Quale normalità?

L’interrogativo è tutt’altro che filosofico. Negli ultimi giorni tutti noi, a un anno dall’inizio della pandemia, abbiamo cominciato a chiederci in cosa consista ormai la consuetudine. Il concetto di normalità, di solito, ha una doppia accezione. Da un certo punto di vista ci conforta come un mantello protettivo, ma da un altro la normalità la rifuggiamo per la noia che spesso la accompagna. Ma in quest’ultima fase della nostra vita i parametri di riferimento sono così cambiati che siamo stati costretti a riformulare i nostri riferimenti. Cos’è normalità? Il ritorno di una crisi di governo dopo la media consolidata di un anno e mezzo? Il reincarico allo stesso presidente del Consiglio? I dati pressoché costanti dei contagi da Coronavirus? L’impossibilità di utilizzare il nostro amato linguaggio non verbale a causa della mascherina? L’incertezza ormai “normale” di non sapere quando tutto questo finirà e — soprattutto — se si tratterà di una fine “definitiva”?
Una cosa possiamo senz’altro affermarla: a essere diventata davvero normale (ovvero stabile e costante) è solo l’incertezza. Con essa abbiamo dovuto per forza imparare a convivere.
C’è chi ci riesce meglio e chi peggio. A questo proposito, nei giorni scorsi ha suscitato in me particolare inquietudine l’allarme lanciato dal primario di geriatria a Merano. Il dottor Christian Wenter ha parlato degli anziani come di una generazione traumatizzata e in larga parte chiusa in casa da quasi un anno. Diversi studi hanno recentemente indicato la solitudine come un importante fattore di rischio per l’insorgenza di molte malattie.
Insomma: gli anziani sono vittime doppiamente designate. Com’è noto, sono infatti protagonisti della maggior parte dei decessi e coloro che riescono a sopravvivere — è proprio il caso di dirlo — soffrono di una solitudine che non fa solo male allo spirito ma anche al corpo. Per questo è importante che tutti noi ci prendiamo a cuore gli anziani. Spesso una telefonata, un sorriso e due chiacchiere da un balcone all’altro, così come un aiuto per la spesa, possono contribuire a salvare una vita.
Pensiamoci tutti e diamoci da fare.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Saldo migratorio

Un articolo pubblicato il 13 aprile su ilpost.it segnala che, dopo 12 anni di calo continuo, nel 2025 la popolazione italiana non è diminuita. Lo ha rilevato l’Istat in un rapporto diffuso a fine marzo. Questo risultato è dovuto soprattutto all’immigrazione: le persone arrivate dall’estero hanno compensato, almeno temporaneamente, il calo demografico.

Secondo i dati, la regione con la fecondità più bassa resta la Sardegna, mentre quella con più nascite risulta proprio la nostra, il Trentino-Alto Adige. 

Il governo guidato da Giorgia Meloni ha più volte dichiarato di voler contrastare la diminuzione delle nascite, ma finora le misure adottate sono state limitate e poco efficaci, basate soprattutto su bonus economici. Allo stesso tempo, una parte importante della sua politica si è concentrata sul contrasto all’immigrazione irregolare, con risultati però modesti. Per questo motivo, il dato positivo sulla stabilità della popolazione non è stato particolarmente commentato, a livello governativo.

L’Istat sottolinea che la diminuzione delle nascite è un fenomeno comune a molti paesi europei. In Italia, però, la situazione è aggravata dal fatto che ci sono sempre meno persone in età fertile, a causa del calo demografico degli ultimi decenni. Il paese ha infatti una delle percentuali più basse di giovani sotto i 14 anni e una delle più alte di anziani sopra i 65.

Inoltre, il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi, è peggiorato: nel 2025 i morti sono stati 652mila, molti di più rispetto ai nuovi nati. Senza l’apporto degli immigrati, quindi, la popolazione sarebbe continuata a diminuire.

Va però considerato che, mentre aumentano i residenti stranieri, diminuiscono quelli che ottengono la cittadinanza italiana: nel 2025 sono stati 196mila, meno rispetto agli anni precedenti. L’Istat dice che il calo si deve principalmente al decreto-legge approvato un anno fa, e poi convertito in legge, che ha limitato i requisiti per ottenere la cittadinanza italiana con lo ius sanguinis, latino per “diritto di sangue”, per il quale una persona può essere riconosciuta come italiana se è discendente di un cittadino o di una cittadina italiana. 

A mio avviso i dati riportati invitano quanto mai a riflettere e a costruire politiche più concrete e realistiche per il futuro dei nostri territori.

Autore: Luca Sticcotti

Lilli e Edi, un ponte fra l’Alto Adige e l’Africa

Questa è la storia di un “grazie” nato oltre quarant’anni fa nel nord del Kenia: protagonisti sono Edi Martinelli e la moglie Lilli, rientrati circa un mese fa dal luogo in cui tutto ebbe inizio e dove ancora oggi contribuiscono a portare avanti numerose iniziative a sostegno della comunità dei Samburu.

“Dovete sapere che in Kenya, come in gran parte dell’Africa, convivono molte tribù. I Samburu sono una popolazione nomade, che vive di pastorizia e affida alle piogge la speranza per la propria sopravvivenza quotidiana” racconta Martinelli, residente a Salorno e da sempre impegnato, assieme alla moglie, in questo progetto solidale che porta il nome omonimo di questa tribù. Con un sorriso Martinelli aggiunge: “Quest’anno devono aver pregato così tanto che, in un certo senso, la pioggia l’abbiamo portata noi come dono a tante persone”. Ogni attività, però, ha bisogno d’essere conosciuta e sostenuta anche sotto il profilo economico. Per questo da 34 anni vengono realizzate e distribuite mille copie di un calendario che racconta e  testimonia il progetto. 

LA MUSICA CHE AIUTA

A queste si affiancano serate culturali, incontri con associazioni e concerti con i cori, tutti animati dal desiderio di offrire un aiuto concreto. “L’anno scorso le dieci serate di Classic&More nei paesi della Bassa Atesina ci hanno dato un grande supporto, anche grazie al maestro Alex Monteverde” sottolinea Martinelli, esprimendo una profonda gratitudine verso tutte le persone, le banche, i gruppi e la comunità che continuano a sostenere quest’iniziativa. “Un ringraziamento particolare va anche agli istituti di credito e alla molta gente della Valsugana, terra d’origine del padre missionario Egidio Pedenzini, da cui tutto è partito e che ancora crede in questa realtà”.

Nei prossimi giorni sarà inoltre consegnato al Comune di Salorno un simbolo dell’amicizia che unisce da anni questa comunità con South Horr, a testimonianza di un gemellaggio sempre vivo e ugualmente sentito. Le attività in Bassa verranno portate avanti anche quest’anno, con nuovi concerti per la raccolta fondi. 

“Dovrebbe venire a trovarci anche padre Charly Leparkiras, parroco di South Horr dopo che nel 2022 padre Pedenzini è morto, una persona straordinaria” aggiunge Martinelli, ricordando poi una frase del padre missionario che racchiude il senso di questo impegno: “Quando torni in Italia e incontri le persone, ringraziale stringendo loro la mano, non limitandoti a un gesto formale”. All’origine di questo legame c’è anche l’impegno e la convinzione dell’allora parroco di Salorno, don Floriano Agreiter, che si recò almeno tre volte in Kenya per conoscere da vicino la realtà locale. “Mi piace dire che una Chiesa missionaria è davvero viva e ricca quando non dimentica la realtà missionaria”, riflette Martinelli. 

Istruzione e acqua

Tornando a questi viaggi, lo scopo è offrire supporto concreto, garantendo cioè istruzione nelle scuole e negli asili, distribuendo cibo, portando acqua, medicinali e progetti per il futuro. Tra i più importanti, ormai in fase di completamento c’è la realizzazione di una rete di acquedotti di circa sei chilometri, con condutture che portano l’acqua dalle montagne circostanti. Sono stati costruiti anche degli invasi per raccogliere l’acqua nel periodo delle piogge. 

La comunità che beneficia di queste realtà conta circa 10.000 persone, spesso distribuite su territori molto vasti, anche a 150 chilometri di distanza, dove si vive ancora in capanne. “Raccontiamo queste esperienze perché possano dare voce a chi non ce l’ha” conclude. E alla domanda su cosa lascino questi viaggi, la risposta è semplice ma profonda: “Questi viaggi sono un grande arricchimento. Ogni volta torniamo con nuova motivazione e con quella consapevolezza d’essere fortunati. Colpisce come, pur nella povertà, queste persone riescano a trasmettere gioia e speranza. Hanno sempre il sorriso, un forte senso di fratellanza e di condivisione, una lezione che non smette mai di insegnarci qualcosa”.

Autore: Daniele Bebber

A scuola di diritti umani

Ogni anno, centinaia di ragazze e ragazzi si alzano la mattina, si mettono lo zaino in spalla e invece di andare a scuola vanno a lavorare: non per necessità, ma per scelta, convinti che un giorno di lavoro possa trasformarsi in un gesto concreto di solidarietà verso chi, dall’altra parte del mondo, lotta ogni giorno per i propri diritti. Si chiama Operation Daywork, ed è uno di quei progetti che, più lo conosci, meno riesci a pensare ad esso come una semplice “bella iniziativa”.

A coordinarlo dal 2022 è Anna Carteri, laureata in cooperazione internazionale a Trento e Pisa con un focus sui diritti umani. L’abbiamo incontrata per parlare di Nepal, matrimoni precoci e protagonismo e attivismo giovanile.

Operation Daywork esiste da anni, ma molti lettori non la conoscono ancora. Come la presenteresti a chi non ne ha mai sentito parlare?

Diciamo sempre che è un progetto di giovani per giovani. Il fulcro sono le ragazze e i ragazzi stessi: sono loro a prendere le decisioni importanti, a decidere i contenuti, a scegliere la direzione. Il tema centrale sono i diritti umani, e l’obiettivo è promuovere l’attivismo giovanile, informare gli studenti e le studentesse delle scuole superiori su quello che succede nel mondo, fare luce sui contesti in cui quei diritti vengono violati e dare visibilità a chi ogni giorno si batte per difenderli.

Ma c’è di più: vogliamo sempre creare un ponte con la realtà sudtirolese. Mostrare che, in un certo senso, tutto il mondo è paese. Due anni fa si parlava di Honduras, di bande giovanili, e parlando di quei ragazzi ci siamo resi conto che certi meccanismi, certe dinamiche, le ritroviamo anche qui, in Alto Adige, in forme diverse. Quest’anno si parla di Nepal e di matrimoni precoci, un tema che a prima vista sembra lontanissimo. Eppure, andando lì, abbiamo capito quanto ci fosse in comune: la difficoltà di esprimere i propri sentimenti, per esempio, è qualcosa che i ragazzi di qui riconoscono benissimo. E poi c’è la questione delle responsabilità: l’anno scorso, con il Perù, abbiamo parlato di miniere. Quelle miniere ci servono per tenere in piedi tutto il settore tecnologico, per far funzionare gli smartphone. Cosa possiamo fare noi? Magari non comprare un cellulare nuovo ogni due anni.

La Giornata d’Azione è il cuore del progetto: studenti e studentesse che lavorano per finanziare un’organizzazione che difende i diritti umani dall’altra parte del mondo. Come funziona concretamente?

I ragazzi hanno la possibilità di scambiare un giorno di scuola con un giorno di lavoro, ovviamente con l’adesione e l’approvazione della scuola. Quest’anno la data è il 17 aprile. Si cercano da soli un posto di lavoro, spiegano al datore di lavoro perché vogliono farlo, e così facendo diventano automaticamente promotori del progetto: ambasciatori di una cultura della solidarietà. Ricevono una donazione di circa 50 euro a persona, sono coperti dalla scuola per gli infortuni e da noi per eventuali danni a terzi, e ricevono un contratto che vale come giustificazione per l’assenza scolastica.

Nel tempo abbiamo costruito anche una rete di datori di lavoro disponibili, per chi non sa a chi rivolgersi. In alcuni casi diventa anche una bella esperienza pratica, un modo per conoscere un posto di lavoro che magari tornerà utile in futuro.

Quest’anno il Premio Diritti Umani va a Samana, in Nepal. Come avete scelto questa realtà?

Nei primi anni finanziavamo progetti di cooperazione allo sviluppo, poi si è deciso di cambiare forma e di assegnare un premio: qualcosa di più concreto, più tangibile anche per i ragazzi. Un riconoscimento a chi si impegna per i diritti umani. Dal 2015 il vincitore viene scelto dai ragazzi delle scuole superiori che partecipano all’assemblea dell’organizzazione in maggio, e lì comincia l’anno di Operation Daywork.

Negli ultimi anni cerchiamo di sostenere realtà giovanili, come Samana, che lavora per sensibilizzare sui matrimoni precoci. Questo crea molta empatia: è un atto di solidarietà concreta tra giovani. Le organizzazioni vengono candidate, c’è una preselezione con i ragazzi stessi, si valutano i temi in base alla loro capacità di motivare e coinvolgere. Cerchiamo realtà a cui il contributo dei ragazzi possa fare davvero la differenza, realtà che altrimenti non avrebbero visibilità.

Dopo la scelta, noi coordinatori partiamo insieme a due volontari per incontrare il vincitore di persona. Quest’anno siamo andati in Nepal. Vedere con i propri occhi è fondamentale. Al ritorno prepariamo un giornalino, gli articoli li scrivono i ragazzi stessi, e un piccolo documentario con il materiale raccolto durante il viaggio. Tra gennaio e febbraio torniamo nelle scuole a fare workshop, sempre nell’ottica “giovani per giovani”: l’idea è che siano i ragazzi stessi a condurli. A marzo arrivano gli ospiti: gli attivisti in visita.

Cosa cambia, in chi partecipa? C’è un momento che ti ha colpita in modo particolare?

Di solito chi si avvicina ha già una certa sensibilità. Ma ci sono anche ragazzi che entrano quasi per caso, attraverso un’amicizia, e poi scoprono un mondo, scoprono il mondo. Li vedi crescere. Io sono qui dal 2022 e alcuni li ho seguiti dalla seconda superiore fino alla quinta: persone timide e riservate, e che poi sono entrate nelle scuole a portare la propria passione davanti a classi intere.

L’anno scorso un’insegnante mi ha raccontato che una ragazza, dopo il workshop, ha detto: “mi ha aperto gli occhi.” Le storie raccontate in prima persona cambiano tutto. I ragazzi ricevono tantissime informazioni, sono bombardati di contenuti, ma quello che rimane, che appassiona davvero, è poco. Le storie di vita, invece, toccano.

Come si traduce in qualcosa di concreto l’educazione alla cittadinanza globale?

Non è semplice. L’anno scorso alcuni ragazzi ci hanno detto: “anche qui c’è povertà, perché dobbiamo guardare fino in Perù?” È una domanda legittima, e va presa sul serio. Quello su cui puntiamo è far capire le connessioni che esistono nella nostra società, alzare lo sguardo dall’ombelico. Non si tratta di ignorare i problemi vicini, ma di capire che spesso sono gli stessi problemi, visti da angolazioni diverse. Partecipazione e responsabilità: queste sono le parole chiave.

Viviamo in un momento in cui i neo-nazionalismi crescono e la solidarietà internazionale fatica a trovare spazio. Come si parla di fraternità globale ai giovani di oggi senza sembrare fuori tempo?

È una domanda che ci poniamo spesso. I ragazzi vedono tantissime cose, ma percepiscono la politica come qualcosa di lontano, di “alto”. Quello su cui puntare è mettersi nei panni degli altri: capire che noi siamo qui per caso, che avremmo potuto nascere altrove. E che il cambiamento parte dal basso, anche se può sembrare banale dirlo.

Il Nepal, quest’anno, ce lo ha dimostrato in modo molto diretto. Abbiamo visto come il popolo abbia alzato la voce, come la generazione Z non si sia fermata davanti ai confini. I giovani vogliono cogliere la bellezza di fare le cose insieme. Più si conosce una realtà, più ci si riesce a identificare, e più ci si accorge che la distanza che pensavamo ci fosse, in realtà non c’è. Quello che ci accomuna è enorme: la libertà di decidere cosa fare, con chi stare, l’accesso all’acqua pulita, all’aria respirabile. Non ha senso usare i confini per andare gli uni contro gli altri.

Se dovessi lanciare un messaggio a chi ancora non ha aderito, cosa diresti?

Il nostro slogan è “students can make a difference”. I giovani non sono nessuno? In realtà possono dimostrare che quello che fanno ha un valore, che devono essere presi sul serio. Rinunciare a un giorno di scuola per una causa, rimboccarsi le maniche, sapere che il proprio impegno si trasforma in un cambiamento concreto dall’altra parte del mondo: questo conta. L’anno scorso hanno partecipato 400 ragazzi e sono stati raccolti 20.000 euro. E non è poco.

Autore: Marco Valente

Discriminazione salariale. Fenomeno complesso e evitabile

Ci si può chiedere quali siano le cause del divario nelle retribuzioni tra donne e uomini e se il fenomeno riguardi anche l’Alto Adige. I dati presentati in occasione dell’Equal Pay Day, promosso dalla Provincia di Bolzano per il 17 aprile, descrivono una situazione che fa parlare, anche dalle nostre parti, di discriminazione salariale.

Il gender pay gap in Alto Adige non solo persiste, ma è leggermente aumentato, passando dal 17,3 al 17,5 per cento nell’ultimo anno. Un divario che, come sottolineato dalle istituzioni locali, non è solo una statistica, ma incide concretamente sull’intera vita delle donne, fino alla pensione.

Le cause di questo fenomeno sono molteplici e intrecciate. In primo luogo, pesa la struttura del mercato del lavoro: le donne sono più spesso occupate in settori meno remunerati o con contratti part-time, una condizione che in Alto Adige riguarda quasi la metà delle lavoratrici. A ciò si aggiungono le interruzioni di carriera legate ai carichi di cura, che riducono continuità e possibilità di avanzamento.

Un secondo fattore è rappresentato dalla difficoltà di accesso alle posizioni apicali. Nonostante i progressi, le donne restano sottorappresentate nei ruoli decisionali, con effetti diretti sulle retribuzioni medie. Qui entrano in gioco anche stereotipi e pregiudizi culturali, spesso invisibili ma ancora radicati, che influenzano valutazioni, promozioni e negoziazioni salariali.

Infine, il divario è alimentato da fattori più profondi, legati alla socializzazione e alle scelte formative: uomini e donne tendono a concentrarsi in ambiti professionali diversi, con ricadute economiche significative. Come ricordano gli studi sul tema, il gender pay gap è il risultato combinato di differenze nei settori, nelle ore lavorate e, in parte, di discriminazioni dirette.

Di fronte a questo scenario, iniziative come l’Equal Pay Day non hanno solo una funzione simbolica, ma mirano a promuovere maggiore trasparenza e consapevolezza. Perché il divario salariale non è inevitabile: è il prodotto di scelte economiche, sociali e culturali che possono – e devono – essere cambiate.

Autore: Paolo Bill Valente

La rivoluzione industriale e le sue conseguenze

Dietro questo nome lungo e imponente, si cela una band bolzanina a cui Bolzano va stretta, una band che è sulla breccia da qualche anno ed è rimasta senza nome a lungo, fino a che, messi alle strette dalla necessità di avere un nome con cui presentarsi in pubblico, i ragazzi hanno provocatoriamente optato per le parole iniziali di un proclama del tristemente famoso Unabomber. È un nome lungo, ma per nulla difficile da memorizzare, ci dicono nel corso dell’incontro all’indomani dell’uscita del loro debutto discografico intitolato Polline, celebrato con un ascolto condiviso coi fan presso il negozio di dischi Rebel Rebel e con un concerto al Papperlapapp poche ore dopo.

“Tutto è iniziato – spiega il bassista Davide – quando ai tempi delle medie Ruben ed io abbiamo sentito la necessità di fare una band per socializzare. Poi un po’ alla volta siamo giunti alla formazione attuale, quando abbiamo sentito la necessità di fare roba nostra”.

Riccardo (voce e tastiere), Ruben e Thomas (chitarre e voci), sono gli autori dei brani che compongono il disco, e il quintetto si completa con Davide (basso) e Gabriele (batteria). All’inizio, nelle intenzioni dei cinque ragazzi il disco avrebbe dovuto essere un concept, un po’ sulla scia di quanto facevano i gruppi prog rock degli anni settanta, poi le cose sono andate in un’altra direzione per la difficoltà di costruire una storia attorno alle canzoni, ma l’idea di base è rimasta.

“Inizialmente – è Ruben a parlare – doveva esserci la storia, tipo The Lamb Lies Down On Broadway per intenderci (album dei Genesis, n.d.r.), una storia lineare. La cosa però non si è concretizzata perché ci è risultata difficile da portare a termine in quanto ci costringeva dentro a degli schemi. Così alla fine c’è un’atmosfera che domina il lavoro mentre la storia è presa, per così dire, in maniera laterale”.

Nel progetto originale ci doveva essere il personaggio di un cavaliere e c’erano ampi riferimenti alla natura, che hanno finito col dare origine al titolo del disco.

“Ci abbiamo messo molto a scegliere il titolo, è stato difficilissimo – è Thomas ora a parlare – volevamo prendere qualcosa di affine all’idea iniziale, Polline suonava giusto, perché è qualcosa che si muove nella natura, ha un inizio ma anche una fine, inoltre ti dà fastidio se hai l’allergia. (Risate degli altri, n.d.r.)”.

“Polline l’ha inventato Davide, credo – è di nuovo Ruben a parlare – ed è anche il titolo di una raccolta di aforismi di Novalis, aforismi frammentari la cui intenzione è proprio quella di dare uno spunto a chi legge per giungere ad una riflessione, che è poi ciò che vorremmo facessero le nostre canzoni”.

I testi scritti da Ruben, Thomas e Riccardo, da un lato nascondono neppure velatamente una certa ironia, e seppure nel missaggio la voce non emerga del tutto, ma pare trattarsi una scelta voluta, si tratta di testi non scontati.

“Fino a qualche mese fa – ci spiega Riccardo –, soprattutto nei concerti, c’era una parte, per così dire comica, affidata proprio ai contenuti, in particolare quelli scritti da me e Thomas. Avevamo l’esigenza di divertire il pubblico. Lavorando ad un disco però le cose sono cambiate e soprattutto Thomas e Ruben hanno cominciato a impegnarsi maggiormente nella scrittura.”

“I testi – specifica Ruben – girano intorno alle nostre esperienze, con l’intenzione di raccontare quelle adolescenziali, come è stato crescere e vivere a Bolzano, come fosse un romanzo di formazione. Crescere in questa città per noi è stata una cosa noiosa, diciamo che non è un paese per giovani. Forse siamo noi che tendiamo a lamentarci troppo, ma abbiamo anche le nostre ragioni”.

“Sono testi – conclude Riccardo – che raccontano anche la nostra emotività. Non solo riguardo al vivere a Bolzano, ma anche al rapporto con l’amore, sono canzoni che raccontano noi stessi”. 

I ragazzi, comunque, sono molto contenti di come è andato il concerto di presentazione del loro disco che è stato accolto bene dal pubblico di loro coetanei e affini. L’augurio è che comunque s’impegnino, con la loro musica e con la loro voglia di fare, per rendere Bolzano più simile alla città che vorrebbero. Intanto, da un po’ più di un anno sono riusciti a portare la loro musica anche fuori città e dopo la presentazione bolzanina, il disco è atteso sui palchi di Milano e Bologna.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il filo rosso alpino: dal Neolitico ai Reti

I popoli europei portano nel loro Dna le tracce di tre grandi movimenti che hanno ridisegnato il volto del continente: i cacciatori-raccoglitori del Mesolitico; gli agricoltori provenienti dall’Anatolia; e infine le genti delle steppe pontico-caspiche che, tra il III e il II millennio a.C., diffusero nuove forme di mobilità e, probabilmente, le lingue indoeuropee.

Le comunità europee – noi compresi – sono il risultato di questo lungo processo di (tras)formazione. Tuttavia, non tutte le regioni evolvono allo stesso modo: in contesti particolari, come quello alpino, i cambiamenti risultano più lenti e assumono forme specifiche. Il geografo Strabone, in età augustea, descrive gli abitanti delle Alpi come razziatori che “vivono di rapina” e controllavano i passi, mentre il loro territorio era “difficile

da attraversare”. In realtà, dietro questo (pre)giudizio si nasconde una realtà ben più antica: il controllo dei transiti alpini, con l’imposizione di pedaggi, affondava le sue radici in una lunga continuità storica. Potremmo dunque affermare che i Reti – ultimo anello di una catena che si spezzò sotto i colpi romani – non fossero un “popolo nuovo”, ma l’esito finale di una storia che affonda le sue radici nei primi agricoltori e allevatori neolitici del VI millennio a.C. e attraversa l’età del Rame e del Bronzo? Probabilmente sì — e gli studi genetici sembrano confermare questa interpretazione.

Già nell’età del Rame si registra una significativa mobilità lungo le valli dell’Adige e dell’Isarco (fiumi che prendono proprio allora i loro nomi), documentata, tra l’altro, da statue-stele e luoghi di culto e sepoltura: dalla Lessinia al Trentino, dalla Bassa Atesina — Salorno, Laghetti di Egna, Ora e Termeno — fino a Lagundo, Laces, Silandro, Varna e Bressanone. Queste imponenti pietre parlanti testimoniano non solo una capillare rete di luoghi di culto, ma anche un sistema di percorsi ben strutturato e frequentato.

Queste stele antropomorfe raffigurano pugnali del tipo Remedello e altre armi come asce, alabarde e archi. Le figure incise sembrano rappresentare individui di rango elevato — forse cacciatori-guerrieri o capi con funzioni rituali — legati al controllo simbolico e materiale del territorio e al rapporto con il mondo degli antenati divinizzati.

In questa prospettiva, la “rudezza” attribuita dalle fonti classiche alle popolazioni alpine appare come il riflesso, reinterpretato in chiave romana, di una tradizione culturale antichissima, fondata sull’autonomia e sul controllo dei passaggi. Recenti studi dell’Eurac confermano inoltre un quadro genetico relativamente omogeneo, con una marcata componente di ascendenza anatolica. Anche Ötzi rientra in questo contesto: non “sardo” o “turco”, ma portatore di caratteristiche diffuse in quelle popolazioni.

È in questo quadro che si collocano i Reti. A differenza dei coevi Galli padani e Venetici, essi opposero una resistenza più tenace all’avanzata romana, conservando la loro lingua non indoeuropea — caso raro, come per Baschi ed Etruschi. Durante l’età del Ferro, o cultura di Fritzens-Sanzeno, sopravvisse così una tradizione culturale antichissima, collegata alle precedenti culture di Luco-Meluno e, più in generale, alle dinamiche dell’età del Rame e del Bronzo, capace di resistere per secoli all’espansione del mondo mediterraneo e del suo “way of life”.

Questo equilibrio entrò definitivamente in crisi quando Roma decise di trasformare le Alpi da barriera naturale a corridoio strategico. Giulio Cesare effettuò primi interventi nelle aree periferiche del mondo retico, che interessarono anche Trento e la Bassa Atesina; poi Augusto affidò la sottomissione dell’arco alpino centro-orientale ai suoi più fidati e valorosi collaboratori, Druso e Tiberio (figli di primo letto della moglie).

In una sola estate, tra il 16 e il 15 a.C., venne portato a compimento Il grande progetto soprattutto in funzione delle campagne germaniche e della fondazione di città come Augusta Treverorum (Trier), Mogontiacum (Mainz), Castra Regina (Regensburg) e Augusta Vindelicorum (Augsburg).

Autore: Reinhard Christanell

Lo scultore Hermann Klotz e il monumento all’imperatrice Sissi

Entrando nel parco che conduce alla passeggiata d’estate ci si imbatte nella bella statua della imperatrice Elisabetta d’Austria, nata duchessa bavarese, ossia Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, detta Sissi (Monaco di Baviera, 24 dicembre 1837 – Ginevra, 10 settembre 1898), regina apostolica d’Ungheria, regina di Boemia e Croazia e consorte di Francesco Giuseppe d’Austria.  Morì il 10 settembre 1898 mentre passeggiava a Ginevra, accoltellata dall’anarchico italiano Luigi Lucheni. Fu un vero shock per la popolazione tutta.

Amata da tutti, i monumenti in ricordo di Sissi presto si moltiplicarono e nel 1903 anche Merano poté esibire il proprio, somigliante e di raffinata fattura. 

La statua fu posizionata nel parco che prese il suo nome, così come le passeggiate Lungo-Passirio presero i nomi delle sue figlie. Fu opera di Hermann Klotz (Imst 1850 – Dornbirn 1932). Figlio di un maestro falegname, si formò inizialmente con Franz Xaver Renn e Johann Grissemann a Imst, poi lavorò nello studio dell’architetto Karl Kaiser a Vienna. 

Dal 1875 studiò con Otto König presso la Scuola di Arti e Mestieri del Museo Imperiale e Reale Austriaco d’Arte e Industria di Vienna, dove fu nominato capo del neonato dipartimento di intaglio nel 1879 e professore nel 1884. Particolarmente attivo come intagliatore del legno, fu perfetto interprete del marmo e del bronzo. Alla statua indimenticabile in marmo di Lasa di Merano seguì, nel 1906 una seconda statua della imperatrice per la chiesa di Mattia a Budapest. Questa rappresentazione fu così ben accolta che l’imperatore Francesco Giuseppe I fece realizzare piccole copie in porcellana biscuit da regalare a familiari e ospiti di stato. Come logico per la madrina del turismo meranese Elisabetta siede in posa regale su una poltroncina di vimini intrecciato con un abito estivo leggero le cui trasparenze così come le increspature dell’ampia gonna riecheggiano realisticamente nella massa lapidea immortalandone fascino, eleganza e ricercatezza dei modi e degli abiti ad aeternum. 

La prima visita di Sissi a Merano ebbe luogo nel 1870, traducendosi in un importante segnale che le intenzioni della città di diventare un luogo di cura dell’impero, così come lo erano già Bad Ischl con le sue Esplanade in riva al fiume  Traun e molti altri luoghi ancora, non era affatto errata e bisognava proseguire in questo progetto nonostante le tante critiche di una parte della popolazione. Dove soggiornava Sissi, accorrevano anche i membri dell’aristocrazia e dell’alta borghesia europea. In breve tempo, Merano divenne famosa organizzandosi sul piano urbanistico e dell’ospitalità turistica. Nacquero alberghi eleganti, sanatori per le cure, aprirono numerosi ambulatori medici, si stabilì la giusta stagionalità per il tipo di clima, si aprirono caffè e ristoranti, negozi e saloni di bellezza. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

 

OGM, TEA, NGT #2

Siamo abituati a vedere campi di grano o di mais perfettamente uniformi, dove ogni pianta è identica all’altra. Questa immagine, che associamo all’efficienza, è in realtà la più grande debolezza dell’agricoltura moderna. Il professor Salvatore Ceccarelli propone una soluzione rivoluzionaria nella sua semplicità: tornare a mescolare.

Il miglioramento genetico degli ultimi cento anni si è concentrato sull’uniformità. Questo ha reso le piante fragili di fronte al cambiamento climatico. Se arriva una siccità improvvisa o un nuovo parassita, un campo uniforme soccombe interamente perché ogni pianta ha lo stesso punto debole. Al contrario, la natura sopravvive grazie alla biodiversità. La proposta di Ceccarelli è quella delle “popolazioni evolutive”: seminare nello stesso campo centinaia di varietà diverse della stessa specie (ad esempio di frumento).

Cosa succede in un campo dove le piante sono tutte diverse? Accade una magia chiamata evoluzione. Se l’anno è molto secco, le varietà che resistono meglio alla sete produrranno più semi; se l’anno dopo è piovoso, prevarranno le altre. Il campo non è mai uguale a se stesso: cambia, si adatta e “impara” a sopravvivere all’ambiente specifico in cui si trova. È un sistema che non ha bisogno di pesticidi chimici perché, in mezzo a tanta diversità, un fungo o un insetto non trova mai una strada spianata per colpire l’intero raccolto.

Mentre gli OGM (vecchi e nuovi) cercano di risolvere i problemi con un singolo “gene magico” che però diventa inutile dopo poco tempo, i miscugli offrono una resistenza ecologica duratura. I danni causati dai parassiti diventano irrisori, perché le piante collaborano tra loro invece di competere. È una strategia “vincente” dal punto di vista biologico, mentre i nuovi OGM sono definiti da Ceccarelli come “perdenti”, perché incapaci di adattarsi senza l’intervento costante dell’uomo e della chimica.

Per anni, questa pratica è stata ostacolata da leggi sementiere scritte su misura per le grandi industrie, che vietavano la vendita di sementi non uniformi. Oggi, grazie a nuove normative sul biologico, la strada è aperta. Coltivare la diversità significa ridare potere agli agricoltori, che possono produrre i propri semi anno dopo anno senza pagare royalty a nessuno. Ma significa anche tutelare la nostra salute: una dieta basata su prodotti che derivano da popolazioni diverse arricchisce il nostro microbiota intestinale e ci rende più forti. Sostenere i miscugli e i comuni “OGM-free” non è un ritorno al passato, ma l’unico modo scientificamente sensato per affrontare un futuro climatico incerto, garantendo cibo certificato e libertà per chi lo produce e chi lo mangia.

Autore: Donatello Vallotta

Curon Venosta: un paese dalla storia davvero singolare

In cima alla Val Venosta ci aspettano due luoghi incantati ma dalla storia travagliata: il lago di Resia e il paesino di Curon Venosta. Il paesino ebbe modo di dimostrare nel corso dei secoli tenacia e resilienza, piegato più e più volte da calamità naturali, malattie, aggressioni belliche, riuscì sempre a risollevarsi e a tornare ad essere il luogo ospitale per la sua popolazione coraggiosa.

Nel 1147 Curon fu nominato per la prima volta per iscritto con il toponimo latino di Curun apud lacum. Il luogo però, era conosciuto fin dal 1140 con il termine Curum, ossia una parola di origine reto.romana,  per cambiare poi in Curunes a partire dal 1167, Curaun a partire dal 1327 e Grawn a partire dal 1414. 

Fino al 15 a.C. la valle era abitata da popolazioni di origine celtica, ma a seguito della conquista e dell’occupazione dell’Impero Romano, essa divenne un importante via di comunicazione nord sud per le truppe e i commerci. Si trattava dell’irrinunciabile Via Claudia Augusta. Tutto ciò, in età romana portò subito allo stanziamento di nuove popolazioni e lingue. La strada che metteva in comunicazione la penisola italica con la Germania in epoca medievale prese il nome di Via Superiore o Via di Sveva. 

A partire dalla fine del Medioevo l’Alta Val Venosta fu colonizzata nuovamente da popolazioni germaniche la cui cultura divenne dominante. Nel 1140, in località Muta, fu fondato un ospizio per accogliere i pellegrini e carrettieri, e una cappella dedicata a San Valentino. Intorno a questa struttura sorse pian piano l’agglomerato di San Valentino alla Muta. Nel 1326 esistevano case di pescatori e gli abitanti delle Fischerhöfe di San Valentino alla Muta erano obbligati a inviare parte del loro pesce, per il valore di una decima, alla Certosa di Senales. 

Sarà la peste del 1348 a devastare la popolazione, mentre una seconda ondata di morte e distruzione fu provocata dagli engadini che misero a ferro e a fuoco Curon. Il paese si risollevò e con l’andare del tempo si ingrandì fino a decidere di costruire una nuova chiesa. Nel 1521 infatti fu consacrata la chiesetta dedicata a Sant’Anna. Una nuova devastazione colpì Curon nel 1771 quando l’esondazione del Rio Carlino distrusse le case del paesino. 

Nel 1855 il lago di Curon ruppe gli argini allagando una ampia zona del territorio adiacente. Dopo la Prima guerra Mondiale, Curon prese il nome ufficiale di Corona alla Muta, mentre con l’introduzione della toponomastica di regime il paesino tornò a chiamarsi Curon diventando Comune con Resia, San Valentino alla Muta e Vallelunga. 

Durante la Seconda guerra mondiale Curon fu bombardata e morirono quattro persone. Doloroso fu certamente il momento in cui, nel 1950, l’antico abitato di Curon venne allagato per far posto al bacino artificiale del Lago di Resia, ottenuto unificando i due piccoli laghi alpini di Curon e di Resia ad opera della Montecatini. Tutti gli edifici furono rasi al suolo con la sola eccezione del campanile della Chiesa di Santa Caterina di Alessandria che, il 23 luglio, resistette miracolosamente ai colpi di mina che avevano raso al suolo tutte le altre case. Il paese venne ricostruito sul lato orientale della valle e la popolazione venne obbligata a trasferirvisi. 

Ma gli shock non erano finiti: nel 1951, un autobus con 23 persone a bordo precipitò nel Lago di Resia e solo un passeggero sopravvisse.

Il campanile che emerge dalle acque o dal ghiaccio invernale è dunque quello dell’antica chiesa trecentesca che era una semplice costruzione a sala unica con soffitto ligneo. L’abside ospitava l’altare laterale dedicato alla santa mentre l’altare maggiore era dedicato all’Assunzione di Maria al cielo, poiché nell’anno della consacrazione della chiesa (1357) il Papa aveva proclamato un Anno Mariano.

La posa della Prima Pietra per l’attuale chiesa dedicata a Santa Caterina, ebbe luogo nel maggio del 1950. Ultimata nel dicembre del 1951, fu consacrata il 18 maggio 1954 dal vescovo Josef Gargitter. Fu progettata, come le nuove case di Graun, dall’architetto Erich Pattis di Bolzano, ma è più piccola dell’antica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il transito di Michel de Montaigne attraverso le valli altoatesine

Da Vipiteno a Salorno, Michel de Montaigne, celebre autore del Rinascimento francese, racconta nel suo Journal de voyage en Italie il suo viaggio attraverso i luoghi, gli usi e i costumi dei popoli, e le cose che lo affascinano. È il 1580, e il suo cammino in Italia è ancora agli inizi.

Michel de Montaigne (1533-1592), autore francese noto per le sue opere filosofiche, il 22 giugno 1580 parte per intraprendere un lungo viaggio verso Roma, passando attraverso la Svizzera e la Germania. Durante il percorso, ogni cosa desta il suo interesse e gli ispira varie riflessioni, che annota nel suo diario. 

Arriva a Vipiteno nella notte del 25 ottobre 1580. Lungo il cammino ammira i vestiti della gente, i campi di grano e le floride valli sulle quali svettano i campanili di tanti piccoli villaggi, suscitando nel lettore l’impressione di starsi inoltrando in una terra incantata e misteriosa. La sera seguente giunge a Bressanone, che definisce “bellissima cittadina”. “Il signor de Montaigne soleva dire che aveva sempre diffidato dei giudizi altrui sulla bellezza dei paesi stranieri”, ma in questo caso si stupisce particolarmente di come le notizie che correvano sull’inospitalità del luogo e sulla stranezza delle persone che vi vivevano fossero infondate. Infatti, in queste terre “aveva sempre alloggiato in belle città abbondanti di viveri e di vini, e più a buon mercato che altrove”. Passando per Chiusa, il 27 arriva a Collalbo, dove scorge le prime vigne. Il paesaggio cambia drasticamente: ora la natura e la conformazione montuosa iniziano a inasprirsi. Il giorno stesso giunge a Bolzano, che descrive come “sgradevole” a causa dei suoi vicoli stretti e dell’assenza di una piazza principale e “assai scadente al confronto delle altre [città] tedesche”, tanto da esclamare “che si rendeva ben conto d’aver cominciato a lasciare la Germania”. Tuttavia, ne elogia il vino e il pane e ne visita il bel Duomo. La mattina seguente si ferma a Bronzolo per ristorarsi. Da qui, lasciandosi alle spalle l’Isarco, inizia a seguire il “largo e placido” Adige. I monti si abbassano, la valle si allarga e qualche palude inizia a presentarsi sul suo percorso. La Bassa Atesina lo accoglie dolcemente e il suo animo pare rabbonirsi. Passa per Egna, trovandosi coinvolto in una fiera di paese, e arriva infine a Salorno, dove nota il castello Haderburg “sito in curiosa posizione al sommo d’una rupe”. Infine, mette piede in territorio di lingua italiana, giungendo a Trento, città che descrive come “non molto attraente, e che ha perso in tutto il garbo delle città tedesche”. La trasformazione delle città tirolesi in città italiane, già iniziata con Bolzano, è finalmente – e, ai suoi occhi, drammaticamente – compiuta. Da qui, arriverà a Venezia e scenderà verso Roma, dove soggiornerà per poco, per poi ritornare verso le sue terre.

Il Diario di viaggio di Montaigne, seppur brevemente, non solo ci racconta la storia delle nostre valli attraverso lo sguardo attento e sempre curioso di uno dei più grandi pensatori della nostra storia, ma ci trasmette anche le medesime sensazioni che i forestieri d’oggi, in viaggio verso l’Italia, vivono nell’attraversare i nostri confini. Montaigne ci racconta una valle di divergenze e incontri, florida e aspra al contempo, a cavallo tra due culture, due lingue, e una storia di attraversamenti, che trascendono i confini geografici.

Autore: Tommaso Calamaro