Un orto sociale per l’integrazione

Il titolo del progetto è “Cultivate your Culture”, coltiva la tua cultura, e non è certo stato dato a caso. Il Gruppo giovani Flowers di Bronzolo lo ha scelto per indicare un’iniziativa volta a creare insieme ai ragazzi un orto sociale, luogo di comunicazione, integrazione ed interazione. E in attesa dello spazio necessario, i giovani stanno “studiando” al maso Gerwies.

// Di Luca Masiello

“Vogliamo riconnettere i giovani alla natura, vorremmo che abbandonassero cellulari e videogames per stare con i loro coetanei all’aria aperta, divertendosi, imparando e facendo qualcosa che li porti a creare qualcosa. Con l’orto sociale si promuove la collettività, il senso di comunità, l’inserimento lavorativo e, più in generale, il benessere per i ragazzi.”
Sono queste le parole di Valentina Scianamè, educatrice del Gruppo Giovani Flowers, che sta seguendo i giovani di Bronzolo in questo nuovo percorso intrapreso.  

Valentina Scianamè, come è nata l’idea dell’orto sociale?

La richiesta di un orto aperto a tutti è frutto di una idea di un giovane volontario del Gruppo Giovani Flowers, oggi vicepresidente del sodalizio, Wualid Sghaier, che ha sviluppato l’dea con il presidente Ruben Sadei e la coordinatrice Valentina De Laurentis. Noi abbiamo il compito di sostenerlo e di accompagnarlo nello sviluppo di questa iniziativa, in modo tale che i giovani diventino protagonisti nella propria comunità. Attraverso la gestione di un orto sociale costruiamo un luogo di incontro per le diverse culture presenti sul territorio e per tutte le persone appartenenti alla comunità che ancora oggi sono poco integrate, discriminate o emarginate.  Il progetto ha infatti come obiettivo primario l’inclusione sociale di tutte le persone, a prescindere dal sesso, disabilità, etnia, origine, religione e status economico o altro. 

Dove si trova questo orto?

Lo spazio fisico ancora non c’è, ma ci sono le premesse affinché si resca a crearlo all’altezza della rotonda fra Bronzolo e Vadena, su uno spazio appartenente al Comune di Bronzolo, il quale non solo ha creduto ma anche supportato fin da subito il nostro progetto. “Cultivate Your Culture” mira a far nascere un luogo aperto a tutti, proprio vicino alle panchine e un salice piangente dedicati alle persone affette da demenza e realizzate attraverso un progetto di “Sentemente”, al quale il Gruppo Giovani Flowers ha partecipato oin sede di allestimento. Attraverso la realizzazione dell’orto sociale e la cura del verde pubblico, anche mediante dei fiori, si intende a conseguire l’obiettivo secondario di valorizzare un’area che è già stata scenario di attività collettive e si è dimostrata essere un punto di riferimento per la comunità  .

Ma nel frattempo già vi trovate per elaborare il progetto…

Ogni sabato mattina ci troviamo al maso “Gerwies”, proprio alle porte di Bronzolo. Qui è in atto un un progetto realizzato da Christoph Pizzini allo scopo di riportare in vita una agricoltura sostenibile e che non vada a impattare negativamente sull’ambiente. Christoph e il suo team mettono a disposizione dei ragazzi il supporto tecnico, pratico e anche formativo, durante il processo di progettazione e coltivazione. Il maso Gerwies è il punto di inizio per costituire le basi tecniche nello sviluppo di un orto a regola d’arte. Inoltre, l’associazione Libera Scuola di Agricoltura Sinergica “Emilia Hazelip”, fornirà un corso base teorico volto a promuovere una conoscenza più a 360° sull’argomento.  

Quali sono i prossimi passi?

Il progetto si compone di più fasi, che si sviluppano nell’arco di sei mesi.  Gli incontri saranno diversi tra loro, in quanto alcuni richiedono una partecipazione attiva del gruppo, mentre altri saranno gestiti dagli esperti del settore.  Nella seconda fase invece gli incontri si svolgeranno nel luogo prescelto per la concretizzazione del progetto, quindi all’aperto, sul campo. Qui avrà luogo l’inizio vero e proprio del progetto ovvero la costruzione e gestione dell’orto, e al termine del progetto ci sarà una premiazione. 

Ci sarà una forma di riconoscimento per i ragazzi?

Sono previsti due premi di merito: il primo è per il volontario dell’associazione Flowers che si è distinto nel progetto vincendo un viaggio di due settimane a fare volontariato ambientale. Il secondo premio invece è destinato ai due partecipanti, che all’inizio del progetto non si conoscevano e hanno maggiormente legato. Vinceranno un buono di 100 euro da poter spendere insieme in una esperienza di tipo culturale a loro scelta.  

Autore: Luca Masiello

Se il palco è accanto alla strada

Il loro esordio davanti alle telecamere di Mamma Rai è stato strepitoso: una standing ovation ha accolto la loro prima esibizione, con la quale si sono guadagnati il diritto di competere in finale con altri artisti di strada di altissimo livello. Naimana Casanova e Daniele Tommasi non hanno vinto il primo premio ma, partecipando al programma “Dalla strada al palco” condotto da Nek, hanno vissuto una bella favola. La prima di una lunga serie.

Lei è una cantante lirica, lui un mimo e ventriloquo, ed entrambi sono piuttosto conosciuti per le loro performance artistiche che allietano le vie dell’Alto Adige. La voce di Naimana Casanova fa ormai quasi parte dei suoni del centro di Merano, e i pupazzi cantanti di Daniele Tommasi non passano certo inosservati. Poi il caso ha voluto che si incontrassero, e la scintilla artistica che ne è scaturita ha portato lei ad entrare nel magico mondo della ventriloquia, lui a migliorare l’arte del bel canto, per poi arrivare in coppia in prima serata su Rai2. 

Naimana Casanova, come siete arrivati a partecipare a “Dalla strada al palco”?

È  successo un annetto fa, ero stata contattata dagli autori del programma: un talent scout mi aveva notata a Merano, ha esaminato dei miei video che avevo pubblicato sui social e poi mi aveva chiesto di partecipare ad un provino come cantante lirica. Avevo accettato, anche se solo da remoto perché non potevo recarmi a Milano in quei giorni. Si erano dimostrati interessati ma il provino non lo avevo passato:  non mi sentivo in forma, avevo problemi con la voce. Poi, pochi mesi fa, mi hanno ricontattato ed ho chiesto di poter partecipare al provino in coppia con Daniele come ventriloqui. Ho inviato un nostro video, abbiamo passato il provino e dopo poche settimane ci hanno invitato in studio a Milano.

Da cantante lirica a ventriloqua, un bel passaggio. Come è successo?

Il ventriloquismo è una passione nata dalla mia innata curiosità. Spinta dalla passione per la musica della mia mamma, ho iniziato la mia carriera fra le sette note con il violino, e successivamente mi sono dedicata al canto. Mi sono diplomata al Conservatorio di Genova, città in cui sono cresciuta e alla quale devo molto, poi mi sono trasferita a Merano, dove fra insegnamento e arte di strada ho trovato la mia dimensione. Un giorno, per caso e neppure troppo tempo fa, mi sono imbattuta in Daniele. Si stava esibendo per strada ed ero rimasta ammaliata dalla sua capacità di sdoppiarsi: stava eseguendo un’aria di Mozart cantando da baritono, ed aveva in mano un pupazzo, una mucca, che cantava da controtenore. Era interessantissimo ed estremamente divertente; così ci siamo conosciuti, ho scoperto che ha studiato da mimo, e nonostante abbia una bellissima voce e un’ottima intonazione era praticamente un autodidatta. Era da tempo che pensavo ad uno spettacolo in coppia con un pupazzo, pensavo di registrare una voce da tenore ed esibirmi interagendo con esso cantando con la mia voce; avevo anche guardato dei video in cui si spiegano i “segreti” dei ventriloqui, ma avevo abbandonato subito, mi sembrava una cosa inarrivabile, troppo difficile per me.

E invece ha scoperto un nuovo mondo…

Esattamente, un mondo divertentissimo, un’arte davvero complicata sotto molti aspetti: cantare senza muovere le labbra è difficile, ma lo è soprattutto coordinare il movimento del pupazzo. E anche dal punto di vista psicologico non è una passeggiata: sentire la propria voce uscire da un pupazzo è a tratti imbarazzante, non ci si sente mai davvero all’altezza della situazione. Il ventriloquismo è una disciplina a sé, è interessantissima. 

Come ha scelto il suo pupazzo, la pecora Belinda? 

L’ho letteralmente scippata a Daniele (ride, ndr). Lui mi aveva comprato una giraffa, ma non mi piaceva, aveva la bocca troppo grande, e poi un alpaca. Lui invece aveva questa pecora, che mi era molto simpatica; ho insistito per farmela regalare, me l’ha imprestata per qualche giorno e alla fine anche lui ha capito che “doveva” essere mia. Si chiama Belinda in onore della mia città d’origine, ma è anche il nome di un personaggio dell’opera “Didone ed Enea” di Purcell.

Cosa si prova entrando per la prima volta in uno studio televisivo?

Tanta emozione, come si può facilmente immaginare; quando siamo entrati per la prima volta nello studio ci sembrava qualcosa di troppo grande, al di fuori dalla nostra portata. Poi, però, ci siamo fatti coraggio, anche perché ad esibirsi c’erano solo artisti di strada, quindi colleghi, persone come noi. 

E di Nek, cosa può dire? 

C’è stato un periodo in cui ascoltavo spesso le sue canzoni; ricordo che quando ancora vivevo in Liguria continuavo a mettere i suoi pezzi nel juke box del bar che frequentavo regolarmente. Quando l’ho incontrato per la prima volta in Rai pensavo di trovarmi di fronte un personaggio irraggiungibile, quella star che sentivo cantare dalla radio e che vedevo nei primi posti della hit parade. Poi, invece, si è rivelata una persona gentilissima, umile, uno di quelli che ti fanno sentire subito a tuo agio, che ti infondono tranquillità, che ti parlano come se ti conoscessero  da sempre.

Cosa vi ha portato questa esperienza, che cosa resterà nel vostro cuore? 

Tanta felicità e serenità, guardando al futuro. Dopo la nostra performance in televisione abbiamo ottenuto una grande visibilità, siamo stati contattati da molte persone per fare degli spettacoli. Ne stiamo studiando uno nuovo, in cui interagiamo con i pupazzi, li facciamo parlare, e cantiamo con loro i brani più famosi della musica italiana, dalla canzone all’opera.

Autore: Luca Masiello

Famiglia

Com’è noto nei giorni scorsi in Italia si è svolta la terza edizione degli “stati generali” della natalità, che hanno anticipato solo di qualche giorno la giornata mondiale della famiglia, che si celebra ogni anno il 15 maggio. 

Molte sarebbero le cose da dire, in merito. Per quanto riguarda gli “stati generali” senz’altro sono da evidenziare da un lato l’impegno preso dalla premier ad incrementare finalmente il sostegno pubblico, economico e non solo, alle donne e alle famiglie che desiderano avere dei figli. E dall’altro il monito del papa, a “non contrapporre accoglienza e natalità”. 

Non sono impegni da poco, né per la leader civile né per quello religioso. 

La premier infatti basa statisticamente il suo consenso su un elettorato non giovanissimo, per usare un eufemismo, e nel quale è piuttosto diffusa una certa avversione nei confronti degli stranieri che, in un modo o nell’altro, arrivano nel nostro paese. Il medesimo problema anagrafico nel suo “gruppo di consenso” ce l’ha anche il capo della chiesa cattolica che, nell’accoglienza, deve anche superare l’ancestrale “diffidenza” nei confronti dei fedeli di altre religioni. 

Se andiamo più nello specifico, per quanto riguarda la famiglia e la natalità, forse è utile ricordare il motivo per cui la giornata mondiale della famiglia è stati varata dall’ONU 30 anni orsono, nel 1993. Questa ricorrenza è stata istituita per “diffondere una maggiore consapevolezza a livello globale in merito ai processi sociali, economici e demografici che coinvolgono le famiglie nel mondo”. 

Va senz’altro sottolineato che i “problemi” che incontrano oggi le famiglie come nucleo fondamentale della società, sono profondamente diversi tra un paese e l’altro, muovendosi tra i continenti. Le cause sono molteplici: culturali, economiche, religiose, ecc. Per questo la giornata mondiale delle famiglie in qualche modo rappresenta un richiamo ad affrontare questa tematica insieme, rilanciando principi e valori, che si basino sulla condivisione e il sostegno vicendevole. 

Il nord e il sud del mondo vivono il “problema” della natalità in modo assolutamente speculare. Per questo occorre valorizzare un dialogo che metta al centro innanzitutto un concetto condiviso di famiglia, in cui la donna non sia in nessun modo discriminata. E in cui la nascita dei figli sia una responsabilità condivisa al 100%, non solo nella coppia ma anche nella società, nell’ottica della costruzione del futuro. Il futuro di tutti noi.

Autore: Luca Sticcotti

“Eureka!” avvicina i tuoi figli alle scienze, divertendoli

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Il bando “Eureka!” rappresenta un’opportunità unica per tutti i genitori che vogliono avvicinare i propri figli al mondo della scienza in modo divertente ed entusiasmante. “Eureka!” è dedicato a tutti i bambini che hanno una passione per la scienza e che desiderano scoprire i segreti del mondo che ci circonda attraverso l’esplorazione, l’osservazione e l’apprendimento attivo.

Il tema del bando è l’esplorazione spaziale e la partecipazione è aperta a tutti i residenti dell’Alto Adige, suddivisi in due categorie d’età: 8-12 anni e 13-18 anni. I partecipanti possono candidarsi con un’invenzione, un’opera artistica o un video (max 5 minuti) ispirati all’esplorazione spaziale. Basta un’idea che venga rappresentata: un disegno può bastare, ma è meglio non perdere l’occasione di provare a realizzare un prototipo o un oggetto vero e proprio.

L’importanza della conoscenza delle scienze per le nuove generazioni non può essere sottovalutata. Viviamo in un mondo sempre più tecnologico e la conoscenza scientifica è indispensabile per comprendere e affrontare le sfide della società contemporanea. Promuovere l’interesse per le scienze fin dall’infanzia può essere un passo importante per preparare i nostri figli al futuro e per creare cittadini consapevoli e competenti.

Il bando “Eureka!” è un’occasione da non perdere per tutti i genitori che vogliono promuovere la passione scientifica dei propri figli e offrire loro un’esperienza educativa innovativa e divertente. Grazie a questo progetto, i bambini potranno imparare, sperimentare e divertirsi con la scienza, in un’esperienza che li aiuterà a sviluppare la loro curiosità, creatività e capacità di problem solving.

Nel 1978, un giovane inventore di nome Taylor Wilson aveva solo 14 anni quando costruì un reattore nucleare nel garage di casa sua. Wilson era appassionato di fisica nucleare e decise di mettere in pratica le sue conoscenze per creare qualcosa di unico.

Il reattore di Wilson utilizzava il torio come carburante, che era meno pericoloso dell’uranio e non poteva essere utilizzato per creare armi nucleari. Wilson presentò il suo reattore alla fiera della scienza locale, dove venne notato da alcuni scienziati del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti.

Questo incontro portò Wilson a incontrare altre persone nel campo dell’energia nucleare, che gli diedero la possibilità di visitare il Laboratorio Nazionale di Los Alamos, dove lavoravano alcuni dei maggiori esperti di energia nucleare del mondo. Grazie alla sua passione e alla sua creatività, Wilson divenne il più giovane scienziato a lavorare presso il Laboratorio Nazionale di Los Alamos.

L’esperienza di Taylor Wilson dimostra come anche i giovani con una passione per la scienza e la tecnologia possano fare grandi cose, e come il loro lavoro e la loro creatività possano essere riconosciuti e premiati.

Nel 1957, l’Unione Sovietica lanciò il primo satellite artificiale della storia, lo Sputnik 1. Questo evento segnò l’inizio della corsa allo spazio tra le superpotenze del mondo, e fece nascere l’interesse per l’esplorazione spaziale in tutto il mondo.

In quel periodo, un giovane inventore americano di soli 18 anni, di nome Robert Patch, decise di creare un modello di razzo spaziale in miniatura, che funzionasse realmente. Dopo aver passato un anno a studiare la progettazione dei razzi, Patch riuscì a creare il suo modello funzionante.

Il razzo di Patch funzionava e poteva essere lanciato in aria, raggiungendo un’altezza di oltre 100 metri. Il giovane inventore inviò una richiesta di brevetto per la sua invenzione, che gli venne concessa nel 1962. 

Nel 2018 una studentessa di 18 anni di nome Rifath Sharook ha sviluppato il satellite più leggero al mondo. Il satellite, chiamato KalamSat, pesava appena 64 grammi e conteneva un computer volto a raccogliere e trasmettere dati sulla pressione e la temperatura dell’aria in orbita. Il satellite è stato lanciato dalla NASA e ha volato per circa 12 minuti prima di atterrare in mare. Sharook è stata la prima studentessa dell’India a essere invitata alla NASA, dove ha presentato il suo lavoro.

Un altro esempio è quello di Danielle George, una scienziata e ingegnere elettronica britannica che ha lavorato su diversi progetti spaziali, tra cui il rover ExoMars e il telescopio spaziale James Webb. Nel 2014, ha tenuto una popolare conferenza TED sulla scienza e l’ingegneria, in cui ha dimostrato come un drone controllato da un telefono cellulare potrebbe essere utilizzato per riparare i satelliti in orbita.

Inoltre, Anuradha TK è stata la prima donna a dirigere il Centro di controllo della missione a Bangalore, in India, per la missione di esplorazione spaziale di Marte nel 2014. Il suo lavoro ha contribuito al successo della missione Mars Orbiter.

Come iscriversi

Se sei interessato a partecipare al bando, visita il sito www.provincia.bz.it/giovani per trovare tutte le informazioni necessarie sulla procedura di candidatura e sui requisiti per partecipare. 

Ricorda che la scadenza per la presentazione delle candidature è il 30 giugno 2023.

Premiazione

La comunicazione dei vincitori e la premiazione avverranno in occasione del festival della scienza di Bolzano “Le mille e una scienza” che si terrà dal 9 al 12 novembre 2023 a Castel Mareccio.

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Pompieri: oltre un secolo di attività

Era il 1911 quando Franz Zanott intuì che, come stava accadendo in molti altri centri abitati, anche a Laghetti c’era la necessità di poter contare su un “gruppo di spegnimento”: così infatti erano denominati gli attuali vigili del fuoco volontari al tempo dell’impero austro-ungarico. E oggi questo gruppo esiste ancora, più impegnato che mai.

All’epoca Franz Zanott si mise d’impegno e riuscì a raccogliere la buona volontà di diversi cittadini; non si conoscono le cifre, ma è certo che non si sta parlando di un corpo particolarmente numeroso in fatto di volontari, come non lo è nemmeno oggi, anche se comunque può contare su un’importante storia fatta soprattutto di persone e di famiglie.

A cominciare dall’attuale comandante, Manuel Veronesi, terza generazione di una famiglia di Vigili del fuoco. “Il primo è stato mio nonno Alois Veronesi (dal 1980 al 1988). Dopo di lui è toccato a mio papà Guido, rimasto in carica fino al 2000, e dal 2015 la staffetta è passata a me. Però, anche mio figlio Luca fa parte del gruppo allievi: chissà cosa ci riserva il futuro!”, rivelaVeronesi al comand di caserma vissuta occupata da venti vigili del fuoco volontari e tredici allievi. 

Una delle menti storiche della caserma è senza dubbio Roberto Bedin, con alle spalle una carriera ampiamente oltre i quarant’anni di servizio, di cui otto trascorsi nel ruolo di comandante che ha ricoperto dal 2000 fino al 2008.

Comandante Manuel Veronesi, quali sono stati gli interventi più “impegnativi” a cui siete stati chiamati?

L’intervento in assoluto più duro che ricordo risale a quindici anni fa. Erano più o meno le nove di sera quando ci chiamarono ad intervenire per un incidente stradale avvenuto all’incrocio con San Floriano, dove persero la vita quattro persone (tre erano bambini). Penso poi alle piene dell’Adige, che sono normale amministrazione, ma non fu così il 19 luglio del 1981: il fiume ruppe gli argini e l’acqua arrivò fin quasi nel centro storico. Lo ricordo bene perché avevo 17 anni ed ero da poco entrato a far parte del gruppo. E poi c’è stato il grosso incendio di due anni fa in un’abitazione del nostro centro storico.

Può tracciare un bilancio di quest’ultimo anno?

Durante tutto l’anno scorso ogni volontario di questa piccola caserma ha dedicato complessivamente 176 ore del proprio tempo solo per gli interventi. Siono stati ben sedici, per la maggior parte questioni tecniche quali incidenti o porte bloccate.

È vero che diverse caserme faticano a trovare nuove leve? È così anche per voi?

L’anno scorso abbiamo creato un nuovo gruppo giovani, provando a coinvolgere anche bambini dai dieci anni in su. Uno dei nostri giovani è passato negli effettivi, e siamo riusciti ad implementare il gruppo con altri quattro nuovi quest’anno.

Entrando nella vostra caserma, fra ciò che è attualmente avete in dotazione si nota anche una sorta di museo di cimeli. Di che cosa si tratta?

Abbiamo la prima scala in dotazione a Laghetti, che veniva  tirata da cavalli. Era stata abbandonata, così l’abbiamo recuperata, pulita e appesa in caserma come cimelio storico. C’è poi una divisa in esposizione: è quella da parata che si usava una volta e grosso modo è simile a quella attuale. Abbiamo anche una vecchia campagnola, la prima macchina di soccorso che abbiamo avuto in dotazione, arrivata negli anni Sessanta.

Sicuramente c’è anche qualche componente insignito di onorificenze di servizio…

Quattro anni fa, mio papà è stato nominato comandante onorario. Due anni fa, Roberto Bedin ha festeggiato i propri quarant’anni di servizio, e anch’io nello stesso periodo ho festeggiato i venticinque. Poi ci sono Stefano Medice e sua sorella Michela, che hanno raggiunto i quindici anni di servizio. I più recenti ad aver festeggiato sono Igor Benatti e Matthias Schmidt: qualche settimana fa abbiamo consegnato loro l’onorificenza, rispettivamente, per i venticinque e i quindici anni di servizio. Se guardiamo al gruppo allievi, in questi anni siamo diventati effettivi ben in dodici.

Autore: Daniele Bebber

Scoprire l’arte passeggiando

Torna, dal 25 maggio al 4 giugno, LanaLive, l’appuntamento con l’arte nel paese ddel Burgraviato. Il titolo di questa edizione è “Walking Connections”: durante alcune passeggiate ed escursioni attraverso Lana si creerà una rete che unisce e intreccia il territorio e le persone. Una serie di tour inaspettati, sconosciuti e sorprendenti consentirà ad artisti di diverse discipline e vari esperti di incontrarsi con i residenti e tessere connessioni.

La manifestazione nel suo complesso disegnerà una rete di punti di riferimento e intuizioni, che non solo arricchiranno Lana, ma daranno una visione di come una società può essere unita con mezzi culturali, oggi e in futuro. La mostra “Tales of the Future” inaugurerà LanaLive giovedì 25 maggio dalle 19: l’esposizione, curata da Sofia Margesin e Angela Zittel presso il magazzino frutticolo Rudolf Margesin (via Schnatterpeck 15) a Lana di Sotto, costruisce un ponte tra Berlino e l’Alto Adige e porta a Lana installazioni sperimentali e opere d’arte che si confrontano con le forme del continuo avanzamento della tecnologia e il loro impatto sulla convivenza.

L’emozionante relazione tra uomo e macchina sarà presentata in un vecchio magazzino frutticolo attraverso installazioni, opere generate dall’intelligenza artificiale, video e fotografie. Gli artisti espositori sono Ugne Agrypnia, Anastasya Cherepanova, Damian Pfattner, Nikita Nikitin, Marlon Nicolaisen, Johannes Lex, Simon Perathoner, Leevke Succow e Johannes Thiel. La mostra è aperta tutti i giorni fino a domenica 28 maggio, dalle ore 16 alle 20. Il discorso d’inaugurazione sarà tenuto da Jörg Zemmler.

Venerdì 26 maggio, con partenza alle 17 dalla biblioteca civica Kultur. Lana, si terrà un’escursione artistica alla mostra Kunst aus der Kiste, allestita da [kunstwerk] krastal e LanaArt a Lana di Sopra, Lana di Mezzo e Lana di Sotto. Il tour si concluderà alle 19.30 al Museo altoatesino della Frutticoltura, dove l’artista milanese Enzo Umbaca presenterà i risultati della ricerca iniziata lo scorso anno nell’ambito del progetto Abrufen e li consegnerà all’Archiv.Lana durante una performance.

UN ESPERIMENTO

Sabato 27 maggio alle 14.30, Schnitzeljagd – jagt Schnitzel di Annika Terwey inviterà a un esperimento artistico-sociale lontano dagli spazi artificiali del Web e attraverso Lana, dove nuove persone incontrano vecchi sconosciuti e intraprendono insieme un viaggio di scoperta. Lungo il percorso i partecipanti avranno la possibilità di raccogliere impressioni, sapori e idee diverse: dalla cultura alla cucina al dialogo. 

Domenica 28 maggio, dalle ore 18, presso il Bach- und Gerengut (di fronte al magazzino frutticolo Rudolf Margesin) si concluderà il primo fine settimana di LanaLive con il finissage della mostra “Tales of the Future”, uno speed dating informale, una performance di Silvia Morandi e un concerto della band berlinese “niuee”. I musicisti creeranno paesaggi sonori coinvolgenti e meditativi che fondono ad arte campionamenti, strumenti e voce. 

Lunedì 29 maggio, alle ore 19, LanaLive farà tappa a Bolzano per la Bolzanism Walk Manhattan, un avvincente tour teatrale che permetterà di vivere in prima persona la storia e le persone del quartiere Don Bosco. 

IL PONTE MELODICO

Venerdì 2 giugno alle ore 18 il giovane artista Jonathan Zwießler, laureato alla Facoltà di Arti e Design della Libera Università di Bolzano, trasformerà il vecchio ponte della ferrovia Lana Postal in un punto d’incontro simbolico con con il suo melody of encounters. Il ponte stesso diventerà un grande strumento musicale e chi lo attraverserà musicista: un’esperienza suggestiva, sospesi sull’acqua, in un paesaggio sonoro autogenerato. Punto d’incontro alle ore 18 è la stazione di Lana-Postal.

L’installazione è preceduta da un laboratorio condiviso, durante il quale i visitatori trasformeranno vari oggetti in strumenti e li utilizzeranno per suonare sul ponte. Gli oggetti che solitamente appartengo allo spazio privato incontreranno in uno spazio, che è pubblico, l’architettura del ponte. Questa nuova relazione si rifletterà in una registrazione intitolata “melody of encounters”. Inizio alle 16.

Sabato 3 giugno, con il titolo “From A to P”, si svolgerà una giornata escursionistica curata dalla guida Markus Breitenberger in collaborazione con il Comitato per l’educazione permanente di Lana e di Lagundo. Il ritrovo per l’escursione è previsto alle ore 9 presso la stazione di Rablà. Con la funivia Aschbach si salirà in quota e, dopo una visita alla vecchia scuola di Rio Lagundo, ora adibita a centro educativo “werkSTOTTschual”, l’escursione proseguirà con l’accompagnamento musicale dei Pasui (Johanna Springeth, Barbara Grimm e Volker Klotz) attraverso il Monte San Vigilio (picnic dallo zaino) fino alla stazione di monte della ormai dismessa funivia Pavicolo, dove l’artista Maria Walcher presenterà un’installazione. “From A to P” non sarà solo un’escursione sul Monte San Vigilio, ma anche un collegamento tra due funivie: una è di nuova costruzione, di design moderno e molto utilizzata, la seconda, invece, ha improvvisamente cessato la sua attività dopo più di 50 anni di servizio e si mostra oggi come sorta di monumento all’antimobilità. Dopodiché si scenderà alla locanda Forsthof per prendere l’autobus di linea fino a Lana. Ai partecipanti si chiede di portare con sé scarpe buone, abbigliamento resistente alle intemperie, pranzo al sacco.

La sera dello stesso giorno alle ore 21, la banda cittadina Bürgerkapelle Lana e il coro femminile Raindrops si “connetteranno” per dare vita ad una “opera d’arte totale” arrangiata da Ivan Marini con rock, pop, gospel e blues di Elvis Presley. L’intera la comunità è invitata.

IL GRAN FINALE

LanaLive si concluderà domenica 4 giugno con “Il sogno del cammino”, un incontro con successiva escursione alla Dria al Fos con l’autore dell’omonimo libro, Antonio Moresco. Il ritrovo è previsto alle ore 11 presso il Bar Ai Laghetti di Ruffrè-Mendola. L’evento si svolgerà in collaborazione con CRATere.

La partecipazione agli eventi è gratuita; per adesioni: info@lanalive.it

Autore: Luca Masiello

“Da grande farò l’architetten”

Nata a Bologna nel 1984, Sofia Bonvicini è un’architetta traferitasi da poco a Bolzano. E’ figlia di Franco Bonvicini – in arte Bonvi – uno dei più grandi fumettisti d’Italia conosciuto per la sua serie a strisce Sturmtruppen. Dal 26 maggio al 7 giugno presso la Waag in Piazza del Grano sarà ospitata la mostra “Sturmtruppen a Bolzanen”, organizzata in occasione del festival ArtMaySound. 

“Un aneddoto divertente di quando sono nata è che mio padre mi mise subito in mano una matita. In quel momento scrisse il mio destino. Mi è sempre piaciuto disegnare e cercando il mio posto nel mondo ho trovato nell’architettura il posto dove poter esprimere la mia creatività. Finita la scuola ho iniziato a studiare architettura a Ferrara, ma la passione del disegno c’è sempre stata.
È morto quando avevo undici anni ma attraverso il disegno riesco a ricollegarmi a lui. È un modo per ricordarlo.
Sono molto legata al mondo del fumetto quanto a quello dell’architettura. Anche perché le due cose sono molto collegate: quando ti immagini una storia a fumetti devi dargli un contesto che è ciò che fai in un progetto d’architettura.”

Che cosa ti ha portato a Bolzano?

Sono approdata a Bolzano per la prima volta nel 2021 e mi ha colpito da subito la sua aria internazionale. Si respira un’aria diversa qua a Bolzano. Avendo sempre vissuto tra Milano e Bologna cercavo un posto che mi permettesse di crescere a livello professionale in un ambiente più europeo. Per certi versi credo che Bolzano sia molto più europea di Milano. Ho anche una mia cara amica che abita a Bolzano e che ho conosciuto in università; quindi, c’è anche questo fil rouge che mi collega alla città. Qua a Bolzano c’è un modo più umano di vivere. Poi i problemi ci sono anche qui, come è normale che sia, i problemi ci sono dappertutto. Però questa natura molto forte e selvaggia, a due passi da casa è qualcosa di fantastico. Un posto strano che mi ha incuriosita molto. Spero di restarci a lungo.

Quanto è importante per te far rimanere vivo il ricordo di tuo papà?

Mio papà è stato un uomo incredibile, io lo chiamo un super uomo, ma non lo dico perché era mio padre. Era un uomo con un codice d’onore, con una cultura molto vasta, un modo di approcciarsi alla vita e alle persone molto umano, molto umile. Non esistevano distinzioni di ceppo sociale per lui. Si definiva un anarchico, tra virgolette, scevro da condizionamenti politici. Anarchico non in modo violento, ma in modo intellettuale. Per me è un modello d’ispirazione, che io stessa cerco di seguire.
Seppur avendo passato poco tempo con lui, abbiamo passato dei bellissimi momenti, anche perché eravamo molto affini. Sin da piccolina mi piaceva disegnare e lo facevo spesso insieme a lui, già lo aveva capito che c’era il disegno dentro di me. Mi reputo molto fortunata, ci sono persone che hanno avuto il papà per tutta la vita; eppure, non riescono a ricordare dei bei momenti insieme. 

Che messaggio vuole lasciare Bonvi alla nostra società?

Fa riflettere le persone, è un fumetto trasversale, sia per piccini che per adulti.  La risata è un modo che usa per far pensare le persone, fargli venire dubbi, facendoli sempre divertire. Alla fine Sturmtruppen è un fumetto che narra le disavventure di un esercito, formato da singoli soldati, che combattono contro un nemico che non si vede mai. Che lottano cioè, contro sé stessi. Affronta temi sociali, la borghesia, il bullismo, l’amore, l’omosessualità, la morte. Negli anni Settanta non si trattavano apertamente questi temi, alcuni di questi erano dei tabù.
Al giorno d’oggi (anche grazie al mondo dei social) veniamo bombardati di contenuti, ma sono contenuti poveri, sono “scatole vuote”, non ti dicono nulla: non ti lasciano spunti di riflessione, ma le subisci passivamente. Per questa ragione occorre fare un passo indietro e domandarsi “di tutto ciò che assorbo che cosa ha ancora valore?”
Secondo me è importante leggere Sturmtruppen per questo motivo qui. Nell’arco di tre vignette, ti fa riflettere o ti lascia un bel ricordo, o ti fa sorridere o ti genera malinconia. In un’epoca così ricca di scatole vuote, le scatole veramente piene sono da tutelare.

Tuo papà ti hai mai dedicato una striscia?

Sì! È capitato diverse volte, ho dei bellissimi fumetti che conservo a casa mia tipo “La piccola Sofia che va a scuola” e sono dei bellissimi ricordi che mi porto di lui. Strisce vere e proprie no, negli ultimi capitoli ogni tanto si incontra qualche personaggio che ha delle mie somiglianze. Mi ricordo però sempre molto volentieri di una striscia che venne pubblicata negli anni ‘70, che sicuramente non mi ha potuto dedicare perché non ero ancora nata ma mi rimane nel cuore. Mi ci rivedo – risata.

Qual è il ricordo più bello che hai di lui?

Ne ho tantissimi, ma il più bello è legato ad un rumore, la più dolce delle melodie, lo scricciolo del suo pennino a china che incideva i fogli di carta Schoellershammer. Ero piccolina e dormivo assieme a mio fratello in studio da papà e lo sentivo lavorare, mi piaceva addormentarmi e svegliarmi con questo rumore. 

Autore: Niccolò Dametto COOLtour

Pregiudizio razziale e pregiudizioetnico sono parenti stretti

Il 14 luglio del 1938 fu pubblicato in Italia il “Manifesto degli scienziati razzisti”. Esprimeva l’ideologia, fatta propria dal governo di allora, su cui fu costruita in poche settimane la legislazione antiebraica – le leggi razziali – approvata nel corso del 1938 e attuata a tappe ravvicinate negli anni successivi.

Al punto 1 gli “scienziati razzisti” scrivevano: “Le razze umane esistono. L’esistenza delle razze umane non è già una astrazione del nostro spirito, ma corrisponde a una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.”. Al punto 6: “Esiste ormai una pura razza italiana”. E al punto 7: “È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti”.

Nel 2008 un gruppo di “scienziati antirazzisti”, tra cui Rita Levi Montalcini, pubblicò il Contromanifesto che si apre con l’affermazione (punto 1): “Le razze umane non esistono”. “L’esistenza delle razze umane è un’astrazione derivante da una cattiva interpretazione di piccole differenze fisiche fra persone, percepite dai nostri sensi, erroneamente associate a differenze ‘psicologiche’ e interpretate sulla base di pregiudizi secolari. Queste astratte suddivisioni, basate sull’idea che gli umani formino gruppi biologicamente ed ereditariamente ben distinti, sono pure invenzioni da sempre utilizzate per classificare arbitrariamente uomini e donne in ‘migliori’ e ‘peggiori’ e quindi discriminare questi ultimi (sempre i più deboli), dopo averli additati come la chiave di tutti i mali nei momenti di crisi”. Punto 6: “Non esiste una razza italiana ma esiste un popolo italiano”. Punto 7: “Il razzismo è contemporaneamente omicida e suicida”.

Il giorno dopo la pubblicazione del Manifesto della razza, il 15 luglio 1938, Josef Mayr-Nusser parlò al direttivo della Gioventù di Azione cattolica di Bolzano: “Oggi tutti parlano della comunità etnica alla quale tutto il resto dovrebbe essere subordinato. Valori come ‘sangue e suolo’ … vengono oggi assolutizzati e la vita culturale di interi popoli viene costruita su fondamenta insicure, come lo è tuttora la questione razziale. Il singolo ha valore esclusivamente in quanto membro del corpo etnico”.

Pregiudizio razziale e pregiudizio etnico sono parenti stretti. E tutto ciò che non rispetta il principio della dignità intangibile di ogni singola persona in quanto persona, è semplicemente disumano.

Autore: Paolo Bill Valente

La via dedicata ai Ventafridda, in zona

Tra le vie minori in zona industriale vi è via Domenico e Vincenzo Ventafridda. Diamo qualche notizia sul secondo, per il ruolo che ebbe per Bolzano. Dopo aver contribuito al successo del complesso produttivo della Società “Falck A.F.L.”, nel 1941 giunse  a Bolzano con la nomina di procuratore speciale e il 29 maggio 1942 assunse la carica di direttore generale delle Acciaierie di Bolzano, che mantenne fino al 1966, rimanendo nel contempo vicedirettore della Falck di Milano. Dirigente industriale di alte doti, tecnico valente e preparato, diede notevole contributo al progresso della moderna elettro siderurgia per la fabbricazione degli acciai speciali. La sua opera permise, nei difficili anni dal 1943 al 1946, la conservazione degli impianti e, a guerra finita, il potenziamento e l’ammodernamento dei mezzi di produzione. Non svolse solamente la sua opera di tecnico, ma anche una intensa attività di assistenza morale e materiale  a favore degli italiani, specie dei lavoratori della zona industriale e degli internati nel locale Lager, conducendo a buon fine, nei difficili momenti, delicate trattative con le autorità di occupazione. Fu sempre interessato alla vita della città e in particolare ai problemi dei quartieri operai. Lavoratore instancabile, dinamico, appassionato del suo lavoro, è stato stimato e  amato dalle maestranze e da quanti ebbero modo di conoscerlo, apprezzandone le doti. A Bolzano ebbe  incarichi dirigenziali in vari ambiti; tra l’altro, oltre che dell’Associazione industriali, dell’Ospedale civile, della Croce Rossa Italiana, dell’Istituto tecnico industriale. Generale fu il cordoglio per la sua scomparsa; dopo le esequie, che si svolsero a Milano il 12 ottobre 1982, nella chiesa di Santa Francesca Romana, la salma proseguì per Bitonto (Bari) per la tumulazione nella cappella di famiglia. Grande fu la partecipazione agli eventi funebri, con varie attestazioni pubbliche, come quelle di A.N.L.A., A.V.I.S., UNITALSI, Conferenza San Vincenzo, Associazione Industriali, Dirigenti Acciaierie.

Autore: Leone Sticcotti

Discodex: i grandi successi diAndrea Beggio ed Emanuele Zottino

Le storie musicali di Emanuele Zottino e Andrea Beggio sono partite nei lontani anni novanta e fanno echeggiare nomi come Khalmo e Croma, formazioni che si muovevano un po’ al di fuori, sia musicalmente che come raggio d’azione, degli angusti confini di questa piccola provincia spesso autoreferenziale. Negli ultimi quindici anni, le loro strade si sono incrociate spesso e i due sono stati anima e cuore di band non scontate come Controfase e RCCM: i loro anni venti del ventunesimo secolo si aprono con un nuovo progetto denominato Discodex che ha appena pubblicato un lavoro intitolato ironicamente Greatest Hits e dedicato alla produzione di brani strumentali da discoteca, ma non solo. I brani in esso contenuti sono per lo più intitolati con nome di stelle o comunque legati all’astronomia. Abbiamo chiesto loro se ci sia un motivo particolare a riguardo.

“Questo è un disco strumentale – ci ha risposto Zottino –, e quando abbiamo iniziato a lavorarci avevamo l’esigenza di nominare i file. Così, senza pensarci troppo, abbiamo dato ai pezzi che nascevano titoli provvisori riferiti allo spazio. Ricordo che dopo aver finito i pianeti, eravamo arrivati a titoli scemi come Cratere, Antimateria o Black Hole. Poi, come accade, ci si affeziona e un paio di loro si sono incollati così bene ai relativi mood che li abbiamo tenuti. Venus e Andromeda infatti sono perfetti così!”

Proprio Venus e Vesper, tra i molti brani del disco, si distinguono per la loro struttura che va molto al di là della semplice definizione di disco music elettronica. Come per le altre composizioni sono stati usati dei campionamenti tratti da composizioni altrui.

“Nei nostri brani – spiega Beggio – i campioni non sono strutturali, il nostro scopo non è quello di cercare e assemblare materiale già suonato per creare qualcosa di nuovo quanto piuttosto di inserire uno o due sample che interagiscono con il resto delle parti. In alcuni casi, come ad esempio in Drive, Alfa Gt Junior e Take Me Out, il campione è lo spunto di partenza; in altri casi, come ad esempio in Danguard e in Deutsche Disco Republik, i campioni sono stati aggiunti a pezzo compiuto, come sfumatura di colore.”

Ovviamente la domanda che nasce spontanea è quella che riguarda chi possano essere i fruitori di questa produzione, il pubblico delle discoteche o anche un pubblico che ascolta la musica a casa, in cuffia.

“La musica è ispirata alla disco elettronica – è sempre Beggio a parlare –, pensiamo che possa essere apprezzata anche al di fuori delle discoteche e attraversare diverse fasce d’età. Oltre alle suggestioni disco c’è anche un po’ di pop e minimal, il che dovrebbe far apprezzare questa musica anche a chi come me, non ha mai messo piede in una discoteca!”

L’uscita di Discodex Greatest Hits ci consente di provare a tirare le somme sulla scena attuale alla luce delle molte esperienze dei due artisti.

“Difficile dire cosa sia cambiato dai Novanta a oggi – è ora Zottino a parlare –, perché ovviamente anche noi siamo cambiati e a giudicare le cose oggi non hai lo stesso atteggiamento che avevi trent’anni fa. Ma mi piace la scena musicale oggi, per quel che conosco, e mi piace molto l’approccio che i giovani hanno alla musica di adesso e alla musica di una volta: sono sicuramente più aperti e liberi di come lo ero io alla loro età! Per quanto riguarda invece il gestire un progetto musicale, quello che trovo faticoso oggi è la sovrabbondanza di comunicazione: se una volta per suonare in giro ti bastava avere qualche contatto telefonico, ora passi molto più tempo sui profili social e ad adottare varie strategie comunicative. Per uno che vorrebbe occuparsi quasi solo di cose creative, questa comunicazione può risultare molto dispendiosa.”

Differente invece il punto di vista di Beggio, comunque interessante e condivisibile: “I Khalmo potevano permettersi di non confrontarsi con la scena locale per girare i locali e i centri sociali e tornare arricchiti di esperienza umana e musicale. Oggi la scena locale mi sembra (come allora) costituita per lo più da gruppi che orbitano a stretto raggio fra i pochi locali che ci sono in provincia. Inoltre sembra che l’idea di suonare in giro non interessi molte le nuove generazioni come invece interessava le vecchie.”

Discodex vi aspetteranno per il concerto inaugurale – “Greatest Hits release party” il 25 maggio prossimo al Sudwerk di Bolzano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale