Lèggere

A questo numero del nostro giornale trovate allegato un corposo Magazine Cultura. è un dono, così come è un dono il nostro giornale. Sempre. Speriamo dunque riusciate a ritagliarvi qualche minuto, o anche più tempo, per leggere quello che vi proponiamo. E lo speriamo soprattutto per due motivi. 

Il primo è perché riteniamo che quella della cultura sia una dimensione esistenziale che fa bene. è legata all’importanza di coltivare la curiosità e la creatività, come fruitori ma anche come attori. Letteratura, poesia, musica, arti visive e performative, filosofia e storia, da che mondo è mondo arricchiscono la vita di ognuno di noi perché aprono la nostra mente nei confronti di molte cose. Le persone vicine e lontane con cui condividiamo questo periodo sul pianeta, ma anche i luoghi e le forme espressive che nel globo utilizziamo per esprimerci e condividere esperienze. 

Molti presumono di non avere bisogno di occuparsi di cultura, perché la ritengono inutile al proprio percorso o perché considerano coloro che se ne occupano saccenti e superbi. 

Forse è importante in questo senso ricordare il detto “so di non sapere”, attribuito a Socrate e pervenutoci attraverso il racconto di Platone, filosofo greco. Il concetto, anche chiamato paradosso socratico, è ritenuto il fondamento del pensiero del filosofo greco, perché basato su un’ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza definitiva, che diventa però movente fondamentale del desiderio di conoscere.

Siamo tutti dunque nella stessa barca. Il percorso di conoscenza è – appunto – un percorso che dura tutta la nostra vita. Un percorso nel quale la lettura è un’attività fondamentale. Volete al volo 5 motivi universalmente riconosciuti per cui leggere fa bene? Detto fatto. 

Innanzitutto leggere stimola la mente e rafforza la memoria, particolarmente importanti soprattutto nelle fasce d’età più avanzate, per prevenire Alzheimer e demenza. Cosa c’è poi di meglio di una bella storia per ridurre lo stress quotidiano? Un bel romanzo con una trama avvincente aiuta a scaricare le tensioni della vita, mentre un articolo appassionato distoglie l’attenzione dai problemi quotidiani. Leggere naturalmente migliora anche il pensiero analitico, particolarmente importante in un’epoca in cui si va avanti a colpi di slogan e a false semplici soluzioni a problemi estremamente complessi. Leggere migliora infine anche la capacità di… scrivere e in questo caso il messaggio è rivolto invece soprattutto ai più giovani. 

Dunque: buona lettura!

Autore: Luca Sticcotti

“Il teatro. Linfa vitale”. Il Cristallo svela il cartellone della stagione 2025/26

INSERZIONE PUBBLICITARIA – Il Teatro Cristallo di Bolzano alza il sipario sulla stagione 2025/26 con un cartellone che unisce prosa, musica, danza, laboratori e incontri culturali. Non un semplice programma, ma un vero e proprio ecosistema creativo, come recita il nuovo claim: “Il teatro. Linfa vitale.”

Una scelta che nasce dal desiderio di raccontare il ruolo che il teatro ha nelle nostre vite: un flusso che nutre, rigenera e tiene vivi pensieri, emozioni e relazioni. Come la linfa dà forza agli alberi, così il teatro alimenta la curiosità, la riflessione e la capacità di guardare il mondo con occhi nuovi. È un luogo che nutre, un terreno fertile dove crescono idee, storie ed esperienze condivise. Per questo la nuova stagione non è soltanto un cartellone di spettacoli, ma un ecosistema culturale che intreccia teatro, musica, laboratori, incontri e conferenze: momenti di confronto pensati per arricchire chi vi partecipa e per offrire nuove chiavi di lettura sul presente. Un programma così ricco e articolato è reso possibile grazie al sostegno delle istituzioni locali (Provincia, Comune, Regione) e dei numerosi sponsor che, anno dopo anno, continuano a credere nel Teatro Cristallo come cuore pulsante della comunità. Il 2025 segna anche un anniversario speciale: i 20 anni dalla riapertura del Teatro Cristallo. La ricorrenza verrà celebrata il 1° dicembre con la presentazione di un progetto che raccoglierà voci e testimonianze di due decenni di storia condivisa. Un’occasione per guardare al passato con gratitudine e al futuro con rinnovata energia.

Grande attesa per la rassegna “Madre Terra – Sguardi sul mondo”, dedicata ad ambiente, diritti e geopolitica. A portare sul palco visioni e prospettive diverse saranno personalità come Giada Messetti (1 ottobre) con Nella testa del dragone, Mario Del Pero (11 dicembre) con Buio americano sulla democrazia USA, Saba Anglana (16 ottobre), Espérance Hakuzwimana (13 novembre) e Angelo Vaira (24 marzo).

La musica torna protagonista con la rassegna “Racconti di Musica”. Tra i momenti clou: i musici di Guccini con Lodo Guenzi (15 ottobre), l’energia di Tullio De Piscopo (26 novembre), la cantautrice bolzanina Anna Carol (5 dicembre), il gospel natalizio con il Florida Fellowship Choir (20 dicembre) e, nel 2026 atteso debutto di Dardust con Urban Impressionism (19 febbraio). Sul fronte teatrale spicca la rassegna “In Scena”, realizzata con il Teatro Stabile di Bolzano e il Centro Servizi Culturali Santa Chiara. Quattordici spettacoli tra prosa e danza: si parte il 5 novembre con Iliade. Il gioco degli dèi, e si prosegue con titoli attesissimi, tra i tanti Resto Qui di Francesco Niccolini (21-22 novembre, in prima nazionale), Una piccola odissea di Andrea Pennacchi (4 dicembre), Argo di Serena Sinigaglia (14 dicembre), Giovanna dei disoccupati di Natalino Balasso (13 gennaio), Lu santo jullare Francesco con Ugo Dighero (28 gennaio), Il Sen(n)o con Lucia Mascino (21 febbraio) e L’Agnese va a morire di Cinzia Spanò (27 febbraio) sulle donne della Resistenza. Non mancheranno grandi balletti di produzioni eccellenti come Il lago dei cigni, Coppelia, Dreamers ed Echoes of Life.

Il cartellone dedica anche uno spazio speciale ai più piccoli con la rassegna “Il teatro è dei bambini”, curata dalla Compagnia teatroBlu, che si aprirà il 25 ottobre con Pelle d’oca e proseguirà fino a marzo con undici titoli, tra cui Tremolino, produzione originale della compagnia, o ancora “Mago per svago”. In omaggio agli abbonati, lo spettacolo Pimpa, il musical a pois, diretto da Enzo D’Alò, che sarà seguito da un incontro molto atteso con Francesco Tullio Altan, il “papà” della Pimpa, in programma per il 14 aprile.

Il tema dell’inclusione torna anche nella rassegna “Corpi Eretici” del Teatro la Ribalta, con La Tempesta (21-22 gennaio) e Edipo Re (13 marzo), nato da un progetto europeo che coinvolge persone detenute.Il Cristallo aderisce inoltre alla rete regionale Mortali che da vita al Festival omonimo, con due appuntamenti che affrontano la fragilità umana: la lectio magistralis di Laura Campanello Sono mortale, per questo sorrido (6 novembre) e lo spettacolo Le aragoste muoiono per incidenti di percorso (7 novembre) della compagnia La Petite Mort Teatro.

Spazio anche al teatro amatoriale, con l’irresistibile rassegna “Buona domenica a teatro”, organizzata in collaborazione con UILT – Unione Italiana Libero Teatro. Undici appuntamenti, sempre di domenica pomeriggio alle 16.30, per ridere, emozionarsi e passare qualche ora in compagnia, come una volta. È una proposta che incontra il favore soprattutto del pubblico adulto – e in particolare degli spettatori più anziani – che trovano in questi spettacoli un’occasione per ritrovarsi, sorridere e trascorrere un pomeriggio di festa a teatro. La rassegna si apre il 12 ottobre con Le allegre comari della compagnia Teatroimmagine (Salzano, VE), per proseguire tra classici come Natale in casa Cupiello con la regia di Roberto Becchimanzi, spettacoli musicali come Live Muse, omaggio a Max Pezzali, e produzioni innovative come Bestiario Umano della Compagnia SmArt vincitrice della quarta edizione di Futura Festival e El giro del mondo en 79 dì delle Feisbuc Sisters. La rassegna si chiude (29 marzo) con Finché vita non ci separi della Compagnia Teatrale Castelrotto, offrendo al pubblico un percorso ricco di emozioni, risate e intrattenimento di qualità.

All’interno del Centro Giovani Cristallo Young, si sviluppa un programma ricco di proposte inclusive e creative. Segnaliamo delle sinergie importanti. Con Unicef il rapporto va oltre il sostegno agli spettacoli teatrali, abbracciando anche il mondo dei laboratori e delle attività educative rivolte a bambini/e e giovani. E con CNA che sostiene il laboratorio “piccoli artigiani” e una collaborazione prestigiosa con Still I rise, organizzazione umanitaria indipendente che offre istruzione e protezione ai bambini profughi e vulnerabili del mondo, per il lab “Dentro la mia valigia…”

Infine, il 20 settembre a partire dalle ore 17 ci sarà la Festa del Teatro Cristallo, con musica, spettacoli per bambini e la comicità de Il Terzo Segreto di Satira.

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34 anni fa il ritrovamento della mummia del Similaun

Fu pieno di imprevisti il recupero di Ötzi, appena rinvenuto per caso sulle nevi al confine tra Italia e Austria.  Ripercorriamo quei momenti insieme al giornalista Ezio Danieli che fu tra i primi a dare la notizia del ritrovamento.

Il 19 settembre 1991, a oltre 3.200 metri di quota, tra l’Alto Adige e il Tirolo austriaco, i coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon durante un’escursione notarono una sagoma scura che affiorava dal ghiaccio. Avvicinandosi, capirono che era un corpo umano. Pensarono subito a un alpinista disperso, rimasto intrappolato sul ghiacciaio, e diedero l’allarme al rifugio Similaun.

Le prime supposizioni furono varie: per alcuni si trattava di un escursionista scomparso, per altri di un soldato caduto in guerra. In quei giorni si trovava in zona Reinhold Messner, impegnato con l’amico alpinista Hans Kammerlander in un giro del Sudtirolo. Dopo aver osservato alcuni oggetti, Messner ipotizzò che quell’uomo potesse avere circa 500 anni. Nessuno immaginava che il corpo fosse invece rimasto custodito dal ghiaccio per oltre cinque millenni.

Il 23 settembre iniziò il recupero. Poiché si pensava di trovarsi davanti al corpo di un disperso recente, non furono coinvolti archeologi: i soccorritori usarono strumenti pesanti — picconi, trapani e persino martelli pneumatici — per liberarlo dal ghiaccio. La mummia fu quindi consegnata alle autorità austriache e trasferita a Innsbruck, dove venne affidata alla medicina legale e trattata come il corpo di un alpinista morto in tempi relativamente vicini.

Il giorno dopo, il 24 settembre, entrò in scena la prospettiva archeologica. L’esperto Konrad Spindler osservò con attenzione il corpo e i suoi oggetti: un’ascia in rame, un coltello in selce, un arco e frecce incompiute, indumenti in pelle e fibre vegetali. La sua conclusione fu sconvolgente: quell’uomo apparteneva a un’epoca antichissima, almeno 4.000 anni fa. Le successive analisi al radiocarbonio, effettuate a Oxford e Zurigo, stabilirono che Ötzi visse tra il 3350 e il 3100 a.C.

La scoperta aprì anche una questione politica. Una rimisurazione precisa del confine chiarì che il luogo del ritrovamento si trovava 92,56 metri entro il territorio italiano, in Provincia di Bolzano – Alto Adige. La mummia, dunque, era stata rinvenuta su suolo formalmente italiano, anche se i primi studi erano stati condotti in Austria. Nel 1998, Ötzi fu quindi trasferito definitivamente al Museo Archeologico dell’Alto Adige di Bolzano, dove oggi è custodito in una cella frigorifera visitata da migliaia di persone.

La straordinaria conservazione del corpo si deve a circostanze fortunate: Ötzi morì in una conca rocciosa, riparata dal movimento del ghiacciaio, e fu subito ricoperto da neve e ghiaccio. Il corpo si è conservato grazie al freddo e all’ambiente umido e povero di ossigeno del ghiacciaio, che hanno impedito i normali processi di decomposizione. Grazie a questo processo, Ötzi è considerato la più antica mummia umida (Feuchtmumie) del mondo. A differenza delle mummie egizie, essiccate artificialmente con tecniche di imbalsamazione, il corpo dell’uomo venuto dal ghiaccio si è conservato in modo naturale, mantenendo tessuti molli, organi interni e perfino i contenuti dello stomaco: un unicum assoluto nello studio della Preistoria. Solo un disgelo anomalo, accentuato da polveri sahariane, riportò la mummia alla luce nel 1991.

Da allora Ötzi è oggetto di studio da parte di team internazionali. Negli anni Duemila un’indagine decisiva ha svelato la causa della morte: una punta di freccia conficcata nella spalla sinistra aveva reciso un’arteria, provocando un’emorragia fatale. 

L’“uomo venuto dal ghiaccio” non morì per caso in montagna: fu ucciso, vittima di un episodio violento avvenuto oltre cinquemila anni fa.

“Quel giorno capimmo che non era un alpinista disperso”


Quando si parla del ritrovamento di Ötzi, spesso si ricordano le analisi scientifiche. Ma nei giorni dell’autunno 1991 furono i giornalisti a dare voce alla scoperta. Per questo abbiamo intervistato Ezio Danieli, che da caposervizio a Merano del quotidiano Alto Adige seguì in diretta i primi sviluppi.

Danieli, come venne a conoscenza del ritrovamento? 

Era il 18 settembre. Stavo seguendo per il giornale il giro del Sudtirolo di Reinhold Messner e Hans Kammerlander. Di solito la sera chiamavano loro, quella volta invece mi telefonò Paul Hanny, un collaboratore di Messner: mi disse che era stato trovato uno scheletro nel ghiaccio. Ebbi la prontezza di chiedergli di tornare su e fare subito delle foto. Quelle immagini permisero di aprire il racconto.

Messner e Kammerlander erano già delle star. 

Sì, e il loro giro era seguito quotidianamente. Davanti al corpo esclusero quasi subito che fosse un disperso recente. Messner ipotizzò un’età di circa 500 anni. Controllando gli archivi, non risultava al tempo nessuno di scomparso o disperso.

E le autorità italiane? 

In quei giorni molti erano impegnati al compleanno del Landeshauptmann Luis Durnwalder, a Fiè allo Sciliar. Non si trovava un carabiniere e Messner si arrabbiò molto. Intanto gli austriaci si mossero per primi, fecero i sopralluoghi e cominciarono a parlare di un reperto molto più antico.

Subito dopo emerse la questione del confine. 

Un finanziere italiano mi disse che il ritrovamento era almeno cinquanta metri in territorio italiano. Dopo i primi controlli in Austria, fu riconosciuto ufficialmente come reperto altoatesino e italiano, e da lì tornò a Bolzano.

Come avvenne il recupero? 

Il corpo era imprigionato in un blocco di ghiaccio duro come cemento. Gli austriaci usarono un compressore e strumenti pesanti, non certo metodi ortodossi (infatti la mummia è lesionata al bacino e a un braccio ndr). Ma allora si pensava ancora a un alpinista disperso.

E invece era molto più antico… 

Gli esami stabilirono che quell’uomo non aveva poche centinaia di anni, ma oltre 5000. Una scoperta destinata a cambiare la storia.

Autore: Till Antonio Mola

Così è (se vi pare). Il passo più lungo della verità

Alcuni anni fa, quando gli organismi diocesani discussero dell’opportunità di avviare una (costosa) indagine sugli abusi sessuali avvenuti in diocesi, alcuni sostenevano la necessità di riesumare i casi del passato, altri sottolineavano l’importanza di investire soprattutto sulla prevenzione, guardando al presente e al futuro.

Si è scelto, tempo dopo, di cominciare occupandosi del passato. Questo comporta dei rischi, quando mancano gli strumenti per un’indagine storica di spessore e quando ci si occupa di storia con la foga del giustiziere (cha ha sempre il passo più lungo della verità), anziché con la saggezza dello storico. Per un’indagine sul passato non basta rovesciare i cassetti, sfogliare fascicoli e giustapporre ritagli di giornale. Per ricostruire la verità storica si parte da tutti i documenti disponibili, si raccolgono le testimonianze, si vanno a cercare (tutti) i pezzi mancanti, si incrociano le fonti. Senza queste cose nessuno storico responsabile esprime un giudizio sui tempi e sulle persone. E nessuno storico giudica né condanna il passato con le categorie del presente.

Si è detto che fare luce su vecchie storie serve per capire quali sono le dinamiche che non hanno impedito il verificarsi degli abusi e che solo partendo da ciò si può poi impostare un valido sistema di prevenzione. Tuttavia, in particolare nella Chiesa, le dinamiche di trenta o cinquant’anni fa non sono affatto le stesse di oggi. Il mondo, anche quello delle parrocchie, è radicalmente cambiato. Aver messo alla gogna vescovi e sacerdoti ormai morti (e impossibilitati a difendersi) – oppure preti come don Giorgio Carli (ho già spiegato altrove perché lo ritengo innocente), agnello spacciato per lupo da lupi travestiti da agnello – ha condotto a un clima tossico di paura e sfiducia, anziché a quella fiducia e a quel coraggio della verità che richiede un’efficace azione di prevenzione delle violenze (presenti nella Chiesa come in tutta la società). Le “verità” che si agitano nel vortice dei social media sono quelle di un pirandelliano “così è (se vi pare)”.

Ognuno oggi (con qualche eccezione) si riempie la bocca dei peccati (altrui), ma forse il vero peccato è quello di appiattire la storia su un presente a una dimensione e di costringere le vicende personali negli schemi di un diritto senza diritti, zigzagando tra accuse e pregiudizi, esibendo un’insolita intransigenza che sa tanto di accanimento, in balia di un’opinione pubblica manipolata e viziata da trent’anni di populismi e di pensiero breve.

Autore: Paolo Bill Valente

Tessa Kai, cantricedella generazione con un C-U-O-R-E

Dopo essere uscita con alcuni alcuni interessanti singoli la giovane cantautrice bolzanina Tessa Kai è pronta per un debutto su una durata più lunga, un EP di cinque brani, dal titolo emblematico di Crescendo, che viene pubblicato proprio in questi giorni. 

Il suo nome d’arte ha cominciato a girare e a far drizzare le orecchie a chi segue la scena locale più o meno un anno fa, quando Lisa Pivetta (questo il suo nome all’anagrafe) ha pubblicato il suo primo singolo, Panda, una canzone originale scritta quasi per gioco con un’amica, e talmente apprezzata nel giro del concorso Upload da venire presa in considerazione dal produttore e musicista milanese Federico Dragogna che ne ha curato la veste definitiva. Il brano era talmente buono e bello che in poco tempo col solo passaparola si è meritato un migliaio di visualizzazioni, senza alcuna pubblicità, senza alcun talent show alle spalle, solo grazie alla spontaneità della sua autrice. Ora, a tredici mesi di distanza, la cantautrice bolzanina è pronta per un debutto su una durata più lunga, un EP di cinque brani, dal titolo emblematico di Crescendo, che viene pubblicato proprio in questi giorni. Tutte canzoni originali prodotte con l’aiuto di Bajo e Thomas in seno al collettivo Supermarket, al cui campo largo Tessa Kai appartiene. La nuova pubblicazione, disponibile sulle classiche piattaforme e largamente anticipata dall’uscita di tre singoli, è finalmente l’occasione per incontrala e parlare della sua musica.

“Avevo sei o sette anni – ci racconta –, quando ho iniziato a suonare la chitarra, poi frequentando l’istituto musicale ho approfondito anche lo studio di altri strumenti, senza però mai dedicarmi allo studio del canto. Il fatto di diventare cantautrice è venuto per caso, in realtà avrei dovuto scrivere qualcosa per partecipare al festival studentesco nella categoria rap/trap, alla fine la cosa mi è piaciuta talmente che ho scoperto quanto mi venisse spontaneo lo scrivere”.

Da allora Lisa non ha mai smesso di scrivere e cantare le proprie canzoni e, naturalmente non si considera assolutamente una rapper, anzi!, anche se magari di questa musica a volte adotta la metrica: ma si tratta solo di una soluzione artistica che comunque privilegia il cantato vero e proprio. Il connubio coi ragazzi del Supermarket, suggerito a Lisa da una delle organizzatrici di Upload, si è rivelato vincente. Nonostante ci sia voluto un anno di tempo per portare a termine il progetto, complice anche l’esame di maturità incombente, alla fine quello che ne è uscito è un prodotto fresco, così come fresca è la vena compositiva di questa diciannovenne; fresco e vario grazie alla scelta non scontata di proporre arrangiamenti che hanno saputo rivestire degnamente le canzoni, senza mai eccedere ma lasciando soprattutto in primo piano le parole e la voce, che per una cantautrice sono più che fondamentali, tanto più in un caso come questo in cui la voce non è impostata o frutto di un particolare studio, ma punta invece su genuinità e originalità.

“Delle cinque canzoni incluse nel disco – ci spiega Tessa Kai (il nome d’arte deriva da quello che originariamente i genitori avevano pensato per lei e dal vocabolo hawaiano kai, mare) – due sono composte insieme all’amica con cui avevo partecipato al festival studentesco e con cui avevo scritto Panda, si tratta di Testa altrove e Generazione senza Cuore, le altre le ho composte da sola. Per quanto riguarda il lavoro con Bajo e Thomas, io ho proposto delle canzoni che erano già finite, poi, siccome non c’è un filo rosso tematico tra i brani, abbiamo cercato di crearlo a livello di produzione”.

I brani offrono più chiavi di lettura, che vanno dal vissuto personale al tema del viaggio, come suggerisce l’entusiasmante Quando sei qua (Berlino Est), fino alla contagiosa Generazione senza cuore in cui si mette a confronto coi propri coetanei, ma li mette anche a confronto con le generazioni precedenti.

“Il discorso è complesso – prosegue Tessa – perché in verità mi sento davvero diversa da molti miei coetanei, ho interessi differenti e quindi nella prima parte forse affiora più questa differenza, io che guardo il mare mentre loro smanettano sui telefoni; poi però c’è il fatto che le generazioni che sono venute ci vedono come una generazione senza cuore, nessuno escluso. Mentre io so che non è così, un cuore ce l’abbiamo e infatti nel refrain finale diventiamo appunto una generazione con un cuore!”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

“Grisù day”, i pompieri danno spettacolo

Salire su un mezzo d’epoca, provare a spegnere il fuoco con un potente getto d’acqua, suonare le sirene… i bambini sono senz’altro stati protagonisti del divertimento  nella piazza del complesso Amonn a San Giacomo, dove si è tenuta la prima edizione del “Grisù Day”.


Certo, ad ammirare il corpo dei pompieri volontari di San Giacomo-Agruzzo coi loro mezzi non c’erano solo i più piccoli. Ad aprire questa prima edizione che celebra l’amato corpo volontario è stata la bellissima sfilata delle autovetture storiche dei pompieri, che hanno raggiunto Laives lungo la statale. Una volta rientrati a San Giacomo, questi gioielli sono rimasti a farsi ammirare dal folto pubblico presente, mentre i pompieri volontari hanno seguito chiunque volesse cimentarsi nell’uso della pompa, nel suonare la sirena o semplicemente provare a salire su una di queste meraviglie. Il piazzale è stato animato per tutta la giornata da stand gastronomici e musica dal vivo, mentre per i più piccoli erano a disposizione anche dei gonfiabili. La prima edizione che celebra gli amatissimi vigili del fuoco volontari è stata un successo, che ha rallegrato il centro di San Giacomo per tutta la giornata, graziata da un magnifico cielo azzurro. Il copro dei vigili del fuoco volontari di San Giacomo-Agruzzo vanta una lunga tradizione ed è sempre molto presente e attivo all’interno della comunità. Questa loro celebrazione è pertanto stata accolta con grande entusiasmo dalla popolazione che attenderà sicuramente la seconda edizione il prossimo anno.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Aceto di legno

L’aceto di legno, noto anche come acido o liquore pirolegnoso, è un liquido scuro dall’odore affumicato, ottenuto durante la pirolisi del legno in un processo di decomposizione termica anaerobica,  a diversi gradienti di temperatura. Questo distillato, costituito principalmente da linfa, acido acetico, metanolo, acetone e altri composti organici volatili, ha una lunga storia alle spalle, con origini all’Asia orientale. Le prime testimonianze dell’aceto di legno risalgono al periodo Edo in Giappone (1603-1868), quando veniva prodotto nei forni tradizionali a carbone. Inizialmente, si utilizzava per le sue proprietà antisettiche e come conservante naturale. In Cina e Corea, era impiegato pure nella medicina tradizionale per le sue capacità disinfettanti e repellenti. Nel XIX secolo, attirò l’attenzione dell’Europa come possibile fonte di acido acetico naturale, ancor prima di quello sintetico industriale (cracking). In agricoltura, l’aceto di legno oggi viene impiegato come bioattivatore del suolo, antiparassitario naturale e stimolante della crescita radicale. Diluito in acqua, può essere nebulizzato sulle colture per tenere lontani insetti (finanche i volatili, specie nei primi giorni e in assenza di piogge) e funghi patogeni, migliorando allo stesso tempo la resistenza delle piante allo stress meteo/climatico. Particolarmente diffuso in agricoltura biologica è apprezzato per il basso impatto ambientale e ha la capacità di ridurre l’uso di fitofarmaci chimici. Si può miscelare insieme alla zeolite e al caolino. Questo aceto è legato al biochar, residuo carbonioso solido, anch’esso prodotto durante la pirolisi. Mentre l’aceto viene condensato dai vapori volatili, il biochar rimane materia compatta, porosa e ricca di carbonio. Anche il biochar ha radici antiche: gli indigeni dell’Amazzonia precolombiana lo utilizzavano per migliorare la fertilità del suolo nella cosiddetta “terra preta”, una tecnica riscoperta, e oggi oggetto di studi agricoli e di conservazione del patrimonio boschivo tropicale. Il biochar arricchisce il terreno, aumenta la ritenzione idrica, stimola l’attività microbiologica e sequestra carbonio atmosferico. L’abbinamento biochar/aceto di legno è oggetto di crescenti sperimentazioni, poiché i due elementi, pur essendo prodotti dallo stesso processo, agiscono in sinergia nel miglioramento del suolo e della salute delle colture. In un contesto globale dove la politica non esibisce che cubature cementizie spropositate, consumo di suolo, abbattimenti di foreste e ampie isole urbane di calore senz’ombra, dannose alla salute in nome e per conto di un’economia finita, la riscoperta di tecniche e di elementi antichi, potenziati da conoscenze scientifiche moderne, offrono una speranza, una contrapposizione al modello di omologazione e conformismo sociale sempre meno attento ai dettagli e sempre più distante dai benefici del verde e della natura.

Autore: Donatello Vallotta

Giovani in cerca di un alloggioa Bolzano: mission (quasi) impossible

Ilaria, 32 anni, è una persona molto attiva e dinamica, lavoratrice, musicista e viaggiatrice ed è una di quei giovani bolzanini e bolzanine che hanno affrontato la difficile ricerca di una casa a Bolzano.

Da quanto tempo cerchi casa?

Da quando ho iniziato a lavorare stabilmente, circa cinque anni fa.

È stato difficile trovare un’opzione che rispecchiasse le tue necessità?

Sì, in parte per il mio essere molto esigente e in parte per motivi economici. Ho escluso fin da subito l’affitto, perché vivendo in pianta stabile a Bolzano senza la volontà di abbandonarla per me non avrebbe avuto senso prendere una casa “in prestito” e magari accontentarmi spendendo quello che avrei speso per un mutuo (o anche qualcosa di più). Dopo una lunga ricerca e la presa di coscienza di non poter affrontare un mutuo da sola, ho optato per ristrutturare l’appartamento in cui vivevo prima con mia mamma nel quartiere Europa-Novacella.  

Per un giovane quanto è fattibile trovare davvero un’abitazione a Bolzano? 

Scendere a compromessi, come acquistare fuori Bolzano, potrebbe apparire più facile, ma non cambia davvero la situazione. Le coppie non hanno la strada spianata, ma sicuramente hanno più facilità ad accedere ad aiuti, contributi e anche ad un mutuo, semplicemente perché il reddito è doppio. Da single si ha un solo reddito su cui pesa anche il quotidiano e per quanto esistano i mutui a tasso agevolato per gli under 36, le rate, con gli stipendi attuali, diventano soffocanti anche solo per permettersi di arrivare a fine mese.

Quali sono le principali problematicità della situazione abitativa bolzanina?

Sicuramente i prezzi, perché nel corso degli anni il prezzo del mattone è volato mentre gli stipendi sono rimasti fermi; le agevolazioni non bastano, né per l’acquisto né per l’affitto. A questo si aggiunge la carenza di terreni edificabili e il mancato risanamento di stabili da cui potrebbero essere ricavati appartamenti vivibili, vista la richiesta. 

Uno stipendio medio è sufficiente per accedere a una casa?

No, sembra quasi che gli stipendi debbano farti sopravvivere, più che vivere; dovrebbero essere indubbiamente riadeguati. Dove lavoravo prima non raggiungevo nemmeno il minimo richiesto per poter accedere ad un mutuo! 

Cosa pensi delle politiche abitative locali rivolte ai giovani?

Devono ancora migliorare. Nonostante qualche passo avanti, gli aiuti restano insufficienti. Il mutuo a fondo perduto della Provincia non esiste più ed è stato sostituito da un contributo accessibile solo con requisiti specifici. La frustrazione è tanta, sia nella ricerca di una casa che di un mutuo: anche con tassi agevolati, le rate per me erano insostenibili e ho dovuto rinunciare.

Pensi sia un problema condiviso da molti giovani? 

È un tema molto frequente tra di noi e, bene o male, siamo tutti allineati nelle nostre opinioni, perché abbiamo una visione molto chiara della società e soprattutto dei tempi in cui viviamo. Sembra una frase fatta, ma i nostri genitori vivevano in altri tempi: magari non c’erano aiuti, ma il potere d’acquisto e i costi erano diversi e forse anche gli stipendi. Dispiace dirlo, ma alcuni non si rendono conto delle difficoltà che la nostra generazione sta riscontrando a livello abitativo, lavorativo e non solo. 

Questa difficoltà ad accedere a una casa ha influito in altri ambiti della tua vita?

Fortunatamente no e ho avuto la fortuna di avere una madre che che non ha mai fatto pressioni per farmi uscire di casa.

Autrice: Anna Michelazzi

La strada in Zona dedicata a Louis Braille

Via Braille in zona produttiva, quartiere Oltrisarco, è dedicata all’inventore del metodo di scrittura e lettura per i ciechi. Nato il 4 gennaio 1809 a Coupvray (Francia), mentre suo padre Simon, sellaio, era fuori casa, il piccolo Louis volle imitarlo impugnando un coltello a due lame per ritagliare del cuoio; d’un tratto la lama sottile si staccò dal manico colpendolo ad un occhio. Un medico lo bendò ma sorse un’infezione che colpì entrambi gli occhi. Louis, divenuto cieco, imparò a girare per le strade munito di un bastone fatto da papà Simon;  con l’aiuto del parroco Jacob Palluy imparò a contare, ma anche a suonare il flauto. Frequentò per tre anni la scuola del villaggio. Il 15 febbraio 1819 entrò nell’Istituto parigino per ciechi, dove imparò a suonare il pianoforte. Circa lettura e scrittura, esistevano delle assicelle con le lettere incise; c’erano anche delle lettere di legno. Sulla possibilità di una scrittura per ciechi e di libri su cui leggere con le dita, Louis pensava a dei caratteri fatti di punti perforati, più semplici da usare e capire. 

Momento di svolta fu l’incontro con Charles Barbier, inventore di un sistema di “scrittura notturna”, avente lettere e sillabe espresse con  punti in rilievo. Louis lavorò per migliorarlo: con sei punti creò 63 segni. La nuova scrittura fu adottata da tutti gli ospiti dell’Istituto. A 19 anni Louis fu nominato assistente di classe per varie materie, poi divenne insegnante. Intanto il sistema Braille veniva esposto al pubblico in un grande mostra parigina. Louis  fu anche organista nella chiesa di S. Nicolas des Champes. Aver vissuto tra le mura malsane dell’Istituto aveva danneggiato i suoi polmoni; la diagnosi medica fu di tubercolosi. Nel nuovo edificio, inaugurato nel febbraio 1844, ci fu l’adozione ufficiale della scrittura Braille e la presentazione dell’inventore del metodo. Il sistema si diffuse in Europa e man mano in tutto il mondo. Peggiorate le condizioni di salute, Louis Braille morì, con i conforti religiosi, il 6 gennaio 1852.  Sepolto nel piccolo cimitero di Coupray, dal 1952 le sue spoglie sono a Parigi,  nella cappella del Pantheon.

Autore: Leone Sticcotti