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Mese: Ottobre 2020
QuiBassaAtesina – nr21 – 29.10.2020
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Covid19 e mancata esecuzione contratti
Il diffondersi del Coronavirus ha comportato – e tuttora comporta − la difficoltà, per molti privati e imprese, di adempiere alle obbligazioni derivanti da contratti già sottoscritti. Nel nostro ordinamento giuridico, si deve far riferimento agli articoli 1256 e 1467 del codice civile, che regolano i rapporti contrattuali nei casi di inadempimento per impossibilità sopravvenuta o eccessiva onerosità. Solo nei casi previsti da questi due articoli la parte è sollevata da responsabilità, può non adempiere e può chiedere la risoluzione del contratto, a causa di avvenimenti straordinari e imprevedibili, dandone comunicazione alla controparte.
Non vi è responsabilità per l’inadempimento se e quando:
- esso è estraneo all’evento straordinario che ha generato l’inadempimento;
- l’evento stesso era imprevedibile;
- l’inadempimento è insormontabile;
- in alternativa, l’inadempimento sarebbe astrattamente possibile, ma si configura la cosiddetta “eccessiva onerosità sopravvenuta”, intesa come un aggravio patrimoniale che alteri, sostanzialmente, l’originario rapporto di equivalenza, incidendo sul valore di una prestazione rispetto all’altra, ovvero facendo diminuire o cessare l’utilità della controprestazione; e ciò per un fatto straordinario e imprevedibile.
Alla luce del complesso quadro fattuale e legislativo in continuo divenire, non è semplice stabilire se il Coronavirus e/o le misure adottate dall’Autorità possano costituire valida causa di impossibilità o di sopravvenuta onerosità delle prestazioni contrattuali assunte dalle imprese o dai privati. Peraltro, già il Decreto Cura Italia del 17.3.2020 prevedeva espressamente che il rispetto delle misure di contenimento emanate è sempre valutato ai fini dell’esclusione della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi versamenti. Gli effetti giuridici del COVID-19 sui negozi stipulati, in sintesi, dovranno essere scrupolosamente valutati ed esaminati caso per caso, tenendo conto di una pluralità di fattori quali, a titolo meramente esemplificativo, i fatti portati a sostegno del ritardo e/o dell’inadempimento contrattuale, l’incidenza specifica degli stessi sulla prestazione, l’assenza di soluzioni alternative per l’adempimento, la portata del testo contrattuale e, non da ultimo, l’applicabilità della legge italiana alla fattispecie contrattuale.
Autore: Avv.to Dott. Massimo Mira
Un grazie agli inventori dei Prati del Talvera
L’unione fa… la bellezza. è infatti bello ciò che viene ricordato, dal luglio 1974, dalla scritta bilingue, incisa su una lastra di pietra posta su un gruppo di massi, nei pressi della prima panchina di pietra della Passeggiata Lungo Talvera Bolzano.
A riconoscenza delle prestazioni del II reggimento genio del IV corpo d’armata e dell’azienda speciale bacini montani per la sistemazione del letto del talvera – luglio 1974 – l’amministrazione comunale.
Fu una vera unione d’intenti a portare la Wasserpromenade del 1905 alla realtà oggi nota, e ammirata, come Prati del Talvera: è un polmone verde che giornalmente attira bambini, sportivi, anziani; vi si trovano spazi attrezzati per dimostrazioni sportive e popolari, campi sportivi, strutture per bambini. Per conseguire tutto ciò dal 1970 al 1973 lavorarono in molti: il progettista Michele Lettieri, docente di topografia all’Istituto per geometri, l’assistente Primo Turato, ma anche gli studenti dell’Istituto che si esercitarono nel rilevamento del greto del Talvera. Per l’incanalazione del corso d’acqua fu preziosa l’opera dei militari, con l’ausilio di automezzi, escavatrici e altro, del 2° Reggimento Genio del IV Corpo d’Armata. Dopo i lavori di sistemazione idraulica da parte dell’Azienda speciale bacini montani, fu poi la volta degli operai della Giardineria Comunale, diretti dall’esperto Gildo Spagnolli, che ricoprirono di terra vegetale quanto l’Azienda bacini montani aveva sapientemente sistemato. A tale Azienda si deve anche la costruzione della poderosa briglia selettiva, volta a trattenere il materiale solido. La golena sinistra del Talvera divenne così man mano un’oasi verde, a disposizione di tutti. Fu esempio di fattiva collaborazione e sinergia di persone ed Enti, come Provincia, Comune…
Che dire? A chi ha creato e a chi mantiene bella tale realtà, un caloroso grazie da tutta la città.
Autore: Leone Sticcotti
Knurled Chicken Head chiudono in bellezza con un disco
Il gruppo musicale bolzanino ha appena pubblicato un album che suggella un percorso durato ben quattro anni. Caratterizzatisi con i loro testi demenziali e musica frizzante, i Knurled Chicken Head hanno divertito il pubblico cibandosi soprattutto delle dimensione live. E tale approccio traspare anche nell’album che raccoglie il “meglio” della produzione del gruppo.
Quasi quattro anni, trascorsi all’insegna di un rock demenziale garbato ma acuto e di esibizioni dal vivo che hanno fruttato loro un discreto seguito e meritati apprezzamenti: questo il bilancio positivo con cui i Knurled Chicken Head si congedano dal loro pubblico e dalla scena musicale bolzanina in contemporanea con l’uscita del loro primo ed ultimo disco, un CD (ma ne esistono anche tre copie in vinile) intitolato “Peso dunque suono”, secondo un’intuizione cartesiana del loro frontman Luca Nesler.
“A dire il vero – ci racconta il chitarrista e factotum strumentale-tecnico del gruppo Thomas Traversa – ci eravamo sempre concentrati sull’attività live. La sala prove era il luogo dove nascevano le canzoni, poi il lungo periodo di clausura imposto dal lockdown ci ha privati del piacere di suonare in pubblico e abbiamo finito col decidere di registrare le nostre canzoni per farne un disco, visto che non si potevano più fare concerti.”

Rispetto alla formazione a quattro con cui il gruppo si è fatto conoscere e applaudire fin dagli esordi (quando tre di loro erano ancora teenager) e che era composta, oltre che da Nesler e Traversa, dalla bassista Maddy Ansaloni e dal batterista Stefano Costa, i Knurled Chicken Head presenti nel disco sono solo tre: “È la maledizione dei bassisti – scherza Nesler –, tipica della storia della musica… In realtà a un certo punto Maddy aveva altri progetti e altre idee su quello che voleva fare; così abbiamo cercato un altro bassista, ma entrare in un gruppo come il nostro non è automatico, non basta essere un bassista, bisogna entrare nello spirito della band, così alla fine abbiamo deciso di rimanere in tre, Stefano, Thomas e io. Anzi ad un certo punto Thomas ha deciso che fosse meglio che io smettessi di suonare la chitarra e visto che si trattava di fare un disco, a parte la batteria, tutto il resto lo ha suonato lui e si è occupato anche di tutta la parte tecnica relativa alla produzione.”
In realtà oltre a continuare a essere la voce principale del gruppo, Luca Nesler ne è sempre l’anima per quanto riguarda le idee di base e poi si è occupato anche della parte grafica, realizzando il disegno e il logo di copertina. Col risultato, che pur trattandosi di una produzione indipendente (a loro piace definirsi indiemenziali), i Knurled Chicken Head hanno saputo realizzare un prodotto ruspante (come si addice ai polli, visto il loro nome), sincero, immediato, divertente, con dieci canzoni della durata media di quattro minuti, ma talvolta anche più lunghe che propongono un sound schietto, talvolta decisamente rock, talaltra vagamente latineggiante, in un caso persino blues, con testi che vanno da vicende romanticomiche (“Friendzone Blues”) a riflessioni sul cambiamento climatico (“Hot Granita”) al puro divertissement (“La storia di Hoolo”).
“La nostra regola – ci spiega Nesler – è che quando pensiamo a un brano, per prima cosa deve divertire noi, in sala prove ci facciamo delle pazze risate mettendo giù le canzoni. E sarebbe una pretesa esagerata voler divertire gli altri se non fossimo noi i primi a divertirci. Io mi occupo quasi totalmente dei testi, Thomas delle musiche, Stefano sta un po’ nel mezzo perché comunque il metodo che seguiamo è lasciare che ciascuno possa intervenire nel lavoro dell’altro. In due casi, i testi non sono miei: in ‘Solanum Lycopersicum’ ci siamo divertiti a musicare il testo di una definizione di Wikipedia, nella fattispecie quella relativa al pomodoro; in ‘35 nuovi membri’ invece, che è già apparsa nella compilation di Musica Blu Music Journal lo scorso anno, abbiamo preso pari pari e musicato il testo dello spot televisivo per le elezioni provinciali. Ci è stato detto che musicalmente è il pezzo migliore del disco ma che il testo è il peggiore… per forza, non l’ho scritto io!”
Purtroppo, come si diceva in apertura, il disco è anche il capolinea della giovane formazione: “La vita ci ha portato a intraprendere strade diverse – conclude Traversa –, Stefano ce lo aveva sempre detto che sarebbe andato a studiare via da Bolzano, fin che eravamo tutti studenti delle superiori ed eravamo qui, tenere su il gruppo era fattibile. Ma aveva messo le mani avanti dicendo che con l’inizio dell’università avrebbe lasciato il gruppo e così è stato, ha già smontato la batteria e l’ha portata via dalla sala prove… Sala di cui c’è da pagare un affitto e noi siamo rimasti in due… Vorremmo però riuscire a organizzare un concerto finale, per salutare il nostro pubblico. E diciamo pure che comunque si tratta di uno scioglimento ufficioso: se ci fossero le giuste premesse non esiteremmo a tornare!”
Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo
“La musica è terapia”
Luca Ghinato è un musicista, compositore, polistrumentista e insegnante di Merano. Suona per strada la chitarra acustica e l’irish bouzouki, proponendo un repertorio di musica celtica, folk e medieval, e a volte le sue esibizioni sono impreziosite dalla presenza di sua moglie alla voce in duo acustico. Collabora con diversi insegnanti yoga per eventi speciali, nei quali accompagno dal vivo le pratiche, ed esegue trattamenti sonori con le campane tibetane.
La cosa che mi piace di me.
La tenacia e la determinazione.
Il mio principale difetto.
Cercare di andare d’accordo con tutti.
La volta che sono stato più felice.
Quando sono nati i miei figli e il giorno del mio matrimonio.
La persona che ammiro.
Mia moglie Roberta.
Un libro da portare sull’isola deserta.
“Nelle terre selvagge”.
Il piatto preferito.
La zuppa di pesce.
Non sopporto…
Le frasi fatte, i preconcetti e I luoghi comuni. Perchè limitare la realtà? Tutto può essere.
Per un giorno vorrei essere…
Uno scienziato con una macchina del tempo.
La mia paura maggiore.
Non essere più in grado di sognare, desiderare e amare.
Se fossi un animale sarei…
Non un animale ma un ominide: l’uomo di Neanderthal, ci assomiglio parecchio.
Il mio motto.
Crederci sempre, non arrendersi mai.
Il giocattolo che ho amato di più…
Il mio orsacchiotto Pippo che è ancora intero, anche se con un bottone al posto dell’occhio.
I miei artisti preferiti.
Queen, Iron Maiden, J.S.Bach, Steve Baughmann, Joe Satriani.
La qualità che preferisco in una donna.
Positività, intelligenza, profondità.
…e in un uomo.
Umiltà, profondità, lealtà.
Dove mi vedo fra dieci anni…
Con mia moglie su un furgone camperizzato, in giro per l’Europa a fare I musicisti di strada e visitare nuovi e interessanti luoghi. Considerando i figli, credo proprio che dovremo aspettare un po’…
Da bambino sognavo…
Di diventare un calciatore professionista.
Autore: Francesca Morrone
“Bugie? Servirebbe buona memoria!”
Arta Ngucaj nasce a Valona (Albania) nel 1978, ma vive e lavora a Bolzano dal 1993. Si è laureata in Pittura all’Accademia delle Belle Arti di Bologna nel 2006. È un’artista poliedrica che espone in Italia e all’estero in mostre personali e collettive, utilizzando diversi media espressivi che spaziano tra pittura, performance, fotografia, installazione e video. Dal 2007, come abbiamo visto nello scorso numero, lavora in coppia insieme all’artista Arben Beqiraj sotto il nome d’arte Scaf.Scaf.
La cosa che mi piace di più di me.
Creatività e determinazione.
Il mio principale difetto.
La schiettezza.
La volta che sono stata più felice.
Lo sono tutti i giorni, sapendo in salute tutte le persone a me care.
La volta che sono stata più infelice.
Quando ho perso amici o persone a me care.
Da bambina sognavo di diventare…
Artista.
L’errore che non rifarei.
Li rifarei tutti, visto che ne ho sempre tratto degli insegnamenti.
La persona che invidio di più.
Non invidio.
La persona che ammiro di più.
I miei genitori.
Un libro da portare sull’isola deserta.
Quelli di mio padre.
Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Lanciare una linea di abbigliamento.
L’ultima volta che ho perso la calma.
Purtroppo ogni volta che mi vengono attribuite cose non dette o fatte.
La mia occupazione preferita.
Essere d’aiuto al prossimo.
Il luogo dove vorrei vivere.
Ovunque c’è la mia famiglia.
Il colore che preferisco.
Rosso.
Il fiore che amo.
Le rose profumate.
Il mio piatto preferito.
Pesce.
Il mio musicista preferito.
Fabrizio de André.
Il mio pittore preferito.
Edward Munch.
Del mio aspetto non mi piace.
La statura.
Non sopporto…
La falsità e l’ipocrisia.
Dico bugie solo…
Preferisco non dirle. Per dirle servirebbe una buona memoria.
La mia paura più grande.
Quando la morte busserà alla porta della mia famiglia.
La disgrazia più grande.
L’indifferenza.
L’oggetto a cui sono più legata.
Non sono legata agli oggetti, ma alle persone.
La massima stravaganza della mia vita.
2 tuffi da 10 metri in una piscina di Berlino.
Per un giorno vorrei essere…
Un politico.
Nel mio frigo non manca mai.
Yogurt naturale.
Mario Capecchi: il ragazzo di strada della “Bassa” che vinse il Nobel
È Egna il set del nuovo film di Roberto Faenza, “Resilient”, biopic sulla storia di Mario Renato Capecchi, vincitore nel 2007 del Premio Nobel per la Medicina, la cui incredibile storia ha inizio proprio in Bassa Atesina. Da bambino, infatti, dopo la deportazione della madre, Mario Capecchi si era ritrovato a vivere la strada in diverse città del Nord Italia. Una storia che va, come lui stesso disse, “dagli stracci alla ricerca”.
Chi era Mario Capecchi?
Capecchi nacque a Verona nel 1937 e la sua vita fu complicata fin dai primi anni: perse infatti il padre, Luciano Capecchi, chiamato alle armi in Libia durante il periodo del colonialismo fascista in quanto pilota dell’Aeronautica militare, e fu allontanato dalla madre, Lucy Ramberg, che dopo la morte del marito si era trasferita in Alto Adige (a Costalovara, sull’altipiano del Renon) ed era una poetessa e attivista del gruppo Bohemiens, arrestata dalle SS come prigioniera politica nel 1941 e in seguito deportata nel campo di prigionia nazista di Dachau. Prima dell’arresto, ha raccontato Capecchi in un’intervista rilasciata alla giornalista Carina Dennis, la madre aveva venduto tutti i propri averi per assicurare al figlio le cure di una famiglia di contadini sudtirolesi; ma i soldi inspiegabilmente finirono e pochi mesi dopo, a soli quattro anni, il piccolo si ritrovò a vagabondare senza una casa in Bassa Atesina. Questa intervista è uscita nel 2004 su “Nature”, ed è intitolata “From rags to research” (“Dagli stracci alla ricerca”): “Il mio messaggio è che chiunque, in qualunque circostanza, può farcela”, spiega Capecchi, raccontando anche di come si ritrovò a dover mendicare e rubare assieme ad altri piccoli gruppi di bambini. Fu allora che nella sua storia accadde qualcosa di incredibile: alla fine della guerra la madre venne liberata e, dopo un anno, riuscì a ritrovarlo. Nel 1946 si imbarcarono e attraversarono l’Oceano alla volta degli Stati Uniti. Ad aspettarli, lo zio di Capecchi, Edward Ramberg, professore di fisica.
Trovata la pace, Capecchi crebbe e a nove anni iniziò le scuole elementari, senza sapere l’inglese, né leggere, scrivere o fare di conto. Nonostante i suoi insegnanti sostenessero che non sarebbe mai potuto andare al college, intraprese un percorso di studi universitari, prima al MIT di Boston e poi a Harvard. Nel 1967 conseguì il Dottorato di Ricerca all’Università di Harvard, studiando sotto la supervisione di James D. Watson, il biologo che – con Francis Crick, Maurice Wilkins e Rosalind Franklin – scoprì la struttura della molecola di DNA. L’Enciclopedia Britannica riporta che Capecchi iniziò a lavorare alla ricerca sul ‘gene targeting’, che nel 2007 l’avrebbe portato a vincere il Nobel, nel 1980.
L’incontro con la sorella
Ma la storia di Capecchi, e il suo legame con l’Alto Adige, non finisce qui. Due anni dopo la nascita di Capecchi, la madre aveva dato alla luce la figlia, nata da una seconda relazione: Marlene Boneli, la sorellastra di Mario. E quando, nel 2007, Capecchi vinse il premio Nobel, la sorella (che a lungo aveva lavorato come casellante nel nord Tirolo) lo riconobbe in televisione e sui giornali. Fu il preciso lavoro di Isabelle Hansen, giornalista del Dolomiten, quotidiano locale in lingua tedesca, che permise a Marlene e Mario di incontrarsi di nuovo. Marlene sapeva di avere un fratellastro, e sapeva che la madre era stata deportata, ma era convinta fossero morti. Entrambi – Capecchi e la sorella – avevano cercato informazioni sulle proprie origini e sulle sorti dell’altro, ma senza fortuna. Dopo molti anni, finalmente, si sono potuti rincontrare, proprio qui, in Alto Adige.

Il regista e il film
Roberto Faenza aveva già lavorato in Trentino-Alto Adige. È del 2014 il suo “Anita B.”, con Eline Powell e Robert Sheehan, girato per lo più tra Fortezza, Egna, Bolzano e Merano. Il regista ha all’attivo oltre venti pellicole. Meritano senz’altro di essere ricordate, oltre a “Sostiene Pereira”, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi e con Marcello Mastroianni, anche “Jona che visse nella balena”, “Prendimi l’anima” e “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. Nel cast del nuovo film, tra gli altri, anche Francesco Montanari e Tonino Tosto.

LA VITA E IL FILM, IN BREVE
Mario Capecchi nacque a Verona nel 1937. Suo padre fu un pilota e sua madre una poetessa e un’attivista del movimento Bohemiens. Quando Capecchi era piccolo, la madre, Lucy Ramberg, venne deportata a Dachau. Trovatosi solo e in povertà, nonostante fosse ancora bambino Capecchi fu costretto a vagabondare e trovare modi per sopravvivere tra le strade di Bolzano e della Bassa Atesina, proseguendo fino all’Emilia-Romagna. Dopo la fine della guerra la madre lo ritrovò e insieme raggiunsero l’America, dove Capecchi poté studiare, conseguendo un dottorato di ricerca sotto la supervisione di James Watson. Nel 2007, vinse il Premio Nobel per la Medicina e, dopo molti anni, rincontrò la sorellastra, Marlene Bonelli, in Alto Adige.
A Egna, il regista Roberto Faenza sta girando il suo nuovo film, “Resilient”, basato sulla biografia di Mario Capecchi. Roberto Faenza ha già lavorato in Alto Adige. “Anita B.”, un suo film del 2014, venne girato prevalentemente tra Bolzano, Fortezza, Egna e Merano. L’uscita del film è prevista per il 2021.

Autore: Alex Piovan
La “Au” tra Bolzano e Laives
La piana di Bolzano, caratterizzata dalla presenza di due fiumi impetuosi quali l’Adige e l’Isarco, che nel corso dei millenni l’hanno plasmata e poi rimodellata un’infinità di volte (pare che dopo l’ultima era glaciale si sia alzata di oltre 100 metri), copre un’area molto ampia che arriva fino alla periferia di Laives. Dal medioevo in poi, quando Laives e Bolzano formavano un’unità politico-amministrativa (definitivamente spezzata dal nuovo ordinamento comunale asburgico del 1849), la maggior parte di questo terreno era dominio pressoché incontrastato dei due fiumi e soltanto nei periodi di “magra” era adibito a pascolo del bestiame cittadino e ad attività occasionali quali raccolta di legname, pesca e coltivazioni stagionali del tutto marginali. Tuttavia, fin dal 1550 sono note ripetute disposizioni del governo di Innsbruck che suggerivano insistentemente un utilizzo più razionale dell’enorme area e, soprattutto, la bonifica della stessa da una pletora di personaggi dediti al malaffare che impedivano il pacifico transito di persone e merci, già allora molto intenso grazie alla presenza alle porte di Laives del porto di Bronzolo. Insomma, la tratta stradale (poco più di un tratturo) tra Bolzano, Unterau (S. Giacomo), Sissa (Pineta) e il comune rurale di Laives era infestata da fuorilegge di ogni lega, una sorta di far west che costringeva i viandanti a viaggi avventurosi per non farsi depredare dei propri beni e della stessa vita.
I suggerimenti governativi andavano nella direzione di una bonifica anche parziale del terreno paludoso e dell’assegnazione di piccoli appezzamenti alle famiglie indigenti del luogo affinché vi potessero coltivare i beni di prima necessità e nel contempo garantire la sicurezza della pubblica via. Ma le resistenze a questi progetti non mancavano, in quanto la “Au” (augia), sia a nord che a sud dell’odierno Agruzzo, rappresentava l’unico pascolo dei cavalli e buoi degli allevatori e dei carrettieri della zona. Al termine di una lunga controversia tra Bolzano, Dodiciville e Laives, fu raggiunto un accordo che prevedeva l’assegnazione della parte settentrionale della “Au” al Comune di Bolzano e quella a sud del Vurza, con un’estensione di circa 100 ettari, al Comune di Laives. Dodiciville mantenne alcuni diritti (come la raccolta della paglia) su entrambi i territori.
Nei primi anni il Comune di Laives non modificò la destinazione dei terreni che in sostanza rimasero pascolo, e solo in seguito alla riforma agraria di Maria Teresa e alla definitiva regolazione dell’Adige iniziò a migliorare anche i fossati e ad assegnare i terreni (le odierne “part”) ai contadini del luogo.
In foto principale: Vista di Laives negli anni ’40
Copyright: Gianni Beordo
Autore: Reinhard Christanell
I Parassiti #5: la dorifora
Il mito della dorifora paracadutata dagli Americani sui territori nemici è la reputazione di questo coleottero, divenuto famoso durante il secondo conflitto mondiale, soprattutto per essere la causa primaria dei danni all’agricoltura subiti della Germania. Addirittura, anche dopo la fine della guerra continuarono paure, speculazioni, congetture e supposizioni, più o meno fantasiose, da parte di alcuni Stati dell’Europa dell’Est nei confronti della mano che aveva diffuso questo flagello. Nelle scuole, nelle stazioni, negli uffici postali furono affissi proclami di mobilitazione generale; fu ingaggiata anche “La formica Ferda”, popolare eroina dei fumetti! Nei campi, schiere di studenti guidati da adulti catturavano la dorifora tra le file di patate gettandola in una bottiglia contenente petrolio. Anche il socialismo premiava chi ne raccoglieva di più, mentre puniva coloro che si opponevano alla collettivizzazione dei campi e tradivano la patria infischiandosene della lotta all’ultima patata. A metà degli anni Cinquanta, a un certo punto, gli Usa dovettero intervenire. L’ambasciata americana a Praga inviò al ministro dell’agricoltura una nota dove, ironicamente, smentiva le presunte responsabilità americane nella diffusione della piaga: “L’ambasciata dubita che la dorifora, anche nella forma più vorace, possa consumare l’amicizia che lega i nostri due paesi.” Originaria del Messico e del Colorado, in realtà, la dorifora era presente in Inghilterra già dalla seconda metà del 1800. In Europa si diffuse rapidamente durante il secondo conflitto mondiale, nascosta tra gli approvvigionamenti militari. In Italia giunse nel 1944. Facilmente riconoscibile anche da un occhio inesperto per via delle strisce nere sul corpo di colore giallo ocra è un defogliatore naturale. Presenta tre generazioni all’anno e quattro stadi di sviluppo: A) uovo (giallo/arancio) B) larva (capo e zampe nere e due file laterali di placche nere lungo l’addome arancio) C) pupa D) adulto. Già le larve rovinano le colture. I danni riguardano l’apparato fogliare. Colpisce le solanacee, patate in primis, ma anche melanzane e più raramente pomodori e peperoni.
Rimedi: 1. Rimozione manuale. 2. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua ed irrorare di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 giorni. 3. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki e tenebrionis), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi in grado di uccidere le larve di lepidotteri. È totalmente innocuo per gli impollinatori e anche per le coccinelle. Carenza: 3 giorni. 4. Piretro naturale: 2 ml da diluire in 500 ml di acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di aceto, irrorare la sera tramite spruzzino. Carenza: 3 giorni. 5. L’imenottero parassitoide oofago Edovum puttleri. 6. L’antagonista predatore Zicrona caerulea.
Autore: Donatello Vallotta