Caldo

Abbiamo scelto una sola parola per il titolo per questa riflessione ed è inutile che vi diciamo perché. Il medesimo termine però funge da vero e proprio caleidoscopio di significati, se cominciamo a considerare quelli che sembrano essere gli effetti della rivoluzione climatica che stiamo vivendo.
Ormai ne siamo certi: è più caldo di sempre. Lo dice il termometro e lo dice anche il nostro corpo, che ci lancia i suoi messaggi, per abituarci alle nuove temperature, diurne e notturne, ma anche – e soprattutto – ai pericoli legati alle rare precipitazioni rimaste che quando giungono spesso sono piuttosto violente.
Le nuove temperature estive mettono a dura prova soprattutto le persone anziane che vivono nei fondovalle meno in quota e che hanno meno occasioni per “scappare” in montagna dove – per altro – pure si registrano temperature sorprendenti.
A bene vedere quella che stiamo passando è un’estate “calda” anche per politica ed economia, oltre che per la nostra società che arranca. Alle difficoltà legate a pandemia (ancora non superata, attenzione) e guerra in Ucraina, si è aggiunta negli ultimi tempi anche la siccità che impone di escogitare a breve termine correttivi per le mancanze croniche del passato. Stiamo parlando delle perdite nella rete idrica, che non vedono l’Alto Adige brillare rispetto al resto del territorio nazionale. Ma anche alla carenza di invasi per la raccolta dell’acqua piovana. C’è poi il confronto sulla gestione delle risorse idriche legate al fiume Adige, che sembra essere privo della necessaria regia per bilanciare le esigenze delle varie regioni del Nordest. In questo periodo abbiamo bisogno di tutto meno che di “teste calde” e quindi ci affidiamo al buone senso e ad una efficace concertazione tra i governatori coinvolti.
Agricoltura e turismo vanno a braccetto, com’è logico che sia. E l’estate torrida non può che accelerare il necessario ripensamento su questi due comparti della nostra economia, i loro obiettivi e la loro sostenibilità. Anche questi sono temi… “caldi”. Insieme ai punti interrogativi che nello specifico sono stati posti, di recente, su alcune questioni. Ricettività turistica senza limiti? Monocoltura della mela nel fondovalle come unica risorsa?
Se non vogliamo ritrovarci, presto, a piangere “calde” lacrime, è senz’altro meglio non reagire a “caldo” e invece prendersi il tempo per riflettere. Potremmo farlo magari in uno dei pomeriggi assolati della nuova estate altoatesina. In cui forse poi sarebbe meglio adottare prima possibile orari d’apertura più consoni, mutuando l’idea da altre regioni del Sud (del quale ormai metaforicamente facciamo parte anche noi). Che senso ha riaprire gli esercizi alle 15, quando ci sono ancora 35° gradi all’ombra?

Autore: Luca Sticcotti

Cinquant’anni dall’occupazione della Montedison

Per chi ci lavorava il ricordo è ancora nitido, come fosse successo ieri. Ma sono trascorsi già 50 anni da quel 7 luglio 1972, quando la Montedison di Sinigo minacciò di chiudere i battenti. E la fabbrica venne occupata.


“Assolutamente no. Durante tutto il periodo di occupazione non ho mai sentito questo sentimento di paura, di perdere il posto di lavoro. Non potevamo decidere noi quando riaprire, però la nostra attività era così frenetica e così bella che ci aspettavamo soltanto delle buone soluzioni.” Esordisce così, Carlo Baldi, quando gli si chiede se durante l’occupazione della Montedison – la storica fabbrica di Sinigo – ha avuto paura.
Di quella storia, di quella occupazione, quest’anno si ricordano i 50 anni. è la vicenda di quei 220 operai impiegati a lavorare in fabbrica in una Sinigo tedescofona, votata all’agricoltura e al turismo. In una fabbrica che nasce tra il 1925 e il 1926, ricercando in Alto Adige un mercato interessante per il fertilizzante chimico che non troverà, costretta quindi a passare ai materiali speciali: carbonato di litio, silicio iperpuro per elettronica, in policristallo e monocristallo, ma anche titanio e plasma. Un mercato promettente sul quale scommettere, con le porte dell’elettronica che si stavano spalancando, in cui tuttavia Montedison stessa non credette, investendo nel suo laboratorio poco denaro ed energia, ed arrivando ad un deficit annuo di un miliardo di lire. Così, si giunse al 7 luglio 1972: fabbrica chiusa, tutti a casa.
E non solo a Sinigo, ma anche in altri punti di produzione dello stivale.
Sono stati molti, tra sindacalisti, operai, contadini e cittadini, ad animare questa storia. E sono proprio le loro voci che ripercorrono e ricostruiscono le tappe di un vissuto così decisivo per il territorio.

CARLO BALDI
A partire dallo stesso Carlo Baldi, che quel giorno si trovava in vacanza con la famiglia e che senza pensarci su troppo è tornato a Sinigo: “È stata una decisione di coscienza – racconta quasi ridendo – non potevo starmene in ferie mentre gli altri occupavano la fabbrica”.
Ricorda che vi trovò una situazione paradossalmente tranquilla: “Ci hanno ceduto le chiavi, lasciandoci corrente e acqua. Noi abbiamo cercato per tutto il tempo di fare la minima manutenzione per non mandare tutto in malora”.
In queste condizioni, con turni di presidio della fabbrica e giri di ronda per controllare i dintorni, l’occupazione andava avanti. Da sfondo, un clima non propriamente roseo: gli anni delle bombe dei separatisti in Alto Adige e un capoluogo se non contrario, quantomeno sfavorevole, per una questione politica e, sicuramente, etnico – linguistica. Ma erano anche gli anni del lungo ’68, dei movimenti sindacali nel loro massimo fermento, degli operai nelle piazze per reclamare diritti, salari stabili, sicurezze e welfare.
In questo grande quadro si inserivano gli operai resistenti della Montedison di Sinigo, trascinando con loro anche contadini e cittadini, artisti, civili e sindacalisti.

JACOB DE CHIRICO
Tra questi, il ricordo di Jacob De Chirico: “L’occupazione della Montedison di Sinigo era stata per me una scuola di vita frenetica. Dirigevo in quegli anni la rivista “Arte e lavoro/ Kunst und Arbeit”, interessata a fare interagire l’arte con il mondo del lavoro e le sue grandi lotte in difesa delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti. Avevo capito che il mio ruolo poteva essere davvero al servizio della classe operaia. I lavoratori della Montedison rappresentavano un’avanguardia, sindacalizzata, competente, consapevole dei propri diritti ma anche profonda conoscitrice della sofisticata produzione del silicio iperpuro. Pensavo che andassero coinvolti intellettuali, insegnanti, studentesse e studenti di lingua italiana e tedesca, senza steccati etno – linguistici. Ritenevo indispensabile coinvolgere anche i contadini del Burgraviato e infatti alle grandi manifestazioni in città partecipavano addirittura con i loro trattori! Ci fu una grande solidarietà. Mai una lotta di fabbrica aveva coinvolto in modo massiccio tutta la città. Accanto alla tenda della Montedison installata in pieno centro città, accanto ai grandi murali scritti e dipinti da me, capitò che la polizia volesse cancellare quell’avamposto operaio. Io dipingevo ogni giorno un murale colorato nuovo, un vero e proprio diario che aggiornava lo stato della lotta!”.
E fu proprio così: una mobilitazione generale e senza eguali. Una scuola di resistenza, collaborazione e solidarietà per il territorio intero. Ma anche una scuola di vita, personale, che ha contribuito a formare le coscienze: “Io non ero sindacalizzato, non avevo neanche tante idee politiche, però credo che si debba sempre battersi per qualcosa in cui si crede e ne è valsa la pena. È quello che ti lascia la coscienza tranquilla”.

GIUSY GIARRIZZO
Ed ecco, vince, il ricordo di Giusi Giarrizzo della Cgil. “Sono passati 50 anni da questa vertenza sindacale di grande respiro, ma nella memoria dei giovani lavoratori di oggi non c’è più traccia di un avvenimento sindacale che allora coinvolse i duecento dipendenti della ex Montedison, la comunità di Sinigo e i lavoratori e le lavoratrici non solo del meranese, ma anche di tutta la Provincia. Quando invece, oggi, ho l’occasione d’incontrare qualche ex lavoratore che allora era attivo nel sindacato, non faccio il tempo di salutarlo che subito in lui affiorano i ricordi di questa battaglia in difesa dei posti di lavoro nell’industria”.

LUCA FELLIN
Anche Luca Fellin ricorda: “Negli anni ’80 noi giovani rampanti che arrivammo alla Smiel poco sapevamo di quanto era accaduto solo pochi anni prima. Nel 72 eravamo ancora alle scuole medie. Per noi la fabbrica rappresentava una buona opportunità di lavoro in attesa di tempi migliori. Siamo arrivati in un momento di transizione politica e sociale ed anche di prospettive di mercato.l n quegli anni sono iniziati i primi cambiamenti significativi dal punto di vista dell’espansione dell’azienda e del mercato del silicio. La storia dell’occupazione l’abbiamo imparata assieme alle storie delle persone che l’avevano fatta. Abbiamo avuto il privilegio di ascoltare dall’interno, e dalle persone dalle quali stavamo imparando a lavorare, che significato ha avuto per la fabbrica, per la comunità e per noi stessi, quell’atto coraggioso. Ci sembra quasi di avervi partecipato. Quell’occupazione è stata la svolta, ha permesso la continuità produttiva e la sicurezza economica dei suoi addetti e di parte della comunità.”
Si trattò di un’occupazione tenace, conclusa il maggio dell’anno successivo. Occorre dunque celebrare il ricordo di coloro che si sono caricati sulle spalle la responsabilità di non far fallire per sempre un’opportunità di lavoro industriale, riconoscendo loro la capacità di visione prospettica, di amore per il lavoro. Celebrare l’intransigenza e la tenacia degli operai che hanno fatto sì che ancora oggi lo stabilimento di Merano abbia oltre 200 dipendenti, e quello satellite, di Novara, più di 600.

“LA LOGICA DEL FARE”
Insomma: è una grande storia di comunità, che Carlo Baldi riassume in modo lucido. “La storia di questa comunità di lavoratori che copre più di mezzo secolo della nostra vita, ha bisogno di una riflessione conclusiva: molti sono gli eventi importanti che l’hanno segnata, scelte politiche o mancate scelte, scelte imprenditoriali, variazioni repentine e incontrollabili dei mercati globali. Tutto questo sta dentro la logica del fare. E sono gli uomini che decidono: i prestatori d’opera e i datori di lavoro e per ognuno di questi si potrebbe tentare un giudizio: bravo, impegnato, determinante, generoso, preparato, essenziale in questa o in quell’altra occasione, eroico persino, inadeguato, e non ti meravigli di questo perché gli uomini e le istituzioni fanno la storia, sono dentro la storia, però ad un certo punto la storia subisce uno scarto decisivo, impensabile persino.
Perché non era nella logica delle cose, anzi era al di fuori delle regole scritte, di quelle ammissibili per convenzione o per legge. È necessario che l’imprenditore si faccia da parte, non necessariamente per i suoi demeriti. Perché tutti insieme noi, con i nostri bisogni e diritti, in questa particolare occasione, per un’etica superiore e per un tempo che sarà breve o lungo, si provi a cambiare il corso delle cose. E in quel 1972, 220 lavoratori, con qualche eccezione più o meno giustificata, l’hanno fatto e oggi fra Sinigo e Novara oltre 1000 lavoratori hanno uno stipendio a fronte di una prestazione e il datore di lavoro un rendimento per il suo capitale di rischio”

Autrice: Ana Andros

Serve un’autorità credibile che faccia rispettare il diritto

Mentre si avvicina l’anniversario della morte di Alex Langer (3 luglio), vien da chiedersi che cosa avrebbe detto, lui, della guerra in Ucraina e dei modi scelti per affrontarla e portarla a soluzione. Ciò che manca, allora come oggi, è una forza internazionale capace di far valere il diritto e i diritti della parte più debole.

Quasi trent’anni fa (luglio 1993), Alexander Langer, guardando al conflitto balcanico, disse che “occorre una credibile autorità internazionale che sappia minacciare ed anche impiegare – accanto agli strumenti assai più importanti della diplomazia, della mediazione, della conciliazione democratica, dell’incoraggiamento civile, dell’integrazione economica, dell’informazione veritiera… – la forza militare, esattamente come avviene con la polizia sul piano interno degli Stati.
Se qualcuno spadroneggia con la forza delle armi nel suo quartiere o nella sua valle, e nessuno si muove per fermarlo, in poco tempo scoppia una generale guerra per bande, in cui tutti sono obbligati ad armarsi ed a cercare di farsi valere con la forza”.
Dunque sì, secondo Langer – per quanto egli fosse un costruttore di pace e un autentico nonviolento – in quella situazione l’ONU sarebbe dovuta intervenire in modo più deciso, per bloccare il conflitto e salvaguardare la popolazione inerme dalle mire di conquista degli eserciti in campo.
Se oggi nessuno propone seriamente un intervento di “polizia internazionale” è solo perché la parte forte, quella che spadroneggia, è una potenza nucleare. Come tale è capace di tenere in scacco il mondo intero.
E tuttavia non è ammissibile che un qualsiasi Stato annetta territori di un altro Stato con la violenza o con altri mezzi illegittimi.
Al di là dei diritti lesi, ciò rappresenta un pericolo per tutto il mondo e un messaggio per i despoti che assomiglia a una licenza di uccidere.
Non possiamo ridurci a chiedere al più debole di rinunciare a qualcosa, solo per far star buono il più forte. Ciò vale anche in altre forme di relazione.
La Comunità internazionale deve trovare il modo per fermare i più forti che schiacciano i più deboli, in ogni situazione.
Con la diplomazia, la mediazione, la conciliazione democratica, l’incoraggiamento civile, l’integrazione economica, l’informazione e anche, se necessario, con la forza.

Autore: Paolo Bill Valente

Laives, mistero di un nome

Molti aspetti un tempo sconosciuti della storia di Laives sono stati svelati dalle ricerche e dai ritrovamenti archeologici avvenuti nel corso di tutto il XX secolo. Già negli anni ’30, i bolzanini Georg Innerebner (esplorò anche la cisterna del Peterköfele, che in modo assai ingegnoso garantiva l’approvvigionamento idrico al vecchio castello) e Peter Eistenstecken sondarono a fondo il territorio “vergine” del Montelargo / Breitenberg, dove in effetti scoprirono gli stupefacenti resti di antichi castellieri. Verso la fine del secolo, grazie all’intensa attività edificatoria che travolse Laives, fu la volta del conoide sui cui sorge il paese: e in varie zone vennero alla luce tracce inequivocabili di siti risalenti quantomeno all’età del ferro.
Insomma, a poco a poco si consolidò la consapevolezza che questa piccola località all’imbocco della Vallarsa non era semplicemente un centro agricolo di origine medievale sorto “a servizio” e, anche, a protezione della strada verso la nuova città mercantile di Bolzano – fondata, come Egna, alla fine del XII secolo dai potenti vescovi trentini per soddisfare le loro ambizioni commerciali – ma uno dei paesi più ricchi di storia della Bassa Atesina.
Certo, non tutto (o forse pochissimo) di quel lungo passato è stato riportato alla luce: a iniziare dal nome stesso del paese. Laives / Leifers in tutte le sue forme note (e a volte trascritte male) rimane a tutt’oggi un autentico fossile linguistico, un suono perfetto ma pietrificato dal tempo e spogliato di significato che possiamo ripetere a piacimento senza mai coglierne il senso originario.
Possiamo però ipotizzare che la sua origine andrebbe ricercata non tanto nell’epoca romana (che prediligeva i cosiddetti prediali in -anum, peraltro assenti in Bassa Atesina) ma in quella precedente retica e in uno degli insediamenti che prima e dopo il V secolo a.C. sorsero sul conoide e sulla riva del Vallarsa. A tal proposito si può aggiungere, che quasi tutti i toponimi “alpini” (e sono centinaia) che finiscono in -s sono di origine preromana/retica. In tal senso, e considerato che i nomi scelti da quel popolo misterioso e profondamente religioso erano semplici e comprensibili a tutti, Laives dovrebbe portare il nome del fondatore del primo vero villaggio o di una divinità a cui era consacrato.
Sempre a proposito dei nomi locali, che molto potrebbero raccontarci del passato del paese, pare che il più antico toponimo documentato sia quello di Lichtenstein, il castello sul Peterköfele anch’esso di proprietà dei principi-vescovi trentini, costruito probabilmente in concomitanza con la fondazione di Bolzano e distrutto definitivamente dal tirolese Mainardo II.
In questo caso, però, si tratta certamente di un nome medievale. Il nome precedente del sito, certamente frequentato (a che scopo non si sa ma forse quale luogo di culto), è completamente sconosciuto.
Il linguista Finsterwalder ritenne infatti che i nomi dei castelli medievali sorti tra il XII e il XIII secolo fossero quasi tutti di origine “fantasiosa” o ideologica, nel senso che erano espressione di un ideale mondo cavalleresco slegato dalla realtà e dalle esigenze territoriali. Al “chiarore” o alla luce (Licht) sono infatti ispirati vari nomi di castelli in tutta Europa e, proprio di fronte al nostro Lichtenstein, anche quello della Leuchtenburg / Castel Chiaro. È dunque plausibile che furono i padroni “trentini” insediati a Castel Weineck ad attribuire il nome alla collina di San Pietro questa lo trasmise alla dinastia ministeriale dei Lichtenstein.

Autore: Reinhard Christanell

Quei frigoriferi che cambiano il mondo

Il pianeta dei frigoriferi
Scrittore: Mauro Balboni

Nel suo libro, il ricercatore Mauro Balboni (specialista in scienze agrarie, originario di Bolzano ma cittadino del mondo) lancia uno sguardo sul nostro futuro partendo da un oggetto che tutti abbiamo in cucina e apriamo più volte al giorno, eppure mai ci aspetteremmo che potrebbe essere una specie di “bomba a orologeria”, capace di innescare potenti reazioni a catena per il paese e l’ambiente. Parliamo del frigorifero, un elettrodomestico relativamente giovane se pensiamo che il primo esemplare con un prezzo accessibile viene lanciato in America nel 1927 dalla General Eletric. Da allora, in poco meno di un secolo, il numero di frigoriferi nel mondo è arrivato ad un miliardo, rivoluzionando radicalmente le nostre abitudini alimentari. Fin qui nulla di strano, a parte il fatto che il numero di frigoriferi sul pianeta è destinato letteralmente a raddoppiare in pochi anni alla fine di questo decennio, trainato dal gigantesco mercato di consumatori dell’Asia, e dell’Africa (l’assurdo è che qui comprano frigoriferi, ma in molte zone non arriva la corrente elettrica!). Insomma, un cambiamento epocale in tempi molto brevi, che porterà a un cambiamento nelle abitudini alimentari di dimensioni titaniche. Una domanda di cibo a cui la produzione agroalimentare è chiamata a rispondere. Il libro di Balboni, dati alla mano, ci mette quindi di fronte a tanti paradossi: se qui nel mondo ricco e occidentale si moltiplicano gli appelli alla frugalità collettiva, là nel mondo in prepotente crescita economica si mangia sempre di più; se noi invochiamo la “fine della carne”, là si consumano sempre più proteine animali. In questo scenario, le bocche da sfamare stanno crescendo al ritmo di circa 80 milioni all’anno.
Il capitolo “La fame di terra” fa luce su un’altra realtà meno nota e divulgata, che rischia di avere un impatto negativo sulla nostra stessa sicurezza alimentare: sottolinea l’autore “la terra coltivabile nel mondo, se misurata pro capite per ogni essere umano, è in calo dal 1960 e continua a calare. Inoltre, quella rimasta si trova “sequestrata” in ecosistemi forestali e naturali che i Paesi del mondo si sono impegnati a salvaguardare per mitigare il riscaldamento climatico e la biodiversità. Da oggi al 2050 dobbiamo produrre più cibo di quello prodotto finora, senza toccare altra terra. Un’impresa gigantesca e difficile.”
Insomma, “Il pianeta dei frigoriferi” non fornisce ricette facili salva-mondo, ma offre, invece, una mappa e una bussola per orientarsi in quello che sta succedendo, sul fronte dell’agricoltura e del cambiamento climatico. Un libro indispensabile per farsi un’idea oggettiva del futuro nostro e globale e che non a caso è stato presentato dall’autore nella “sua” Bolzano in un’intensa tre giorni di incontri e riflessioni sul futuro organizzata lo scorso 14-16 giugno da “Alto Adige Innovazione” e intitolata “Three Days for Future”.

Autrice: Caterina Longo

Chi era il Dr. Streiter della via omonima?

Tra le vie di Bolzano alcune sono dedicate ai mestieri, come le vie Bottai e Conciapelli; un tempo vi era anche via Carrettai, parallela dei Portici; nel 1901 prese un nuovo nome, quello di via Dr. Streiter. Chi era e cosa fece Joseph Streiter?
Facente parte di una famiglia del patriziato bolzanino, era nato a Balzano il 4 luglio 1804. Frequentò il Ginnasio dei Francescani a Bolzano, poi quello dei Benedettini a Merano. Nel 1827 sposò la figlia di un medico di Innsbruck, Johanna Holer, da cui ebbe sei figli. Laureatosi nel 1828 in scienze giuridiche a Padova, dopo un periodo a Cavalese esercitò l’avvocatura a Bolzano per 24 anni. Deceduta nel 1837 la moglie Johanna, Joseph Streiter nel 1845 sposò la pluriennale governante Anna von Kapeller. Non mancarono gli impegni pubblici per Joseph Streiter: dal 1850 al 1860 fu borgomastro di Dodiciville, dal 1861 al 1870 fu sindaco di Bolzano. Dal 1870 al 1872 fu anche membro del Consiglio regionale del Tirolo come rappresentante della Camera di Commercio di Bolzano. Nella sua attività politica si impegnò molto nel Kulturkampf, del quale fu uno dei massimi esponenti tirolesi; come liberale progressista cercò di contrastare il clericalismo e la limitazione con la censura della libera manifestazione del pensiero. Fu durante il suo mandato che Bolzano ottenne l’illuminazione a gas, la tratta ferroviaria Verona-Bolzano-Innsbruck, l’abbellimento della città e lo sviluppo del turismo, uno slancio nel campo dell’istruzione, della frutticoltura e della viticoltura. Joseph Streiter, rappresentante del radicalismo democratico, nazionalista e anticlericale di Bolzano, considerato il padre del liberalismo ottocentesco nel Tirolo meridionale, nel 1848 creò il “Verein für parlamentarische Bildung”. Joseph Streiter amava incontrarsi nella residenza Unterpayrsberg, nel rione Dodiciville, in simpatici conversari con gli amici. Fu proprio in tale residenza che Joseph Streiter morì il 17 luglio 1873.

Autore: Leone Sticcotti

I misteri di Kolosimo

Peter Kolosimo – all’anagrafe Pier Domenico Colosimo fantascienziato e sessuologo popolarissimo anche a livello internazionale negli anni sessanta, autore di una ventina di saggi e tre romanzi – ha vissuto per quindici anni a Bolzano, dove ha imparato il tedesco e completato gli studi liceali prima di iscriversi all’università di Lipsia. Lo ricordiamo a cent’anni dalla nascita.

// Di Massimiliano Boschi
Pier Domenico Colosimo, “fantascienziato”, giornalista, sessuologo e scrittore, ha ottenuto uno straordinario successo internazionale negli anni Sessanta e Settanta del Novecento con la versione tedesca del suo nome: Peter Kolosimo.
E’ probabile, ma non certo, che questa scelta abbia a che fare con gli anni di permanenza a Bolzano, che, però, restano avvolti in un piccolo mistero. A misteri grandi, invece, Kolosimo deve il suo fenomenale successo. Perché li indagò e raccontò con intelligenza e straordinario talento: da Atlantide a Stonehenge, passando per l’isola di Pasqua e le linee di Nazca.

Nato il 15 dicembre 1922 a Modena e morto a Milano il 23 marzo 1984, Kolosimo si occupò di questo e altro, sesso compreso, in una ventina di saggi e in numerose riviste e quotidiani.
Come si diceva, i misteri a cui dedicò le sue pubblicazioni finirono per avvolgere anche la sua biografia. Lo conferma la moglie Caterina, conosciuta a Bolzano agli inizi degli anni ‘60.
In un’intervista rilasciata a gennaio scorso alla rivista “Ufo” ha, infatti, ammesso che esistono segreti del marito che nemmeno lei è riuscita a svelare. Tra questi, il periodo da partigiano in Cecoslovacchia e, soprattutto, la sua perfetta conoscenza del tedesco: “Non so come lo sapesse. Io l’ho studiato essendo nata a Bolzano, lui invece era nato a Modena e si era spostato in diverse città italiane, ma il tedesco non rientrava tra le lingue dei luoghi in cui era cresciuto”.
A dire il vero, numerosi articoli sostengono che Peter Kolosimo avrebbe frequentato il liceo prima di laurearsi all’Università di Lipsia in filologia germanica moderna. Il condizionale è d’obbligo, perché i documenti degli uffici anagrafe di Torino e Bolzano sembrano smentire questa versione.
è vero invece che Pier Domenico Colosimo nacque a Modena per caso. La madre Josephine Mosca, nata a West Hoboken nel New Jersey nel 1902, era di passaggio dalla città emiliana quando le iniziarono le doglie mentre il padre fu praticamente inesistente: non sposò la madre e contribuì solo economicamente alla crescita del figlio. Nemmeno la biografia su Kolosimo scritta da Alberto Silvestri (edita da “Il Ponte vecchio”) ci aiuta a comprendere con precisione dove Peter frequentò le scuole elementari. I documenti ci dicono unicamente che nel dicembre 1931 madre e figlio si trasferirono a Torino, da Urbino, e che lì rimasero fino al 1939.
Successivamente Peter venne “adottato” da una famiglia romagnola di Savignano sul Rubicone che lo aiutò a ottenere il diploma all’Istituto Magistrale nel 1942. Solo nell’estate successiva, Kolosimo arrivò (o tornò) a Bolzano dove si arruolò nelle file della Wehrmacht. Una scelta resa possibile dalla sua ottima conoscenza del tedesco e dalle sue passate frequentazioni sudtirolesi di cui, però, non abbiamo trovato alcuna traccia.
Escluso che abbia frequentato il liceo a Bolzano, dovremmo provare a immaginare che tra il 1924 e il 1931 abbia frequentato l’Alto Adige e, soprattutto, che abbia potuto apprendere il tedesco proprio mentre il fascismo ne vietava l’insegnamento.
Comunque sia, nell’autunno del 1943 partì per il fronte, venne ferito a un occhio nei primi mesi del 1945, e come raccontato più volte da lui stesso, durante la convalescenza entrò in contatto con la Resistenza cecoslovacca e decise di disertare per entrare tra le loro fila. Resta da comprendere quando si sarebbe laureato a Lipsia. Anche questa volta, i documenti anagrafici, invece di aiutarci a far luce sulla vicenda, la complicano. Ci dicono, infatti, che Kolosimo arrivò a Torino nel luglio del 1945, proveniente da… Tripoli.
Successivamente, iniziò a collaborare con “Sempre Avanti”, quotidiano della federazione socialista piemontese, che venne pubblicato tra il 1945 e il 1948 e – secondo la moglie Caterina, ma non solo – Kolosimo fu l’unico giornalista italiano presente a Berlino alle cerimonie per la “nascita” della Repubblica Democratica Tedesca del 7 ottobre 1949.
Effettivamente, solo nella versione piemontese de “L’Avanti” e non in quella romana, si trova una cronaca da Berlino sulla nascita della Ddr. è scritta dell’inviato Evi Shoenheit (sic!) che, evocando la bellezza eterna di “Ewige Schönheit”, appare come un perfetto pseudonimo in “stile Kolosimo”.
Ovviamente, pure in questo caso mancano le prove documentarie, anche perché dal 23 settembre 1949, Kolosimo risulta residente nell’ex Jugoslavia, dove si trasferì per dirigere Radio Capodistria. Lì rimase fino a che non venne cacciato per motivi politici e fece ritorno a Bolzano ad agosto del 1953.
Questa volta i documenti dell’efficientissimo Archivio Comunale di Bolzano ci danno qualche certezza e testimoniano che Kolosimo trovò accoglienza nella casa dello zio Roberto, fratello della madre, in via Piacenza 28. Negli anni immediatamente successivi, collaborò con l’Unità e iniziò a pubblicare racconti di fantascienza con lo pseudonimo di Omega Jim.
La strada del successo era ormai avviata. Nel 1957 pubblicò il suo primo libro: “Il pianeta sconosciuto” e il 9 agosto 1958 sposò, a Gries, Elke Lamp da cui si separò poco tempo dopo. Nel 1960, conobbe Caterina, di vent’anni più giovane di lui con cui incominciò una lunga e intensa relazione affettiva e lavorativa.
Nel dicembre del 1968, la coppia lasciò definitivamente Bolzano per Torino e l’anno seguente, Kolosimo vinse il Premio Bancarella con “Non è terrestre”, un saggio sull’archeologia misteriosa e sulla teoria degli antichi astronauti che divenne un best seller mondiale. Peter Kolosimo divenne così una “star internazionale” e da quel che si sa, non fece più ritorno a Bolzano. Ma anche di questo, ovviamente, non v’è certezza.

L’EVENTO
In occasione del centenario della nascita di Peter Kolosimo, il Movimento Universitario Altoatesino gli dedicherà un convegno e una serie di iniziative per riscoprire non soltanto” l’alto valore della sua figura umana e narrativa, sviluppatasi anche grazie ad una biografia personale decisamente avventurosa e ancora in parte misteriosa, ma anche il ruolo del personaggio all’interno dell’ambiente accademico ed editoriale. L’intento è quello di esplorare il mondo letterario del creatore di un vero e proprio nuovo genere comunicativo e del nuovo filone editoriale della fantarcheologia o archeologia misteriosa”.
Il convegno si svolgerà giovedì 15 dicembre 2022 a Bolzano, in presenza, e a Milano e Torino, in videoconferenza.

Peter Burchia: guardare indietro con la prospettiva di andare avanti

Un evento intimo, meno di dieci persone tra amici e addetti ai lavori, così il poliedrico Peter Burchia ha presentato il suo primo disco da solista, nella cabina di regia del suo studio atelier, un ascolto privilegiato sul piatto di un vecchio giradischi, come una volta, quando a casa degli amici si ascoltava il nuovo ellepì di questo o di quell’artista, per condividere prime impressioni e sensazioni.

Peter Burchia non è un novellino, è noto per essere uno degli Shanti Powa, per aver fatto parte dei Color Colectif e, perché no, anche per il suo essere un busker che non disdegna (anzi!) di suonare agli angoli delle strade.
Look Back, questo il titolo del lavoro solista, è frutto di una selezione tra molte canzoni scritte da Burchia negli ultimi anni, canzoni suonate e risuonate nelle situazioni più disparate che non avevano però trovato spazio fisico su un supporto e che lui non voleva assolutamente andassero perdute: uno sguardo al passato per potersi poi dedicare al futuro senza correre il rischio che il passato passi in cavalleria.
“Negli ultimi dieci anni ho scritto davvero molte canzoni – ci racconta tra l’ascolto del primo e del secondo lato del disco –, e le ho spesso cantate nei concerti, ma non le avevo mai registrate. Rischiavano di finire nel dimenticatoio per fare spazio a nuove idee, a nuovi brani. Così ho deciso che era venuto il momento di fermarle. Ma dovevo farlo in un modo che mi fosse congegnale, naturale, dovevo essere attrezzato in ogni momento per non perdere la scintilla, così ho cominciato a pensarmi il disco, la scaletta, i suoni. La cosa principale è che tutto doveva essere essenziale, senza troppi artifici. Così ne ho parlato con Jürgen Winkler, ci siamo sondati a vicenda per capire se c’era il feeling giusto, poi lui ha installato un po’ di apparecchiature nel mio atelier in modo che quando ci fosse stata l’ispirazione, giorno o notte che fosse, mi bastasse schiacciare un pulsante per registrarmi. Avevamo considerato l’idea di usare come studio la cabina di regia, ma poi è stato naturale dirottarsi sullo spazio dove dipingo, lì è il mio habitat, il posto in cui mi trovo in assoluto più a mio agio.”
Ci sono voluti cinque mesi, ma ora, ascoltato e riascoltato il disco ha dell’incredibile, un vinile (ma in formato digitale è sulle classiche piattaforme) dal sapore antico ma fresco, incredibilmente contemporaneo. Burchia e Winkler sono riusciti ad assemblare un piccolo miracolo, un disco senza trucchi in cui i brani sono suonati dall’inizio alla fine, e le poche sopraincisioni sono integralmente dal vivo, niente copia e incolla, niente loop, niente inganni. Non sono moltissimi i musicisti che sanno già come un brano debba suonare prima ancora di cominciare a registrarlo, ne conosciamo qualcuno, e Burchia è uno di questi. La sua voce ne esce ottimamente, una voce ricca di colori, sfumature, umori, senza bisogno di autotuner e altre diavolerie.
Jürgen Winkler, architetto e musicista (è il chitarrista degli eclettici Eseleptitun) si è occupato di trovare i microfoni giusti: “Peter – ci dice – aveva le idee molto chiare su quello e il disco lo abbiamo fatto nel rispetto di queste idee, la voce avanti rispetto agli strumenti, e gli strumenti che si possono ascoltare in maniera distinta ma al tempo stesso compatta. È tutta farina del suo sacco, prima ha fatto i take con chitarra acustica e voce, tutto d’un fiato, poi le altre chitarre, acustiche o elettriche, io mi sono limitato al basso e all’organo, sempre in accordo con lui, e a dare qualche consiglio sulla take da scegliere.”
Il risultato è un disco con sonorità elettroacustiche che talvolta riconducono ai dischi Nick Drake, senza quella coltre di pessimismo e malinconia che è il marchio di fabbrica del songwriter britannico, ci sono richiami agli anni settanta, ma nel contempo citazioni ragamuffin fanno più che capolino in Those Days of Love, in cui la vena del Burchia cantautore si miscela con i suoi trascorsi negli Shanti Powa, complice il compare Berise nella stesura del rap. Unica ospite del disco (oltre al coproduttore Winkler) è Nina Duschek, busker meranese la cui voce si mescola perfettamente e senza esagerare con quella del titolare nel brano Things To Change; tra gli altri titoli da tenere presenti anche Black Countryside e The Wind, oltre al brano d’apertura Walking Threw e alla title track in chiusura, entrambi rigorosamente in versione acustica: “Una cosa su cui non ho mai avuto dubbi – conclude Burchia – è che il disco dovesse cominciare e finire senza null’altro che la mia voce e la mia chitarra acustica”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Gatti randagi, si cercano le soluzioni

Tanti teneri micetti inondano ogni giorno i social, suscitando reazioni di tenerezza. La questione però si fa diversa quando i felini non sono solo delle belle immagini da guardare sullo smartphone, ma diventano reali, tanti e magari malmessi. Parliamo dei gatti randagi e delle colonie feline, protette da un’apposita legge nazionale. Nel Comune di Appiano le colonie hanno dato qualche problema di convivenza, che si sta cercando di risolvere con l’Associazione Protezione Animali.

è difficile da credere per chi vive in una città o in un paese altotesino eppure il problema esiste: parliamo dei gatti randagi nella zona dell’Oltradige, in particolare a Piganò e Ganda. In una comunicazione, il comune di Appiano ha infatti segnalato diverse difficoltà di “convivenza” tra colonie di feline e la popolazione, problema che, grazie all’Associazione Protezione Animali Oltradige Bassa Atesina si sta cercando di risolvere.
“Cani e gatti sono gli animali domestici più amati. Molti dei nostri gatti vivono solamente in casa o nel nostro giardino, ma esistono anche molti gatti randagi, la cui vita è difficile, sono trascurati ed emaciati, talvolta sono anche feriti o malati. Essi si moltiplicano in modo incontrollato e si raccolgono nelle cosiddette colonie feline. Anche nel nostro Comune ne abbiamo alcune. L’Associazione Protezione Animali Oltradige Bassa Atesina si adopera per sfamare i gatti e cerca di impedirne la moltiplicazione. I volontari portano i gatti randagi dal veterinario per le visite, le cure e la castrazione, che è assolutamente innocua, e li proteggono così dal crudele destino sulla strada”, ha raccontato il Sindaco di Appiano, Wilfried Trettl.
Il sindaco non ha mancato di esprimere parole di ringranziamento per l’Associazione Protezione Animali, tracciando anche una possibile soluzione alla problematica delle colonie feline: “L’Associazione, una delle prime in Alto Adige, è stata fondata nel 1989 e si impegna affinché gli animali possano vivere in modo appropriato; l’ambito principale delle attività dei tanti volontari nel nostro territorio è l’assistenza ai gatti randagi. Da anni il Comune e l’Associazione per la protezione degli animali provano instancabilmente ad ottenere il permesso per recintare le colonie feline, cosa che porterebbe maggiore struttura nelle colonie e minore disturbo al vicinato. L’Associazione Protezione Animali Oltradige Bassa Atesina potrebbe così svolgere la propria attività in modo più semplice e mirato; colgo quindi l’occasione per ringraziarla per il suo lavoro ed il suo sostegno”, ha concluso Trettel.

CL

Lasecondaluna si espande sul territorio

In attesa dei prossimi appuntamenti e del Festival “Identity in motion” di settembre, si chiude con tre mostre tutte al femminile la prima stagione espositiva dell’associazione “Lasecondaluna” di Laives, che in questa primavera ha ampliato il suo raggio d’azione presentando diverse mostre a Merano, Vadena, Bolzano e perfino a Trento.

Uno scatto di Anna Cerrato
foto: the artist

Qui al Cafè de la Paix sono in mostra i suggestivi ed enigmatici dipinti di Sara Lautizi, in arte Anam. La mostra “La Via delle Formiche” ha invece portato a Bolzano le opere dell’artista Sara Di Nasso in un luogo espositivo insolito, ovvero lo spazio Okgo Vision Optik di Bolzano, in via dei Vanga 12/B (fino al 2.07, ingresso libero). Le opere selezionate, a olio e ad acrilico, nascono da immagini e fotografie d’infanzia dell’artista. “Ciò che dipingo non serve a decorare interni. Non deve essere bello e gradevole. I miei lavori hanno l’obiettivo di suscitare emozioni, non importa quali. Devono portare l’osservatore all’interno del quadro” ha affermato l’artista sul suo lavoro.
“Escape. Fuga dall’ordinario attraverso un viaggio” è invece il titolo della personale della fotografa bolzanina Anna Cerrato presso la Mediateca Multilingue di Merano (fino al 01.07, ingresso libero). L’esposizione raccoglie le fotografie realizzate da Cerrato durante un viaggio a Vienna, scattate in analogico su pellicola 35mm con una piccola macchina fotografica rotta, che rende imprevedibili i risultati.

Nelle immagini compaiono così effetti di luce casuali che contribuiscono a creare una dimensione estraniante, quasi di sogno. “Ho trovato questa macchina perfetta per le fotografie di viaggio, non volevo un racconto di viaggio didascalico, ma interpretabile, a cui ognuno può ispirarsi per lasciar andare la propria fantasia.

Mi affascina la dimensione dell’imprevedibile” ci ha raccontato Cerrato. Un processo che porta a immagini capaci di dare stimoli a chi guarda, l’opposto di tante immagini digitale costruite e smaccatamente finte, quindi piatte.

foto principale: Lasecondaluna

CL