Il sole gioca a nascondino

Alzi la mano chi si aspettava una primavera così dinamica, baciata dalla pioggia e da temperature nel complesso gradevoli. Questa situazione proseguirà ancora; due alte pressioni (H) letteralmente ancorate, la prima a sud-ovest dell’Islanda e la seconda ad est dei Paesi scandinavi sono responsabili di questa nostrana marcata instabilità, creando di fatto tra i meridiani centrali europei e l’area mediterranea continue saccature in quota e basse pressioni (B). Esse sono  alimentate da aria fredda nord Atlantica, il che si traduce in brevi parentesi asciutte e soleggiate, in un contesto di tempo, però, altamente perturbato e imprevedibile, specie al Centro Nord. Secondo gli esperti non farà freddo, non sarà caldo ma avremo valori termici approssimati alla norma del periodo con piogge e temporali, anche grandinigeni e lì sì che il calo termico sarà avvertito indistintamente. Le temperature notturne tuttavia restano fresche e da che ho memoria non ricordo, quasi a fine giugno, di non aver ancora ultimato la messa a dimora di tutte le varietà di pomodori e fagiolini. È opportuno ricordare che al di sotto dei 13° C pomodori, melanzane e peperoni bloccano la loro crescita ed è consigliabile ricorrere alle coperture in tnt. Per ora il pericolo maggiore per gli orticoltori è rappresentato delle limacce, le lumache senza casa, che in una sola notte possono tranquillamente spazzolarsi le nostre piccole piantine di cavoli, insalate, basilico, biete, piselli e cetrioli. Dei rimedi fai da te più o meno efficaci contro questi molluschi sono la polvere di caffè, i gusci di uova sbriciolati, la calce e i piattini con la birra; ma tutti questi rimedi in caso di piogge ravvicinate diventano inadatti e vani, vuoi per dispersione (caffè e birra), sprofondamento (gusci di uova) e indurimento; la calce bagnata infatti forma una crosta che non fa respirare gli apparati radicali delle piante. La stessa calce che se mescolata allo stallatico, è bene ricordarlo, produce ammoniaca. Sono da sconsigliare i lumachicidi che si trovano in commercio a base di metaldeide, i famosi granuli di colore blu, un tetramero ciclico dell’acetaldeide molto pericoloso per gli animali domestici e che poi ci ritroveremo nel piatto. Non ci resta dunque nessun’altra alternativa che farci furbi e cercare di creare con lembi di tessuto non tessuto, e altri materiali di recupero delle protezioni da applicare piantina per piantina, cercando di sollevarla il più possibile dal contatto col terreno e dalle grinfie voraci delle limacidi. Quest’anno la biodiversità del piccolo orto del quale ho la fortuna di occuparmi è in aumento. Sono nate infatti spontanee piantine di equiseto, di ortica e persino un pino silvestre, segno che il terreno è ottimo, ricco di silicio, di azoto e di umidità.  

Autore: Donatello Vallotta

Il Cai inaugura la stagione

La stagione del Cai è finalmente iniziata, e per celebrarla al meglio i soci della sezione di Laives hanno organizzato una festa nella zona ricreativa “Vallarsa” in cui la plastica è stata bandita, utilizzando solo piatti in ceramica, posate in acciaio e bicchieri di vetro. Divertimento, buon cibo, fiori per le signore e ricchi premi per la lotteria, hanno coronato il tutto.

L’Europa siamo noi

I dati del Rapporto Italia 2024 di Eurispes resi noti nei giorni scorsi parlano chiaro: in politica solo il presidente Mattarella viene considerato affidabile dalla maggioranza del Paese (60,8% dei consensi, +8,6% rispetto al 2023). Molto più indietro si collocano il parlamento (33,6% in leggera crescita rispetto al 2023), i partiti nel loro complesso (29,85%) e i sindacati. 

Consensi più alti, ma comunque inferiori a Mattarella, li ottengono l’Arma dei Carabinieri (68,8%), la Chiesa Cattolica (52,1%), scuola (66%) e sistema sanitario (58,3%). Ma si dà il caso che queste quattro istituzioni non sono preposte a governarci, nella nostra democrazia rappresentativa.

è dunque al presidente della Repubblica che devo ricorrere, nel mio intento di spronarvi a partecipare al voto che, l’8 e il 9 giugno, ci consentirà di eleggere i 75 rappresentanti italiani nel parlamento europeo. 

Recentemente il presidente della Repubblica ha affermato che “le dinamiche geo-politiche in Europa hanno conferito rinnovato slancio al processo di completamento dell’Unione”, aggiungendo che oggi il mondo ha bisogno di “pace, stabilità, progresso, e l’Unione Europea è chiamata a dare risposte concrete alle aspirazioni di quei popoli che guardano al più imponente progetto di cooperazione concepito sulle macerie del secondo conflitto mondiale”.

Il presidente della Repubblica ha poi aggiunto: “L’Europa è, allo stesso tempo, sia il frutto dei processi di riconciliazione tra Paesi che durante la Seconda Guerra Mondiale avevano combattuto in schieramenti contrapposti, sia l’acceleratore delle indispensabili composizioni delle divergenze, retaggio del passato, e che abbiamo dimostrato di saper superare per costruire un effettivo e duraturo futuro di pace”.

Nel suo discorso Mattarella ha ripercorso la storia europea recente, sottolineando la volontà europea di liberarsi dai retaggi di un passato caratterizzato da innumerevoli guerre.

Il presidente ha concluso affermando che è “questo il momento di realizzare le speranze e le aspettative nutrite dai nostri popoli per decenni, l’impegno costante per una democrazia basata sui diritti dell’uomo e sulle libertà fondamentali, la prosperità attraverso la libertà economica e la giustizia sociale nonché un’uguale sicurezza per tutti i nostri Paesi”.

L’Europa è dunque la nostra vera àncora in una prospettiva di pace e prosperità, personale e dei popoli. Partecipiamo quindi al voto europeo, per riaffermarlo.

Autore: Luca Sticcotti

Osservando le stelle

Presso le scuole medie Filzi di Laives è presente un piccolo osservatorio astronomico, gestito da un pool di allievi e professori della scuola. Non si tratta solo di attività didattiche: si possono osservare pianeti extrasolari ma anche individuare stelle variabili e contribuire a definire la fisionomia degli asteroidi, anche di quelli più lontani. 

I professionisti delle osservazioni astronomiche sono naturalmente gli astronomi che, di norma, possono disporre  di un tot di ore riservate sui grandi telescopi presenti sulla terra o in orbita terrestre. Ma non molti sanno che anche i milioni di appassionati “astrofili” attivi nel mondo, possono di fatto dare un grande contributo in numerosissimi progetti di ricerca. Ebbene: all’interno di questa rete globale ci sono gli astrofili altoatesini e anche un gruppo di allievi delle scuole medie Filzi di Laives, dove si trova da qualche anno un osservatorio di tutti rispetto, coordinato dal prof. G.B. Casalnuovo. Un piccolo pool di insegnanti, alcuni in pensione e altri ancora in attività, si incontrano ogni settimana con i ragazzi per coordinare e proseguire numerose attività, didattiche e anche di ricerca. Qualche esempio? Beh, l’anno scorso dall’osservatorio delle Filzi è stato possibile osservare il passaggio davanti alla propria stella di un pianeta extrasolare. Ma forse uno dei lavori più interessanti recentemente realizzati è stato il contributo dato alla definizione della fisionomia di un asteroide “transnettuniano”, ovvero presente oltre all’orbita di Nettuno, ai confini del sistema solare. Com’è noto tutti gli asteroidi fanno parte della nube primordiale, e la loro conoscenza ci aiuta a capire meglio come e quando si è formato il sistema solare e a prevedere quale potrà essere la sua evoluzione. Per capire meglio come è fatto l’osservatorio delle Filzi e come viene utilizzato assieme ai ragazzi, abbiamo intervistato il prof. G.B. Casalnuovo.

L’INTERVISTA

Com’è nato l’osservatorio delle Filzi di Laives?

Fin da quando ero piccolo coltivo una grande passione per l’astronomia, che mi ha portato col tempo ad installare nel cortiletto di casa, a Bolzano, un telescopio, col quale ho scoperto una trentina di stelle variabili, pubblicate dalla associazione americana AAVSO, successivamente alle scuole Filzi di Laives, la scuola in cui ho insegnato per anni educazione tecnica ho insistito fortemente affinché venisse allestito un piccolo osservatorio. Così quando ad un certo punto si è dovuta coprire con una tettoia la scala d’emergenza che dalla palestra va verso il cortile, è stato possibile individuare un piccolo spazio di 2 metri per 2 e mezzo, in cui è stato posto il telescopio. 

La collocazione riesce ad evitare il problema dell’inquinamento luminoso contro il quale combattono tutti gli astrofili?

Purtroppo l’inquinamento a Laives c’è, però per i lavori che facciamo noi – riguardanti asteroidi, stelle variabili e analisi di spettri – ne risentiamo molto meno rispetto ad esempio alle foto di cielo profondo, dedicate a galassie e nebulose. In ogni caso tutto l’osservatorio è stato “remotizzato” in maniera artigianale.

Vuol dire che può essere gestito a distanza?

Sì, da casa oppure da altre scuole. Le Filzi in Italia sono le uniche scuole medie che dispongono di un piccolo osservatorio remotizzato. 

A gestire l’osservatorio delle Filzi siete in quattro. Tutti insegnanti o ex insegnanti della scuola? 

Sì. C’è Roberto Chinaglia che è in pensione come me, e che fin dall’inizio, assieme a me, si è occupato dell’assemblaggio e della remotizzazione. Poi ci sono gli insegnanti  Samuel Volani, e Vittorio D’Apice, un professore di matematica. 

Che tipo di telescopio avete installato?

Non è professionale, ma si potrebbe definire “più che amatoriale”. Il diametro è di 35 centimetri. Avremmo potuto prenderne uno anche più grande , ma lo spazio dell’osservatorio e’ troppo ristretto e sarebbe stato impossibile manovrarlo. 

Gli astrofili come sono organizzati a livello locale?

C’è un grosso gruppo di lingua tedesca che fa capo all’osservatorio Max Valier di Collepietra. Noi siamo invece consociati con la Uai, l’Unione Astrofili Italiani. 

Sono tanti gli appassionati, anche nella nostra realtà locale?

Ultimamente un po’ meno. L’avvento di internet con la possibilità di reperire le immagini in rete, anche di grande qualità, ha un po’ diminuito le motivazioni, soprattutto nei giovani. 

Sono di meno gli appassionati che scelgono di dotarsi un telescopio personale?

Proprio così. Anche perché va detto, è un po’ una delusione quando guardi con l’oculare del tuo telescopio un oggetto che magari avevi prima visto su una rivista. Per avere immagini così belle devi fare tante foto, trattarle, sommarle con un software e, soprattutto, devi osservare da un luogo senza inquinamento luminoso. In ogni caso, come detto, con un piccolo telescopio si possono fare anche molte altre cose interessanti. 

Con un osservatorio come il vostro si può fare didattica ma, abbiamo visto, anche ricerca. I ragazzi delle medie, però, non sono ancora un po’ “piccoli” per queste cose?

La risposta è una sola: bisogna appassionarli trasmettendo loro la tua, di passione. Ci vuole un entusiasmo contagioso. Certo non si può andare molto a fondo con le formule matematiche. Ma devo dire che lo scorso mese di novembre in occasione della giornata delle scienze che si e’ svolta all’Universita’ di Bolzano, i ragazzi hanno fatto un ottimo lavoro sugli spettri della costellazione della Lira. In remoto abbiamo ripreso gli spettri delle sei stelle principali della costellazione e li abbiamo elaborati.

Cosa sono gli spettri, in astronomia?

Ogni sorgente luminosa può essere scomposta nei suoi colori. Il primo è stato Newton con il suo prisma, noi invece usiamo un reticolo di diffrazione. Nello spettro si rilevano anche delle righe, di assorbimento e/o di emissione, ed in base a come sono disposte queste righe si può anche stabilire caratteristiche importanti della stella osservata. 

Insomma: partite dalla pratica per poi eventualmente arrivare, anche, alla teoria. 

Certo. Con questi sistemi si può addirittura calcolare la temperatura di una stella, e i ragazzi l’hanno fatto. 

Immagino voi possiate contare su una dirigente particolarmente disponibile.

Esatto, la Dott.ssa Emanuela Scicchitano è molto sensibile a questo tipo di iniziative. Nel logo delle Filzi è stato messo un piccolo telescopio, come a significare l’importanza dell’osservatorio per tutta la scuola. 

Dicevamo: voi fate didattica ma anche ricerca. Ed è in questo secondo caso che la cosa si fa particolarmente interessate.

Sì. Ad esempio nella primavera del 2023 abbiamo ripreso un asteroide e abbiamo determinato la sua curva di rotazione. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Minor Planet Bulletin e sono stati menzionati anche i nomi dei ragazzi che hanno collaborato. Erano fieri e felicissimi di esserci. 

Come siete riusciti a fare questa cosa?

Va detto che per compiere delle ricerche volte a determinare le caratteristiche fisiche di un asteroide si possono percorrere diverse strade. Tra esse ci sono l’analisi di immagini riprese da un radar e le riprese con telescopi posti al di fuori dall’orbita terrestre. Ma si tratta di metodi non a portata degli astrofili e – in ogni caso – utilizzabili solo per asteroidi che intersecano l’orbita terrestre e quando sono molto vicini a noi, come ad esempio i pericolosi NEA (Near Earth Asteroids). 

Qual’e’ il sistema che avete utilizzato voi per contribuire alla misurazione delle dimensioni di un asteroide transnettuniano? 

Questo lavoro l’ho realizzato io da solo, utilizzando un metodo che normalmente si applica per l’analisi degli asteroidi nella Main-belt, ovvero la fascia principale di asteroidi che si trova tra Marte e Giove. In quella zona ci sono circa 1 milione e seicento mila asteroidi conosciuti. Il sistema si basa sulle cosiddette occultazioni stellari, ovvero delle eclissi di stelle. Praticamente consiste nel cronometrare il calo di luminosità, totale o parziale, di una stella nel momento in cui l’asteroide passa (prospetticamente) davanti ad essa. Se l’evento viene registrato da molti osservatori, dell’oggetto si può calcolare, oltre al diametro, anche la forma. Ed è quello che abbiamo fatto a partire dall’osservatorio delle  Filzi di Laives, comunicando le esatte coordinate del luogo di osservazione, oltre al tempo di inizio e di fine dell’occultazione, e questo con la maggiore precisione possibile. L’analisi dei dati, inviati da una quarantina di osservatori compreso il nostro e raccolti dall’astrofisica F. Rommel, sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista Astronomy & Astrophisics. 

Com’è fatto e quanto è grande l’asteroide del quale, con l’aiuto dell’osservatorio di Laives, avete contribuito a definire la… “carta di identità”?  

Ha forma ellissoidale, con un asse maggiore di 824 e asse minore di 700 chilometri. Sulla superficie si sono evidenziate anche delle depressioni, ovvero dei crateri, dalla grandezza piuttosto significativa. 

L’osservatorio delle Filzi è riservato agli studenti della scuola?

No. A richiesta è a disposizione degli studenti delle scuole superiori che volessero produrre tesine di carattere astronomico. Per contatti e notizie sui lavori finora da noi effettuati basta raggiungere questo indirizzo breve urly.it/3a3z0 che rimanda ad una specifica sezione del sito web della scuola. 

Autore: Luca Sticcotti

Belle con anima. Leggende ladine di rocce e di rose

Le Dolomiti sono il luogo della felice contraddizione. Monti fatti di mare e conchiglie. Colori cangianti. Sguardo aperto a diversi orizzonti. Una lingua che si articola in più parlate. Apparente anomalia nella narrazione del monolite tirolese. Tanto che per raccontarla servono saghe di re e principesse, di nani e di rose.

Tutti sanno che i colori chiari dei Monti Pallidi sono frutto dell’azione dei salvani, che raccolsero raggi di luce lunare, ne fecero un tessuto col quale rivestirono le cupe rocce. Perché lo fecero? Per consentire alla principessa della Luna, sposa del figlio del re, di scendere sulla terra senza soccombere ai toni ombrosi e bui dei graniti alpini. È altresì noto che al crepuscolo i Monti Pallidi si tingono per qualche minuto di rosa. Sono i fiori di re Laurino. Il giardino delle rose pietrificate (Rosengarten) torna a risplendere, per un istante, a ricordare giorno per giorno le cose antiche, la magnificenza e la bellezza di questi anni. I tempi in cui la principessa Dolasilla, figlia del re dei Fanes, combatteva con frecce ricavate dal canneto del lago d’Argento, finché i Fanes non si ritirarono nelle caverne con le loro marmotte, in attesa di giorni migliori.

Miti e leggende sono solo miti e leggende, ma custodiscono in sé qualcosa che rivela l’intreccio tra popoli, persone, animali, territori, rocce, alberi e fiori. I ladini stessi sono una presenza culturale che sa di leggenda, nel cuore di una terra e di una storia che non hanno mai saputo bene dove collocarli. Il tentativo di reprimerne la specificità è in qualche modo rappresentato dalla statua di re Laurino soggiogato da Teodorico, esposta come un monito, o un trofeo, nella piazza del Potere, a Bolzano.

Le leggende ladine saranno candidate a patrimonio culturale immateriale dell’Unesco. Il professor Pier Luigi Petrillo, che ha il compito di seguire l’iter, conferma che si tratta di elementi vivi, vissuti come preziosa eredità dalla gente dolomitica, capaci di agire in termini di cultura, di valori e di rapporto col territorio. Una consapevolezza che “ha bisogno di essere portata alla luce”.

In un mondo in cui tutto è ricondotto alla materia e al caso, è bello poter riconoscere l’anima, culturale, come un patrimonio comune, insostituibile, perché capace di dare vita, senso – e colore – alla materia.

Autore: Paolo Bill Valente

Feline Melinda al settimo cielo

Ha ben di che essere al settimo cielo Rob Irbitz, cantante e fondatore dei Feline Melinda. La sua infatti è una delle band storiche del metal nazionale, non solo regionale. Nel 2018 ha festeggiato i trent’anni dall’uscita del primo disco del gruppo, mentre quest’anno è stato pubblicato Seven, settimo disco del gruppo, il primo con materiale nuovo dopo dieci anni in cui però si sono susseguiti un live, una compilation di ballate, un EP di duetti con Doris Albenberger e la ristampa in vinile del demo in cassetta che il gruppo aveva pubblicato ai suoi albori.

E settimo cielo, Seventh Heaven, è anche il titolo del brano portante del disco, lanciato come singolo su youtube con un video altamente professionale filmato nella sala veneziana di Castel Lodrone, ad Appiano, che ha raggiunto quasi le novemila visualizzazioni.

“Se devo dire la verità – ci confessa Irbitz – mi aspettavo qualcosa di più visto l’impegno che ci stiamo mettendo. Parlo per me, ma io in questi ultimi mesi mi sto davvero impegnando un sacco per la promozione. Ci siamo messi nelle mani di un manager che si sta dando parecchio da fare, Oltre al mio lavoro normale, ogni giorno sono impegnato dalle tre alle quattro ore per partecipare a trasmissioni radiofoniche, a rispondere alle interviste per fanzine e riviste, fare dei jingle promozionali per le radio dedicate al metal e via dicendo. Soprattutto quando c’è da rispondere ad interviste in inglese la cosa non è tanto semplice, bisogna prepararsi adeguatamente. Però così stiamo raggiungendo davvero tutto il mondo, tanto che il singolo è stato trasmesso con successo in Sudafrica e Australia, e poi tutto il nostro materiale è sempre richiestissimo dal mercato giapponese. 

Lì varrebbe la pena di provare ad andare, ma non è dietro l’angolo, bisogna lavorarci. Vediamo cosa riesce a fare il nostro manager”.

La ricetta dei Feline Melinda non è cambiata di molto, il loro genere è il metal melodico in cui ormai sono una garanzia, ma rispetto alle ultime cose il sound è molto più tagliente, affilato come una katana grazie al lavoro di Mattia HeadMatt Carli, il chitarrista trentino che da ormai diversi anni si occupa della chitarra solista ed è anche il più giovane del gruppo. Oltre a lui e Irbitz, i Feline Melinda sono il batterista Chris Platzer, ormai da oltre trent’anni nel gruppo e il bassista Gschnell ormai neppure lui un novellino vista la lunga militanza. A mandare avanti il gruppo è comunque sempre un’estrema passione per il genere a cui si abbina la generosità con cui i quattro felini si concedono al proprio pubblico (prima della pandemia hanno ricevuto accoglienza entusiasmante e calorosa nei paesi dell’ex Jugoslavia).

“Certo, ritorno economico non ce ne sarà mai – ammette Irbitz –, per questo bisognerebbe chiamarsi Iron Maiden, e non è evidentemente il nostro caso, il ritorno non va misurato in soldi, i costi di produzione del disco, come lo facciamo noi, sono molto alti. Anche se lo registriamo nella nostra sala prove, ci affidiamo a perone del mestiere. Il nostro tecnico di fiducia è Marco Ober che ci conosce bene è che ha lavorato con noi fin da quando abbiamo registrato Morning Dew allo studio ZEM, nel 2008. Non ho mai visto nessuno lavorare sull’editing come Marco. In quel caso ci eravamo affidati a Bobby Altvater per il mix, stavolta abbiamo affidato il lavoro registrato ed editato da Marco al mitico Sascha Paeth, eccellente musicista e membro degli Avantasia, una delle band metal più in voga”.

E in effetti, all’ascolto del disco – che è stato presentato lo scorso 27 aprile al Sudwerk di Bolzano – risulta evidente il fatto che si tratta di una produzione tutt’altro che casalinga. Oltre ai quattro Feline Melinda, in Seven c’è ospite Francesco Pinter, chitarrista trentino che si unisce al gruppo quando Mattia è impegnato altrove con gli Elvenking, l’altra band di cui è membro e con cui vola da una parte all’altra del continente, e la cantante Doris Albenberger, che oltre al duetto del singolo, è presente nel brano conclusivo, una struggente ballad intitolata Before The Dawn, nel più classico stile della formazione.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La serie B è una realtà

La Merano Women di calcio espugna il Vicenza e si regala la promozione matematica in serie B addirittura con due giornate di anticipo: il Combi è letteralmente esploso dopo lo scoccare del Novantesimo. Una partita e una vittoria dedicata a Anna Engele, giocatrice scomparsa a soli 17 anni. Ecco una sintesi delle celebrazioni sul campo negli scatti di Giulia Lombardi.

La tradizione vinicola della Bassa

Dalla piana bolzanina fino alla chiusa di Salorno, la Bassa Atesina si insinua come un cuneo lussureggiante nella valle dell’Adige. Gode di un clima e di una vegetazione quasi mediterranei, ragion per cui fin dai tempi più antichi molti geografi e viaggiatori l’hanno descritta come la porta del mondo padano-italico, con il quale ha sempre intrattenuto intensi rapporti di scambio commerciale e culturale.

Ai suoi lati la cingono catene montuose contrassegnate da tutt’altre caratteristiche ambientali. Vallate come quelle di Non e di Fiemme sono sempre rimaste fedeli alla loro tradizionale civiltà alpina. Per quanto possa sembrare strano, proprio in queste due valli “nordiche” si è conservato l’antico elemento romanico-ladino, mentre nel “torrido” fondovalle questo ha dovuto cedere il passo alla graduale  espansione di quello bavaro-germanico insediatosi sul substrato longobardo presente da un paio di secoli.

La cultura della vite e del vino si è rivelata non solo l’elemento di congiunzione privilegiato tra le terre alpino-retiche e il mondo etrusco, greco e romano-italico, ma  anche quello che ha favorito la conquista di questo territorio da parte dei popoli germanici nei secoli successivi.

Quando a partire dal VI secolo i Bavari sono avanzati nella valle dell’Adige tra Merano e Bolzano e, poi, anche tra Bolzano e paesi oggi trentini come Lavis e Mezzocorona, il fattore economico trainante della loro conquista è stato proprio quello della viticoltura. Non che il vino sia stata un’invenzione dei Bavari, tutt’altro. Ma certo è che essi ne erano grandi estimatori e consumatori e in breve tempo la valle dell’Adige si trasformò nel vigneto privato dei conventi e delle case nobiliari bavaresi. 

La tradizione vinicola della valle dell’Adige ha radici ben più profonde e si può far risalire perlomeno ai Reti e ai Romani. Prima ancora, nell’età del bronzo, circa 3500 anni fa, i popoli della cultura delle Terramare che vivevano nella pianura padana (tra Cremona, Mantova e Verona) e attorno alla lago di Garda (Peschiera) conoscevano già la vite vinicola e la produzione di vino. Lo testimoniano i residui organici recuperati sulle loro ceramiche e il rinvenimento dell’attrezzatura indispensabile per la produzione, la conservazione e il consumo della nobile bevanda, riservato ai ceti più elevati e sacerdotali. Quegli abitanti padani sono sicuramente giunti anche nella valle dell’Adige per stabilirvi la loro residenza e avviare una rudimentale viticoltura. 

Gli etruschi intensificarono la produzione e anche la commercializzazione del vino e grazie a loro la coltivazione della vite si diffuse sistematicamente anche in area prealpina e alpina. Quell’epoca ha lasciato numerose tracce, come per esempio le numerose situle (secchi di metallo), tazze, resti di botti e anfore, brocche, attingitoi, falcetti, frammenti di torchio e altro ritrovati in molte località, dalla Val di Cembra a San Maurizio / Bolzano, dalla Val d’Isarco ai paesi dell’Unterland come Ora, Egna e Laives, dove in zona Galizia è stato scoperto anche un terrazzamento con muretti a secco di 2500 anni fa destinato alla coltura della vite. A loro risale anche la tradizione del commercio di vino verso le zone germaniche. Plinio il Vecchio racconta che i popoli alpini trasportavano il vino in botti di legno e non in anfore come i greci e i romani.

Il miglior vino retico, prodotto principalmente nel veronese (Valpolicella) e nella valle dell’Adige era apprezzato da tutti gli autori classici dell’epoca romana, che lo classificavano quale secondo miglior vino dopo il Falerno. Virgilio scrisse “et quo te carmine dicam, Raetica? nec cellis ideo contende Falernis. Svetonio, nella vita di Augusto, ci narra che l’imperatore gradiva  soprattutto il vino retico.

La stessa città retica di Tridentum nacque grazie al commercio di vino verso Roma. Dopo la conquista romana del 15 a.C., la coltivazione della vite aumentò considerevolmente e coloni romani si insediarono lungo tutta la valle dell’Adige. Ne sono testimoni i nomi di molti paesi, come la stessa Bauzanum (predio o podere di Baudio), Appianum (di Appio), Cornaiano (di Corneliano), Missiamo, (di Missus), Andriano (di Andrius) e Terlano (di Torilius).

Autore: Reinhard Christanell

Festa per l’orto: non è più abusivo

Dal Comune di Laives è stata concessa l’autorizzazione ai ragazzi che avevano creato “l’orto abusivo” per coltivare il pezzo di terra abbandonato. Una grande soddisfazione la loro. E un lieto fine andato in scena con una bella inaugurazione.

Un rinfresco, tante persone, il taglio del nastro rosso e tanta allegria: così è trascorsa la mattinata di sabato 11 maggio a Pineta, nel quartiere Toggenburg, in occasione della inaugurazione dell’”orto abusivo”. 

La denuncia

Ma facciamo un passo indietro: diverse settimane fa, un gruppo di giovani di Pineta si era messo anima e cuore a bonificare, dissodare e seminare un pezzo di terra incolto e abbandonato, in zona Toggenburg, dove alcuni di loro risiedono. 

Soddisfatti del proprio operato, si erano però visti bloccare l’iniziativa dalla Municipale, avvisata da un residente della zona. Il reato? Aver occupato suolo pubblico, perché quel pezzetto di terra è – in effetti – proprietà del Comune. Ai ragazzi la cosa in effetti non è venuta in mente e hanno invece creduto di fare un favore alla comunità trasformando un pezzo di terra alla mercè delle erbacce e dei rifiuti, in un qualcosa di diverso. Dopo il blocco, però, l’intera comunità di Pineta si era mobilitata a sostegno del progetto, dimostrazione concreta che non tutti gli adolescenti – come spesso si vuol far credere, anche a causa di tanti episodi negativi avvenuti anche in paese – sono dei vandali e dei nullafacenti. 

La solidarietà del paese

Tanto rumore, quindi, ma, in questo caso, non per nulla. I ragazzi sono stati infatti convocati in Comune dal Vicesindaco Seppi e dall’assessora Furlani e il lieto fine si è concretizzato nella autorizzazione ufficiale a trasformare quel pezzo di terra in un orto a tutti gli effetti. 

Ed eccoci quindi di nuovo al taglio del nastro rosso, con i novelli “contadini” orgogliosi e emozionati insieme alle loro famiglie, che li hanno sostenuti. 

“I nostri genitori erano felicissimi” – ci racconta Gabriel, uno dei promotori dell’iniziativa. “Ma quello che ci ha commosso di più è stata la partecipazione di tanti nostri compaesani, di tutte le età, che ci hanno portato sostegno, ma anche tanti doni, tra cui addirittura un fico e un ulivo, e soprattutto i tanti consigli utili che vengono da chi un orto lo coltiva da una vita”. 

Si sono così visti anziani spiegare ai ragazzi come legare le pianticelle di pomodori, quanta acqua dare e molto altro. E l’apertura di un allaccio alla rete idrica sarà il prossimo passo, con una azienda locale che si è offerta di fornire gratuitamente ai ragazzi l’installazione di un impianto a goccia. 

Questo a dimostrazione che le iniziative sane vengono premiate da slanci di autentica generosità da parte di una comunità che si è ancora una volta rivelata unita, anche tra generazioni.

Si prevede un ottimo raccolto

“Adesso abbiamo 80 piante di insalata che stanno crescendo e ben 40 piante di pomodori” continua Gabriel. “Progetti futuri? Intanto qualche bottigilia di sugo durante l’estate, con il primo raccolto e, magari, dell’olio piccante, visto che abbiamo anche tanti peperoncini”. Quindi non solo un passatempo per i 3 ragazzi attivi con continuità nell’orto, ma anche per gli altri amici che collaborano quando possono. Dietro un orto e l’uso dei suoi prodotti c’è tanto lavoro. Quindi l’idea è quella di ricavare nel terreno anche un piccolo spazio relax con un ombrellone e un paio di sedie – il sole in estate batte tutto il giorno – per riposarsi tra una zappata e l’altra e fare quattro chiacchiere tra amici. Il futuro di quello che ormai rimarrà affettuosamente denominato “l’orto abusivo” sembra roseo a tutti gli effetti. L’augurio per questi ragazzi è quindi quello di non perdere l’entusiasmo per il loro progetto e continuare a sostenere con decisione le proprie scelte, come hanno fatto in questo caso! Grazie ragazzi, per aveci dimostrato che c’è una bella gioventù su cui contare.

Autrice: Raffaella Trimarchi

La pittura e la cucina

Qui Intervista a Arnold Mario Dall’O, un artista affermato. Nato a Cermes, vive a Merano ed ha l’atelier a Lana. Allievo prima e collaboratore poi di Emilio Vedova, ha frequentato la sezione di pittura all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Le sue opere sono state in mostra in numerosissime città italiane ma anche all’estero. Le sue tematiche sono il trascorrere del tempo, la morte, la memoria, l’identità. 

La cosa che più mi piace di me.

Il piccolo neo sulla guancia. Identico a quello di papà.

Il mio principale difetto.

L’impazienza.

La persona che ammiro di più.

Mia nonna. Ostetrica, vedova con 4 figlie. Donna umile, credente e sempre felice.

L’occupazione preferita.

L’artista.

Il paese dove vorrei vivere.

Ci vivo già.

Il mio piatto preferito.

Knödel mit Krautsalat e pasta allo scoglio.

Non sopporto…

Gli opinionisti in televisione.

Nel mio frigo non manca mai…

Il prosecco.

Se fossi un animale sarei…

Una rondine. Vivere in due mondi, al sud e al nord.

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Lo sono stato dopo aver superato la maturità alla scuola serale, che mi consentì di studiare arte a Venezia.

Il mio motto.

Carpe diem.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Collezionare oggetti vari.

Il giocattolo che ho amato di più.

L’orsacchiotto. Mi accompagna ormai da 60 anni.

I miei pittori preferiti.

I pittori del rinascimento, poi Rauschenberg.

Il dono di natura che vorrei avere.

Saper volare.

Non sopporto…

La falsità.

Dico bugie solo…

Per non dire la verità.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Sono felice, oggi. Mi vorrei vedere così.

Il colore che preferisco.

Il colore tra una gradazione dell’arcobaleno e l’altra.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Perdo continuamente la calma, ma cerco di non farlo notare.

Da bambino sognavo…

Di diventare artista o cuoco. Uno dei due sogni è diventato il mio lavoro.
Come cuoco nel mio piccolo non sono male…

Autrice: Rosanna Pruccoli