Scatti di vita, in terapia intensiva

Le fotografie di questo servizio sono state scattate dal fotografo altoatesino Andrea Pizzini in rianimazione Covid a Bolzano. Fanno parte del progetto Wellebrecher (Frangiflutti) che è consultabile su Facebook nella pagina omonima e del quale parliamo nella storia di copertina di questo numero del giornale.

La speranza, nei volti e nelle storie in terapia intensiva

Il fotografo e documentarista di Salorno Andrea Pizzini racconta i sei mesi trascorsi in rianimazione a Bolzano, passati a incontrare pazienti e sanitari, con lo scopo di raccontare le loro storie di sostegno e ritorno alla vita. 

Raccontare la pandemia, con scrupolo giornalistico ma allo stesso tempo identificando e valorizzando i motivi di speranza che in questi 13 mesi sono germogliati numerosi, anche dalle storie più tristi e dolorose. 
Questo è il compito – difficilissimo – che molti di noi giornalisti si sono posti durante l’emergenza Coronavirus, un’esperienza davvero inedita  e fuori dagli schemi. Uno dei pochi a essere riusciti in questo intento, a nostro avviso, è il documentarista e fotografo di Salorno Andrea Pizzini che – tornato la scorsa estate dal Belgio dove aveva vissuto per dieci anni – ha scelto di “trasferirsi” nel reparto di terapia intensiva covid dell’Ospedale di Bolzano. Lo scopo? Raccontare dall’interno il dramma – reale,  al di là delle peggiori fake news – dei malati ma anche e soprattutto la gioia dei ritorno alla vita dei guariti. E anche il fondamentale lavoro dei sanitari in prima linea. 

Il volto di un’infermiera in terapia intensiva a Bolzano

L’INTERVISTA

Com’è nato il progetto Wellenbrecher?
Nella scorsa estate sono tornato dal Belgio, dove ho vissuto 10 anni, e sono arrivato a Merano, dove ho un’amica infermiera che lavora in terapia intensiva. Lei mi ha raccontato delle varie fake news che giravano e dopo un po’, in ottobre, ho pensato di visitare il reparto per fare delle foto e raccontare il suo lavoro. Ho pensato che in questo modo la gente poteva vedere un po’ sui social quello che succede veramente. Non sapevo se mi avrebbero dato il permesso per entrare. 

Beh, accedere in qualità di fotografo in una terapia intensiva non è la cosa più semplice del mondo…
Ho fatto richiesta all’Azienda Sanitaria, pensando che magari non avrei neanche ricevuto una risposta. Ma invece è capitato che proprio qualche giorno prima della mia mail è circolata una falsa notizia davvero importante e virale. Allora i responsabili sanitari mi hanno detto che volevano provare per vedere cosa sarebbe successo. Fino a quel momento nessuno era entrato in rianimazione per raccontare le storie che stavano succedendo. Prima sono entrato a Merano ma presto mi sono spostato a Bolzano, dove la situazione era molto più grave. Sono arrivato lì e ora sono ancora lì, in pratica.

Questo titolo – Wellenbrecher – da cosa deriva?
Sono entrato in novembre quando c’era appunto una grande ondata. Vedevo i medici e gli infermieri e il grande lavoro che stavano svolgendo cercando di contrastare l’onda, facendo turni pazzeschi. Il lockdown valeva per tutti, ma all’esterno l’ondata non si vedeva. La vedevano e la affrontavano solo loro, in pratica, stando in prima linea. 

E Wellenbrecher sta per frangiflutti, lo stesso compito che svolgono i grandi massi che si trovano appena al largo, al mare, per impedire alle mareggiate di raggiungere il porto e la spiaggia. 
Proprio così.

Com’è stato il tuo incontro con gli operatori sanitari che lavorano in terapia intensiva? 
Loro all’inizio erano perplessi, anche perché io stavo loro molto vicino, come si vede anche dai video che ho fatto. All’inizio sono semplicemente rimasto con loro, chiacchierando, per conoscerli ma anche e soprattutto per farmi conoscere. Nei primi due mesi non ho postato nulla sui social, ho cominciato a farlo solo pian piano, coinvolgendo le persone più adatte e con cui avevo stabilito un rapporto di fiducia. Quando ho cominciato a trascorrere lì le notti con loro, hanno capito cosa stavo davvero facendo.  

Nei miei documentari il messaggio di speranza è davvero fondamentale. Il senso del lockdown è salvare vite.


Com’è stato l’incontro con i malati?
Questa naturalmente è stata la parte più difficile. All’inizio ho solo osservato senza fotografare e senza raccontare. Ho capito che l’unico momento veramente buono per confrontarmi con i pazienti sono gli ultimi giorni in terapia intensiva, prima delle dimissioni dall’ospedale. Lì cominciano a parlare e posso provare ad avvicinarli, spiegando loro cosa sto facendo. Chiedo se posso raccontare la loro storia e, se è possibile, li intervisto. Poi aspetto che escano e mando loro il video, chiedendo se posso pubblicarlo.

Un doppio consenso dunque. Mentre lo si realizza e poi anche a posteriori.
Sì. Chiedo anche di fare vedere il video ai parenti, per avere una conferma davvero definitiva. Alcuni di loro, infatti, al momento hanno voglia di raccontarsi, ma magari poi dopo tre giorni ci ripensano. Ci vuole sicurezza, perché si tratta di cose molto delicate. 

Quindi vengono veicolati due messaggi, in sostanza. In primo luogo che è tutto vero. E poi che anche di questo si può guarire. 
Nei miei documentari il messaggio di speranza è fondamentale. Il senso del lockdown è salvare vite. E si vede che chi ne esce vivo, lo può fare grazie alle misure adottate e alle macchine che alimentano i polmoni con l’ossigeno. 

In Alto Adige c’è ancora una certa fetta di cittadinanza che osserva con scetticismo la pandemia. Molti sono contrari alle vaccinazioni in generale e c’è anche un settore, per fortuna molto limitato, che inveisce contro tutto e contro tutti, negando persino l’esistenza del video. Che idea ti sei fatto in merito, portando avanti il tuo progetto?
Io penso che gli estremisti non li convinci in nessun modo. In ospedale ho visto uno che non credeva nel covid che è stato intubato. Lo hanno salvato e dopo che è uscito ha detto che il covid non esiste e che era influenza. 
Il senso del mio lavoro è parlare con le persone normali, che si pongono delle domande e che normalmente non vedono quello che succede in terapia intensiva. Se possono vedere quello che succede lì, magari capiscono meglio qual è questa realtà. 

Insomma: l’obiettivo è dare degli strumenti in più per consentire alle persone di farsi un’idea oggettiva. Dai social sono arrivati anche degli attacchi d’odio, sulla scia dei post di Wellenbrecher? 
Ho ricevuto tonnellate di questo tipo di messaggi, ma io sono tranquillissimo. Da anni ho un sito di fotografia con milioni di lettori ogni mese e lì ho anche ricevuto minacce di morte. Sono abituato, ormai. Mi fa zero effetto. La loro è una malattia. Quando leggo un commento pieno d’odio mi dispiace per la persona che lo inserisce, perché vuol dire che sta male. 

Quali sono stati i due o tre momenti più emozionanti vissuti in questo periodo? 
Il momento più forte è stato quando uno del mio paese ricoverato in terapia intensiva mi ha riconosciuto. Sono stato l’ultimo a parlargli prima che se ne andasse. Un mese dopo un altro del mio paese voleva dirmi qualcosa ma non ci riusciva, e alla fine ho capito che voleva dire “aria aria”. Gli mancava l’aria. I momenti più belli sono quando i pazienti stanno meglio, all’improvviso, e cominciano a raccontare le loro storie, sono felici, insieme ai loro parenti. è veramente molto bello.

È la travolgente forza della vita. 
Sì, li vedi quasi morire per settimane e poi invece si svegliano, come un fiore di primavera. E tu dici: è pazzesco!

Il progetto va avanti ancora? 
Sì, ora sto facendo una serie di interviste perché il momento è ideale vista la pressione minore sul reparto. Ma spero che presto potrò venire via, perché questa cosa sarà finita. 

Lo speriamo anche noi. 

ANDREA PIZZINI

Nato il 4 ottobre 1977 a Mezzolombardo, Andrea Pizzini è cresciuto a Salorno e si è diplomato alla Scuola di Documentario, Televisione e New Media ZELIG di Bolzano. Dal 2002 al 2011 ha viaggiato il mondo realizzando documentari in zone di guerra, slums e favelas. Nel 2011 ha creato un sito di fotografia che oggi ha 4 milioni di lettori al mese. Dal 2012 fotografa con una camera gigante chiamata “Cube” creata insieme a Christan Martinelli.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Le luci e le ombre nella lotta contro il Covid-19

Come ha affrontato l’emergenza Coronavirus la politica altoatesina? L’autonomia ha fornito un’opportunità in più che è stata debitamente sfruttata? A queste domande risponde il politologo Günther Pallaver, che abbiamo intervistato a margine della pubblicazione dell’Annuario di Politica dell’Alto Adige.

Ogni anno la Società di Scienza Politica dell’Alto Adige fa il punto in merito allo stato dell’arte della cosa pubblica e della democrazia altoatesina. Il risultato tangibile di questo appuntamento periodico è un bel volume, edito da Raetia, che raccoglie una serie di contributi affidati a esperti nei vari settori delle scienze politiche. Quest’anno il libro, appena uscito in libreria, concentra la maggior parte della sua attenzione sulle “Conseguenze della pandemia Covid-19 in Alto Adige e in Trentino a confronto”. 
Ne abbiamo approfittato per fare una chiacchierata con il prof. Günther Pallaver che vive a Bronzolo ed è – oltre che giornalista professionista – professore universitario emerito di scienze politiche all’Università di Innsbruck. Attualmente Pallaver è membro dello staff dell’Istituto di studi federali comparati dell’Eurac a Bolzano.

Günther Pallaver

L’INTERVISTA

Quali sono le principali debolezze e i deficit che la nostra autonomia ha manifestato durante l’emergenza?
In primo luogo possiamo dire che le debolezze del nostro sistema sanitario, presenti da tempo, in questa situazione di pandemia si sono manifestate con forza.
In secondo luogo occorre osservare che la politica è stata messa sotto torchio dai vari gruppi di interesse, e questo ha provocato una linea non sempre coerente nella battaglia contro il virus. 

L’atteggiamento ondivago della politica è sinonimo di debolezza?
Sì e lo si è visto molto bene con il cosiddetto Sonderweg, il percorso speciale intrapreso dalla Provincia. Nella primavera dello scorso anno le nostre istituzioni locali, con delle decisioni autonome, hanno inteso controbattere alla molla del centralismo. Ma i problemi non si sono presentati nella via speciale di per sé, ma piuttosto nelle deviazioni e nelle scorciatoie adottate man mano. Faccio alcuni esempi. Nel febbraio dello scorso anno ospitavamo i campionati mondiali di biathlon che non si sono potuti fermare, “the show must go on”. Ma il giorno dopo abbiamo avuto i primi casi. Poi abbiamo atteso, prima di fermare gli impianti sciistici, perché non si voleva chiudere in anticipo la stagione. Quindi ci siamo sorpresi e arrabbiati quando il Robert Koch Institut ci ha inserito nella zona pandemica. Per non parlare del comitato di esperti che era stato istituito, con alcuni membri che a mala pena sapevano di farne parte. Insomma: tutta una serie di cose non ha funzionato. Il Sonderweg di per sé avrebbe potuto essere una cosa sensata, però la sua gestione è stata deludente.
Ed è un peccato perché nella fase iniziale la via speciale era stata sostenuta con poche eccezioni da tutto il Consiglio Provinciale e anche dalla società civile. Poi, man mano, la fiducia è venuta meno e a tutt’oggi il Sonderweg  è stato in pratica accantonato. 

In ambito sanitario, quali sono stati i problemi più significativi che si sono manifestati?
Mancava un piano pandemico e anche il coordinamento tra centro e periferia ha mostrato una serie di debolezze. Poi ci sono stati diversi problemi logistici, come ad esempio la questione delle mascherine. 

Durante la pandemia l’Euregio ha avuto un qualche peso?
Si deve dire che nostri pazienti covid sono stati accolti sia nel Tirolo che nel Voralberg. In questo senso un supporto c’è stato. Nel nostro annuario un contributo in particolare mette in evidenza come in Europa le realtà transfrontaliere presenti nelle regioni confinanti hanno cercato di fatto di contrastare la chiusura delle frontiere. In particolare si è insistito molto sull’informazione e sulla comunicazione tra le regioni di confine, riguardanti la salute e la lotta alla pandemia. Ma va anche detto che il nostro Euregio è riuscito a fare ben poco in questo senso, purtroppo. Ad esempio la collaborazione tra ospedali avrebbe potuto estendersi anche a Trento, ma questo non è avvenuto. 

Non solo ombre ma anche luci: durante la pandemia si è manifestato un grande senso di responsabilità da parte della popolazione altoatesina

Che effetti ha avuto la pandemia sulla fiducia dei cittadini altoatesini nei confronti della politica?
Questa fiducia, come sappiamo, negli ultimi anni è progressivamente diminuita. Nel nostro volume abbiamo un saggio che spiega  come siano stati in sostanza tre i fattori politici fondamentali per affrontare l’emergenza: un apparato amministrativo competente, la fiducia dei cittadini nel governo e una leadership forte ed efficiente.
All’inizio della pandemia la fiducia era alta, ma poi si può dedurre è andata via via diminuendo, a tutti i livelli. E la fiducia naturalmente si ripercuote sul comportamento delle singole persone. Una cosa che si è vista è che nelle aree urbane l’atteggiamento nei confronti delle regole è stato più coerente rispetto alla periferia. Lo abbiamo visto perché è proprio in periferia che si sono verificati i focolai, che invece in città non c’erano. 

In realtà i cittadini si sono trovati spesso disorientati, alle prese con direttive nazionali, provinciali e comunali alle quali non si sapeva dare un ordine di priorità e che magari erano in contrasto tra loro. 
Non solo. è anche capitato che venissero annunciati provvedimenti che il giorno dopo venivano subito modificati. La popolazione è risultata confusa dalla non coerenza nella comunicazione.

Ci sono anche luci, oltre alle ombre?
Sicuramente. Possiamo partire dal basso: si è manifestato un grande senso di solidarietà tra la popolazione. Questa cosa non va dimenticata e non per nulla noi abbiamo indicato come personalità politica dell’anno il “volontario” o la “volontaria”. Tantissimi davvero si sono rimboccati le maniche e hanno dato una mano. In secondo luogo, in questa pandemia noi vediamo una grande opportunità. Per il lavoro innanzitutto e per l’adattamento delle imprese, attivando la spinta che è necessaria per rimanere competitivi, anche con meno personale. La pandemia fornisce un impulso trasformativo in grado di rendere possibili cambiamenti altrimenti difficilmente attuabili in una situazione normale. Tutte le innovazioni digitali di questo periodo, ad esempio, rimarranno anche in futuro.
Infine dobbiamo anche dire che la campagna vaccinale in Alto Adige sta funzionando molto bene. E questo è un aspetto davvero molto importante.

POLITIKA 2021

L’edizione 2021 di “Politika” è all’insegna della pandemia. L’autonomia dell’Alto Adige, soprattutto la sua amministrazione, ha rivelato una serie di debolezze e deficit in questo periodo carico di tensioni a vari livelli. La gestione della crisi basata sulla divisione dei compiti, soprattutto tra lo Stato e la provincia, si fa riferimento al cosiddetto “Sonderweg”, la via speciale altoatesina, è stata molto al di sotto delle aspettative. I trattati sull’Alto Adige e il Trentino propongono interessanti prospettive comparative. Gianfranco Pasquino, uno dei più importanti politologi italiani, analizza come i diversi sistemi politici abbiano reagito al Covid-19. Le elezioni comunali di settembre 2020 sono il secondo punto focale dell’edizione.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

“Le mestruazioni non sono un lusso”

Sono una sorta di appuntamento fisso per ogni adulta, il passaggio dall’essere bambina al diventare donna; poi ancora un segnale che sancisce l’inizio di una nuova era come mamma, e più avanti ancora quello che indica il termine della fertilità. Se ne parla spesso, e molte volte in maniera sarcastica, forse per esorcizzare quel fenomeno fisiologico che ancora spaventa molti uomini e crea imbarazzo fra molte donne; ma chi pensa realmente a loro? E chi pensa a chi non può permettersi di comprare quei prodotti necessari per trascorrere in serenità il “periodo”? La risposta arriva da Julia Dalsant, cofondatrice dell’Infocafé femminista di Merano, che ha avviato una campagna per la raccolta di prodotti per il ciclo mestruale per chi non può permetterselo.

È iniziato tutto per caso, da un’idea buttata lì fra amiche, poi il progetto di raccolta di articoli di igiene mestruale ha riscosso quel successo che si meritava, e da Merano oggi sta prendendo piede in tutta la provincia: “Non ce l’aspettavamo, è andato tutto così in fretta che non ci siamo neanche rese conto della portata di questa azione”, spiega con modestia Julia Dalsant, una delle prime promotrici.

Julia Dalsant, quando è nato questo progetto?
Più o meno in concomitanza con la fondazione dell’Infocafé Femminista: era il 2019, e con un gruppo di amiche che frequentano il club Est Ovest abbiamo deciso di formare questo collettivo. Non avevamo le idee chiare, abbiamo iniziato ad incontrarci una volta al mese per parlare di tutto senza barriere; dopo un piccolo periodo di rodaggio abbiamo compreso che questi nostri incontri rappresentavano una sorta di luogo sicuro in cui noi donne (ma non solo) potevamo esprimerci in libertà; ancora oggi ci troviamo e parliamo a ruota libera senza prefissarci alcuno schema: di fatti semplici, di esperienze personali, ma anche di violenza, di problemi che affrontiamo nella nostra quotidianità, come quando si esce da sole, per esempio. Poco prima delle elezioni comunali, un anno fa, abbiamo poi deciso di mettere in piedi una campagna per esortare gli elettori a votare di più per le donne: un’iniziativa senza colore politico, senza ideologie particolari, volta solo a voler aumentare la rappresentanza femminile nel mondo della politica. Crediamo di essere riuscite nel nostro intento, ne abbiamo gioito, così abbiamo compreso che potevamo e dovevamo iniziare a creare qualcosa di tangibile.

È stato quello il momento in cui avete pensato alla campagna per i prodotti mestruali?
Non esattamente, tutto è accaduto alcuni mesi fa. Avevo letto un articolo online sulla difficoltà delle donne che vivono per strada quando hanno il ciclo e quanto sia difficile per loro gestire questa cosa: non sai dove dormi, hai male, non hai gli antidolorifici, non puoi farti la doccia, non ci sono ovunque dei bagni pubblici, eccetera. Oltretutto stiamo vivendo nel mezzo di una pandemia, la situazione finanziaria per tante famiglie è difficile, non solo per le senzatetto: da qui l’idea di lanciare la raccolta.

Volevamo organizzare una raccolta di prodotti mestruali per le donne del meranese, ma il successo dell’iniziativa ci ha portato a caprire una zona molto più vasta.



Come vi siete organizzate?
Abbiamo innanzitutto  chiesto la collaborazione del servizio giovani –  Jugenddienst di Merano e del Museo delle donne; si sono dimostrati da subito molto entusiasti, hanno accettato e hanno sistemato un contenitore di cartone davanti alle loro sedi: qui le persone possono donare i loro prodotti. Una volta a settimana passiamo, li ritiriamo e poi li portiamo al Centro diurno Plus, che si occupa delle persone che vivono per strada.
L’intenzione iniziale era di portare avanti questa iniziativa per il mese di marzo, ma poi abbiamo iniziato a “sconfinare” a Bolzano, donando i prodotti al progetto “Dorea”  e allo “Spazio autogestito 77”; i cittadini si sono rivelati addirittura più generosi del previsto, così ci sono arrivate proposte di collaborazione anche da Bressanone e dalla Bassa Atesina: non ci potevamo credere…

Come si può collaborare all’iniziativa?
Oltre a quei due punti di raccolta, il sabato mattina a Merano siamo presenti al banco alimentare del centro Kimm di Maia Bassa. Abbiamo allestito uno stand con i prodotti mestruali, e ognuno può ritirare ciò di cui ha bisogno. È un momento molto speciale e intimo: arrivano molte donne con cui si può parlare liberamente, ma anche tanti uomini, padri e mariti.

Le mestruazioni oggi sono ancora un tabù?
Sì, questa esperienza mi ha insegnato che parole come “mestruazioni”, “ciclo” o “prodotti mestruali”, vengono pronunciate ancora con grande diffidenza e imbarazzo. Ci sono ancora moltissime donne che si nascondono durante il ciclo, ma moltissimo è cambiato da quando ero ragazza io. 

Qual è il rapporto delle ragazze di oggi con il ciclo?
Poco tempo fa abbiamo inviato un questionario a tutte le scuole per comprendere di cosa avrebbero bisogno le ragazze durante il ciclo. Molte di loro hanno risposto che sarebbe bellissimo avere dei prodotti a disposizione nell’ambiente scolastico e si sono rapportate con il questionario in maniera molto sincera.
Ho capito (anche come mamma…) che le giovani donne sono oggi molto più aperte, molto più in gamba di noi alla loro età, non hanno più paura di parlare delle “loro cose”. Ne discutono molto fra di loro, e credo che questo sia dovuto anche dalla maggiore informazione che arriva loro direttamente da internet. 

E ora quale sarà il prossimo vostro passo?
Ci piacerebbe sensibilizzare la popolazione suIl’utilizzo di prodotti sostenibili per l’ambiente. Magari organizzando dei corsi e mettendo in piedi una campagna per spiegare come si usano le coppette mestruali o gli assorbenti di tessuto riutilizzabili, per esempio. I comuni assorbenti hanno un alto contenuto di plastica, e il loro impatto sull’ambiente è pesante. Ma andiamo per gradi: un passo alla volta…

Autore: Luca Masiello

La burocrazia mette al tappeto il Bubi

Se il campo di gioco fosse un quadrato, invece di un rettangolo, si potrebbe dire che hanno gettato la spugna. Ma, sempre restando nel gergo boxistico, la manifesta inferiorità non è dovuta a un avversario più allenato, bensì a qualcuno molto più difficile da mandare al tappeto: la burocrazia. Il Bubi Merano, compagine di calcio a 5, si ritira dal Campionato di serie A2, e lo fa con amarezza: “Fra casi di Covid e misure restrittive valide solo in Alto Adige abbiamo dovuto saltare troppe partite, e adesso avremmo dovuto recuperarle, giocandone una ogni 48 ore”. “Impossibile”, spiega deluso il presidente della società, Antonio Calovi.

Presidente Calovi, che cosa è successo?
È iniziato tutto già con la fase iniziale del campionato: dopo la prima giornata  abbiamo avuto dei casi di Covid, quindi ci siamo dovuti fermare per due settimane. A novembre, poi, una volta terminato il periodo di quarantena è uscita la prima ordinanza del Comune, quella che chiudeva tutti gli impianti sportivi. Scaduta quella, è stata pubblicata l’ordinanza della Provincia, quella che bloccava completamente l’attività sportiva. Facendo due rapidi conti, dopo la prima giornata siamo rimasti fermi per 40 giorni.

Ma in dicembre siete potuti andare avanti…
Esatto, abbiamo ripreso con tante partite da recuperare, perché comunque nel resto d’Italia il campionato è proseguito anche nelle zone rosse: giochiamo in A2, ma noi dovevamo rispettare quelle ordinanze che scavalcavano le normative del Coni, quelle che consentivano alle società dei campionati nazionali di proseguire.
All’epoca avevamo otto partite da recuperare; abbiamo fatto in tempo a giocarne tre, poi ci siamo dovuti fermare per un caso di Covid nella squadra. Dieci giorni di stop, e poi siamo tornati in campo per disputare due partite. Ma  poi ci siamo di nuovo fermati per un caso di Covid in una squadra avversaria.
Intanto a metà febbraio è uscita la nuova ordinanza della Provincia, che ha bloccato nuovamente le attività sportive, e siamo rimasti fermi ancora per un mese. 
Quando abbiamo potuto riprendere a giocare era metà marzo, e la Federazione Calcio a cinque di Roma ci ha imposto un calendario di 12 partite da recuperare entro il 24 di aprile, cioè entro poco più di un mese.

Ci siamo dovuti fermare a causa delle restrizioni provinciali per Covid – 19, ora per recuperare dovremmo disputare una partita ogni 48 ore, è umanamente impossibile.

Non sono troppe, dodici partite in un solo mese?
Lo sono, anche per i professionisti: anche chi gioca in Champions o in Coppa Italia ha sempre diritto a tre giorni di pausa fra una partita e l’altra. Ma il problema è ancora più grosso di quanto possa sembrare: il calendario prevedeva che nelle prime due settimane avremmo dovuto giocare due volte a settimana, il martedì ed il sabato, e successivamente avremmo disputato tre partite a  settimana, ogni martedì giovedì e sabato. Praticamente un match ogni 48 ore.

E la dirigenza cosa ha fatto?
A quel punto abbiamo contattato la Federazione, chiedendo di essere esclusi dal campionato per l’impossibilità di proseguire in queste condizioni, e chiedendo la garanzia di essere riammessi in A2 il prossimo anno. Ma la questione non poteva essere affrontata dalla Divisione calcio a 5 di Roma, bensì dal Consiglio di presidenza della Figc, addirittura da Gravina in persona. Ci avevano detto che avremmo dovuto aspettare, che la questione si sarebbe risolta, così abbiamo iniziato le partite di recupero. E in una di queste un nostro atleta si è lesionato il crociato del ginocchio. Forse questa è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: non siamo professionisti, non possiamo rischiare di compromettere il nostro posto di lavoro per un infortunio. In serie A2 si gioca ad intensità altissima, la trasferta più vicina è a 300 chilometri, non abbiamo neppure tempo di allenarci o di fare un recupero a livello fisico, è impossibile affrontare un campionato così. 

Antonio Calovi


E quindi?
Ho chiamato Roma, mi hanno detto di avere pazienza; ma non ho più avuto la forza di aspettare, e ho mandato una mail di posta certificata per ritirare la squadra.

Come l’hanno presa giocatori e sostenitori? 
Abbiamo avuto la solidarietà di tutte le società d’Italia, dei nostro sponsor e di tutti i nostri sostenitori. Questo, almeno, ci rallegra.

E ora come andrà avanti?
Siamo ancora in attesa di una risposta da Roma, ma sono due i possibili scenari: che accettino la nostra proposta e ci riammettano in A2 per  la prossima stagione, o che ci declassino in serie B, come prevedrebbe la prassi in caso di ritiro spontaneo. Spero che prima o poi ci rispondano, e che prevalga il buon senso: non ci siamo ritirati perché siamo pigri, è stata davvero e solo una questione di forza maggiore.

Autore: Luca Masiello

“Libri, piante e disegni”

Michela Antino, classe 1996, ha vissuto 10 anni a Laives e 10 anni a Bolzano, dove ha frequentato il liceo scientifico Rainerum. Si trasferisce a Bologna per studiare comunicazione e marketing. Ama leggere, curare le sue piante e disegnare. Ha una pagina instagram dedicata alle sue illustrazioni: @caosdichela.

La cosa che mi piace di più di me.
Sono una persona determinata e curiosa.


Il mio principale difetto.
Sono molto permalosa.


La volta che sono stata più felice.
Il giorno della mia laurea.


La volta che sono stata più infelice.
Durante un periodo di malattia, per fortuna passato.


Da bambina sognavo di diventare…
Il capo del mondo, ero molto intraprendente.


L’errore che non rifarei.
Non so rispondere, il che mi pare positivo.


La persona che ammiro di più.
Mio nonno.


Un libro da portare sull’isola deserta.
La Caverna di Saramago.


L’ultima volta che ho perso la calma.
Non ricordo, non perdo spesso la calma.


La mia occupazione preferita.
Disegnare, leggere e occuparmi delle mie piante.


Il colore che preferisco.
Assolutamente il giallo.


Il fiore che amo.
Scelta difficile, ranuncoli e tulipani sicuramente.


Il mio musicista preferito.
Ho una playlist che ascolto mentre mi addormento da otto anni.


Il mio pittore preferito.
Magritte e i surrealisti in generale.


Non sopporto…
L’inverno, sono troppo freddolosa per poterlo sopportare.


La mia paura maggiore.
Ho un brutto rapporto con il sangue.


L’ultima volta che ho pregato.
Prima di consegnare la tesi alla mia relatrice.


Il giocattolo che ho amato di più.
Un pupazzo a forma di gallina che ho ancora.


La disgrazia più grande.
Il finale di How I met your mother .


L’oggetto a cui sono più legata.
Il mio pupazzo a forma di gallina.


Il mio primo ricordo.

Io in ambulanza, non un bellissimo ricordo.


Il mio più grande rimorso.
Non aver studiato al meglio il tedesco mentre vivevo a Bolzano.


Dove mi vedo fra dieci anni.
Fare piani a lungo termine non è una mia gran capacità, ma spero di avere un lavoro che amo nei prossimi dieci anni.


Per un giorno vorrei essere…
…la persona più alta del gruppo.


Nel mio frigorifero non manca mai…
Brie e birra.


Se fossi un animale, sarei…
Un bassotto o un uccellino colorato.


Il mio motto:
Per anni ho avuto appeso davanti alla scrivania un poster con scritto “turn the pain into power”.

Tra sfide presenti e progetti futuri

Il sindaco di Laives, Christian Bianchi, racconta come la città sta affrontando le sfide nate con la situazione pandemica. Grande l’attenzione soprattutto verso anziani e bambini, da cui ripartirà l’estate.

Christian Bianchi

// Di Ana Andros

Come è stata fronteggiata l’emergenza sanitaria nell’ultimo anno?
Abbiamo affrontato fasi molto diverse le une dalle altre. La prima ha stravolto le nostre vite, è stato un momento di forte preoccupazione per la salute di tutti. Siamo stati fortunati perché i contagi non erano molti, è stata una situazione abbastanza contenuta che siamo riusciti a gestire tranquillamente. In estate sembrava tutto quasi normale: pochissimi contagi e persone tranquille. Poi la terza fase, quella che da ottobre ci porta fino ad oggi, è stata, penso, la più pesante sotto ogni punto di vista. I cittadini la stanno vivendo con più stress anche perché i numeri del contagio sono stati molto alti. In autunno abbiamo raggiunto i 600-700 positivi.

Come ha lavorato il Comune?
Le persone dovevano stare a casa, ma era necessario continuare ad erogare tutti i servizi e di conseguenza c’è stato un impegno importante nel verso della digitalizzazione, anche per il personale costretto allo smart working. Siamo stati vicini ai cittadini, abbiamo cercato di rincuorarli quando ce n’era bisogno e provato ad essere rigidi quando si davano le informazioni per tutelare la loro sicurezza, specialmente nei momenti in cui ci sono stati tanti positivi. Un ruolo sicuramente delicato e importante.

Come hanno risposto i cittadini?
Nella prima fase il duro colpo subìto da tutti aveva messo in moto una serie di iniziative: è stato immediatamente attivato un sistema per distribuire gli alimenti e organizzata, con i volontari e alcuni dipendenti comunali, la distribuzione di mascherine di stoffa a tutte le famiglie. All’inizio le persone si sentivano molto unite da una situazione nuova, improvvisa e grave. La solidarietà poi è continuata, ci sono associazioni che si sono date tanto da fare, ma è cambiato è l’umore. Oggi la stanchezza prevale e si sta guardando alla velocità con la quale la nostra nazione sta vaccinando, perché penso tutti siano consapevoli che da questo dipende il ritorno alla normalità.

All’inizio le persone si sentivano molto unite da una situazione nuova. La solidarietà poi è continuata, ma è cambiato l’umore.

Qual è stato il settore più colpito?
È stato un anno difficile per tutto il mondo associativo (culturale, sportivo, di assistenza e per la terza età) a cui nel 2020 abbiamo erogato una somma notevole di contributi. Sul nostro territorio ci sono associazioni culturali che normalmente hanno un’attività molto ricca: teatro, musica, cori e bande. L’impossibilità di svolgere spettacoli ha portato quasi tutti ad ingegnarsi con iniziative in rete. Anche per lo sport, animato soprattutto dai giovani, c’è stato uno stop. Tutto questo ricade fortemente sui comportamenti e sulla vita sociale di bambini e ragazzi, che con la scuola “a distanza”, la mancanza dello sport e della cultura hanno avuto una perdita enorme di relazioni sociali e occasioni di incontro e crescita. Sport e cultura dovranno essere la base, appena ripartiremo, per coinvolgere tutte le persone che, come gli anziani, costretti ad isolarsi completamente per la pericolosità della malattia, hanno sicuramente bisogno di ritornare a sentirsi parte della comunità.

E il turismo?
Laives ha circa 300 mila pernottamenti l’anno in alberghi e strutture, chiuse da molto tempo e che hanno visto un calo notevole nell’ultimo anno. Questo inverno senza sci e movimento è stato decisivo, ma per la nostra città anche il fatto che non si tengano fiere e convegni è grave, perché gli albergatori lavorano molto con questi settori, a loro volta completamente fermi.

Quali sono i programmi per il prossimo futuro?
Chiaramente tutto dipende da cosa potremo fare. Di solito durante l’estate ci sono tantissime attività, dai venerdì lunghi alle serate musicali e teatrali. Non sappiamo ancora se gli eventi potranno essere organizzati, quindi stiamo stabilendo un calendario molto flessibile in funzione delle prossime ordinanze. Nel frattempo, un settore che abbiamo già organizzato è quello delle attività estive per bambini, ragazzi e anziani.

Quale è la situazione ad oggi?
Penso che per qualsiasi politico o amministratore sia stato un anno estremamente faticoso, impegnativo. Facciamo da spugna alle situazioni vissute dai nostri cittadini e capiamo le loro preoccupazioni: la salute, l’economia in affanno. Come sindaci mettiamo il massimo delle energie per far funzionare al meglio tutto il necessario. Siamo consapevoli, e come tutti, in attesa di un ritorno alla normalità. Oggi la situazione è di nuovo sotto controllo, per fortuna. Anche sul territorio di Laives, in questo momento, proseguono a buon ritmo le vaccinazioni. Stiamo andando verso un’estate che, dal mio punto di vista, sarà un passo avanti sulla normalità.

L’associazione del Carnevale di Laives assieme al sindaco Bianchi

Quali I momenti più… “forti”?

“Sono vari, ne cito due. Il primo era quello di persone, ce ne sono state varie, ricoverate in ospedale in situazioni di grave difficoltà, che mi hanno chiamato personalmente. Mi resterà nella memoria la fatica percepita anche attraverso la cornetta telefonica della difficoltà respiratoria nel parlare, quindi della preoccupazione verso queste persone. Un episodio felice è stata la giornata dello screening provinciale: con un messaggio avevo chiesto ai cittadini di venire ad aiutare, a titolo volontario. Ricordo che in un pomeriggio mi sono arrivate circa 300 mail di persone che si erano messe a disposizione. Ne sono poi state impiegate solo un centinaio, ma questo dimostra che ci sono persone di grandissimo cuore e di grandissima disponibilità.”

Foto dell’intero sevizio: Christian Bianchi

Bronzolo, arrivano le panchine arancioni

BRONZOLO/VADENA Prosegue la serie di contributi di Roberta Lenzi, felicitatrice del progetto “Sente-mente comunità amiche”, che approfondiscono il tema della demenza.

C’è un proverbio africano che dice: “Se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia”. Lo dice la parola stessa…trasformazione!
La realtà si trasforma solo nel momento in cui entriamo in “azione”, quando attraverso le nostre scelte diamo una direzione precisa al nostro agire. Così, coraggiosamente, i Comuni di Bronzolo e Vadena hanno scelto di intraprendere il percorso Sente-Mente, per portare concretezza al sogno di creare una Comunità capace di accoglienza e inclusione nei confronti delle persone che vivono con demenza e delle loro famiglie, troppo spesso rinchiuse tra le strette pareti degli stereotipi e dei pregiudizi costruiti intorno alla malattia.
Il progetto, che lo scorso anno si è presentato alla popolazione attraverso due serate introduttive, proseguito poi con la visita di alcune realtà associative del territorio e la realizzazione dei Sente-mente laboratori per famigliari di persone che vivono con la demenza, vuole ora rendersi visibile nei due paesi creando dei “luoghi” specifici che risveglino curiosità e interesse nei confronti di questo tema.
A breve, passeggiando nei due paesi, sarà possibile essere colpiti dal colore arancione intenso di alcune panchine. Ogni panchina riporterà una frase che sarà una traccia del sogno di trasformazione rispetto all’idea dominante di demenza. Ci si potrà sedere un momento e accogliere dentro di sé questa nuova consapevolezza.
Ecco le “tracce” di trasformazione che si troveranno a Bronzolo.

La mente si ammala di Alzheimer, il cuore no
Occorre ricordare che la demenza riguarda la corteccia cerebrale, le sue capacità logiche, di memoria, di calcolo, ma il “cuore” no, non conosce malattia. La vita emotiva di chi vive con la demenza viene preservata fino alla fine, permettendo alla persona di continuare a gioire di momenti belli, di provare tristezza, rabbia e ogni possibile sfumatura delle emozioni esistenti. Cosa si può fare? Si può contribuire alla trasformazione diventando costruttori di momenti felici attraverso gesti di gentilezza e la condivisione di momenti felici.

Guardami, sono ancora io!
La malattia non porta via la persona a noi cara. Porterà via alcune sue capacità cognitive, ma l’essenza più profonda della persona rimarrà intatta. Cosa possiamo fare? Andiamo a trovare il nostro amico, anche se sappiamo che vive con una diagnosi di demenza, senza paura di parlare con lui per il timore che non ci capisca. Evitiamo di fare domande alle quali potrebbe non saper rispondere, invitandolo piuttosto a raccontare. Se sapremo portare il nostro sguardo più in là, vedremo che è sempre il nostro amico.

Il mio sentire è presente, qui, ora
Chi vive con la demenza è un grande maestro di consapevolezza del momento presente. Un passato che piano piano si annebbia e un futuro incerto, senza punti di riferimento, portano la persona a vivere intensamente il proprio presente. Possiamo scegliere di arricchire il presente risvegliando emozioni positive, rispettando i tempi e le preferenze di questa persona, standogli accanto con delicatezza e rispetto.

Il cammino per diventare concretamente una Comunità Amica delle persone che vivono con la demenza passa senz’altro attraverso una trasformazione culturale. Cosa significa? Significa che c’è bisogno di costruire, passo dopo passo, una nuova consapevolezza intorno alla demenza. Le panchine arancioni, in via di realizzazione da parte del gruppo giovanile Flowers, saranno lì per ricordarci che la trasformazione è possibile a partire da te, da me.
Nell’articolo del prossimo mese scopriremo le “tracce” di Vadena.

Autrice: Roberta Lenzi – Sente-mente felicitatrice

Stare insieme ed essere utili all’ambiente

Martina Puentes è referente della Bassa Atesina per l’associazione Plastic Free Onlus, nata in rete nel luglio del 2019 e che in due anni è diventata la più importante associazione del Paese su questa tematica, impegnandosi su diversi fronti: dalla raccolta di rifiuti lasciati nella natura e nelle città, al salvataggio delle tartarughe.

“Oggi ci sono più di cinquecento referenti in tutta Italia,” spiega Puentes. “La plastica è ovunque, la troviamo per terra, nel mare e nell’aria. È pericolosa, in particolare quella monouso che non solo inquina, ma uccide. Per chi ha a cuore il nostro pianeta e le persone, è impossibile chiudere gli occhi”. Martina Puentes vive a Magré, dove ha già organizzato diverse raccolte di rifiuti. “Siamo stati anche a Egna e Cortaccia. Ci muoviamo a piedi negli angoli più nascosti del paese per raccogliere le immondizie lasciate per terra”.
Un piccolo e appassionato gruppo, anche perché le restrizioni dovute alla pandemia sconsigliano di muoversi in tanti. La sporcizia che si trova in giro per la città non è mai poca e, come dicono i volontari di Plastic Free, è sempre più di quella che si pensa: “Si trova di tutto, dalle sigarette a rifiuti elettronici. E ci sono luoghi dove la sporcizia si accumula in quantità allarmanti, come vicino ai parcheggi e alle ferrovie, sull’argine dei fiumi e delle strade, ma anche nei boschi e sui sentieri”.
Grazie al passaparola, a Facebook e Instagram, il gruppo di Plastic Free dell’Alto Adige si sta espandendo. “Siamo in quattro referenti e per il momento copriamo le zone di Bolzano, Merano e Bassa Atesina – spiega Puentes – il gruppo è la nostra forza e ci sono anche diversi giovani che danno una mano, questo per me è importantissimo e a volte mi sembra di vedere più forza di volontà e rispetto per l’ambiente nei giovani che nelle persone più anziane”.

Anche la collaborazione con i Comuni è molto positiva e Martina Puentes si dice soddisfatta dei rapporti intrattenuti fino a oggi.
Il 18 aprile si è tenuta la prima raccolta ufficiale dell’associazione in Bassa Atesina, con un incontro fissato alle 9:30 presso il parcheggio all’uscita del casello autostradale di Egna, comune da sempre attivo per l’ecosostenibilità e che, negli ultimi anni, si è distinto per iniziative come quelle della scuola senza plastica. “Abbiamo ripulito l’argine dell’Adige percorrendo a piedi il tratto che unisce Laghetti ed Egna. Lì c’è molta immondizia, siamo già stati molte volte a pulire ma mai percorrendo l’intera lunghezza del tratto di fiume” racconta Puentes. Sono state centosessanta le raccolte rifiuti organizzate in tutta Italia e l’associazione ha raccolto oltre centomila chilogrammi di immondizia in tutto il Paese. “È un ottimo modo per stare insieme facendo contemporaneamente qualcosa di utile per l’ambiente” aggiunge Puentes che, confessa, in futuro vorrebbe puntare sui progetti scolastici con il supporto di qualche volontario in più: “Qui in Alto Adige siamo fortunati, per esempio, ad avere l’acqua potabile dal rubinetto. Ma la consapevolezza non è mai troppa”.

Un impegno che Martina Puentes e tutte le volontarie e i volontari si sono presi a fatica ma anche con grandi soddisfazioni. “In fondo, se ami la natura e ci tieni al tuo pianeta, ti viene tutto naturale. Per me è bello vedere come da sud a nord del Paese ci siano tantissime persone attive per un cambiamento. Ti apre il cuore, dico davvero”. Per chi fosse interessato a prendere parte del gruppo, può contattarlo attraverso il gruppo Facebook “Plastic Free – Trentino Alto Adige” oppure attraverso il sito web www.plastifreeonlus.it.

Autore: Luca De Marchi

Trodena, al confine tra Bassa Atesina e Val di Fiemme

Nel nostro immaginario collettivo, Trodena, soleggiato paese dell’Unterland montano immerso nel verde ai piedi del Cocul (ovvero cocuzzolo, reminiscenza linguistica del retoromanzo parlato fino al medioevo in queste vallate) e del Monte Corno, occupa un posto soprattutto come luogo di villeggiatura o “freschi”, come ancora oggi si usa dire in Bassa Atesina. Erano, un tempo, gli abitanti di Ora e Egna, tormentati dalle frotte di zanzare che nelle calde notti estive sciamavano sulla paludosa valle dell’Adige, a cercare riparo quassù. Tuttavia, il turismo vero e proprio, favorito dalla realizzazione della strada tra Ora e Cavalese e successivamente della linea ferroviaria austroungarica, assunse una certa rilevanza solo a partire dal XVIII secolo, quando tra Fontanefredde, San Lugano e Trodena apparvero numerose case per villeggianti. Allora, chi se lo poteva permettere, soggiornava qui fino ad ottobre e non di rado disponeva anche di un ampio orto in cui coltivare gli ortaggi di stagione.
Gli abitanti, allora come ora, erano principalmente agricoltori. La prima conta – ovviamente a fini “fiscali” – di focolari ne rilevò una ventina, per un centinaio di abitanti circa. Interessante il fatto che la misura del tributo da versare da ogni maso si esprimeva in “arimannie”, equivalente all’importo necessario alla vestizione completa e al sostentamento di un cavaliere longobardo. Poche sono invece le tracce rinvenute di insediamenti preistorici: su alcuni rilievi minori (Forchwaldspitz, Katzenschrot o Oansiedel) sono ancora visibili cumuli di pietre, in parte protostorici, in parte medievali, che potrebbero essere state impiegate nella costruzione di qualche castelliere o torre di guardia. La nascita “ufficiale” del paese risale all’anno 1111, quando il vescovo di Trento, signore anche di queste terre, concede ai signori dii Enn, che in suo nome governano su tutto il territorio dal fondovalle fino ai comuni della Val di Fiemme, di disboscare e edificare alcuni masi a nord della “clusa de Trodena”. Successivamente, il conte del Tirolo contese la sovranità al Vescovo e anche qui si impadronì, con le buone e spesso con le cattive, dei suoi possedimenti.

Chiesa di San Biagio


Trodena, il cui nome trae origine da un preromano “trodo” o “troi” con il significato di sentiero (per uomini e bestie), è ancora oggi raggiungibile dalla vecchia strada che saliva da Ora verso Gleno e Molini, secolare via di collegamento tra la Val d’Adige e la Vale di Fiemme. Uomini e animali, e in particolare gli allevatori di Trodena che godevano del diritto di pascolo invernale a Montagna, la usavano proprio per questo scopo.
Trodena è il classico comune di confine: geografico, con la vicina provincia di Trento, e culturale-linguistico, a cavallo tra mondo germanofono e italiano. Il destino di queste comunità non sempre è semplice e richiede una grande capacità di adattamento. Trodena, forse in virtù dell’antica fratellanza retoromanza, ha sicuramente affrontato al meglio questa situazione, fungendo nei secoli non da elemento divisorio ma da collante tra due realtà così diverse. Se dunque per un verso il paese è integrato da tempo immemorabile nella Magnifica Comunità di Fiemme con le sue storiche “regole” (Rigl), dall’altro esso appartiene in egual misura, per tradizioni e lingua, al territorio della Bassa Atesina. Il dialetto, tipico dell’Unterland ma arricchito da una pronuncia strascicata delle doppie vocali come, per esempio, in Haalbmitaag o Pleint, merenda di mezza mattina e polenta, ne caratterizza la colorita parlata. Negli ultimi 100 anni la popolazione di Trodena e delle sue frazioni è rimasta sempre stabile attorno ai 1000 abitanti. Certo all’attività agricola prevalente si sono aggiunti altri fattori in campo artigianale e turistico. Il paese appare per la maggior parte modernizzato e oggi sembra una comunità viva e capace di adeguarsi alle cadenze dei tempi moderni – fermo restando il privilegio di godere di una natura incontaminata e una salutare distanza dalle congestioni dei maggiori centri urbani.
Terminiamo la passeggiata per le ripide vie del paese con le sue caratteristiche case davanti alla chiesa parrocchiale dedicata a San Biagio. Nella sua forma originaria, romanica, essa dovrebbe risalire all’XI secolo mentre successivamente è stata più volte ampliata e ristrutturata, ottenendo nel XVI secolo la sua attuale veste gotica: con esclusione della torre romanica che tutt’ora ricorda la sua fondazione e funge da elemento di unione di un paese ricco di storia.

Foto dell’intero servizio: David Kurk

Autore: Reinhard Christanell