Balsamo

In un tempo come questo, fonte come non mai di inquietudini e preoccupazioni, per tutti noi diventa ancora più importante essere in grado di ricorrere a personali rimedi in grado di dare  sollievo, conforto o ristoro all’animo. 

Stare bene, insomma – anche solo per brevi periodi tra disorientamento, rabbia, delusioni e problemi – diventa un imperativo. 

Interessante in questo senso è il ricorso che spesso si fa alla parola “balsamo” per fare riferimento a queste individuali oasi di benessere, che ci consentono di prendere una pausa dai nostri problemi, magari osservandoli dall’esterno, come se non fossero per forza sempre con noi e dentro di noi. La parola balsamo deriva dal latino e quindi dal greco, con una lontana origine semitica. Alla radice c’è il termine ebraico basam o balsam, col significato di “spezia” o “profumo”, evolutosi poi per indicare sostanze lenitive e curative.

Ognuno ha il suo modo, per curarsi. C’è chi si distrae completamente, cercando attività e luoghi il più possibile “altri”, come per scoprire il lato opposto di una medaglia e quindi relativizzare. 

C’è poi chi invece sceglie di cercare di capire meglio cosa gli succede quando non sta bene, studiando, approfondendo, ragionando, informandosi, magari facendosi aiutare da qualcun altro. C’è poi chi si sfoga, perché ritiene di dover scaricare fisicamente tutta l’energia negativa accumulata. C’è naturalmente anche chi si immerge nella natura, perché ritiene che essa sia in grado di per sé di offrire un riequilibrio rispetto alla nostra consuetudine urbana e densa di relazioni spesso faticose.

Per alcuni in aiuto vengono anche la spiritualità, di vario genere, così come il rifugio in microcontesti sociali che ci fanno stare bene, come ad esempio gli “amici veri” o la famiglia. 

Si tratta – come detto – di vie per forza di cose molto personali e individualizzate. Basti pensare che alcuni dei contesti citati come “balsamo”, per altri invece possono essere la sorgente dello stress. 

Resta il fatto che oggi come non mai la necessità di ricorrere a queste comfort zone diventa quasi un imperativo sociale. Le inquietudini e la repentina messa in discussione di molti valori che avevamo dato (quasi) per scontati impongono oggi a tutti noi di recuperare innanzitutto noi stessi e la nostra capacità di osservare, ragionare, scegliere e valutare. 

Ma per poterlo fare dobbiamo per forza stare bene. Diamoci allora da fare. Perché ce la possiamo fare. 

Autore: Luca Sticcotti

“Ciak si guida” nel nome di Davide

Grande successo e molta commozione per la quarta edizione del concorso creativo promosso dall’Associazione “Davide Sempre con Noi” per sensibilizzare i giovani alla sicurezza in strada.

È visibilmente orgoglioso e anche commosso Patrizio Simoni, quando sale per la quarta volta sul palco del teatro Gino Coseri di Laives. Nove anni fa la strada si è portata via suo figlio Davide. Ma dalle ceneri di quella tragedia è sorta l’Associazione che porta il nome di suo figlio, “Davide Sempre con Noi”, di cui Patrizio è presidente. 

Da quel giorno è Davide a dargli la forza di combattere quotidianamente per portare tra i giovani la consapevolezza dei rischi della strada e del valore della vita, con iniziative come, appunto, “Ciak si guida”, un concorso creativo riservato alle scuole primarie e secondarie di primo grado in lingua italiana facenti capo all’istituto comprensivo di Laives, e alle secondarie di secondo grado che invece fanno capo a Bolzano.

Una folla di giovani

Per quanto riguarda l’istituto comprensivo di Laives, l’iniziativa ha coinvolto oltre 200 ragazzi che hanno messo in campo la propria creatività e inventiva per proporre elaborati attraverso l’utilizzo di tecnologie audiovisive e comunicative per quanto riguardava la secondaria di primo grado, mentre gli alunni della primaria hanno presentato degli elaborati grafici. Il tema però, è stato lo stesso per tutti: comprendere l’importanza delle regole, il valore della vita, la capacità di percepire i rischi della strada, per viverla in modo più sicuro e consapevole.

In platea al Coseri, hanno trovato spazio gli studenti e le studentesse delle classi 2° delle scuole F. Filzi e le classi 4° delle diverse scuole primarie facenti parte dell’Istituto Comprensivo.

Sul palco, Patrizio Simoni ha prima introdotto l’occasione e ringraziato la dirigente scolastica dottoressa Scicchitano, insieme con il sindaco Seppi e l’assessore all’istruzione Walter Landi. Sono quindi saliti a ritirare il premio gli studenti e le studentesse vincitori del concorso.

La classifica dei partecipanti viene decretata da una giuria composita, formata da dodici persone nominate direttamente dall’Associazione (tre ragazzi e tre ragazze under 25, 3 uomini e 3 donne over 35), che hanno dato un punteggio ai lavori presentati in base a una specifica griglia di valutazione. 

“Questo non significa infatti che un elaborato valga più dell’altro perché – come ci tiene a precisare il presidente Simoni – i ragazzi mettono tutti grande impegno, motivazione e anche competenze preziose, ma a vincere poi sono quegli elaborati che più corrispondono a determinati criteri”. 

Tutti vincitori, nessuno escluso

In palio per le scuole vincitrici c’era un premio in denaro del valore di 500 euro. Gli studenti delle singole classi vincitrici si sono anche aggiudicati un premio individuale offerto dall’Associazione e un premio di classe: il corso Hallo Auto erogato dagli istruttori del centro di Guida Sicura di Vadena, un programma ludico / scientifico studiato appositamente da esperti della Provincia di Bolzano per i ragazzi delle scuole. 

Tutti i filmati presentati al concorso sono visibili sul canale youtube dell’Associazione @DAVIDEscn, con lo scopo di diffondere il più possibile una cultura della sicurezza stradale tra i giovani. 

L’associazione

“Davide Sempre con Noi” è un’associa­zione di volontariato e di promo­zione sociale e si occupa di tradurre in impegno concreto il ricordo di Davide Simoni che, il 22 settembre del 2017, si è spento a causa di un incidente motociclistico. Il sodalizio è promosso dai soci e amici diretti ed indiretti di Davide Simoni e da tutti coloro che condividono l’im­pegno e gli scopi dell’associazione per la solidarietà civile e sociale. L’associaizone è nata nel gennaio 2018 ha una sua autonomia gestionale e finanziaria, nel pieno rispetto delle leggi che regolano il mondo del terzo settore. Scopo dell’associazione è fare e promuovere iniziative per creare eventi in ricordo di Davide Simoni principalmente individuati fra quelle che erano le sue passioni: le arti marziali, la moto (motoraduni), la musica, la cultura (settore scienze applicate).
“Davide Sempre con Noi” crede in una società solidale, in una rete di relazioni uma­ne che formano una comunità, nella costruzione di relazioni che rompano il muro dell’isolamento, nella tutela e nell’afferma­zione di giovani ed anziani e delle persone deboli. Crede che il volon­tariato debba avere una funzione integrativa e non sostitutiva delle struttura pubblica, che possa rendere i servizi sempre più a misura d’uomo. Lo scopo è promuovere e valorizzare l’impegno dei giovani e degli adulti, perché possa crescere il loro ruolo attivo nella società. Si propone di contrastare ogni forma di esclusione sociale, migliorare la qualità della vita, diffondere la cultura e la pratica della solidarietà perché ogni età abbia un valore e ogni persona un suo progetto di vita attraverso cui diventare una risorsa per sé e per gli altri.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Perché il problema potrebbe essere altrove

Andrea Squerzanti è psicologo, psicoterapeuta ed esperto di educazione digitale: lavora principalmente con le scuole primarie e si occupa di come le tecnologie cambiano il modo in cui cresciamo. L’uso dello smartphone ha un effetto importante sull’approccio alle relazioni nei bambini e negli adolescenti. Spiega: “Le relazioni sono intrinsecamente frustranti, occorre stabilire turni di parola, spesso i due comunicanti vogliono fare due cose diverse, e i compromessi sono inevitabili”. “Se con lo smartphone ci abituiamo a esperienze non frustranti, poi facciamo fatica nelle esperienze relazionali che svolgiamo di persona”, aggiunge.

Squerzanti non sta parlando di social network. Sta parlando di come siamo fatti. I social vengono dopo, come conseguenza. Si tratta di una premessa essenziale affinché anche il dibattito sull’età minima per l’utilizzo dello smartphone abbia senso. 

Il mondo ha fretta di decidere

Nel novembre 2024, l’Australia ha approvato una legge che obbliga le piattaforme social a impedire l’accesso agli under 16. Non è una sanzione per chi è minorenne o per le famiglie: la responsabilità ricade sulle piattaforme, con multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani.

Facebook, Instagram, TikTok, YouTube, Snapchat, X e altri sono nella lista dei servizi “vietati ai minori di 16 anni”.

L’Australia è spesso citata come laboratorio globale, perché combina una norma con un investimento pubblico per testare la fattibilità tecnica della verifica dell’età. Ma il mondo non aspetta: nel 2023 la Francia ha introdotto una legge che mira a imporre il consenso genitoriale sotto i 15 anni. I Paesi Bassi dal 2024 hanno linee guida nazionali per limitare i dispositivi in classe. Il Brasile ha esteso il divieto scolastico a livello federale. Nel 2025 la Commissione europea ha pubblicato linee guida sulla protezione dei minori, includendo il divieto di pubblicità mirata verso chi ha meno di 18 anni.

Secondo una stima dell’Unesco, nel 2024 circa 79 paesi, il 40% di quelli esaminati, avevano introdotto una qualche forma di divieto di smartphone a scuola.

La direzione è chiara: la responsabilità si sposta verso le piattaforme e il design dei prodotti. Non verso i ragazzi. Bene.

Cosa dice la scienza

Il dibattito pubblico ruota spesso attorno a Jonathan Haidt, psicologo americano e professore alla New York University, che nel suo libro “La generazione ansiosa” ha sostenuto che l’infanzia vissuta con lo smartphone ha peggiorato il benessere psicologico degli adolescenti a partire dai primi anni Duemila. Da questa considerazione è scaturita la sua proposta pratica: niente smartphone prima dei 14 anni, niente social prima dei 16, scuole senza telefono, più gioco libero e tempo fuori casa.

Le sue tesi hanno avuto grandissima circolazione. Ma hanno ricevuto anche critiche metodologiche precise. Una ricerca pubblicata su Nature nel 2024 dalla ricercatrice Candice Odgers contesta l’idea che ci sia un nesso di causa ed effetto dimostrato: le associazioni tra uso digitale e benessere esistono, ma sono spesso piccole, miste e difficili da interpretare. Un commento su Science dello stesso anno parla di dibattito scientifico ancora aperto e invita a evitare conclusioni troppo definitive.

Cosa emerge, allora, dalla ricerca più… solida? Identifichiamo in questo senso tre punti abbastanza condivisi.

Il primo: a contare non è tanto la quantità di tempo che si trascorre con lo smartphone, ma il piuttosto il tipo di uso che se ne fa. Scorrere passivamente i contenuti e confrontarsi con gli altri tende ad associarsi a esiti peggiori rispetto a un uso attivo, fatto di comunicazione, creatività, partecipazione.

Il secondo: l’effetto sul sonno. Usare lo smartphone prima di dormire si associa in modo abbastanza consistente a maggiori difficoltà ad addormentarsi, meno ore di sonno, qualità peggiore dello stesso.

Il terzo: quando si parla di “uso problematico”, cioè perdita di controllo e interferenza con la vita quotidiana, le associazioni con sintomi depressivi e ansiosi diventano più robuste. Insomma: tutto dipende da come lo smartphone lo si usa.

Tre settimane senza telefono

Nel 2025 in Austria è partito un esperimento che si chiama Handy-Experiment: circa 69 studenti tra i 15 e i 18 anni rinunciano allo smartphone per tre settimane. L’esperimento è stato seguito scientificamente dall’Anton Proksch Institut e dalla Sigmund Freud Privatuniversität di Vienna, che hanno misurato il benessere psicologico e i sintomi depressivi dei partecipanti prima, durante e dopo.

I risultati sono stati pubblicati da Orf nel 2025: il benessere psicologico nel gruppo che ha partecipato all’esperimento è aumentato di circa il 30%, mentre i sintomi depressivi si sono ridotti del 33%. A sei settimane dalla fine, il 25% manteneva ancora una riduzione stabile del tempo passato sullo schermo. Il 29% aveva invece riferito sintomi di astinenza nella prima settimana.

Nel 2026 il progetto è diventato nazionale, con apertura anche a scuole in Germania, Svizzera, Italia e Liechtenstein. A un simposio viennese è emerso un dato curioso: tre settimane senza smartphone avrebbero prodotto un miglioramento psicologico superiore rispetto a due settimane di vacanze scolastiche. E l’età consigliata per il primo smartphone è stata indicata attorno ai 13 anni.

Non è lo smartphone, è la relazione

Squerzanti non ha dubbi su dove stia il centro del problema:

“Io credo che la sofferenza umana sia collegata con il mondo delle relazioni. È nel mondo delle relazioni che impariamo com’è il mondo, come sono io, come vedo l’altro. Inevitabilmente è nel mondo delle relazioni che risiede anche la cura. Non si tratta solo di cura in termini medici, ma di un’esperienza che faccia crescere, che faccia stare bene la persona”.

Tradotto: se lo smartphone serve a evitare la fatica delle relazioni, il problema non è lo schermo. È la fuga.

“Se io penso che tutte le relazioni siano giudicanti, è più facile che le eviti, che cerchi una soluzione che mi consenta di dribblare questo elemento.”

Cosa fare, allora? Squerzanti propone com antidoto la “presenza”.

“Una cosa che consiglio ai genitori è quella di interessarsi all’esperienza dei figli rispetto all’online, alla vita che trascorrono connessi. Già questo ci dà tutta una serie di elementi di conoscenza dei nostri figli.”

Non a tutti i genitori questa cosa fa piacere, ammette. Il ruolo educativo porta con sé infatti una quota inevitabile di frustrazione. Accompagnare significa esporsi, non solo supervisionare. “Ma la fiducia è ciò che fa la differenza per una relazione arricchente e vera.” 

Insomma: non c’è ancora una risposta definitiva su quanti anni bisogna avere per iniziare tenere uno smartphone in mano. Né su quante siano le ore al giorno da definire troppe. La scienza studia, si sperimentano nuove leggi, ma le ragazze e i ragazzi intanto crescono.

Una cosa è certa e i dati raccolti non la smentiscono, ovvero che le relazioni a volte fanno male. Fanno aspettare, deludono, chiedono compromessi. E questa fatica, se non la si incontra da bambini, la si ritrova inevitabilmente da adolescenti, magari con uno schermo in mano che promette e illude. 

Forse la domanda non è “a che età” lo smartphone, ma “a cosa ci stiamo allenando per la vita”.

Autore: Marco Valente

La vita in Pronto Soccorso

E’ da tempo che la medicina d’urgenza dell’Ospedale di Bolzano si fa carico di grande peso, quello di sopperire alle fatiche di un sistema sanitario sotto pressione. Ma come vive un medico la sua missione in Pronto Soccorso? Ne abbiamo parlato con uno di loro. 

// Di Till Antonio Mola

Prosegue il percorso di QuiBolzano dedicato al sistema di cura degli anziani in provincia di Bolzano. Il punto di partenza è l’esperienza di chi scrive: un figlio adulto che ha accompagnato i propri genitori nell’ultima fase della loro vita e che ha sentito la necessità di raccontare questo sistema dalla parte dei familiari e dei pazienti stessi.

Chi si trova ad affrontare un percorso di cura entra spesso in un mondo fatto di regole, procedure e passaggi non sempre immediati da comprendere. Basta poco — un’informazione che manca, un appuntamento rimandato, un’indicazione interpretata in modo diverso — perché l’equilibrio diventi più fragile e il cammino più difficile.

Eppure, proprio lungo questo percorso a volte accidentato, mi è capitato di incontrare professionisti capaci di fare la differenza. Persone che, con competenza e attenzione, riescono a rendere più sopportabile un momento della vita che è già di per sé complesso.

Le esperienze delle famiglie all’interno del sistema sanitario possono essere molto diverse tra loro. Chiunque abbia attraversato questi percorsi sa che non sempre tutto funziona come si vorrebbe. Il racconto che proponiamo qui nasce semplicemente da un incontro che, nella mia esperienza personale, ha fatto la differenza.

Tra i passaggi più delicati di questo percorso c’è anche il pronto soccorso: un luogo che molti anziani guardano con timore, perché vi si arriva in condizioni di fragilità e spesso con la paura di lunghe attese. Per questo, in questa tappa, lo sguardo si allarga a uno degli snodi più sensibili dell’intero sistema sanitario.

Per raccontarlo abbiamo scelto la voce di chi lo vive dall’interno. Il nostro interlocutore è il dottor Marco Bruno, 37 anni, originario di Torino, specialista in Medicina d’Emergenza-Urgenza e da circa due anni in servizio al Pronto Soccorso dell’ospedale di Bolzano.

L’INTERVISTA

Ogni giorno al pronto soccorso arrivano decine di persone. In un certo senso è come se qui passasse una piccola parte della città. Che sensazione dà lavorare in un luogo così?

I cittadini arrivano al pronto soccorso perché hanno un bisogno, spesso improvviso. Il nostro compito è quello di rincorrere quel bisogno e cercare di dare una risposta adeguata. A volte ci troviamo di fronte a persone tranquille, altre volte a persone disperate. In ogni caso la risposta deve essere chiara e lineare, e deve permettere al paziente di ricevere il trattamento più adatto.

Sono momenti spesso carichi di tensione ed emozione, soprattutto quando le condizioni cliniche sono critiche. Non è facile né per chi arriva né per chi lavora qui. Bisogna sempre ricordare una cosa: molte persone la mattina si svegliano senza sapere che quel giorno finiranno al pronto soccorso, perché si ammaleranno o avranno un incidente. Per questo serve molta attenzione e la capacità di percepire quello che il paziente sta vivendo.

In una situazione del genere quanto conta l’empatia?

Conta moltissimo. In pronto soccorso arriva un’umanità molto eterogenea: persone con livelli culturali diversi, con lingue diverse, con capacità diverse di comprendere quello che sta succedendo loro.

L’empatia permette di entrare in contatto con il paziente e di farlo sentire accompagnato. Che si tratti di infermieri, medici, operatori socio-sanitari o volontari, tutti contribuiscono a creare un ambiente in cui la persona si sente accolta e accudita. Anche quando il paziente non capisce fino in fondo quello che gli sta succedendo, vedere attorno a sé un ambiente calmo e percepire uno sguardo attento aiuta molto. E questo, alla fine, migliora anche il percorso terapeutico.

Qual è, invece, il compito principale del medico di pronto soccorso?

Il nostro compito è mettere il paziente in una sorta di “bolla di sicurezza”. Quando una persona arriva qui può trovarsi in una situazione potenzialmente pericolosa, oppure in un quadro clinico ancora poco chiaro. Il primo obiettivo è stabilizzare la situazione e capire che cosa sta succedendo.

A volte il problema è evidente e si riesce a intervenire rapidamente. Altre volte i sintomi sono più sfumati e la diagnosi richiede tempo, esami, consulenze. In questi casi bisogna valutare il livello di rischio, escludere le patologie più gravi e accompagnare il paziente verso la soluzione più appropriata: può essere un ricovero, ulteriori accertamenti oppure una terapia da seguire a casa.

Il pronto soccorso è spesso descritto come un grande lavoro di squadra. Quanto è importante il team?

In pronto soccorso lavorano molte figure professionali: infermieri, medici, operatori socio-sanitari, personale di accettazione. Gli infermieri, in particolare, svolgono una parte enorme del lavoro.

Il rapporto di fiducia tra le persone del team è fondamentale. Io devo potermi fidare del mio infermiere e lui deve potersi fidare di me. Mentre il medico è concentrato su uno o due pazienti alla volta, l’infermiere spesso segue contemporaneamente molte persone e diventa, in un certo senso, gli occhi, le orecchie e le mani del reparto.

È un lavoro che si costruisce nel tempo: attraverso la formazione, ma anche grazie alle esperienze condivise e all’affiatamento che nasce lavorando insieme.

Che cosa caratterizza, secondo lei, il lavoro di un medico di pronto soccorso rispetto ad altri reparti?

Fare pronto soccorso è un po’ come avere una finestra sul mondo. Qui vediamo da vicino la realtà sociale in cui viviamo, perché dalla nostra porta entrano ogni giorno i problemi delle persone e delle famiglie.

Ci si trova davanti pazienti che fino a pochi minuti prima non conoscevi e che, nel momento in cui entrano qui, finiscono per affidarsi completamente a te. Raccontano la loro storia clinica, le malattie che hanno avuto, i farmaci che prendono. Ma spesso vanno anche oltre.

In una situazione di vulnerabilità le persone condividono aspetti molto personali della loro vita: le abitudini, gli stili di vita, le difficoltà che stanno vivendo, a volte anche cose che probabilmente non racconterebbero mai in un contesto normale.

Tutto questo avviene con un medico che, fino a pochi minuti prima, era per loro un perfetto sconosciuto. Ed è proprio per questo che credo serva un grande rispetto per quella fiducia. Non riguarda solo la responsabilità clinica, ma anche quella umana.

Autore: Till Antonio Mola

Un “nodo” che resta da risolvere

Nella cronaca recente il Pronto Soccorso di Bolzano ha nuovamente fatto parlare di sé per la proposta dell’assessore provinciale competente di mettere un freno agli accessi. Si è parlato di un incremento dei ticket per i codici meno urgenti, ovvero i verdi e i blu. Ma ancora una volta non sono state affrontate le questioni di fondo che sono all’origine del frequente ricorso improprio ai servizi del Pronto Soccorso. All’origine ci sono cronici problemi di organico sia nel servizio di medicina d’urgenza dell’ospedale che – soprattutto – nel servizio svolto dai medici di base. Ottenere un appuntamento dal medico di base diventa sempre più complesso a Bolzano e – spesso – persino le consulenze telefoniche devono essere “rincorse“ per giorni e giorni. Per forza di cose quindi i pazienti – e tra esso un numero sempre crescente di anziani – si vedono costretti a recarsi al Pronto Soccorso, pur nella consapevolezza dei tempi lunghissimi di permanenza in sala d’aspetto a cui presumibilmente vanno incontro. 

La cronica carenza di medici – ma anche di infermieri e altre figure sanitarie – è di difficile soluzione in tutta Europa, con qualche complicazione in più nella nostra realtà locale per via dei requisiti richiesti di bilinguismo e dei forti carichi di lavoro. 

L’auspicio è che la politica riesca ad affrontare la situazione trovando soluzioni che non siano – ancora una volta – emergenziali e/o palliativi. Intanto però gli operatori del Pronto Soccorso dell’ospedale di Bolzano continuano nella loro missione, con passione e – spesso – abnegazione. Come risulta dal racconto del medico che abbiamo intervistato.

Autore: Luca Sticcotti

Dal mercatino all’alta moda: la storia di Carlos

Dalla scuola alberghiera all’accademia di alta sartoria Fashion. Oggi incontriamo un giovane bolzanino di origine peruviana che ha appena iniziato il suo personale percorso creativo nel mondo della moda, intrecciando con coraggio il suo passato e il suo futuro.

Ha iniziato con un ricamo, un gesto semplice, affettuoso che non aveva l’ambizione di essere altro: il nome di sua madre, Rosa, cucito a mano e circondato da piccoli fiori. 

Per Carlos Benny Girón Levano tutto comincia lì, in quel filo che attraversava la stoffa per disegnare lettere e petali, era già nascosta una direzione.

Carlos, prima che si rendesse conto che la moda sarebbe diventata il suo linguaggio, frequentava la scuola alberghiera e alternava gli studi alle stagioni di lavoro lontano da casa.  Un mondo fatto di disciplina, turni, organizzazione impeccabile; ma anche di sprechi. Nei grandi alberghi Carlos vede quantità di cibo buttato, oggetti utilizzati una volta sola, risorse consumate con leggerezza. È un’immagine che lo colpisce e che, col tempo, si trasforma in domanda: che senso ha creare se tutto è destinato a essere scartato?

Il ricamo diventa, allora, un punto di svolta. Inizia a personalizzare capi per amici, aggiunge dettagli, interviene sulle superfici; ma presto capisce che non basta decorare: vuole comprendere la struttura, l’ossatura dell’abito. Decide così di iscriversi alla Alta Sartoria Fashion School di Verona, una scuola fortemente pratica, dove si impara creando. Qui scopre che un pantalone non è solo una forma, ma un equilibrio di misure; che ogni corpo ha asimmetrie, curve, inclinazioni da rispettare. Realizzare un capo su misura significa leggere quelle differenze e trasformarle in armonia. È un lavoro tecnico e quasi scientifico, ma per lui ha qualcosa di profondamente umano: “è come diventare ingegnere dell’abito”, dice.

Il primo anno è fatto di basi solide: punti a mano, studio del cartamodello, attenzione maniacale al dettaglio. Il secondo si intreccia con il lavoro e richiede autonomia. Ed è proprio in quel periodo che un viaggio in Perù lo riporta alle radici familiari. Lì riscopre la cultura andina e il concetto di Pachamama, la madre terra che diventa, per Carlos, una chiave di lettura. La natura non è sfondo, ma organismo vivo, presenza da rispettare. L’esperienza personale si fonde con la consapevolezza maturata negli anni e capisce che la sua moda dovrà parlare di questo.

Nasce così la sua prima opera compiuta: una piccola capsule collection accompagnata da un libro interamente cucito a mano. Non un catalogo tradizionale, ma un oggetto tessile narrativo. Con i tessuti avanzati realizza pagine di stoffa ricamate, sulle quali compaiono parole come “Pazzo”, “Armonioso”, “Elegante”. Sfogliandolo, una guida audio racconta il significato di ogni pezzo. Un albero della vita che lascia bacche nel tempo, cicatrici che definiscono l’identità, animali mutanti che alludono all’iperconsumo e alle fabbriche intensive. Il caos apparente diventa ordine naturale, proprio come accade in un ecosistema.

Parallelamente, per assicurarsi che il suo elaborato fosse composto in gran parte da materiali riciclati, Carlos ha trascorso i sabati tra i banchi dei mercatini dell’usato, alla ricerca di tessuti dimenticati e capi da trasformare. 

All’inizio accumula tutto; poi impara a scegliere. Cerca lino di qualità, bottoni dimenticati, jeans bianchi da tingere e ritingere finché non trovano una nuova sfumatura. La sua stanza si riempie di tessuti salvati dall’oblio: per lui il recupero non è tendenza, ma responsabilità. 

Ridare vita a ciò che è stato scartato significa opporsi alla logica del consumo veloce.

Questa visione prende forma nella collezione “Natura Viva”, presentata il 6 ottobre 2025 al Glasshouse del Parkhotel Laurin. Quindici abiti, realizzati per il 70/80% con materiali riciclati, cuciti con lentezza e cura artigianale. La sfilata è concepita come una cerimonia dedicata alla madre natura.

Ogni abito diventa un personaggio: c’è la madre resiliente, forte e indipendente; la principessa e la sua gemella punk, speculari ma diverse; il figlio maschio gravato dalle aspettative familiari, con occhiali scuri a proteggere una fragilità interiore; la sorella solare che tiene unita la famiglia; le candidate simboliche alla successione spirituale, protette da figure che incarnano montagna, spine, barriera corallina. Una giacca con fili di ferro cuciti a mano mantiene la forma come un tronco resistente; un completo nato da jeans bianchi tinti più volte conserva sfumature irregolari, memoria visibile del processo. La tecnica non è mai fine a sé stessa, ma diventa linguaggio.

La forza del progetto è anche collettiva, la sfilata nasce da una rete di relazioni autentiche. Modelle e modelli, fotografi, videomaker sono amici conosciuti negli anni tra lavoro e vita in città. Guardandosi indietro, Carlos riconosce che ogni esperienza (il pendolarismo tra Bolzano e Verona, le stagioni all’estero, le connessioni costruite con pazienza) lo ha condotto a quel momento.

Oggi la ricerca, per Carlos, continua. Il suo prossimo obiettivo è la Royal Academy of Fine Arts di Anversa, istituzione storica che ha formato generazioni di designer capaci di ridefinire i codici della moda contemporanea. Sta preparando il portfolio, lavorando sull’equilibrio tra immagini e narrazione. Sa che non basta mostrare abiti; occorre raccontare un pensiero coerente.

Il pensiero di Carlos Benny Girón Levano è chiaro: l’alta moda può nascere dal vecchio, la lentezza è un atto politico, la sostenibilità non è slogan ma pratica quotidiana. Ogni capo è memoria cucita, identità stratificata, gesto di resistenza. A Bolzano, il talento di Carlos è già una realtà e il suo percorso sembra solo all’inizio.

CHI E’


Carlos Benny Girón Levano nasce in Perù e da bambino si trasferisce in Italia, a Bolzano, insieme alla madre e alla sua famiglia. Bolzano è stata la città dove è cresciuto e ha costruito il suo percorso. Qui frequenta la scuola, condividendo l’esperienza con le sue due sorelle maggiori, anche loro studentesse negli istituti della città. È proprio a Bolzano che prende forma il contesto in cui Carlos cresce e sviluppa le sue prime passioni assieme a numerosi amici.

Autrice: Salma Sammah COOLtour

Habermas, i nazionalismi, il patriottismo costituzionale

Negli ultimi anni il riemergere dei nazionalismi in Europa e l’affermazione dei populismi in molte democrazie occidentali – dagli Stati Uniti a diversi Paesi dell’Unione – hanno riaperto una discussione che il filosofo tedesco Jürgen Habermas – scomparso lo scorso 14 marzo all’età di 96 anni – aveva anticipato già da tempo.

Nel pensiero di un uomo che ha conosciuto attivamente le contraddizioni del secolo scorso e di questo, la rinascita dei nazionalismi non è un fenomeno puramente culturale o identitario, ma il sintomo di una trasformazione profonda nelle democrazie dell’era della globalizzazione. Habermas ha visto prima di altri come la globalizzazione economica ha progressivamente eroso la capacità degli Stati nazionali di controllare i processi economici e sociali. Le decisioni che incidono sulla vita dei cittadini – dalla finanza ai commerci internazionali – vengono spesso prese in contesti sovranazionali o da attori globali difficilmente controllabili dalla politica democratica. Questo scarto tra potere economico globale e politica nazionale produce un senso diffuso di perdita di controllo. È in questo vuoto che si inseriscono i nuovi nazionalismi. In Europa, i partiti sovranisti hanno costruito il loro consenso promettendo un ritorno alla sovranità nazionale, presentata come l’unico argine alla globalizzazione e all’immigrazione. Negli Stati Uniti, il fenomeno populista esploso negli ultimi anni ha seguito una traiettoria simile: la promessa di “riprendere il controllo” delle frontiere, dell’economia e dell’identità nazionale. Per Habermas, tuttavia, questo ritorno del nazionalismo è in gran parte illusorio. Gli Stati nazionali, da soli, non sono più in grado di governare processi economici e politici che operano su scala globale. Il rischio è che il richiamo all’identità nazionale sia solo uno strumento politico capace di mobilitare paure e frustrazioni, ma incapace di offrire soluzioni reali.

Il filosofo tedesco ha contrapposto a questa deriva l’idea di un “patriottismo costituzionale”: un senso di appartenenza fondato non su etnia o tradizione, ma sui valori democratici e sui diritti condivisi. In Europa questo progetto si traduce nella necessità di rafforzare le istituzioni politiche dell’Unione, colmando il divario tra integrazione economica e legittimazione democratica. La stagione dei nazionalismi e dei populismi, letta alla luce delle riflessioni di Habermas, appare dunque come la manifestazione di una crisi della democrazia nella globalizzazione. Non un ritorno al passato, ma il segnale che la politica non ha ancora trovato le forme adeguate per governare un mondo sempre più interdipendente ma esposto – come mostrano i numerosi conflitti in atto – alla logica del divide et impera.

Autore: Paolo Bill Valente

Singoli, intingoli, caffè, nomination…

Non ci sono dubbi, la notizia della settimana musicale, nel momento in cui ci accingiamo a scriverne, è senza dubbio la nomination del badiota Hubert Dorigatti alla quarantasettesima edizione dei Blues Music Awards che si terrà a Memphis il 7 maggio prossimo: del disco, Poor Boy, ci siamo già occupati su queste pagine e se a qualcuno può essere sembrato eccessivo l’entusiasmo con cui ne abbiamo trattato, la notizia della nomination dovrebbe fugare ogni dubbio sulle capacità e sul potenziale del nostro compaesano. Non c’è tema di cadere in errore, Dorigatti e gli Skanners sono in questo momento gli artisti altoatesini che riescono a far parlare di sé a livello mondiale. Dovremo attendere un paio di mese per conoscere l’esito della nomination, comunque per ora c’è di che andar fieri del fatto che il disco di Dorigatti sia stato considerato tra i migliori cinque di blues non made in USA. Un risultato che vale tanto quello ottenuto per ben due volte negli anni Novanta dalla Spritz Band di Andrea Maffei al Premio Recanati dedicato alla canzone d’autore.

Per quanto riguarda le uscite degli ultimi giorni, spicca senza dubbio il nuovo singolo dei Fratelli Stonati: di questo effervescente combo altoatesino ci siamo già occupati in occasione dell’uscita di altri singoli, la novità stavolta, è che il gruppo guidato da Aaron Timpone e Simon Mayrl, debutta cantando in italiano. Caffè bruciato, questo il titolo della canzone, è un efficace condensato di quello che può essere un lunedì partito male, dal caffè che si brucia alla squadra del cuore che non è andata bene, alla lei di turno che non si fa sentire. Per un gruppo nato all’ombra dello Sciliar, con influenze che vanno dai Blur ai Kastelruther Spatzen, il risultato è tutt’altro che scontato, una canzone di pop italiano che non scimmiotta nulla, cosa che la fa diventare particolarmente apprezzabile.

Sul versante dell’indie rock a metà febbraio è uscito anche un nuovo singolo dei Timbreroots, gruppo di cui ci siamo indirettamente occupati di recente: Take Me Back conferma quanto di buono già sapevamo su di loro. Se hanno avuto successo ad Upload e se i loro brani vengono premiati nel contest Sonx, indetto ogni anno da Liedersezene 2.0, un motivo ci dev’essere. I Timbreroots sono assolutamente credibili, le loro canzoni sono ben costruite e ben suonate, la cura del suono sembra essere alla base del loro lavoro, dimostrando che dopo anni in cui la cosiddetta produzione è spesso stata presa sottogamba nella scena altoatesine (pochi sono gli artisti della nostra regione che in passato hanno dimostrato attenzione a questo fattore), ora finalmente la qualità artistica viene appaiata ad uguale attenzione nei confronti del risultato sonoro.

Cheese Tax è uno dei recenti singoli dei Seltsamen Senfsamen, coraggioso e originale quintetto che punta molto su una sezione fiati fuori dall’ordinario, una combinazione di suoni che spesso rasenta la genialità del mai abbastanza rimpianto Frank Zappa. La nuova composizione è eseguita in tandem con Alex The Judge ed è incredibile notare, ascoltando il brano, come questa voce e i fiati si combinino insieme fino a rilasciare una sorta di armonia vocale in cui però le altre voci sono appunto gli ottoni.

Highways And Hangovers è invece il nuovo singolo dei Rumpled, in circolazione dal 20 febbraio: la band celtic punk interregionale sta vivendo un momento a dir poco magico, tra concerti, partecipazioni ad acclamati festival dedicati al genere, con particolari attenzioni da parte del pubblico francofono. Il brano conferma il buon momento del gruppo in cui milita il fisarmonicista bolzanino Tommaso Zamboni, per il nuovo disco però pare dovremo attendere l’anno prossimo, nel frattempo possiamo comunque goderci l’indiavolata giga punk che sta alla base del nuovo brano.

Chiudiamo la rubrica col singolo Better Together, accreditato a Ina Pröss, cantante che è un po’ come il prezzemolo nella scena musicale regionale. Il singolo è frutto della collaborazione con Evi Mair, Magdalena Casal e Lea Casal e forse bene sarebbe stato se l’artista ne avesse condiviso la maternità con le altre tre. Peccato, perché con le sue pose nel video (spesso viste anche dal vivo) tende a mettere in secondo piano chi divide palco o dischi con lei. Il brano sarebbe anche piacevole, la combinazione delle voci e il lavoro di Matteo Rossetto e Marco Gardini in fase di produzione e strumentale rendono un notevole servizio al singolo.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Nasce “un fiume di libri” per la lettura

La Biblioteca A. Vivaldi di Bronzolo offre ai lettori della Bassa Atesina uno spazio per incontrarsi e parlare di libri. Ogni mese, dopo aver letto un romanzo prestabilito, i partecipanti possono condividere le proprie impressioni, suggestioni e giudizi in piena libertà. L’iniziativa dà nuovo vigore a una realtà che negli ultimi anni stava iniziando a passare in secondo piano e che può ora sperare di diventare uno dei principali punti di ritrovo e di coesione sociale del paese.

“Sarà un momento fertile, di confronto e di scoperta. Ovviamente, sempre nel rispetto dell’opinione dell’altro”, dice Daisy Fellin, la bibliotecaria volontaria che ha organizzato e dirige l’iniziativa. Le regole: “Leggere ciò che si può nel tempo che si ha; presentarsi all’incontro anche se non si è finito di leggere o se il libro non è piaciuto affatto: in questo caso, il gruppo di lettura è il posto giusto per discuterne assieme”.

Si parlerà di libri, sì, ma i protagonisti sono i lettori: “Dopo varie esperienze dirette, mi sono resa conto che i gruppi di lettura non riguardano solo i libri, ma soprattutto le persone che li leggono: leggere insieme e parlare delle proprie letture crea forti connessioni, un sentimento di coesione tra i partecipanti, quasi di familiarità. I libri, da soli, prendono polvere. Sono le persone che li rendono vivi”.

L’impegno di ritrovarsi una volta al mese per confrontarsi su un interesse in comune consente di avvicinare persone molto lontane tra loro, che solitamente non avrebbero né il motivo né l’occasione di entrare in contatto: “Ritagliarsi un momento per discutere di un argomento condiviso permette ai giovani di aprirsi alla realtà fuori dalla propria bolla social e agli anziani di uscire dal grande isolamento che vivono nel quotidiano. Ciò che volevo era creare un gruppo intergenerazionale per mettere in connessione età diverse. Il libro è il punto di partenza che favorisce l’incontro e il confronto tra mondi spesso lontani. E poi, chi lo sa, potrebbero nascere delle belle amicizie”.

Durante l’incontro preliminare, una ventina di persone si sono ritrovate nelle sale della biblioteca per scegliere tra gli otto titoli proposti da Daisy. Si tratta di letture veloci e adatte a tutti i gusti: “Ho scelto libri che non fossero solo consolatori, la classica lettura da spiaggia, per intenderci. Ci sono anche titoli che possono stimolare riflessioni critiche, addirittura negative, com’è giusto che sia quando si legge”, afferma la bibliotecaria. La scelta dei lettori è infine ricaduta su quattro libri. Di seguito, l’elenco con i rispettivi appuntamenti: lunedì 23 marzo, “La luna e i falò” di C. Pavese; lunedì 20 aprile, “L’Avversario” di E. Carrère; lunedì 18 maggio, “I miei stupidi intenti” di B. Zannoni. Tutti gli incontri avverranno dalle 20 alle 21.

Per l’occasione, è stato creato un gruppo WhatsApp e ogni comunicazione avverrà tramite la pagina Instagram della biblioteca: @bibliotecavivaldibronzolo. 

Per ulteriori informazioni, ci si può rivolgere all’indirizzo e-mail: bibliotecavivaldi@tiscali.it

Autore: Tommaso Calamaro

Gli “Ötzi” a spasso nella valle dell’Adige

Secondo la paleogenetica, l’ultimo antenato comune tra noi e i nostri “cugini” scimpanzé, con cui condividiamo quasi il 99% del DNA, visse circa tredici milioni di anni fa. Oggi vediamo il risultato delle mutazioni genetiche intervenute in questo lunghissimo processo evolutivo, ma possiamo solo immaginare che aspetto avesse quel “nonno” comune.

Karl Marx, che ne capiva, scrisse che l’anatomia dell’uomo spiegava quella della scimmia. Noi abbiamo due certezze: stava lentamente imparando a camminare su due gambe e non aveva la coda. Alla luce di questa enorme distanza temporale possiamo affermare che l’uomo del Similaun, vissuto “appena” 50 secoli fa, non è un nostro lontanissimo parente ma, per così dire, uno di noi. Anzi, Ötzi siamo noi.

La sua raffigurazione corrente presenta però alcuni problemi. Viene immaginato come una sorta di “nonno di Heidi”, un archetipo dell’antico montanaro alpino: robusto, chiaro di pelle, con tratti quasi folkloristici. Le analisi genetiche più recenti raccontano invece una storia diversa. Ötzi aveva – come tutti gli europei originari – la pelle scura. Il suo patrimonio genetico mostra inoltre che l’80% del suo genoma proveniva dagli agricoltori neolitici anatolici, mentre solo una parte minore derivava dai cacciatori-raccoglitori europei dell’era post-glaciale.

Ötzi, che in realtà avrebbe dovuto chiamarsi Velthune, Larth, Kutzi o Thana, apparteneva alla cultura di Remedello, diffusa nell’Italia settentrionale. Le comunità di quell’epoca erano inserite in reti di scambio che collegavano le regioni alpine con la pianura padana e altre aree europee. Anche la sua lingua apparteneva a un contesto pre-indoeuropeo, come il retico e l’etrusco.

Quando nel 1991, a oltre 3.200 metri di quota, venne alla luce il suo corpo mummificato si aprì una finestra sull’età del Rame (3300–3000 a.C.), un mondo di transizione in cui antiche tradizioni di caccia convivevano con agricoltura, allevamento e prime forme di metallurgia. Per comprenderlo bisogna però tornare alla fine dell’ultima glaciazione. Con il ritiro dei ghiacci, circa 13.000 anni fa, la valle dell’Adige divenne un importante corridoio ecologico e umano: terrazzi fluviali e zone umide favorivano insediamenti stagionali, mentre il fiume offriva risorse e, soprattutto, vie di spostamento.

Nel Mesolitico gruppi di cacciatori-raccoglitori iniziarono a percorrere l’asse atesino e le valli laterali. Siti come il Riparo Gaban presso Martignano di Trento, San Giacomo o il crinale della Mendola testimoniano comunità che vivevano di cervo, stambecco, pesca fluviale e raccolta di frutti spontanei. Ripari sotto roccia, focolari e strumenti in selce rivelano una profonda conoscenza dell’ambiente alpino. L’equipaggiamento di Ötzi riflette bene questo mondo. L’ascia in rame non era un utensile comune ma un oggetto di prestigio. Le sepolture remedelliane con pugnali in selce e armi deposte accanto ai defunti mostrano una società già articolata. Il resto del corredo è essenziale: coltello in selce, arco incompiuto, frecce e abiti in pelli di capra, pecora e orso, con un mantello di fibre vegetali e scarpe isolate con erbe secche.

Rimane il mistero della sua morte.

Una freccia nella spalla indica violenza e conflitto. Forse fuggiva da un’imboscata o da tensioni locali. Il ghiacciaio ha conservato il corpo ma non il contesto; è quasi certo che gli aggressori appartenessero al suo stesso gruppo e non si siano impossessati della preziosa ascia o di altri oggetti per paura di essere subito individuati come autori dell’omicidio.

Ötzi si inserisce così in una storia millenaria che unisce primi cacciatori e pescatori mesolitici della valle dell’Adige, agricoltori neolitici e metallurghi dell’età del Rame. Nel suo corpo, nel suo DNA e nel suo equipaggiamento si riflette un’Europa già dinamica e connessa. 

Non è solo una mummia eccezionale: è il testimone di un territorio atesino che, molto prima della storia scritta, era già spazio di mobilità e scambi culturali.

Autore: Reinhard Christanell

I soggiorni meranesi di Stefan e Friederike Zweig 

Nato a Vienna nel 1881 da una abbiente famiglia ebraica, Stefan Zweig era figlio dell’industriale Moritz Zweig (1845-1926) e di Ida Brettauer (1854-1938), nata ad Ancona da una famiglia di banchieri di Hohenems. Dopo gli studi di filosofia compiuti fra Vienna e Berlino e ultimati con la laurea nel 1904, Zweig prese a viaggiare attraverso l’Europa. Fra il 1908 e il 1909 compì un viaggio in Asia. Al suo rientro conobbe Friederike Maria Burger von Winternitz, coniugata. Friderike era nata a Vienna nel 1882, fu fra le prime donne ad essere ammessa all’Università di Vienna e studiò letteratura francese.

Con il cognome del primo marito, von Winternitz, Friderike riuscì a farsi conoscere come scrittrice fin dal 1902, pubblicando diversi romanzi e scrivendo per la Monatshefte di Westermann, la Wiener Zeitung e la Vossische Zeitung. Nel 1905 come molti altri intellettuali ebrei Friedericke si convertì alla religione cattolica aggiungendo Maria al suo nome. Nel 1910 Friederike e Stefan Zweig trascorsero un lungo soggiorno a Merano. La città era per Stefan Zweig un luogo piacevole e rilassante, il luogo dove restare anche per trarre ispirazione e scrivere. Furono infatti tre i suoi soggiorni a Castel Labers. Dal Castello nel marzo del 1908 scrisse “Herbstwinter in Meran”. E non erano poche le persone a cui, nelle sue lettere, consigliasse la città: “In autunno voglio essere in Tirolo, a Merano […]. Lì troverete una tranquillità unica, un paesaggio meraviglioso e un autunno ricco di frutti come non avete mai visto prima. […] In nessun altro posto al mondo – e non ho visto pochi paesi – l’autunno è così bello come a Merano, perché lì l’intero paesaggio è colorato dai diversi frutti e l’aria è buona e mite.”

Friederike vi fece ritorno nel 1913 con la figlioletta malata Susanna Benediktine detta Suse. Qui ella scrisse gran parte del suo romanzo “Der Ruf der Heimat” che pubblicò l’anno dopo per i tipi di Schuster & Loeffler. Nello stesso 1914 divorziò dal primo marito. 

Durante la Prima Guerra Mondiale, che considerava un crimine, Friederike organizzò il Comitato Internazionale per una Pace Duratura. Anche Stefan Zweig si batteva per l’umanità e la pace oltre qualsiasi partito o comunità religiosa.

Friderike Zweig partecipò e organizzò numerose conferenze femminili di argomento pacifista. Nel 1915, ad esempio, fece parte del Comitato austriaco al 1º Congresso Internazionale per la Pace delle Donne, tenutosi all’Aia e che riunì donne da tutta Europa e dagli Stati Uniti D’America. Friederike consegnò le richieste di pace presentate anche al governo austriaco. Nel 1917 partecipò alla riunione femminile del Comitato Internazionale per una Pace Duratura a Vienna. Fece anche parte dell’Associazione Generale Austriaca delle Donne e fece parte della rete internazionali nel movimento per la pace femminile. Il suo impegno fu espresso negli articoli Die Frauen und der Krieg e Die schwarze Grenze, entrambi apparsi nel 1918 sulla rivista Die Friedens-Warte. In Women and the War, chiese il sostegno alla Conferenza delle Donne del Comitato Internazionale per una Pace Duratura, che si tenne a Berna nell’aprile 1918. Nel 1919, il comitato fu rinominato e, ancora oggi si chiama ancora Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà (IFFF). Nel 1920 Friederike e Stefan si sposarono e andarono a vivere a Salisburgo fino al 1938 quando divorziarono. 

Autrice: Rosanna Pruccoli