Dal 11 febbraio via le mascherine all’aperto e si ritorna a vedere i sorrisi delle persone per strada. Questa gallery vuole dare spazio ai vostri volti di nuovo “completi” e ai vostri sorrisi. Questi scatti sono stati realizzati da Asuda Kawa Mahmood di COOLtour.
Walter, Luis, Giacomo e MichlValmira, Elvira e ArlindaSonia, Barbara e NicolaSilvia con PaoloRosetta e MonicaAntonio, Ada, Bruno e PaoloPiero con AnnalisaMichl con NadineGretiFrediana con GianFabio e MariarosaDiego insieme a VittoriaBianca con MarieAmelie e AmiraYvanne con Hanna
Per San Valentino le signore delle Pari opportunit e dell’associazione Donne contro la violenza sono tornate in piazza della Rena per ribadire il proprio no alla violenza. E lo hanno fatto proponendo l’installazione “On Remembrance”, ideata dall’artista altoatesina Laura Volgger. Ecco alcune immagini negli scatti di Nicholas Rizziero.
I cittadini ucraini residenti in provincia di Bolzano sono quasi duemila e di loro la stragrande maggioranza sono donne, per lo più impiegate nel nostre case nella cura degli anziani. Per loro questi sono giorni di grandissima apprensione. Con gli anni gli immigrati ucraini più fortunati sono riusciti a portare qui gran parte delle loro famiglie, ma la maggior parte di loro sono in ansia per i loro familiari in patria e per quello che potrebbe accadere. Percepiscono come quasi ineluttabile il destino di perdere definitivamente la loro sfida per un’effettiva indipendenza dalla Russia. Una scommessa che dura da trent’anni, ovvero dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Dal 1991 ad oggi la vita dello stato dell’Ucraina è stata turbolenta e caratterizzata dalla contrapposizione di interessi politici ed economici di ogni genere, in connessione con una situazione politica mai stabilizzata. Nel 2014 l’annessione russa della Crimea e la guerra a bassa soglia del Donbass non sono state altro che le premesse di quanto sta avvenendo in questi giorni. Per l’Europa che sta cercando di uscire da due difficili anni caratterizzati dall’emergenza sanitaria, si tratta di un pericolosissimo passo indietro nella storia. La presunta ineluttabilità di una guerra d’invasione che vede protagonista una delle principali potenze nucleari getta un’ombra che non può lasciare indifferente anche la nostra terra. Basti pensare alle conseguenze che la crescita incontrollata dei prezzi dell’energia sta avendo sulla nostra piccola economia locale. Ma più delle preoccupazioni sulla ripresa ora occorre che tutti noi, nessuno escluso, si sia in grado di riaffermare il fatto che no, nel 2022, non è possibile considerare ineluttabile un conflitto che rischia di causare danni incalcolabili e inaccettabili perdite di vite umane. è ora di esprimere dunque in maniera chiara la nostra vicinanza ai nostri concittadini ucraini e di fare tutto ciò che è possibile per rimettere in moto la diplomazia internazionale con lo scopo di frenare questa pericolosa spirale. Gli strumenti ci sono e vanno utilizzati. La pace è un bene troppo importante. Non può essere sacrificata, in nessun modo.
La voglia di tornare a portare l’arte lungo le strade di Merano non è rimasta solo nel cuore degli appassionati e dei buskers, anzi. Se ne sta parlando anche nella “stanza dei bottoni” della città in riva al Passirio e nei giorni scorsi è andata in scena la prima riunione del gruppo di lavoro che si occuperà di regolamentare questa forma artistica nelle vie e nelle piazze. “Un ottimo segnale: siamo ottimisti e aspettiamo speranzosi”, confida Jordi Beltramo, artista di strada chiamato a rappresentare la categori assieme a Naimana Maino.
// Di Luca Masiello
Jordi Beltramo, come è andata? Siete soddisfatti? Era solo un primo incontro, ci siamo conosciuti e abbiamo cercato di gettare le fondamenta per una futura collaborazione. Ma mi sento di dire che ci sono tutti i presupposti affinché l’arte possa ritornare in strada dopo tutto questo periodo di stop, e che lo possa fare con tutte le sicurezze e le garanzie che servono a noi e al resto della cittadinanza. Già solo il fatto che la pubblica amministrazione se ne stia occupando è un segnale decisamente positivo. Adesso però bisogna trovare la via giusta da seguire.
Potete tornare ad esibirvi? Il divieto era stato imposto fino al 31 gennaio scorso, quindi sarebbe scaduto, ma non è così facile come sembra: pare che ci sia bisogno di una nuova ordinanza per consentirci di tornare in strada a proporre le nostre opere. Da parte dei rappresentanti del Comune, la vicesindaca Katharina Zeller e l’assessora alla cultura in lingua italiana Emanuela Albieri, è arrivata l’assicurazione che questo documento verrà presentato al sindaco e quindi firmato ed emesso in tempi brevi, pare entro la fine di febbraio. Non è un grandissimo problema, per ora: questo è un periodo in cui non c’è un gran movimento in centro, e anche il clima non aiuta certo. Ma speriamo che entro l’inizio della primavera ci facciano ripartire.
In che modo? ci saranno ulteriori restrizioni o tutto tornerà come era un tempo? I dettagli sono ancora tutti da definire, ed è anche per questo che ci hanno coinvolto nel gruppo di lavoro. Quello che ci sembra certo è che il Comune voglia organizzare il tutto grazie alla tecnologia, come già accade a Milano, a Torino e in altre città grandi: si crea una piattaforma online dove ogni artista si può iscrivere e con un’app riesce a prenotarsi il suo spazio in maniera autonoma. Sarebbe tutto molto più semplice, per noi e per chi è incaricato di fare i controlli. Insomma, anche dal punto di vista burocratico si semplificherebbe la vita a tutti.
Crede che poi riuscirete ad esibirvi ovunque? Pare che si voglia mantenere il divieto in quelle due postazioni nella zona di via Portici, nell’intersezione con via Cassa di Risparmio e in via Cassa di Risparmio nell’intersezione con corso Libertà. Però abbiamo chiesto un’alternativa: aprire le passeggiate di Merano, dove si potrebbero anche usare degli amplificatori. Sarebbero postazioni adatte all’arte di strada: sono ampie, non ci sono negozi né uffici, non si disturba nessuno e c’è sempre un bel flusso di persone. Sono anni che vorremmo l’autorizzazione ad esibirci in quella zona, speriamo davvero che sia arrivato il momento giusto…
Perché è così importante l’arte di strada in una città? Per moltissimi motivi, che sono anche difficili da spiegare a parole. Credo che, sintetizzando, l’arte di strada renda viva una città. È una forma d’arte, e l’arte fa bene a tutti.
Lei si occupa principalmente di questo… Io nasco come artista di strada, sin da quando ho mosso i primi passi verso l’arte. Poi, piano piano ho iniziato a partecipare a Festival, teatri, televisione e ultimamente ho messo un piede anche nel mondo del cinema con una parte in un film horror indipendente, “Two sisters”, che verrà presentato il 19 febbraio in provincia di Vicenza. Però continuo a fare l’artista di strada, è stato il mio primo amore e mi fa bene; mi piace andare in piazza, amo il contatto con il pubblico. È importante per rimanere in allenamento, soprattutto in questi lunghi periodi di pause forzate; il fatto di potersi esibire, di potersi confrontare con il pubblico è molto importante. E poi, diciamocelo, nei periodi “magri”, dove non ci sono spettacoli o festival, può anche rappresentare una fonte di reddito.
I DIVIETI
Il divieto agli artisti di esibirsi in pubblico era entrato in vigore poco prima dello scorso Natale; lo aveva previsto l’articolo 6 del D.L. 221 del 24.12.2021, ripreso dall’ordinanza n. 39 del presidente della Provincia Arno Kompatscher dello scorso 24 dicembre. Il provvedimento nazionale in materia di contenimento della pandemia ha infatti stabilito ulteriori misure urgenti per la prevenzione e la gestione dell’emergenza. Fra queste figura anche il divieto, fino al 31 gennaio appunto, di organizzare e tenere ogni genere di feste, eventi o concerti che possano comportare assembramenti negli spazi aperti. Di conseguenza, fino a tale data, anche gli artisti di strada hanno dovuto rinunciare alle loro performance sulla pubblica piazza. Prima ancora (in agosto) il Commissario per la gestione provvisoria di Merano, Anna Aida Bruzzese, aveva deliberato di restringere la fascia oraria per espressioni artistiche di strada per le postazioni situate all’incrocio via Portici / via Cassa di Risparmio e all’incrocio via Cassa di Risparmio / corso Libertà. Qui le performance musicali potevano avere luogo dal lunedì al venerdì dalle ore 18 alle ore 22. Una decisione che non aveva raccolto certo il consenso dei tanti artisti meranesi.
IL GRUPPO DI LAVORO
In gruppo di lavoro si è messo all’opera per elaborare, con il coinvolgimento più ampio possibile della cittadinanza, nuove regole e modalità per gli artisti che si esibiscono nelle strade e nelle piazze meranesi. Della task force fanno parte la vicesindaca e assessora alla cultura in lingua tedesca Katharina Zeller, l’assessora alla cultura in lingua italiana Emanuela Albieri, Joachim Ellmenreich in rappresentanza dei commercianti, il presidente dell’Associazione Kallmünz Meinhard Khuen, Jordi Beltramo e Naimana Maino, entrambi performer, e la presidente del quartiere centro storico Lydia Benedetti. “L’obiettivo – ha chiarito Albieri – è quello di studiare nuove modalità per le performance di strada interpellando tutte le parti interessate, a cominciare ovviamente da artisti che propongono i loro spettacoli in strada e dai titolari degli esercizi commerciali, ma ascolteremo anche i residenti e le persone che lavorano negli uffici del centro città. Miriamo a riaprire a breve gli spazi pubblici alle esibizioni tenendo conto dei provvedimenti adottati prima dello stop – come ad esempio la limitazione a determinati luoghi del centro urbano – e individuando al tempo stesso nuovi spazi”. “Nella città di cura le esibizioni artistiche negli spazi pubblici vantano una lunga tradizione e intendiamo continuare a sostenerle anche con l’aiuto di soluzioni tecnologiche al passo coi tempi: valuteremo in questo senso la possibilità di acquisire nuovi strumenti per rendere più agevole l’organizzazione delle performance e più facile il controllo delle medesime che, di conseguenza, diventeranno anche maggiormente fruibili per il pubblico”, ha sottolineato la vicesindaca Katharina Zeller. A tale fine il gruppo di lavoro vuole avvalersi pure del supporto della Fnas, la Federazione nazionale arti di strada.
Mese febbrile per i custodi di semi, febbraio. Confinati, sparpagliati in bustine, vasetti, sacchettini o riposti e catalogati ordinatamente per specie e varietà, i semi sono quasi pronti… a toccare terra! Vaschette, piccole serre improvvisate, contenitori alveolari, semenzai riscaldati e apposite strutture con illuminazioni artificiali a led sono gli strumenti pratici per la germinazione. Nelle immediate adiacenze all’interno del nostro appartamento – se non disponiamo di uno spazio all’uopo – è già partita la colonizzazione di porzioni di stanze, davanzali, tavoli, ripiani che diventeranno zone off-limits in cui però ci sarà un angolo di primavera a portata di sguardo. Certo, sì, c’è anche un po’ di disordine tra il profumo di terriccio, la gioia incontenibile nel vedere spuntare i primi cotiledoni ed il brulicare di etichette, bastoncini, cartellini, guanti, post-it, stuzzicadenti, striscioline di carta colorate e scotch, per non dimenticarsi la data di seminagione o quali promemoria nell’aiutarci ad identificarne esattamente la varietà. Peperoni, peperoncini e melanzane, che fanno parte delle solanacee, sono i primi protagonisti di queste settimane; considerata, infatti, la proverbiale lentezza di crescita i loro semi sono i primi che avranno bisogno delle nostre amorevoli cure. C’è chi li mette in ammollo in un sottile strato d’acqua, avvolti in uno scottex, come il sottoscritto, chi invece preferisce una soluzione più “morbida” come la camomilla, chi invece opta per il cotone imbevuto, altri per un involucro ermetico – ma bucherellato – per un minimo di ricircolo d’aria quale camera di germogliazione. Non ci sono metodi sbagliati, ma ci sono semi e semi, alcuni più pimpanti, altri più sonnolenti, altri ancora inadatti o più semplicemente sterili. Ad ogni buon conto sono loro che decidono quando dischiudersi! Fanno eccezione i semi di piselli e cavoli, che possono essere interrati direttamente nei vasi o in piena terra monitorando le varie fasi di sviluppo. Fervono i preparativi anche per chi ha la fortuna di godere di un balcone, meglio se esposto a sud est ovvero a sud ovest. Anche i vasi sul balcone posso essere utilizzati come superficie per collocarci i recipienti con i nostri semenzai. L’importante è mantenere umido il primo strato umifero del terriccio in modo costante e prestare particolare attenzione al vento e al sole diretto, che nonostante sia inverno, sono già potenzialmente capaci di seccare in breve tempo le piccole piantine, come del resto il gelo notturno, reo di bruciare queste ultime se non opportunamente riparate o ricoverate in casa durante l’oscurità.
Ricorrono in questi giorni gli anniversari della morte di Josef Mayr-Nusser (24 febbraio) e dell’esecuzione dei giovani della Rosa Bianca (22 febbraio). In entrambi i casi persone “come tutti noi” che non si sono piegate di fronte alla violenza di sistemi di potere che in forma manifesta o in modo subdolo annientano l’uomo.
“Se nessuno avrà mai il coraggio di dire loro di no, questo sistema non cambierà mai”. Disse più o meno così Josef Mayr-Nusser a un compagno che gli chiedeva come mai avesse osato rifiutarsi di prestare il giuramento delle SS, cosa che tutti gli altri camerati avrebbero fatto di lì a poco. Sophie Scholl, poco prima di essere ghgliottinata nel freddo inverno bavarese, pronunciò queste parole: “Come possiamo aspettarci che la giustizia prevalga quando non c’è quasi nessuno disposto a dare se stesso individualmente per una giusta causa? È una giornata di sole così bella, e devo andare, ma che importa la mia morte, se attraverso di noi migliaia di persone sono risvegliate e suscitate all’azione?” Ci sono persone che sanno quando è il momento di dare testimonianza. Non per se stessi, ma per gli altri. A costo di perdere tutto. “Intorno a noi c’è il buio”, scriveva Mayr-Nusser nel gennaio del 1938. “Il buio della miscredenza, dell’indifferenza, del disprezzo, forse della persecuzione. In questa situazione dobbiamo dare testimonianza e vincere questo buio con la luce di Cristo, anche se ci attaccano, se non ci ascoltano e se ci ignorano. Dare testimonianza oggi è la nostra unica arma, la più efficace. Abbastanza strano. Non la spada, né la violenza, né denaro, nemmeno l’influenza di capacità intellettuali e del potere spirituale, niente di tutto ciò ci è chiesto come condizione indispensabile ad erigere il regno di Cristo sulla terra. Il Signore ci ha chiesto qualcosa di assai modesto e al tempo stesso di molto più importante: dare testimonianza. Non si tratta, dapprincipio, di essere testimoni attraverso la parola, nemmeno attraverso l’azione. Spesso può essere più opportuno tacere; spesso anche la migliore azione può essere distorta. Ma sempre dobbiamo essere testimoni. Esserlo con semplicità e senza pretese. Ecco la più grande testimonianza!”
Prima dell’arrivo della ferrovia nel 1859, il servizio di trasporto pubblico consisteva in qualche carrozza trainata da cavalli diretta a Bolzano o Egna. Lungo il tragitto si trovavano le locande chiamate “Posta” che disponevano di stalle per il ristoro e, a richiesta, il cambio dei cavalli. Pochi se la potevano permettere e chi aveva la necessità di spostarsi lo faceva soprattutto a piedi. Il treno aveva inaugurato una nuova epoca: quella del viaggio confortevole e in tempi ridotti a media e lunga distanza. Lo sfruttava soprattutto la piccola e media borghesia, il popolo continuava a camminare sulle vecchie strade polverose. A cavallo tra i due secoli, con l’aumento dell’attività commerciale e la crescita del turismo, nacque anche a Laives il bisogno di un collegamento rapido e confortevole con Bolzano. Ovviamente si rifletté a lungo sulla realizzazione di una linea tranviaria, allora il mezzo di trasporto urbano più amato. Nel 1905 il Comune di Dodiciville, sprovvisto di stazione propria, ottenne l’autorizzazione a costruire una tranvia elettrica da via Stazione fino a S. Giacomo. Anche Laives era molto interessata ma la Südbahn, temendo la concorrenza, si oppose. Nel 1909 venne inaugurato il tram per Gries, altro comune allora indipendente. Nell’autunno del 1911 alcuni cittadini di Laives costituirono una compagnia di autobus per il collegamento Bolzano-Laives. Un affronto alla strapotente Südbahn ma anche ai tentennamenti comunali e ministeriali riguardo alla realizzazione del tram. Il 3 giugno 1912 finirono i lavori di posa dei binari sulla linea Bolzano – Maso Wurzer. L’impresa consentì tra l’altro di portare finalmente la luce elettrica fino al paese di Laives. La linea era lunga 6682 metri e contava 21 fermate. Il biglietto costava 40 scellini.
A Laives, dove dal 1912 aveva preso servizio l’autobus, si continuò a parlare di tram. Anton Monsorno, noto possidente e commerciante, morto a soli 47 anni nel 1916, e Franz Defranceschi furono i principali promotori dell’iniziativa. Soltanto nel 1923 venne approvato il progetto definitivo della linea. Il 18 febbraio 1912 il giornale “Bozner Nachrichten” diede grande risalto all’inaugurazione del servizio di autobus tra Bolzano e Laives. I membri della commissione di valutazione dell’efficienza del mezzo salirono sul mitico “Saurer” costato la bellezza di 28000 corone in piazza “Kaiser Josef” e nel corso del viaggio ebbero modo di apprezzare il comfort offerto dal moderno mezzo di trasporto dotato di sedili imbottiti e perfino di riscaldamento. Una vera rivoluzione per l’epoca. Dopo mezz’ora, i viaggiatori raggiunsero via Pietralba e si recarono per il rinfresco di rito all’albergo “Pfleg” di Alois Ebner. Il sindaco di Laives, Josef Ebner, “in un breve e caloroso discorso ricordò le varie tappe dell’impresa, ringraziando tutte le autorità presenti e coloro che l’avevano resa possibile”. Anche il viaggio di ritorno fu un pieno successo. I soci fondatori Josef Ebner, sindaco di Laives, Ferdinand Flor, impresario nel settore del porfido, e Alfred Gerber godettero di un momento di grande popolarità in paese. Il giornale concludeva il pezzo con orari e prezzi delle corse: “Cinque i viaggi quotidiani: da Laives alle ore 7.00, 9.00, 12.30, 15.30 e 18.30, da Bolzano alle ore 8.00, 11.10, 14.00, 17.00 e 19.30. Durata del viaggio: 30 minuti. Fermate: S.Giacomo e Oltrisarco. Prezzo del biglietto: Laives – S. Giacomo 40 Heller (1 corona = 100 Heller), Laives – Oltrisarco e Laives – Bolzano 60 Heller, Oltrisarco – Bolzano 20 Heller. Abbonamento per 10 viaggi andata e ritorno: 5 corone.”
Se vi è chi ha lottato e lotta contro i virus patogeni per l’uomo e per gli animali, vi è anche chi ha lottato contro le malattie delle piante, come Ludwig von Comini, cui è intitolata una via, parallela alla via Volta. Chi era e cosa fece? Nato ad Innsbruck il 19 giugno 1814, frequentato il Ginnasio regio-imperiale di Innsbruck, dal 1836 proseguì gli studi alla scuola regio imperiale Mariabrunn presso Vienna. Dopo un periodo in farmaceutica entrò nel servizio forestale in Tirolo. Sposatosi a Bolzano nel 1840, nel 1849 rilevò un maso che la moglie aveva ereditato, il “Kalchgruberhof”, con vigneti sia nel borgo di Bolzano che ai Piani. Alle viti di uno dei suoi beni il 3 agosto 1851 Ludwig Comini scoprì per la prima volta l’infestazione attraverso il fungo aspergillus, importato nel 1850 dal Nordamerica in Europa, l’Oidium tuckeri, temuto e conosciuto come “puro Oidio”. Scoperte le ife, filamenti, dei funghi come agenti patogeni, nel 1853 nella sua tenuta ai Piani di Bolzano iniziò a tentare di lottare contro la malattia della vite che si stava rapidamente diffondendo. Quando nel 1855 gli agenti patogeni comparvero massicciamente anche in altri paesi europei, Comini viaggiò per l’Italia, La Francia e la Grecia, per apprendere qualcosa sui mezzi di difesa approntati; tornato in patria tentò ancora, fino a trovare un efficace mezzo di difesa nell’impollinazione delle viti ammalate con zolfo polverizzato e secco. Per gli anni di lavoro e l’incessante divulgazione, verbale e scritta, in tutte zone a viticoltura del paese, gli venne dato il soprannome di “Schwefelapostel”, “Apostolo dello zolfo”. Pubblicate le sue scoperte nel 1858 in lingua tedesca, due anni dopo lo fece in lingua italiana, con la “Lettera ai viticultori”. La lunga battaglia consumò le sue forze, oltre al patrimonio. Sempre più indebolito, Ludwig, farmacista, enologo, agronomo e conte austriaco, dovette soccombere, tanto da morire a 55 anni, con forti dolori, a Bolzano l’11 gennaio 1869.
Ötzi – nome della mummia dell’età del rame ritrovata nel 1991 –, l’uomo più noto e studiato della preistoria altoatesina (e non solo), non era ancora nato e l’era della lavorazione dei metalli era molto lontana. Pietre, in particolare selce, legno e ossa animali fornivano la materia prima per armi da caccia e utensili domestici. La ceramica, testimone prezioso delle fasi successive, sarebbe apparsa solo millenni più tardi con l’attività agricola e la necessità della conservazione dei cibi. Comunque, va detto che la scoperta di diversi siti relativi al periodo postglaciale soprattutto in Anatolia (Gobekli Tepe su tutti) ha rivoluzionato la nostra conoscenza di quelle “primitive” società umane, capaci, nonostante la vita nomade e la scarsità dei mezzi, di realizzare opere monumentali di grande rilievo. D’altronde, che l’ambito artistico-magico-religioso fosse parte integrante già di quelle culture arcaiche è noto fin dal ritrovamento delle pitture rupestri. I ghiacciai che per millenni avevano ricoperto la valle dell’Adige, rialzandone il piano di circa 200 metri e rendendola inabitabile e impossibili gli scambi tra popolazioni stanziate di qua e di là delle Alpi, si stavano rapidamente ritirando grazie al miglioramento delle condizioni climatiche. La Val d’Adige e le catene montuose che la delimitavano a oriente e occidente divenne perciò meta di cacciatori e raccoglitori provenienti dall’area trentino-lombardo-veneta. Gli studiosi degli insediamenti e dei movimenti dei cacciatori-raccoglitori mesolitici sono riusciti a individuare molti vecchi percorsi in alta quota con i relativi ripari occasionali e stagionali. Nulla era lasciato al caso ma ogni particolare doveva rispondere a precise esigenze. Sorprende – o forse no – che i percorsi corrispondano in gran parte a quelli ancora oggi frequentati da pastori o escursionisti. Per quanto riguarda i campi in altura, ovviamente finalizzati all’attività venatoria in particolare di cervi, stambecchi e camosci, venivano scelti in base a criteri ben precisi: vicinanza a fonti idriche, buona visibilità per poter seguire i movimenti della selvaggina, vicinanza ai principali percorsi di caccia. Si calcola che i cacciatori “piantassero le tende” in luoghi che permettessero di sfruttare un territorio percorribile a piedi in un tempo massimo di quattro ore. Nel fondovalle, sono stati individuati alcuni siti – quasi sempre lungo corsi d’acqua – sul Dos Trento, a Mezzocorona e Zambana, al Dos della Forca a Salorno, ai laghi di Monticolo, a S. Giacomo di Laives (uno dei primi, ne riparleremo), a Castel Firmiano e a Cornedo. Tutto sommato pochi rispetto a quelli molto più numerosi in altura tra i 1800 e i 2300 metri. Due i percorsi principali seguiti dai cacciatori mesolitici: sul versante orientale, dal Lago Santo al Passo Oclini e Lavazè e da qui verso l’Alpe di Siusi, il Passo Gardena fino all’Alpe di Rodengo. Sul versante occidentale, la salita iniziava al Bus del Spin e arrivava a Favogna e sulla Mendola, per terminare poi al Passo Palade e sul monte Luco. Non è escluso che i cacciatori compissero con i propri famigliari al seguito un vero e proprio tour di alcuni mesi con soste non più lunghe di una settimana in ogni sito. La catena della Mendola, raggiunta sicuramente attraverso la Val di Non, che poi nella stagione fredda offriva ottimi ripari, era frequentata lungo tutta la dorsale, dal Macaion a Malga Romeno, dal Rifugio Mezzavia al Penegal. Moltissimi siti nei pressi di ruscelli, rocce sporgenti o pietre erratiche testimoniano la presenza di gruppi di nomadi e i resti ritrovati nel terreno carbonizzato riguardano soprattutto schegge di selce, a dimostrazione del fatto che i cacciatori utilizzavano la selce della Val di Non e la lavoravano sul posto. La caccia avveniva preferibilmente tra le praterie alpine e le zone boschive. Sul dosso del Monte Campana, tra Cavareno e Caldaro, i ritrovamenti presso un rogo votivo testimoniano la continuità del sito fino all’età del Bronzo finale.
Col Carnevale in Bassa non si scherza: riti e miti carnevaleschi qui hanno radici antichissime e sono molto sentiti da gruppi di ferventi appassionati. Purtroppo la pandemia ha dato una brusca frenata alle cerimonie, ma parlando con i diversi responsabili una cosa è certa: le manifestazioni non possono aver luogo, ma il cuore continua a battere forte e si cercano forme “soft” e rispettose per tenere comunque viva la tradizione. “Non ci sarà nessuna sfilata ufficiale” ci ha raccontato Stefan Steinegger dei Traminer Schnappvieher. Ma naturalmente non è vietato mascherarsi e passeggiare all’aperto. Come noto Termeno è la patria della celebre sfilata dell’Egetmann, antica tradizione carnevalesca tirolese. Tra le diverse figure spiccano gli Schappvieher, mostri altissimi con enormi teste pelose che, chiudendo ritmicamente la bocca, spaventano la gente con un gran frastuono. Secondo la tradizione essi rappresentano il demone dell’inverno e devono essere “macellati” alla fontana del paese, per scacciare la brutta stagione – un rito irrinunciabile, che non necessita di pubblico. Spostandoci a Salorno, ricordiamo che qui dal 2009 è stata rinverdita la tradizione del nano Clemens, alias “Perkeo”, che, leggenda vuole, nel 1700 da Salorno giunse alla corte di Heidelberg, dove si fece notare per il suo spirito argutissimo e la sua infinita capacità di ingurgitare vino. La tradizionale cerimonia di consegna delle chiavi a Perkeo con relative sfilate e messe in scena teatrali non si terrà- ci ha raccontato Franz Kosta, presidente della vivace associazione che da Perkeo prende il nome. Aspettando tempi migliori, Perkeo invia cartoline dalla sua “aidelberg” (vedi immagine). Buone notizie invece da Laives. Qui l’inarrestabile gruppo carnevalesco di Pineta ha fatto sapere che “in forma ridotta ed in sicurezza” il Carnevale a Laives si festeggerà. L’appuntamento è previsto per domenica 27 febbraio dalle ore 13 alle ore 17 nello stadio in zona Galizia a Laives (dalle 13.00 alle17.00; in caso di maltempo la manifestazione si terrà sabato 5 marzo). La manifestazione è pensata in particolar modo per i piccoli; ci sarà il trenino sul quale i bimbi potranno effettuare dei giri del campo, i clown con scherzi e lazzi, l’arca di Noè con gli animali, i costumi tipici boliviani e molte comparse in costume carnevalesco. Insomma, una bella occasione per trascorrere qualche ora in allegria e serenità” ma senza dimenticare la sicurezza. “Effettueremo il controllo del green pass all’entrata e chiederemo ai genitori di mantenere le opportune cautele per evitare assembramenti. La pista di atletica si presta ad essere un luogo di ampio respiro” così il Gruppo. Continua anche l’iniziativa in collaborazione con le scuole dell’infanzia Kindergarten, che sta riscuotendo un grande successo. I lavoretti con le mascherine carnevalesche realizzati dai bambini sono tanti, e le relative foto vengono continuamente pubblicate sono sul sito del carnevale e postate su Facebook.