Bolzano libera dalle auto

Ancora una volta Bolzano blocca il traffico per dare spazio alle bici e alla sensibilizzazione sul loro utilizzo. Più di quattromila bolzanini hanno partecipato alla classica iniziativa di Bolzanoinbici. Ecco alcune foto della giornata di domenica 9 ottobre, realizzate dalla redazione di COOLtour.

Povertà ereditaria

I poveri assoluti in Italia sono 5,6 milioni di persone, quasi uno su dieci. Nel nostro paese non abbiamo mai avuto così tanti poveri assoluti e dal fenomeno non è esente neanche la provincia di Bolzano, dove sono migliaia le famiglie che in queste settimane si stanno rivolgendo ad enti pubblici e privati per avere un sostegno. E non è solo una questione di bollette, l’unico riferimento a questo tema che abbiamo visto comparire nella recente (e triste) campagna elettorale. 

Ancora più impressione mi ha fatto constatare, grazie a un Rapporto Caritas pubblicato negli ultimi giorni, quali sono le categorie di persone che si stanno impoverendo oggi in Italia e in quali contesti matura questa crescente sfida alla sussistenza. Il dato è di quelli che vanno in completa controtendenza, rispetto all’impressione che maturiamo guardandoci intorno, fruendo le notizie sui media e facendoci condizionare dalle nostre aspettative, come avviene oggi quando per informarci ci appoggiamo quasi esclusivamente sui social network. 

“I livelli di povertà continuano ad essere inversamente proporzionali all’età”, si legge nel rapporto. Perché la percentuale di poveri assoluti si attesta infatti al 14,2% fra i minori (quasi 1,4 milioni di bambini poveri!) e al 5,3% per gli over 65. Non solo: tra il 2020 e il 2021 l’incidenza della povertà “è cresciuta più della media per le famiglie con almeno 4 persone, i nuclei con persona di riferimento di età tra 35 e 55 anni, i bambini di 4-6 anni, le famiglie degli stranieri e quelle con almeno un reddito da lavoro”, e tutto questo perché il lavoro (quando c’è) è troppo spesso precario e sottopagato, come ben sappiamo. Inoltre le maggiori difficoltà le hanno le famiglie a rischio che si trovano nei grandi centri del nord, perché al sud la vita costa molto meno.

Insomma: Il reddito di cittadinanza va senz’altro riformato, perché così com’è solo in parte riesce ad affrontare questo enorme problema. Ma è anche su altri livelli che occorre intervenire, ovvero contrastare il lavoro in nero e sostenere tutti i poveri e nuovi poveri che cercano aiuto non solo per ricevere beni e servizi, ma anche per essere ascoltati e consigliati. La povertà economica infatti quasi sempre si combina con altre forme di disagio sociale, articolandosi in mille modi, tutti bisognosi di essere capiti, compresi e sostenuti. 

Tornando al milione e mezzo di bambini poveri in Italia, il Rapporto Caritas ci dice che la povertà in Italia si eredita molto più della ricchezza. 

Dunque non ci resta che la speranza, speriamo non vana, che il nuovo governo sia in grado di maturare innanzitutto una consapevolezza di tutto ciò, per vedere se è possibile non dico ridurre ma almeno non ampliare ulteriormente il terribile divario che si registra oggi in Italia tra ricchi e poveri. 

Autore: Luca Sticcotti

Garanti di un pensiero, di un cammino (davvero) comune

Come ampiamente previsto, il Presidente della Repubblica austriaca Alexander van der Bellen è stato rieletto nel suo ruolo. La strada gli è stata spianata dai due principali partiti, popolari e socialdemocratici, che hanno rinunciato a presentare un proprio candidato, sottolineandone così la funzione di garante della Costituzione.

Un ruolo di garanzia che si estende in qualche modo anche all’Alto Adige, dal momento che l’Austria, a partire dall’Accordo di Parigi del settembre 1946, condivide con lo Stato italiano la responsabilità, di fronte al mondo, del buon funzionamento del modello autonomistico.

Tre anni fa, in occasione degli anniversari del Trattato di Saint-Germain (1919), dell’approvazione del Pacchetto (1969) e delle Opzioni (1939), van der Bellen fu in Alto Adige, tra castel Tirolo e Bolzano, assieme al Presidente Sergio Mattarella.

Van der Bellen aveva evocato le “forze distruttive della contrapposizione” che la “moderna Autonomia dell’Alto Adige” ha consentito di superare. “Assieme siamo riusciti rendere l’Alto Adige la terra fiorente e pacifica che oggi possiamo ammirare”. “Grazie al Pacchetto la politica dell’Alto Adige ha compiuto una svolta, passando dalla fase conflittuale, portata avanti anche con violenza, a quella del dialogo e dell’impegno corretto nella ricerca di soluzioni”.

Van der Bellen aveva poi definito “regimi inumani” quelli instaurati dal fascismo e dal nazionalsocialismo e indicato “la coraggiosa collaborazione tra forze che cooperano tra loro” come la via per trovare “soluzioni proficue”. Si tratta ora di “sviluppare ulteriormente questa Autonomia e di adeguarla alle attuali condizioni di vita ed esigenze. Assieme, nel rispetto reciproco e privilegiando ciò che unisce a ciò che divide”.

Mattarella aveva chiuso il suo intervento con queste parole: “Questa Provincia, tutti gli altoatesini-sudtirolesi, di lingua tedesca, italiana, ladina, rappresentano quanto ha auspicato il Presidente Kompatscher: una piccola Europa nel cuore dell’Europa”.

Era il novembre 2019. Poi venne la pandemia, poi venne la guerra.

Autore: Paolo Bill Valente

Giovinezza e i figli della terra di Vadena

Ogni epoca ha i suoi valori e i suoi idoli, ogni regime i suoi riti. Gli uni e gli altri influenzano il consenso dell’opinione pubblica – o popolo che dir si voglia. Le scene di vita quotidiana di un paese della provincia italiana possono contribuire alla conoscenza dei meccanismi che determinano nascita, vita e morte di un sistema politico.

Ma veniamo ai fatti. Il 23 gennaio 1935 – anno XII dell’era fascista – la “Alpenzeitung”, quotidiano filogovernativo di lingua tedesca diffuso dal 1926 al 1943, pubblicò nella sua rubrica “Aus Bolzano Stadt und Land” (la toponomastica era monolingue) un articolo intitolato “L’attività della federazione provinciale fascista – rapporto delle camice nere di Vadena in presenza del federale”. 

“Il federale – ci informa il cronista – ha visitato Vadena per proseguire nella sua attività ispettiva delle camice nere”. L’accoglienza dei fascisti e delle organizzazioni giovanili fu festosa e “la popolazione tutta si è radunata nella scuola del paese”. Tra le numerose autorità presenti, l’ispettore di zona Cav. Maculon, il podestà di Laives Barone Vittorio Altenburger, il parroco monsignor Zambiasi, il segretario politico Giovannini, l’ispettore amministrativo Migliucci, il segretario comunale di Laives, la fiduciaria del fascio femminile, il comandante degli avanguardisti e il maresciallo dei carabinieri. 

“Alle 20.30 in punto è arrivato il federale in compagnia del podestà di Caldaro Dr. Ravenna”, prosegue l’articolo. Al loro ingresso nella sala gremita fu intonato l’inno trionfale del Partito Nazionale Fascista “Giovinezza”. Momenti di grande emozione alle parole “Giovinezza, giovinezza, / primavera di bellezza! / Della vita nell’asprezza, / il tuo canto squilla e va!” Il federale commosso rispose con il saluto al duce.

Terminati i preamboli, il segretario politico elencò le attività del fascio nel trascorso anno XII. Il fascio di Vadena poteva contare su 39 iscritti, mentre i giovani fascisti erano 24. Tutti gli scolari facevano parte delle organizzazioni fasciste giovanili (figli della lupa e balilla), il fascio femminile vantava molte adesioni. “Il fascio di Vadena ha svolto una serie di iniziative ricadenti nei settori di sua competenza, in particolare per quanto riguarda l’attività di assistenza sociale. Inoltre – affermò il segretario politico – gli scolari di Vadena hanno espresso il desiderio che la loro scuola sia dotata di un apparecchio radiofonico e questo loro desiderio potrà senz’altro essere esaudito in quanto la radio rappresenta un importante strumento educativo e didattico”. Un po’ come la televisione e la rete internet in epoche successive. Il segretario politico concluse il suo rapporto con il saluto al duce.

Prese quindi la parola il federale. Sottolineò l’importanza di trovarsi in mezzo a tanti agricoltori che con dedizione e perizia lavorano la terra. “Il regime fascista – affermò il federale – presta grande attenzione alle esigenze del mondo rurale poiché chi ama la terra ama anche il fascismo e la patria”. Applausi.

Il federale citò quindi le gesta eroiche in guerra dei figli della terra. “Fu il duce a porre l’agricoltura al centro dell’economia nazionale”, disse. “Molti cercano di guadagnarsi il pane in città ma la vita sana e robusta si sviluppa solo in campagna”. Perciò il fascismo ha contrastato in tutti i modi la fuga dalle campagne. “Non dimentichiamo questi principi vitali e la devozione al duce”, concluse il federale. Applausi entusiasti del pubblico. In conclusone di serata, il pubblicò intonò altre canzoni patriottiche.

Autore: Reinhard Christanell

La via dedicata a Martin Knoller

La via che collega piazza Gries a via Michael Pacher, fiancheggiando la vecchia parrocchiale di Gries, è dedicata a Martin Knoller; chi era e cosa fece? Uno dei numerosi figli di Franz Knoller, pittore di pale d’altare, Martin era nato l’8 novembre 1725 a Steinach am Brenner; fu proprio tramite il padre che il giovane Martin si avviò all’arte.
Dopo gli studi a Innsbruck, frequentò l’Accademia di Vienna; esercitò l’arte a Roma, Napoli, Pompei, Milano, dove ebbe come mecenate il conte Firmian e dove sposò una milanese, Annunziata Cardani, figlia di un commerciante. Non mancarono i riconoscimenti pubblici. Fu intensa l’attività artistica anche nel Tirolo del Sud. Sono degli anni 1770/1773 gli affreschi sulla volta della navata della chiesa parrocchiale di Gries, è del 1776 la pala dell’altare maggiore, con “Estasi di S. Agostino”. Dal 1795 al 1801 furono eseguiti i dipinti dei sei altari laterali: Ultima cena, Ascensione, Epifania e Pentecoste, Resurrezione, Natività. Sono del 1802 i due ritratti dell’abate Nagel e del 1803 il proprio autoritratto per il convento di Gries. Per la chiesa di S. Giorgio in Weggenstein dell’Ordine Teutonico nel 1799 fu eseguita la pala d’altare raffigurante S. Giorgio. Da segnalare anche l’affresco, del 1801, nel salone di Villa Gerstburg, in via Claudia de’ Medici: è “Il Trionfo dell’Aurora”. A Martin Knoller si deve la decorazione di una stanza nel Palazzo Toggenburg. Non mancano lavori di Martin Knoller in altre chiese della diocesi: è del 1782 una “Morte di San Giuseppe” nella chiesa parrocchiale di Malles; del 1788 è “Maria Assunta” in quella di Merano, cui seguirono, sempre in tale chiesa, “La nascita di Cristo” e “L’Ultima Cena”. Per la chiesa di Villabassa sono del 1796 le tre pale d’altare “Lapidazione di Santo Stefano”, “Morte di San Giuseppe” e “Maria Assunta”.
Martin Knoller morì nella sua città d’adozione, Milano, il 24 luglio 1804. Fu sepolto nel cimitero milanese della Mojazza, fuori Porta Comasina.

Autore: Leone Sticcotti

Giornate FAI: alla scoperta del territorio, dell’arte e della storia 

Sabato 15 e domenica 16, come nel resto d’Italia, si sono tenute anche a Bolzano le giornate del Fondo Ambiente Italiano. I due momenti, svolti all’insegna dell’arte, della storia e della tutela del patrimonio culturale locale, sono stati un’occasione rivolta a tutta la cittadinanza per prendere parte a tre visite guidate tra Piazza Gries e via Martin Knoller. La grande novità di quest’anno: un tour all’interno del cimitero dell’antica chiesa parrocchiale del quartiere.

// Di Andrea Dalla Serra

La tutela paesaggistica e del patrimonio artistico, la sensibilizzazione della popolazione e, soprattutto, la restituzione dei beni alla collettività, sono tre dei principali obiettivi che, fin dalla propria nascita avvenuta nel 1975, il Fondo Ambiente Italiano si impegna a perseguire.

A livello provinciale, però, non è presente alcun bene FAI; il più conosciuto tra quelli in prossimità dell’Alto Adige, d’altra parte, è il Castello di Avio nel vicino Trentino. 

“Speriamo un domani di poter avere un bene FAI anche qui. Probabilmente, questa mancanza è dovuta anche al fatto che, a livello locale, c’è una storica attenzione al bene pubblico e alla tutela artistica”, spiega la referente del Gruppo giovani del FAI Bolzano, Federica Cassarà. “Il FAI ha il compito di vigilare sulla presenza di abusi o mancanze nei confronti dei beni culturali e per questo a livello nazionale si è spesso intervenuti per salvare dei beni che rischiavano di perdere il proprio splendore o non erano accessibili al pubblico. La Fondazione ha a cuore la cultura delle persone e lo dimostra anche tramite la restituzione dei beni alla cittadinanza”, continua.

I tre beni aperti quest’anno al pubblico sono stati: il convento di Muri-Gries (con visita guidata messa a disposizione dagli studenti del Liceo Carducci in qualità di ‘Apprendisti ciceroni); la chiesa di Sant’Agostino e l’antica parrocchiale di Gries con il suo storico cimitero. Queste ultime due hanno avuto le visite guidate tenute dai volontari della fondazione, tra cui il FAI di Merano. “Non è una cosa da poco il coinvolgimento degli studenti nelle visite guidate: io stessa mi sono avvicinata a questa realtà proprio attraverso la scuola e, successivamente, andando a studiare a Roma, una città nella quale c’è veramente molto da scoprire; qui a Bolzano, però, per non essere una città grande mi sento di dire che c’è un’offerta abbastanza varia e non sono poche le attività che prendono vita anche grazie alla quindicina di volontari del gruppo giovani e della delegazione del capoluogo”, evidenzia Cassarà. Nei prossimi mesi, infatti, è in programma uno scambio culturale e di visite reciproche con il FAI di Bari, come già accaduto con Trento e Brescia.

Nel convento

dopo 20 anni

Non è la prima volta che il convento benedettino Muri-Gries viene aperto al pubblico per le giornate organizzate dal FAI: “È successo già una ventina di anni fa, ma non è detto che la mia generazione abbia potuto usufruire di quell’occasione”, dice Cassarà. Il convento fu prima castello dei Conti del Tirolo, poi sede dei canonici agostiniani e, infine, utilizzato come monastero dei benedettini provenienti dalla Svizzera, precisamente da Muri. E furono proprio questi due ordini religiosi a contribuire alla fioritura del quartiere Gries e a investire le proprie energie nel settore vinicolo: “All’interno di questo convento, tuttora abitato, ci sono molti tesori, come la camera del prelato e la camera degli svizzeri. Avremmo voluto rendere disponibile il tour dentro alla famosa cantina, ma, essendo questo un periodo di vendemmia, non è stato possibile. Speriamo di poterlo fare nei prossimi mesi”, dice la giovane volontaria FAI.

Una chiesa da visitare

La chiesa parrocchiale di Sant’Agostino, situata a nord del complesso conventuale dei benedettini, è rimasta aperta solo il pomeriggio di domenica 16, a causa del suo impiego per le funzioni religiose. “Penso che la chiesa, che si affaccia proprio su piazza Gries, sia un luogo conosciuto ai più, nonostante ciò abbiamo voluto lo stesso fornire una guida più approfondita. Ad esempio – continua Cassarà – sono famose le decorazioni ad opera quasi esclusivamente di Martin Knoller”.

Il cimitero: tra aneddoti e curiosità

L’antica chiesa parrocchiale di Nostra Signora, dedicata appunto alla Vergine, è situata, così come lo storico cimitero di Gries, nel nucleo più antico dell’omonimo quartiere ed è visibile in quanto rialzata da una collinetta. Anche qui sorgeva un maso vinicolo e per questo l’area circostante prese il nome di “Keller”, cantina appunto. “Sicuramente molto apprezzato dal pubblico è stato il famoso altare di Michael Pacher, un vero e proprio genio del suo tempo che è riuscito a creare un punto di contatto tra arte nordica e rinascimentale. Per anticipare la visita guidata nella chiesa – conclude Cassarà – abbiamo voluto proporre una novità senza precedenti: un giro tra le lapidi del cimitero della parrocchia stessa. Il racconto di Gries e di tutto il capoluogo è così passato attraverso la spiegazione di alcune lapidi; abbiamo ripercorso, tra aneddoti e curiosità, alcune vicende legate al territorio altoatesino grazie alle storie di illustri personaggi che lo hanno abitato e vissuto. È un ambiente assolutamente suggestivo”.

Autore: Andrea Dalla Serra

La repubblica del frastuono: Casanova Republik

Una ventina d’anni fa erano tre studenti delle scuole magistrali che sognavano di fare i musicisti rock, senza una direzione ben precisa se non quella in cui li portava l’istinto, sull’onda della musica metal o punk che ascoltavano. Ora sono indubbiamente tre adulti che hanno deciso di provare a rimettersi in gioco, uno è un DJ, un altro ha optato per la letteratura e il terzo è rimasto in campo musicale come batterista pur essendo più noto come fonico e produttore: hanno scelto il nome di Casanova Republik (il nome che avevano ai loro esordi dicono di non ricordarlo nemmeno più), in omaggio al quartiere in cui due di loro abitano e che ritengono multietnico, a vocazione popolare e internazionale.

“L’idea – ci racconta il bassista e portavoce Andrea Montali – è stata di Alessandro Damian, il nostro batterista, che aveva un credito da riscuotere legato ai contributi per i lavoratori dello spettacolo danneggiati dal covid-19: bisognava però creare un progetto da presentare e lui ha chiesto a David Boscolo e me se volevamo ripartire da quell’ultimo giorno di scuola in cui la nostra band aveva cessato di esistere. David non prendeva in mano la chitarra da allora, io erano almeno dieci che non suonavo il basso ma abbiamo deciso di raccogliere la sfida lanciata da Ale.”

Così i tre ex-ragazzi si sono chiusi in sala prove per vedere cosa sarebbero stati in grado di combinare e una volta realizzato che le idee e il potenziale c’erano, si sono messi a registrare: il risultato è L’ultimo giorno di scuola, un EP interamente strumentale (fatta eccezione per un cameo di Mr. Alex nel brano 7 Up), otto brani in tutto, essenziali, all’insegna di quello che i Casanova Republik (scritto alla tedesca ma rigorosamente pronunciato all’inglese) indicano come il frastuono, nel nome del ricordo di ciò che suonavano nella palestra della scuola quell’ultimo giorno di scuola citato nel titolo che è anche una sorta di breve racconto (non dimentichiamo che Montali è anche scrittore e autore teatrale) che fa da corredo al disco nella sua confezione creata appositamente dal chitarrista. E Frastuono è anche il nome del gatto nero mascotte del gruppo, raffigurato sul retro del digipack con cui il CD è confezionato.

“Casanova Republik – prosegue Montali – va considerato più come un collettivo artistico a trecentosessanta gradi che come una band: ad esempio, quando ci siamo messi al lavoro abbiamo fatto circolare dei demo di quanto stavamo facendo, ci sono stati amici e artisti che ci hanno contattato per offrirsi di prendere parte al nostro lavoro, alla fine è rimasto solo il contributo di Mr. Alex perché le contingenze ci hanno portato a stringere i tempi. Mr. Alex ci ha mandato nel giro di ventiquattrore delle tracce vocali per il brano e ci ha scritto: prendete queste tracce, usatele, campionatele, il pezzo mi esalta. Noi gli abbiamo risposto: Alex, evviva, meraviglia! A lavorare sul brano in sede di mixaggio ci ha poi pensato Fabio Sforza.”

Mr. Alex sarà presente alla presentazione ufficiale del disco il 3 dicembre prossimo al Sudwerk, nel corso di uno spettacolo strutturato in due parti, una col concerto dei Casanova Republik ed una con il DJ set del chitarrista, e ci sono già diverse altre date in cantiere, in via di definizione e conferma. Ma prima del concerto, il 29 ottobre intorno alle 17.30, i tre musicisti incontreranno amici e fan presso il negozio di dischi Rebel Rebel per brindare alla pubblicazione del loro EP; tra l’altro al negozio è dedicata la terza traccia del disco, Disco New/Rebel Rebel, una sorta di dedica all’amico che ha rilevato il negozio la scorsa estate congiunta con l’omaggio allo scomparso Walter Eschgfäller nel cui negozio i tre musicisti spendevano le paghette e poi gli stipendi in cerca di buona musica.

“Non sarà uno showcase – conclude Montali –, però abbiamo lanciato un contest, visto che consideriamo Casanova Republik una comunità, un collettivo: abbiamo invitato la gente a mandarci foto e video col nostro disco, noi sceglieremo quello che ci piace di più e lo premieremo in quest’occasione con un biglietto omaggio per il concerto del Sudwerk.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La transumanza in Bassa Atesina

Nel Basso Medioevo, che equivale un po’ alla nostra infanzia storica, l’odierno Alto Adige-Südtirol, non ancora contea del Tirolo, era chiamato “Land an der Etsch und im Gebirge”, Terra all’Adige e nei monti. L’Adige rappresentava un elemento geografico ed economico – soprattutto come primaria via di comunicazione – determinante di questo territorio incuneato tra Pianura Padana e Alpi. 

Ma se un giorno ci svegliassimo nell’XI o XII secolo, faremmo fatica a riconoscere la valle dell’Adige. Non solo il grande fiume seguiva un altro corso ma anche l’ambiente circostante era completamente diverso. A seconda della stagione, l’intero fondovalle era inondato. Una fitta foresta fluviale, paludi, laghi e isole (insulae e ischie, il cui ricordo è conservato in numerosi microtoponimi) si susseguivano tra il basso Trentino e la conca di Bolzano. Il paese di Cortina sorge ancora su una di queste isole in mezzo al vecchio letto del fiume e un tempo, nei periodi di piena, poteva essere raggiunto solo in barca. Nel 1786 il geografo francese Albanis Beaumont descrive un paesaggio fluviale in cui il “confine tra la terraferma e l’acqua è impreciso e il tratto dominante sono le zone umide, le paludi, gli acquitrini, i terreni stagionalmente alluvionati e i canneti”. 

I terreni adibiti alla coltivazione di cereali o legumi erano pochi e perciò molto preziosi. Inoltre, l’intera valle era da secoli proprietà “collettiva” vescovile destinata prevalentemente a pascolo. Grazie alle prime bonifiche effettuate a partire dal XIII secolo e alle successive lottizzazioni, molti terreni passarono in mano privata. Erano soprattutto gli aristocratici e gli enti religiosi ad accaparrarsi quelli migliori per poi cederli in affitto ai contadini e coloni. 

Da molto tempo i terreni incolti erano tradizionalmente occupati, soprattutto in inverno e primavera, dalle greggi di ovini provenienti dalle valli di Fiemme e Fassa, che vantavano su di essi antichi diritti d’uso e privilegi. La popolazione del fondovalle non vedeva di buon occhio questa transumanza di centinaia di pecore ma questa veniva tollerata poiché portava anche un po’ di benessere. La tassa che i “pegorari” dovevano pagare al vescovo o agli altri eventi diritto si chiamava herbaticum. 

In verità i fiemmesi e i fassani facevano risalire il loro diritto di pascolo e di passaggio a tempi antichissimi, e precisamente all’epoca di San Vigilio. Ancora un atto notarile del XII secolo stabilì che i pastori “antiquitus habebant et noviter acquisierant” il diritto. L’herbaticum riguardava ogni “pegora que venit ad erbaticum”.

Numerosi furono i conflitti e le controversie giudiziarie tra i proprietari dei terreni e i pastori fiemmesi e fassani. Già nel 1247 il comune di Caldaro intentò causa ai “pegorari” ma dovette soccombere completamente: il giudice stabilì che i pastori avevano il diritto di pascolare da Natale a S. Giorgio (23 aprile) nei terreni “tam in comuni quan in diviso” (pubblici e privati), successivamente fino a San Pancrazio (12 maggio) solo sui terreni pubblici. Nel XIV secolo, il conte del Tirolo Enrico rinnovò tale diritto e successivamente vi furono altri pronunciamenti che concedettero il diritto d’uso ai fiemmesi per terreni nei comuni di Caldaro, Termeno, Ora, Egna, Bronzolo e Cortaccia, Terlano. Settequerce, Castelfirmiano e Gries erano in uso ai fassani. Questi ultimi si videro contestare il diritto di passaggio dai comuni di Nova Levante, Collepietra e Cardano ma anche in questo caso ottennero ragione. Nel 1462 il comune di Trento emanò un decreto che stabiliva che “nessun pegoraro” andasse “per prati ne champi con pegore” al di fuori dei periodi stabiliti. Per i contravventori, la pena era di 25 lire “de bona moneda”.

Dopo la regolazione dell’Adige, le controversie tra proprietari dei terreni e pastori divennero sempre più frequenti. Le pecore devastavano i campi coltivati e danneggiavano seriamente le colture, in particolare le vigne. Nel 1886 fu istituita un’apposita commissione governativa per risolvere l’annosa questione e “riacquistare” dai pastori di Fiemme e Fassa i vecchi privilegi. In effetti, tutti comuni interessati, con l’eccezione di Ora e Bronzolo, riuscirono ad accordarsi con i pastori e li indennizzarono con un Gulden per ogni “Starland”, ossia 720 metri quadri. Invece i terreni di Ora e Bronzolo rimasero “in mano” alle pecore nel periodo dal 27 marzo al 5 maggio di ogni anno, pascolando 5 giorni a Ora e due a Bronzolo. Di notte dovevano essere condotte nelle stalle di Ora. Le pratiche per abolire la servitù vennero riprese anche da questi due comuni nel 1912 ma solo nel 1927 il Tribunale di Trento sancì la definitiva “espulsione” dei pastori fiemmesi e fassani dai terreni della Bassa Atesina contro un corrispettivo di 66,60 Lire ogni Starland. 

Venne così a cessare l’antichissima usanza della transumanza invernale dei pastori nella valle dell’Adige ed iniziò lo sfruttamento “moderno” dei terreni bonificati con impianti sempre più intensi di alberi da frutto. Anche il paesaggio mutò profondamente e l’idilliaca valle si trasformò in un corridoio di transito tra l’Europa settentrionale e quella meridionale.

Autore: Reinhard Christanell

Lo spettacolo con la “mente aperta”

Sabato 8 ottobre a Magrè (presso il centro culturale e ricreativo Karl Anrather) è andato in scena uno spettacolo interattivo, multimediale e bilingue. Si tratta del primo appuntamento dell’iniziativa Open Mind Show, organizzata dall’associazione JoyEnJoy di Salorno in collaborazione con la scuola di danza Ritmomisto di Lavis. 

L’evento ha unito danza, canto, cabaret, stand up comedy e ha dato spazio alla creatività più sfrenata e alla voglia di mettersi in gioco. Ad esibirsi in numeri originali creati per l’occasione sono stati artisti e creativi ma anche persone comuni, giovani ma anche meno giovani, altoatesini ma anche trentini. Open Mind Show, infatti, è un progetto che abbraccia tutta la regione Trentino Alto-Adige e fa parte dei dieci percorsi selezionati dal Bando Generazioni 2022.

Soddisfatti gli organizzatori: “L’obiettivo è stato raggiunto: durante la serata i partecipanti hanno potuto dare libero sfogo alla loro creatività, ma anche alla sana voglia di mettersi in luce, di essere protagonisti per una sera con un pubblico disposto a guardarli e ascoltarli. Hanno superato sé stessi, mettendosi a nudo e facendoci entrare un po’ nelle loro vite attraverso i numeri che hanno presentato”. 

Proprio per valorizzare la spontaneità delle diverse esibizioni, gli organizzatori hanno voluto lasciare la massima libertà di stile e impostazione. “Questo ha reso il tutto più faticoso per noi, ma anche molto soddisfacente – commenta Sybille Bazzanella di JoyEnJoy –. Abbiamo scelto di non mettere paletti e barriere, per lasciare che tutto potesse accadere. Anche in questo caso, obiettivo raggiunto: i partecipanti sono riusciti a dare il meglio di sé creando gruppo, avvicinamento e relazione”.

Anche l’interazione con il pubblico è stata raggiunta, soprattutto grazie al FantaOpenMind, il fantagioco con cui i presenti potevano comporre la propria “squadra” scegliendo a inizio spettacolo le esibizioni o gli artisti su cui puntare, con la possibilità di vincere simpatici premi. “Anche questo era un modo per stringere un legame col pubblico – conferma Bazzanella –, per cucire relazioni su e giù dal palco. Che del resto è proprio lo scopo del Bando Generazioni: noi lo abbiamo messo in pratica a più livelli. Sul legame fra territori bisogna lavorare ancora molto, ma Open Mind Show è un passo in più verso questo obiettivo importante”.

Le famiglie numerose hanno celebrato la loro festa

Finalmente, dopo 3 anni di stop dovuti alla pandemia di Covid 19, le famiglie numerose del Trentino Alto Adige si sono date appuntamento per trascorrere insieme una giornata di Festa. 

Domenica 9 ottobre 35 nuclei famigliari provenienti dal Trentino e dall’Alto Adige hanno dato il via all’incontro, alcuni partecipando alla Santa Messa celebrata dal parroco di Salorno, don Pierluigi Tosi ed animata dal coro Destinazione Betania della parrocchia di Laives.

All’Areale Festa Campestre di Salorno le famiglie organizzatrici – sotto la guida dei coordinatori della provincia di Bolzano, Silvia e Mirco Campo (di Laives) e di Trento, Federica e Massimo Sebastiani – hanno allestito stand per i giochi dei bambini, compresi i castelli gonfiabili mentre i rappresentanti di molte associazioni di volontariato del paese si sono prodigate per cucinare e servire il pranzo a tutti.

Anche gli Scout del Clan del Laives 3 hanno intrattenuto bimbi e ragazzi con diversi giochi.

Nel momento assembleare erano purtroppo assenti a causa di un imprevisto gli attuali presidenti Egle e Mario Sberna, ormai a fine mandato. Sono intervenuti invece Claudia e Alfredo Caltabiano, di Parma, associati della prima ora e attuali membri dell’Unità Politica dell’Associazione nazionale famiglie Numerose. Molte famiglie presenti hanno segnalato che la loro situazione con l’introduzione dell’Assegno unico universale è notevolmente peggiorata. Anfn aveva segnalato già in tempi non sospetti limiti e criticità, grazie alle proiezioni che aveva fatto coinvolgendo i propri soci, ma le nostre segnalazioni sono state inascoltate ed ora le famiglie soffrono per questa nuova mancanza di attenzione.

Al termine della festa c’è stata la tradizionale ricca lotteria, che ha donato al pomeriggio un momento di frizzante sorpresa e allegria.