l’intensità della luce trovava una giusta equalizzazione elaborandone le lastre. In questo modo ad ogni fotografia veniva conferita una sua unicità, una sua individualità e un effetto artistico quasi pittorico.
Ilka Révai decise di farsi conoscere anche attraverso una inserzione sulla stampa locale e in particolare sulla Meraner Kurzeitung, rivista che poteva essere facilmente rintracciata dai turisti di cura anche nella Sala di lettura del Kurhaus. Espose più e più volte nelle collettive organizzate dal Meraner Künstlerbund. Ebbe quindi modo di condividere la sala espositiva con Maria Radio von Radiis, Ellen Tornquist e Ada von der Planitz. Presentò le sue fotografie artistiche anche nella Gewerbehalle. Stando ai giornali del tempo, alle sue mostre Ilka Revai esponeva teste di uomini e donne assai realistiche, “nelle quali si potevano osservare tanto la morbidezza delle carni che i pori della pelle. Insomma ritratti assai lontani dall’essere paragonati a mere teste di porcellana prive di un’anima”.
Oltre alle fotografie proprie, Ilka esponeva prezioso artigianato ungherese che pubblicizzava invitando gli amanti del bello a visitare il suo atelier e a prendere visione dei pezzi unici esposti.
Nel 1913, ad esempio, fu in grado di far conoscere una serie di arazzi prodotti dalla Scuola Nazionale Ungherese di Gobelin.
Le fotografie qui esposte mostrano il ritratto per cui nel 1917 Ilka Révai divenne famosa in patria e cioè il ritratto di Lajos Kassak (1887 – 1967). Scrittore, artista e giornalista ungherese, rappresentante del Futurismo che conobbe in Italia e di cui introdusse i programmi in patria tentando di conciliarli con le sue convinzioni socialiste, Kassak aveva dato vita anche alla rivista d’avanguardia MA, dove formulò il programma teorico del Costruttivismo ungherese e alla quale contribuiva pure Ilka Révai. Lo scrittore è colto di fronte, ma il volto e lo sguardo sono rivolti verso il basso come se fosse intento a scrivere o a leggere.
La luce evidenzia solamente il viso, mentre si intravede il rever della giacca e il maglioncino, lo sfondo è indistinto ad arte proprio per dare maggior risalto ai tratti somatici e alla carica psicologica che da esso traspare.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La via dedicata a Wolfgang von Goethe

Via Goethe: è una via importante, sia perché collega piazza Domenicani a piazza Erbe, sia perché dedicata ad un personaggio centrale della cultura europea. Johann Wolfgang Goethe era nato a Francoforte sul Meno il 28 agosto 1749. Dopo aver esercitato per qualche tempo l’avvocatura, ottenne fama con il dramma “Götz di Berlichingen” (1773) e con il romanzo epistolare “I dolori del giovane Werther” (1774). Va tenuto conto anche degli Inni, quali “Il viandante”, “Ganimede”, “Prometeo”, dei drammi minori, come “Urfaust”, considerato la prima stesura del “Faust”. Entrato a far parte della corte di Carlo Augusto (1757-1828), duca di Sassonia-Weimar, ne fece un centro di vita intellettuale. Il nuovo ambiente sereno, l’amore per Charlotte von Stein (1742-1827), l’amicizia del poeta e drammaturgo Johann Christoph Friedrich von Schiller (1759-1805) e dello scrittore e filosofo Johann Gottfried von Herder (1744-1803), i due viaggi in Italia (1786 e 1790), placarono il suo animo, agevolando la sua ispirazione in cui si era compiuta la compenetrazione fra il mondo tedesco e quello della classicità greca e latina. Sono di questo periodo drammi, come “Le affinità elettive” (1809), romanzi, come “Gli anni di peregrinazione di Wilhelm Meister” (1829). Fino alla morte Goethe lavorò alla stesura del “Faust”, dramma che ideò nel 1772, rielaborò nel 1808 e terminò nel 1831. Si interessò anche alla scienza; scrisse “Metamorfosi delle piante” (1790) e “Teoria dei colori” (1810). Non mancano gli scritti autobiografici, come “Viaggio in Italia” (1816-1817). Il 16 marzo 1832 Goethe si ammalò e morì a Weimar il 22 marzo. Ultime sue parole, si dice, sarebbero state: “Macht doch den zweiten Fensterladen in der Stube auch auf, damit mehr Licht hereinkomme” (Aprite anche la seconda imposta nella stanza, affinché entri più luce). Fu sepolto il 26 marzo nella tomba dei Duchi di Sassonia-Weimar.

Autore: Leone Sticcotti

L’Allmende tra Caldaro e Cortaccia

Chiunque oggi attraversi la Bassa Atesina tra Bolzano e Trento incontra un territorio quasi interamente destinato alla coltivazione intensiva di mele o uva. Ma non è stato sempre così. Per molto tempo – e parliamo di migliaia di anni – la valle era occupata soprattutto dall’alveo esteso del fiume, da una fitta boscaglia e da un’ampia distesa di terreni incolti o utilizzati come pascolo.

Il godimento collettivo del territorio ovvero i cosiddetti usi civici come pascolatico, erbatico, caccia, legnatico e altri era definito “Allmende” o “Gemein” ed era tradizionalmente riservato da tempi remotissimi a tutti cittadini residenti in un determinato comune. I comuni di Caldaro, Termeno e Cortaccia, i cui diritti di fruizione del “Moos” risalirebbero addirittura al vescovo trentino S. Vigilio, erano comproprietari delle ampie paludi attorno e a sud del lago di Caldaro nella misura di metà quello di Caldaro e di un quarto ciascuno gli altri due.
Il primo regolamento scritto riguardante l’utilizzo di questi terreni incolti risale al 1534. Ovviamente regolamentava i diritti e doveri dei singoli comuni e nello stesso tempo serviva a prevenire i continui contenziosi o le piccole baruffe tra contadini che si contendevano il fieno per le bestie o la legna da ardere. Una modifica introdotta nel 1688 proibì addirittura ai contadini di recarsi – come probabilmente accadeva – nei campi armati di pistole, sciabole, pugnali o altre armi.
Era invece consentita l’attrezzatura indispensabile per il lavoro come falce e rastrello o, nel caso di taglio di piante, delle asce o seghe. Inoltre era assolutamente vietato riunirsi in “compagnie” di più di due uomini per volta, ciascuno con una sola falce onde evitare provocazioni, discussioni troppo accese e scontri armati.
Problemi nascevano anche tra usi civici del Gemein e i proprietari privati di terreni quali nobili, conventi o grandi possidenti. In particolare era interdetto a questi ultimi di “allargare” arbitrariamente i confini dei propri appezzamenti con recinzioni erette di sotterfugio o piantumazione di vigne sui terreni del Gemein, pena la rimozione forzata.
Il cambiamento è avvenuto grazie alle copiose opere di bonifica effettuate a partire dal XVIII secolo dapprima nella zona di Bolzano denominata “Neufeld” e quindi anche in tutti i comuni della Bassa Atesina fino a Kronmetz / Mezzocorona. Sia la regolazione del corso dell’Adige che la realizzazione di grandi fossati capaci di “drenare” i terreni hanno permesso ai comuni di recuperare i terreni coltivabili da assegnare soprattutto alle famiglie meno abbienti.
Il concetto teresiano di riforma agraria prevedeva proprio la piccola proprietà diffusa come mezzo per combattere la povertà e la fame. Ovviamente non tutti erano felici di queste scelte “sociali”: in particolare i grandi latifondisti e signori feudali che storicamente “occupavano” la parte migliore e coltivabile della valle temevano la concorrenza e l’invadenza dei piccoli coltivatori diretti. Il valore dei loro terreni rischiava di scendere notevolmente.
Anche i pastori e allevatori non vedevano di buon occhio le bonifiche e assegnazioni. Ciò nonostante, la politica di Maria Teresa si impose e i comuni, che di fatto erano i proprietari delle centinaia di ettari di campi bonificati, iniziarono a “spartire” (da qui il nome Part o, in tedesco, Toaler, come per esempio nel comune di Laives) tra i contadini dei paesi dei piccoli appezzamenti di terra che garantissero una sorta di minimo vitale alle famiglie.
Nella distribuzione della terra si teneva conto delle sue dimensioni ma anche della sua qualità. Chi riceveva un campo qualitativamente buono a volto si doveva accontentare di una metratura minore, chi invece accettava terreni meni appetibili in compenso poteva godere di qualche metro quadro in più.

Autore: Reinhard Christanell

Endidae, la cultura al primo posto

“Impegno” e “opportunità” sono i termini che hanno caratterizzato l’attività dello scorso anno della Biblioteca Endidae di Egna. E mentre si pensa ai tanti eventi in programma per questo 2024, gli operatori tracciano un bilancio della scorsa stagione, in cui sono state organizzate iniziative che hanno coinvolto molti scrittori riscuotendo un buon successo di pubblico.

La Biblioteca Endidae ha offerto al proprio pubblico la possibilità di incontrare e interagire con numerose figure del mondo della letteratura con molti autori quali Luca Fregona, Ettore Frangipane, Vito Mastrolia o Mariarita Di Pasquale, per citarne alcuni.
E a fronte del successo riscosso, gli incontri verranno proposti anche nelle prossime settimane.
La biblioteca è stata anche organizzatrice di viaggi culturali, per esplorare mostre d’arte nelle principali città del nord Italia, e di laboratori per ragazzi, ai quali hanno preso parte anche i giovani lettori delle scuole materne di Egna e Laghetti. E a proposito di scolari, da citare è anche la collaborazione con le scuole medie di Egna: “visite guidate alla struttura, e cacce al libro che hanno suscitato l’interesse degli studenti e favorito la familiarità con la biblioteca come risorsa educativa”, spiega il bibliotecario Vittorio Novelli.
Per quanto riguarda il punto di lettura, Novelli riferisce come su impulso del collega di Salorno, Claudio Tommasini, “è stato attivato un gruppo di lettura, in condivisione tra la nostra biblioteca e quelle di Ora e Salorno, che si è riunito più volte alterandosi nelle sedi delle diverse biblioteche. Il 2023 è stato necessario anche per mantenere e rafforzare alcune collaborazioni significative, per offrire agli utenti un’ampia gamma di servizi e iniziative culturali”.
Tra le collaborazioni di spessore c’è quella con la “Cooperativa 19”, proseguita con successo attraverso l’innovativo progetto “Artoteca”, che ha consentito l’esposizione di opere d’arte direttamente in biblioteca; offrendo all’utenza la possibilità di prendere in prestito queste opere d’arte, trasformando così lo spazio della biblioteca in un ambiente culturale dinamico e interattivo. “Questa iniziativa ha contribuito ad ampliare l’esperienza culturale degli utenti, portando l’arte direttamente nelle loro mani”, prosegue Novelli.
La biblioteca di Egna ha poi organizzato corsi di inglese, francese e tedesco, offrendo agli utenti l’opportunità di sviluppare le proprie competenze linguistiche. “Inoltre, l’iniziativa Lingue al cinema, film in lingua originale sottotitolati, ha fornito un modo innovativo per apprendere e praticare le lingue straniere”.
Grazie alla collaborazione con l’Associazione scrittori di Bolzano, è stato promosso un ciclo di presentazioni che si è svolto non solo nella sede principale, ma anche in altre biblioteche pubbliche, tra cui Salorno, Cortina e Ora. L’iniziativa “Il territorio che scrive – Rassegna di libri di autori altoatesini”, ha l’obiettivo di familiarizzare il pubblico con gli autori locali. “Da gennaio a dicembre, sono state organizzate dieci presentazioni da noi, 6 serate a Ora e 8 divise a metà tra i punti di Salorno e Cortina – afferma Novelli -. Questo ciclo di eventi ha contribuito a creare un legame più stretto tra la comunità e gli scrittori altoatesini, portando alla scoperta e all’apprezzamento del talento letterario presente nel territorio”.
Ora si punta a riproporre “Bibliolido”, un servizio di prestito estivo al Lido di Egna, attivo 34 ore settimanali, con a disposizione dei bagnanti una scelta di 700 libri, alcuni quotidiani e numerose riviste.
Lo stand sarà gestito anche quest’anno da uno studente, impiegato dal Comune attraverso la formula del tirocinio formativo e di orientamento, sotto la supervisione dei bibliotecari.

Autore: Daniele Bebber