Amo scrivere di comico e di colori

Luisa Bertolini dirige la rivista online “Fillide” che raccoglie saggi e racconti sul tema del comico e dell’umorismo. Ha insegnato per più di quarant’anni storia e filosofia nei licei e all’attività didattica ha sempre affiancato la ricerca filosofica sui temi del kantismo e della critica del linguaggio, scrivendo saggi e traduzioni (Hermann Cohen e Fritz Mauthner). Nel 2002 ha pubblicato per Guerini “Il colore delle cose”, un tema che continua a coltivare per la rivista “Doppiozero”.

La cosa che mi piace di più di me.

L’ostinazione.

Il mio principale difetto.

Non saper raccontare le barzellette.

La volta che sono stata più felice.

Quando ho trovato l’uomo della mia vita.

In famiglia mi chiamano…

Scimmia isterica o maestro zen (più che chiamare, mia figlia mi descrive come…).

L’errore che non rifarei.

Il tempo perso della politica degli anni Settanta.

La persona che invidio di più.

Marilyn Monroe.

La persona che ammiro di più.

L’autore del fumetto “Kelvin & Hobbes”, Bill Watterson.

Un libro da portare sull’isola deserta.

“Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Mettere dei tacchi da 12.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Nell’ultimo collegio docenti, come in tutti quelli precedenti.

Mi sono sentita orgogliosa quando…

Mia figlia ha vinto il premio Calvino.

La mia occupazione preferita.

Scrivere di comico e di colori.

Il luogo dove vorrei vivere.

Una casa che dà sul lago.

Il colore che preferisco.

Il giallo di cadmio.

Il fiore che amo.

Il girasole.

Il mio piatto preferito.

La zuppa di pesce.

Il mio musicista preferito.

Ryūichi Sakamoto.

Il mio pittore preferito.

Felice Casorati. 

Dico bugie solo…

Purtroppo non ne sono capace, di dire bugie.

La mia paura più grande.

Perdere la vista.

Il giocattolo che ho amato di più.

L’orso.

L’oggetto a cui sono più legata.

L’orso di peluche, quello.

La massima stravaganza della mia vita.

I miei matrimoni.

Il mio primo ricordo.

Una scala che scricchiola in una casa di un medico tedesco che aveva una libreria di libri antichi e che assomigliava a Freud.

Dove mi vedo tra dieci anni.

Sotto terra.

Il Pfleger di Laives

Per tutto il medioevo e fino agli albori del Novecento, l’economia di Laives era incentrata sul commercio di legname controllato soprattutto dal Vescovo di Trento e dai suoi ministeriali, i Liechtenstein. La sua commercializzazione verso i lucrosi e insaziabili mercati del Nord Italia e della Germania meridionale richiesero molta manodopera e l’intera società era strutturata sulle occorrenze di boscaioli, carrettieri e compagnie di zatterieri.
A Laives sorgeva uno dei maggiori depositi di legname, la “Liechtensteinerreif”. Chiunque vi volesse depositare del legname doveva corrispondere un tributo ai Liechtenstein, a loro volta grandi proprietari di boschi e quindi di legname. Come sia iniziato il commercio di legname non si è mai appurato. Sicuramente l’iniziativa partì dai contadini del Monte Regolo, intenzionati a vendere qualche tronco nel fondovalle. Poi, visto il crescente successo dell’attività, a costoro si aggiunsero altri possidenti fino ad arrivare alle dimensioni “europee” del Sette- e Ottocento. La persona incaricata di riscuotere per conto dei Liechtenstein il tributo dai contadini, che potevano vendere in prima persona o tramite intermediari il proprio prodotto, era denominata “Pfleger” (curatore) e aveva la sua sede stabile presso la casa di proprietà dei conti denominata “Unteres Schloss”, castello inferiore. Da questo Pfleger prese poi il nome l’edificio che ancora oggi si chiama “Pfleg”, unica proprietà che, insieme ai masi Unterberg / Sottomonte e Weisshaus, i Liechtenstein non concessero mai in affitto.
Tramontata l’era dei conti, nel 1758 la Pfleg insieme a molti altri possedimenti fu ceduta in blocco al convento di St. Ulrich e Afra di Augsburg, che di fatto divenne uno dei grandi proprietari terrieri di Laives. Da questo in epoche successive la Pfleg passò ai von Reich e, quindi, dai Kurzel, altra grande famiglia laivesotta, agli Ebner. Che la Pfleg fosse inoltre un rinomato e frequentatissimo luogo di ritrovo è documentato ampiamente dai giornali dell’epoca. Così dalla “Bozner Zeitung” apprendiamo che l’8 dicembre 1898 il coro maschile di Bolzano, a bordo di quattro carrozze trainate da cavalli, raggiunse Laives e precisamente la Pfleg di Alois Ebner. Tra canti, costine di maiale, castagne annaffiate da “ottimo bianco e rosso cresciuto nelle ‘laite’ di Laives”, trascorse una memorabile giornata arricchita, sul finire, anche da una divertente battaglia a palle di neve. Verso le 19, quando la valle era già immersa in un buio profondo, tra canti e risate la compagnia rientrò a Bolzano, ripromettendosi di tornare quanto prima nell’ospitale casa del signor Ebner.

Copyright foto: Gianni Beordo

Autore: Reinhard Christanell

La cultura, per dare senso alle cose in tempo di pandemia

Rispetto alla scorsa primavera questi giorni presentano allo stesso tempo un elemento di continuità e una grande novità, entrambi faticosissimi da gestire.
L’aspetto che ben conosciamo è la mutevolezza del quadro di riferimento, ovvero delle regole che siamo chiamati a seguire. Ogni tot giorni il quadro cambia e lo sforzo che ci viene richiesto per capire cosa possiamo e non possiamo fare è davvero notevole, anche perché le regole non cambiano dappertutto allo stesso modo, ma si articolano in maniera diversa anche grazie (?) alla nostra autonomia. Il territorio altoatesino poi, com’è noto, presenta una complicazione in più rappresentata dalle grandi differenze oggettivamente presenti tra le città – il capoluogo in particolare – e le realtà rurali.
Fin qui la continuità. Ma – facendo gli scongiuri e mantenendo quindi fede alla possibilità di evitare un nuovo lockdown generalizzato – questo autunno ha aggiunto un nuovo elemento, che sta provocando inquietudine e purtroppo anche potenziali tensioni sociali.
Le “restrizioni” progressivamente operate sulla scia dei dcpm di ottobre 2020 infatti hanno di fatto spaccato il paese, bloccando alcune parti di esso e invece consentendo ad altre di proseguire la propria attività. L’intento, di per sé meritorio, è quello di arginare le fonti di contagio, ma a livello sociale si è creata una situazione ed è difficile non intravvedere una scelta di fondo in merito a ciò che viene ritenuto prioritario oppure no nella tenuta del sistema. Con la temporanea eccezione proprio del territorio altoatesino, tra i settori “fermati” c’è stato quello della cultura e dello spettacolo, troppo spesso erroneamente associato al solo “tempo libero”. La scrittrice e matematica Chiara Valerio nei giorni scorsi ci ha ricordato che, in realtà, l’attuale situazione va superata attraverso uno sforzo culturale, che consenta innanzitutto di mettersi all’ascolto, per poi capire, interpretare e “superare” l’ansia per la propria salute e il concreto mantenimento del proprio stile di vita. Per questo il blocco delle attività culturali e il ritorno della scuola alla didattica a distanza oggi ci impongono degli interventi seri di compensazione, che però non possono essere solo economici. Di informazione di qualità, opinioni autorevoli, spunti di riflessione, arte e cultura ne abbiamo davvero un enorme bisogno, per riuscire a trovare – nonostante tutto – un nuovo equilibrio.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Uno scrigno di segreti nella chiesa di Maia Bassa

MERANO A vederla dell’ esterno, la chiesa parrocchiale di San Vigilio a Maia Bassa in via Trogmann, non ci dice molto. La costruzione ci appare relativamente moderna con una facciata rielaborata in stile romanico dall’architetto Clemens Holzmeister nel 1936, ma in realtà è uno degli edifici religiosi più antichi di Merano.
Dedicata al santo martire trentino, vescovo di Trento (Roma 355 – Val Rendena 405), evangelizzatore della valle dell’ Adige e patrono delle diocesi di Trento e Bolzano-Bressanone, racchiude entro sé diversi stili e relativi secoli di storia.
Dell’ antica costruzione romanica rimane ben poco, un altorilievo del XII secolo e la base della torre campanaria rimaneggiata nel 1501. Tornando all’altorilievo romanico, compare un’immagine singolare, forse unica in regione: sono rappresentati la Luna e il Sole in maniera antropomorfica, di gusto tipicamente espressionista. Simboleggiano il “ femminile” , la Luna, e il “maschile” , il Sole. Quest’ultimo assurge all’ immagine di un leone. Accanto a essi, due catene intrecciate di matrice tipicamente celtica, antichi simboli cosmici di interazione fra gli opposti.
La chiesa, modificata una prima volta nel 1401 nelle forme del gotico, racchiude affreschi del XV secolo, pale d’altare del 1600 dedicate a San Vigilio (Melchior Stoelzl) e a Maria (Christoph Helfenrieder). Mentre gli affreschi della nuova chiesa, rivoluzionata da Holzmeister, saranno eseguiti dal pittore bolzanino Rudolf Stolz, con opere del 1936-1938. Fra essi, l’artista dipingerà una pregevole Crocifissione all’interno del catino absidale, che ricorda da vicino le opere di Matisse e di Chagall.

Copyright fotos: ManfredK

Autore: Flavio Schimenti

La Città Nuova-Neustadt di Sebastian Altmann

Nel 1859 con l’arrivo della linea ferroviaria Bolzano-Verona la città si risveglia dal torpore medievale. La classe dirigente e la borghesia bolzanina sviluppano infatti un nuovo interesse ad aprire la città a tutto ciò che è innovativo a livello internazionale. Il guscio del centro storico che ha avviluppato, protetto e difeso Bolzano e il suo territorio nel corso dei secoli, diventa improvvisamente troppo stretto ed estremamente limitato. Nel capoluogo altoatesino viene chiamato da Monaco l’architetto Sebastian Altmann al quale verrà dato l’incarico di “architetto civico”. Altmann avrà il compito, di immaginare una nuova città. Bolzano doveva proiettarsi verso la modernità e il nuovo secolo imminente, nel più ampio respiro di una cultura europea. Egli, tracciato il viale della Stazione per collegare il blocco dei complessi edilizi ferroviari al centro antico, si dedicherà a riqualificare l’intera area urbana.

Per l’architetto di Monaco la Nuova Città deve essere ariosa, godere di ampi spazi, grandi aree verdi, viali alberati, zone adatte al passeggio ed allo svago. Gli edifici, tutti di un certo decoro e di pregio, devono trovare giusta collocazione all’interno di tali aree così concepite e progettate. Tutto ciò farà traslare la città, rispetto al nucleo originario, verso Sud e parallela al corso del Talvera, in una sorta di sistema a pettine. Nasceranno quindi i grandi viali alberati dell’attuale via Dante, via Carducci e tutte le strade di raccordo parallele. Viali dove verrà piantato il platano, tutt’ora presente, pianta cara ai filosofi greci, agli imperatori e simbolo della “dea madre”. Ville ed edifici di notevole importanza troveranno collocazione entro gli spazi della nuova città. Oltre all’edilizia abitativa Altmann progetterà: la collocazione del nuovo Tribunale di Bolzano (oggi Comando della Legione Carabinieri, con annesso Carcere), il nuovo Ospedale, le Caserme e altre opere di servizio. Tale griglia urbanistica comprende inferiormente anche la parte prospiciente all’Isarco, attuale via Garibaldi, collegando così l’ intero sistema alla zona ferroviaria. Gli architetti civici che gli succederanno allungheranno questa nuova città verso via Cassa di Risparmio, modificandone però il modello. Secondo Altmann, Bolzano doveva diventare una grande “Città giardino”e ritroviamo tracce di tale idea proprio ripercorrendo le vie e le strade da lui realizzate. Oggi, sotto l’ombra dei platani secolari, ci sembra ancora di sentire il sussurro, i pensieri e le parole degli antichi filosofi.

Atore: Flavio Schimenti

Torna Docu.emme al Centro per la cultura

In foto: una scena da “Avevo un sogno”

Dal 4 novembre al 16 dicembre ritorna “Docu.emme”, la rassegna dedicata al documentario contemporaneo organizzata da Mairania 857. Le proiezioni si tengono il mercoledì alle 20.30 al Centro per la Cultura e sono e a entrata libera.

Il ciclo, curato da Daniel Mazza e Deborah Nischler, ripropone nell’edizione autunnale sette film che non è stato possibile proiettare questa primavera. Perché gettano uno sguardo critico sul nostro presente e trattano temi che interrogano un po’ tutti. Perché con il loro stile narrativo originale introducono lo spettatore nel mondo del cinema documentario europeo e internazionale. Mercoledì 4 novembre Docu.emme apre con “Avevo un sogno” di Claudia Tosi. Dalle lotte femministe contro Berlusconi alle ultime elezioni politiche del 2018, il film esplora l’Italia, attraverso l’azione politica e la vita quotidiana di due donne molto combattive: Manuela e Daniela che sognano di cambiare il proprio Paese. Sostenute solo dalla loro profonda amicizia e dalla passione politica, Manuela, onorevole del Parlamento italiano, e Daniela, consigliera comunale e poi assessora, testimoniano un cambiamento che non si sarebbero mai aspettate: la morte della politica rappresentativa e l’ascesa del populismo. Combattute tra il senso del dovere e il desiderio di lasciare, Manuela e Daniela cercano di dare un senso alla loro avventura politica. Lo humour e l’autenticità delle protagoniste dona luce e inaspettata leggerezza a uno scenario che riflette i tempi bui che l’Italia sta affrontando. La rassegna prosegue con “La scomparsa di mia madre” (11 novembre): un ritratto che il regista Beniamino Barrese fa di sua madre, l’ex modella iconica degli anni ’60 Benedetta Barzini, desiderosa di lasciare tutto e scomparire. Il 18 verrà proiettato “Sicherheit 123”, una riflessione dei registi Julia Gutweniger e Florian Kofler, presenti in sala, sul rapporto tra tecnologia e natura e tra natura e uomo. “Searching Eva” (25 novembre) di Pia Hellenthal è invece una riflessione sull’espressione di sé e sull’intimità in tempi di social media.
A dicembre gli ultimi tre appuntamenti. In “Una Primavera” (2 dicembre) Valentina Primavera racconta la storia della propria madre, decisa a evadere dal carcere della violenza domestica. Con “Dicktatorship” (il 9) Gustav Hofer e Luca Ragazzi indagano in modo divertito sull’atteggiamento degli italiani verso l’immagine della mascolinità.
nfine “Die Götter von Molenbeek” (il 16) di Reetta Huhtanen porta lo spettatore in un quartiere multiculturale di Bruxelles dove alcuni bambini si pongono domande importanti sul senso della vita.

Velocity Radio: le interviste in tandem

Velocity Radio è una video-radio a pedali: è un progetto di produzione di podcast in cui alcuni giovani tra i 16 e i 35 anni intervistano persone interessanti della città di Bolzano con una bici cargo, in cui l’intervistatore conduce e l’ospite siede davanti. Verranno pubblicate due puntate a settimana, a partire dall’inizio dell’autunno fino alla fine dell’anno. Il progetto prende ispirazione da RadioBici, rubrica di Radio 105. Le interviste complete verranno pubblicate in formato audio e una versione ridotta sarà disponibile in video. La prima puntata è stata pubblicata giovedì 22 ottobre sul sito web www.cooltourbz.wixsite.com/cooltour. Per non perdersi la pubblicazione delle puntate, si consiglia di seguire i canali social delle associazioni coinvolte. Il progetto è promosso dall’Associazione La strada/Der Weg (con il centro giovani Villa delle Rose e la redazione di COOLtour) in collaborazione con il centro giovanile Bluspace dell’Associazione Musica Blu. Il progetto è sostenuto dall’ANG, l’Agenzia nazionale per i giovani e dall’Ufficio Politiche giovanili della Provincia autonoma di Bolzano ed è supportato dal Comune di Bolzano.
Al progetto partecipano anche alcuni volontari del Corpo europeo di solidarietà, una nuova iniziativa dell’Unione Europea che offre ai giovani delle opportunità di lavoro e di volontariato (nel proprio paese o all’estero) per prendere parte a dei progetti dedicati all’aiuto delle comunità europee. Il progetto aiuta a far conoscere meglio la città di Bolzano ai volontari che l’hanno scelta come destinazione per fare le loro esperienze e per partecipare in modo attivo con gli altri giovani al progetto Velocity. I giovani coinvolti affronteranno e si faranno promotori dei valori fondativi della società e della civiltà europee: libertà, parità, senso critico e inclusione. L’obiettivo di Velocity è quello di mappare la città, conoscere e far conoscere i nuovi cittadini, operatori del terzo settore, promotori dell’ecosostenibilità, imprenditori e altri cittadini che possono contribuire con la loro memoria storica della città al racconto delle storie di Bolzano, che Velocity racconterà.

Il peggio. Ma anche i lati migliori.

La Caritas nazionale, raccogliendo i dati provenienti dalle diverse realtà diocesane, tra cui quella di Bolzano-Bressanone, ha pubblicato il “Rapporto su povertà ed esclusione sociale in Italia” che ricostruisce gli effetti economici e sociali dell’attuale crisi sanitaria. E mostra le risposte date e da dare nei prossimi mesi.

I dati statistici rilevati a livello nazionale dipingono uno scenario assai problematico sul piano dell’economia. Centinaia di migliaia i posti di lavoro in meno. Conseguenza: “Sembra profilarsi il tempo di una grave recessione economica che diventa terreno fertile per la nascita di nuove forme di povertà, proprio come avvenuto dopo la crisi del 2008”.

I dati del Rapporto Caritas sono raccolti nei centri d’ascolto, nei servizi e progetti sparsi capillarmente sul territorio e confermano le descrizioni statistiche. “Analizzando il periodo maggio-settembre del 2019 e confrontandolo con lo stesso periodo del 2020 emerge che da un anno all’altro l’incidenza dei ‘nuovi poveri’ passa dal 31 per cento al 45 per cento: quasi una persona su due che si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. Aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, dei nuclei di italiani che risultano in maggioranza (52 per cento rispetto al 47,9 dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa. Cala di contro la grave marginalità.”

Di fronte a tale situazione le Caritas non si limitano a parlare e mettono in atto risposte concrete, malgrado coloro (pochi ma rumorosi) che mettono i bastoni tra le ruote e grazie ai molti (ma silenziosi) che danno una mano. “Fin dai primi giorni dell’emergenza Covid-19, di fronte a queste sfide drammatiche e forti criticità, Caritas Italiana e le Caritas diocesane hanno continuato a stare accanto agli ultimi e alle persone in difficoltà, spesso in forme nuove e adattate alle necessità contingenti.”

Le crisi fanno emergere il peggio, ma anche il meglio di ogni realtà.

Autore: Paolo Bill Valente