Saldo migratorio

Un articolo pubblicato il 13 aprile su ilpost.it segnala che, dopo 12 anni di calo continuo, nel 2025 la popolazione italiana non è diminuita. Lo ha rilevato l’Istat in un rapporto diffuso a fine marzo. Questo risultato è dovuto soprattutto all’immigrazione: le persone arrivate dall’estero hanno compensato, almeno temporaneamente, il calo demografico.

Secondo i dati, la regione con la fecondità più bassa resta la Sardegna, mentre quella con più nascite risulta proprio la nostra, il Trentino-Alto Adige. 

Il governo guidato da Giorgia Meloni ha più volte dichiarato di voler contrastare la diminuzione delle nascite, ma finora le misure adottate sono state limitate e poco efficaci, basate soprattutto su bonus economici. Allo stesso tempo, una parte importante della sua politica si è concentrata sul contrasto all’immigrazione irregolare, con risultati però modesti. Per questo motivo, il dato positivo sulla stabilità della popolazione non è stato particolarmente commentato, a livello governativo.

L’Istat sottolinea che la diminuzione delle nascite è un fenomeno comune a molti paesi europei. In Italia, però, la situazione è aggravata dal fatto che ci sono sempre meno persone in età fertile, a causa del calo demografico degli ultimi decenni. Il paese ha infatti una delle percentuali più basse di giovani sotto i 14 anni e una delle più alte di anziani sopra i 65.

Inoltre, il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi, è peggiorato: nel 2025 i morti sono stati 652mila, molti di più rispetto ai nuovi nati. Senza l’apporto degli immigrati, quindi, la popolazione sarebbe continuata a diminuire.

Va però considerato che, mentre aumentano i residenti stranieri, diminuiscono quelli che ottengono la cittadinanza italiana: nel 2025 sono stati 196mila, meno rispetto agli anni precedenti. L’Istat dice che il calo si deve principalmente al decreto-legge approvato un anno fa, e poi convertito in legge, che ha limitato i requisiti per ottenere la cittadinanza italiana con lo ius sanguinis, latino per “diritto di sangue”, per il quale una persona può essere riconosciuta come italiana se è discendente di un cittadino o di una cittadina italiana. 

A mio avviso i dati riportati invitano quanto mai a riflettere e a costruire politiche più concrete e realistiche per il futuro dei nostri territori.

Autore: Luca Sticcotti

Discriminazione salariale. Fenomeno complesso e evitabile

Ci si può chiedere quali siano le cause del divario nelle retribuzioni tra donne e uomini e se il fenomeno riguardi anche l’Alto Adige. I dati presentati in occasione dell’Equal Pay Day, promosso dalla Provincia di Bolzano per il 17 aprile, descrivono una situazione che fa parlare, anche dalle nostre parti, di discriminazione salariale.

Il gender pay gap in Alto Adige non solo persiste, ma è leggermente aumentato, passando dal 17,3 al 17,5 per cento nell’ultimo anno. Un divario che, come sottolineato dalle istituzioni locali, non è solo una statistica, ma incide concretamente sull’intera vita delle donne, fino alla pensione.

Le cause di questo fenomeno sono molteplici e intrecciate. In primo luogo, pesa la struttura del mercato del lavoro: le donne sono più spesso occupate in settori meno remunerati o con contratti part-time, una condizione che in Alto Adige riguarda quasi la metà delle lavoratrici. A ciò si aggiungono le interruzioni di carriera legate ai carichi di cura, che riducono continuità e possibilità di avanzamento.

Un secondo fattore è rappresentato dalla difficoltà di accesso alle posizioni apicali. Nonostante i progressi, le donne restano sottorappresentate nei ruoli decisionali, con effetti diretti sulle retribuzioni medie. Qui entrano in gioco anche stereotipi e pregiudizi culturali, spesso invisibili ma ancora radicati, che influenzano valutazioni, promozioni e negoziazioni salariali.

Infine, il divario è alimentato da fattori più profondi, legati alla socializzazione e alle scelte formative: uomini e donne tendono a concentrarsi in ambiti professionali diversi, con ricadute economiche significative. Come ricordano gli studi sul tema, il gender pay gap è il risultato combinato di differenze nei settori, nelle ore lavorate e, in parte, di discriminazioni dirette.

Di fronte a questo scenario, iniziative come l’Equal Pay Day non hanno solo una funzione simbolica, ma mirano a promuovere maggiore trasparenza e consapevolezza. Perché il divario salariale non è inevitabile: è il prodotto di scelte economiche, sociali e culturali che possono – e devono – essere cambiate.

Autore: Paolo Bill Valente

La rivoluzione industriale e le sue conseguenze

Dietro questo nome lungo e imponente, si cela una band bolzanina a cui Bolzano va stretta, una band che è sulla breccia da qualche anno ed è rimasta senza nome a lungo, fino a che, messi alle strette dalla necessità di avere un nome con cui presentarsi in pubblico, i ragazzi hanno provocatoriamente optato per le parole iniziali di un proclama del tristemente famoso Unabomber. È un nome lungo, ma per nulla difficile da memorizzare, ci dicono nel corso dell’incontro all’indomani dell’uscita del loro debutto discografico intitolato Polline, celebrato con un ascolto condiviso coi fan presso il negozio di dischi Rebel Rebel e con un concerto al Papperlapapp poche ore dopo.

“Tutto è iniziato – spiega il bassista Davide – quando ai tempi delle medie Ruben ed io abbiamo sentito la necessità di fare una band per socializzare. Poi un po’ alla volta siamo giunti alla formazione attuale, quando abbiamo sentito la necessità di fare roba nostra”.

Riccardo (voce e tastiere), Ruben e Thomas (chitarre e voci), sono gli autori dei brani che compongono il disco, e il quintetto si completa con Davide (basso) e Gabriele (batteria). All’inizio, nelle intenzioni dei cinque ragazzi il disco avrebbe dovuto essere un concept, un po’ sulla scia di quanto facevano i gruppi prog rock degli anni settanta, poi le cose sono andate in un’altra direzione per la difficoltà di costruire una storia attorno alle canzoni, ma l’idea di base è rimasta.

“Inizialmente – è Ruben a parlare – doveva esserci la storia, tipo The Lamb Lies Down On Broadway per intenderci (album dei Genesis, n.d.r.), una storia lineare. La cosa però non si è concretizzata perché ci è risultata difficile da portare a termine in quanto ci costringeva dentro a degli schemi. Così alla fine c’è un’atmosfera che domina il lavoro mentre la storia è presa, per così dire, in maniera laterale”.

Nel progetto originale ci doveva essere il personaggio di un cavaliere e c’erano ampi riferimenti alla natura, che hanno finito col dare origine al titolo del disco.

“Ci abbiamo messo molto a scegliere il titolo, è stato difficilissimo – è Thomas ora a parlare – volevamo prendere qualcosa di affine all’idea iniziale, Polline suonava giusto, perché è qualcosa che si muove nella natura, ha un inizio ma anche una fine, inoltre ti dà fastidio se hai l’allergia. (Risate degli altri, n.d.r.)”.

“Polline l’ha inventato Davide, credo – è di nuovo Ruben a parlare – ed è anche il titolo di una raccolta di aforismi di Novalis, aforismi frammentari la cui intenzione è proprio quella di dare uno spunto a chi legge per giungere ad una riflessione, che è poi ciò che vorremmo facessero le nostre canzoni”.

I testi scritti da Ruben, Thomas e Riccardo, da un lato nascondono neppure velatamente una certa ironia, e seppure nel missaggio la voce non emerga del tutto, ma pare trattarsi una scelta voluta, si tratta di testi non scontati.

“Fino a qualche mese fa – ci spiega Riccardo –, soprattutto nei concerti, c’era una parte, per così dire comica, affidata proprio ai contenuti, in particolare quelli scritti da me e Thomas. Avevamo l’esigenza di divertire il pubblico. Lavorando ad un disco però le cose sono cambiate e soprattutto Thomas e Ruben hanno cominciato a impegnarsi maggiormente nella scrittura.”

“I testi – specifica Ruben – girano intorno alle nostre esperienze, con l’intenzione di raccontare quelle adolescenziali, come è stato crescere e vivere a Bolzano, come fosse un romanzo di formazione. Crescere in questa città per noi è stata una cosa noiosa, diciamo che non è un paese per giovani. Forse siamo noi che tendiamo a lamentarci troppo, ma abbiamo anche le nostre ragioni”.

“Sono testi – conclude Riccardo – che raccontano anche la nostra emotività. Non solo riguardo al vivere a Bolzano, ma anche al rapporto con l’amore, sono canzoni che raccontano noi stessi”. 

I ragazzi, comunque, sono molto contenti di come è andato il concerto di presentazione del loro disco che è stato accolto bene dal pubblico di loro coetanei e affini. L’augurio è che comunque s’impegnino, con la loro musica e con la loro voglia di fare, per rendere Bolzano più simile alla città che vorrebbero. Intanto, da un po’ più di un anno sono riusciti a portare la loro musica anche fuori città e dopo la presentazione bolzanina, il disco è atteso sui palchi di Milano e Bologna.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La via dedicata a Francesco Baracca

In zona industriale, partendo da via Loris Musy vi è la via per raggiungere e costeggiare l’Aeroporto Francesco Baracca, dedicato ad un noto aviatore italiano; è, giustamente, via Aeroporto Francesco Baracca. Nato a Lugo di Romagna il 9 maggio 1888, dopo la Scuola militare di Modena, da cui uscì nel settembre 1909, passò nelle file dell’aviazione militare. Il 9 luglio 1912 conseguì il brevetto di pilota alla scuola di pilotaggio dell’aviazione militare francese a Reims. Si abituò a pilotare diversi tipi di apparecchi; il 24 maggio 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, presso l’aeroporto parigino di Bourget si preparò sugli arei di tipo “Nieuport”, dotati di una velocità eccezionale per l’epoca. Rientrato in Italia nel luglio 1915, fu subito mandato al fronte; il 7 aprile 1916 ottenne la prima vittoria in un duello aereo: costrinse ad atterrare, ancora quasi intatto, all’interno delle linee italiane un velivolo austriaco tipo “Aviatik”, meritandosi la prima medaglia d’argento al valor militare. Nel 1917, all’ottavo aereo nemico abbattuto, gli fu conferita la croce dell’Ordine Militare di Savoia. Nella primavera del 1917 passò alla 91ma squadriglia, una unità di nuova costituzione, chiamata “la squadriglia degli assi”; divenne presto la squadriglia più famosa del fronte. Durante la battaglia di Caporetto e la ritirata, con azioni rischiosissime di mitragliamento a bassa quota, Francesco Baracca ostacolò il nemico, meritandosi altre due medaglie d’argento. Il 7 dicembre 1917 sull’altopiano di Asiago abbatteva il suo trentesimo aereo nemico; fu re Alberto in persona il 6 febbraio 1918 a conferirgli  la croce dell’ufficiale della Corona belga; gli fu conferita anche la medaglia d’oro al valor militare. Il 15 giugno 1918 abbatté il suo trentaquattresimo aereo nemico. Il 19 giugno il suo apparecchio fu colpito sulle pendici del  Montello da due pallottole incendiarie di fucile: fu perforato il serbatoio ma fu colpito anche l’asso dell’aviazione militare italiana.

Autore: Leone Sticcotti

Curon Venosta: un paese dalla storia davvero singolare

In cima alla Val Venosta ci aspettano due luoghi incantati ma dalla storia travagliata: il lago di Resia e il paesino di Curon Venosta. Il paesino ebbe modo di dimostrare nel corso dei secoli tenacia e resilienza, piegato più e più volte da calamità naturali, malattie, aggressioni belliche, riuscì sempre a risollevarsi e a tornare ad essere il luogo ospitale per la sua popolazione coraggiosa.

Nel 1147 Curon fu nominato per la prima volta per iscritto con il toponimo latino di Curun apud lacum. Il luogo però, era conosciuto fin dal 1140 con il termine Curum, ossia una parola di origine reto.romana,  per cambiare poi in Curunes a partire dal 1167, Curaun a partire dal 1327 e Grawn a partire dal 1414. 

Fino al 15 a.C. la valle era abitata da popolazioni di origine celtica, ma a seguito della conquista e dell’occupazione dell’Impero Romano, essa divenne un importante via di comunicazione nord sud per le truppe e i commerci. Si trattava dell’irrinunciabile Via Claudia Augusta. Tutto ciò, in età romana portò subito allo stanziamento di nuove popolazioni e lingue. La strada che metteva in comunicazione la penisola italica con la Germania in epoca medievale prese il nome di Via Superiore o Via di Sveva. 

A partire dalla fine del Medioevo l’Alta Val Venosta fu colonizzata nuovamente da popolazioni germaniche la cui cultura divenne dominante. Nel 1140, in località Muta, fu fondato un ospizio per accogliere i pellegrini e carrettieri, e una cappella dedicata a San Valentino. Intorno a questa struttura sorse pian piano l’agglomerato di San Valentino alla Muta. Nel 1326 esistevano case di pescatori e gli abitanti delle Fischerhöfe di San Valentino alla Muta erano obbligati a inviare parte del loro pesce, per il valore di una decima, alla Certosa di Senales. 

Sarà la peste del 1348 a devastare la popolazione, mentre una seconda ondata di morte e distruzione fu provocata dagli engadini che misero a ferro e a fuoco Curon. Il paese si risollevò e con l’andare del tempo si ingrandì fino a decidere di costruire una nuova chiesa. Nel 1521 infatti fu consacrata la chiesetta dedicata a Sant’Anna. Una nuova devastazione colpì Curon nel 1771 quando l’esondazione del Rio Carlino distrusse le case del paesino. 

Nel 1855 il lago di Curon ruppe gli argini allagando una ampia zona del territorio adiacente. Dopo la Prima guerra Mondiale, Curon prese il nome ufficiale di Corona alla Muta, mentre con l’introduzione della toponomastica di regime il paesino tornò a chiamarsi Curon diventando Comune con Resia, San Valentino alla Muta e Vallelunga. 

Durante la Seconda guerra mondiale Curon fu bombardata e morirono quattro persone. Doloroso fu certamente il momento in cui, nel 1950, l’antico abitato di Curon venne allagato per far posto al bacino artificiale del Lago di Resia, ottenuto unificando i due piccoli laghi alpini di Curon e di Resia ad opera della Montecatini. Tutti gli edifici furono rasi al suolo con la sola eccezione del campanile della Chiesa di Santa Caterina di Alessandria che, il 23 luglio, resistette miracolosamente ai colpi di mina che avevano raso al suolo tutte le altre case. Il paese venne ricostruito sul lato orientale della valle e la popolazione venne obbligata a trasferirvisi. 

Ma gli shock non erano finiti: nel 1951, un autobus con 23 persone a bordo precipitò nel Lago di Resia e solo un passeggero sopravvisse.

Il campanile che emerge dalle acque o dal ghiaccio invernale è dunque quello dell’antica chiesa trecentesca che era una semplice costruzione a sala unica con soffitto ligneo. L’abside ospitava l’altare laterale dedicato alla santa mentre l’altare maggiore era dedicato all’Assunzione di Maria al cielo, poiché nell’anno della consacrazione della chiesa (1357) il Papa aveva proclamato un Anno Mariano.

La posa della Prima Pietra per l’attuale chiesa dedicata a Santa Caterina, ebbe luogo nel maggio del 1950. Ultimata nel dicembre del 1951, fu consacrata il 18 maggio 1954 dal vescovo Josef Gargitter. Fu progettata, come le nuove case di Graun, dall’architetto Erich Pattis di Bolzano, ma è più piccola dell’antica.

Autrice: Rosanna Pruccoli

OGM, TEA, NGT #2

Siamo abituati a vedere campi di grano o di mais perfettamente uniformi, dove ogni pianta è identica all’altra. Questa immagine, che associamo all’efficienza, è in realtà la più grande debolezza dell’agricoltura moderna. Il professor Salvatore Ceccarelli propone una soluzione rivoluzionaria nella sua semplicità: tornare a mescolare.

Il miglioramento genetico degli ultimi cento anni si è concentrato sull’uniformità. Questo ha reso le piante fragili di fronte al cambiamento climatico. Se arriva una siccità improvvisa o un nuovo parassita, un campo uniforme soccombe interamente perché ogni pianta ha lo stesso punto debole. Al contrario, la natura sopravvive grazie alla biodiversità. La proposta di Ceccarelli è quella delle “popolazioni evolutive”: seminare nello stesso campo centinaia di varietà diverse della stessa specie (ad esempio di frumento).

Cosa succede in un campo dove le piante sono tutte diverse? Accade una magia chiamata evoluzione. Se l’anno è molto secco, le varietà che resistono meglio alla sete produrranno più semi; se l’anno dopo è piovoso, prevarranno le altre. Il campo non è mai uguale a se stesso: cambia, si adatta e “impara” a sopravvivere all’ambiente specifico in cui si trova. È un sistema che non ha bisogno di pesticidi chimici perché, in mezzo a tanta diversità, un fungo o un insetto non trova mai una strada spianata per colpire l’intero raccolto.

Mentre gli OGM (vecchi e nuovi) cercano di risolvere i problemi con un singolo “gene magico” che però diventa inutile dopo poco tempo, i miscugli offrono una resistenza ecologica duratura. I danni causati dai parassiti diventano irrisori, perché le piante collaborano tra loro invece di competere. È una strategia “vincente” dal punto di vista biologico, mentre i nuovi OGM sono definiti da Ceccarelli come “perdenti”, perché incapaci di adattarsi senza l’intervento costante dell’uomo e della chimica.

Per anni, questa pratica è stata ostacolata da leggi sementiere scritte su misura per le grandi industrie, che vietavano la vendita di sementi non uniformi. Oggi, grazie a nuove normative sul biologico, la strada è aperta. Coltivare la diversità significa ridare potere agli agricoltori, che possono produrre i propri semi anno dopo anno senza pagare royalty a nessuno. Ma significa anche tutelare la nostra salute: una dieta basata su prodotti che derivano da popolazioni diverse arricchisce il nostro microbiota intestinale e ci rende più forti. Sostenere i miscugli e i comuni “OGM-free” non è un ritorno al passato, ma l’unico modo scientificamente sensato per affrontare un futuro climatico incerto, garantendo cibo certificato e libertà per chi lo produce e chi lo mangia.

Autore: Donatello Vallotta

Lo scultore Hermann Klotz e il monumento all’imperatrice Sissi

Entrando nel parco che conduce alla passeggiata d’estate ci si imbatte nella bella statua della imperatrice Elisabetta d’Austria, nata duchessa bavarese, ossia Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, detta Sissi (Monaco di Baviera, 24 dicembre 1837 – Ginevra, 10 settembre 1898), regina apostolica d’Ungheria, regina di Boemia e Croazia e consorte di Francesco Giuseppe d’Austria.  Morì il 10 settembre 1898 mentre passeggiava a Ginevra, accoltellata dall’anarchico italiano Luigi Lucheni. Fu un vero shock per la popolazione tutta.

Amata da tutti, i monumenti in ricordo di Sissi presto si moltiplicarono e nel 1903 anche Merano poté esibire il proprio, somigliante e di raffinata fattura. 

La statua fu posizionata nel parco che prese il suo nome, così come le passeggiate Lungo-Passirio presero i nomi delle sue figlie. Fu opera di Hermann Klotz (Imst 1850 – Dornbirn 1932). Figlio di un maestro falegname, si formò inizialmente con Franz Xaver Renn e Johann Grissemann a Imst, poi lavorò nello studio dell’architetto Karl Kaiser a Vienna. 

Dal 1875 studiò con Otto König presso la Scuola di Arti e Mestieri del Museo Imperiale e Reale Austriaco d’Arte e Industria di Vienna, dove fu nominato capo del neonato dipartimento di intaglio nel 1879 e professore nel 1884. Particolarmente attivo come intagliatore del legno, fu perfetto interprete del marmo e del bronzo. Alla statua indimenticabile in marmo di Lasa di Merano seguì, nel 1906 una seconda statua della imperatrice per la chiesa di Mattia a Budapest. Questa rappresentazione fu così ben accolta che l’imperatore Francesco Giuseppe I fece realizzare piccole copie in porcellana biscuit da regalare a familiari e ospiti di stato. Come logico per la madrina del turismo meranese Elisabetta siede in posa regale su una poltroncina di vimini intrecciato con un abito estivo leggero le cui trasparenze così come le increspature dell’ampia gonna riecheggiano realisticamente nella massa lapidea immortalandone fascino, eleganza e ricercatezza dei modi e degli abiti ad aeternum. 

La prima visita di Sissi a Merano ebbe luogo nel 1870, traducendosi in un importante segnale che le intenzioni della città di diventare un luogo di cura dell’impero, così come lo erano già Bad Ischl con le sue Esplanade in riva al fiume  Traun e molti altri luoghi ancora, non era affatto errata e bisognava proseguire in questo progetto nonostante le tante critiche di una parte della popolazione. Dove soggiornava Sissi, accorrevano anche i membri dell’aristocrazia e dell’alta borghesia europea. In breve tempo, Merano divenne famosa organizzandosi sul piano urbanistico e dell’ospitalità turistica. Nacquero alberghi eleganti, sanatori per le cure, aprirono numerosi ambulatori medici, si stabilì la giusta stagionalità per il tipo di clima, si aprirono caffè e ristoranti, negozi e saloni di bellezza. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

 

Il filo rosso alpino: dal Neolitico ai Reti

I popoli europei portano nel loro Dna le tracce di tre grandi movimenti che hanno ridisegnato il volto del continente: i cacciatori-raccoglitori del Mesolitico; gli agricoltori provenienti dall’Anatolia; e infine le genti delle steppe pontico-caspiche che, tra il III e il II millennio a.C., diffusero nuove forme di mobilità e, probabilmente, le lingue indoeuropee.

Le comunità europee – noi compresi – sono il risultato di questo lungo processo di (tras)formazione. Tuttavia, non tutte le regioni evolvono allo stesso modo: in contesti particolari, come quello alpino, i cambiamenti risultano più lenti e assumono forme specifiche. Il geografo Strabone, in età augustea, descrive gli abitanti delle Alpi come razziatori che “vivono di rapina” e controllavano i passi, mentre il loro territorio era “difficile

da attraversare”. In realtà, dietro questo (pre)giudizio si nasconde una realtà ben più antica: il controllo dei transiti alpini, con l’imposizione di pedaggi, affondava le sue radici in una lunga continuità storica. Potremmo dunque affermare che i Reti – ultimo anello di una catena che si spezzò sotto i colpi romani – non fossero un “popolo nuovo”, ma l’esito finale di una storia che affonda le sue radici nei primi agricoltori e allevatori neolitici del VI millennio a.C. e attraversa l’età del Rame e del Bronzo? Probabilmente sì — e gli studi genetici sembrano confermare questa interpretazione.

Già nell’età del Rame si registra una significativa mobilità lungo le valli dell’Adige e dell’Isarco (fiumi che prendono proprio allora i loro nomi), documentata, tra l’altro, da statue-stele e luoghi di culto e sepoltura: dalla Lessinia al Trentino, dalla Bassa Atesina — Salorno, Laghetti di Egna, Ora e Termeno — fino a Lagundo, Laces, Silandro, Varna e Bressanone. Queste imponenti pietre parlanti testimoniano non solo una capillare rete di luoghi di culto, ma anche un sistema di percorsi ben strutturato e frequentato.

Queste stele antropomorfe raffigurano pugnali del tipo Remedello e altre armi come asce, alabarde e archi. Le figure incise sembrano rappresentare individui di rango elevato — forse cacciatori-guerrieri o capi con funzioni rituali — legati al controllo simbolico e materiale del territorio e al rapporto con il mondo degli antenati divinizzati.

In questa prospettiva, la “rudezza” attribuita dalle fonti classiche alle popolazioni alpine appare come il riflesso, reinterpretato in chiave romana, di una tradizione culturale antichissima, fondata sull’autonomia e sul controllo dei passaggi. Recenti studi dell’Eurac confermano inoltre un quadro genetico relativamente omogeneo, con una marcata componente di ascendenza anatolica. Anche Ötzi rientra in questo contesto: non “sardo” o “turco”, ma portatore di caratteristiche diffuse in quelle popolazioni.

È in questo quadro che si collocano i Reti. A differenza dei coevi Galli padani e Venetici, essi opposero una resistenza più tenace all’avanzata romana, conservando la loro lingua non indoeuropea — caso raro, come per Baschi ed Etruschi. Durante l’età del Ferro, o cultura di Fritzens-Sanzeno, sopravvisse così una tradizione culturale antichissima, collegata alle precedenti culture di Luco-Meluno e, più in generale, alle dinamiche dell’età del Rame e del Bronzo, capace di resistere per secoli all’espansione del mondo mediterraneo e del suo “way of life”.

Questo equilibrio entrò definitivamente in crisi quando Roma decise di trasformare le Alpi da barriera naturale a corridoio strategico. Giulio Cesare effettuò primi interventi nelle aree periferiche del mondo retico, che interessarono anche Trento e la Bassa Atesina; poi Augusto affidò la sottomissione dell’arco alpino centro-orientale ai suoi più fidati e valorosi collaboratori, Druso e Tiberio (figli di primo letto della moglie).

In una sola estate, tra il 16 e il 15 a.C., venne portato a compimento Il grande progetto soprattutto in funzione delle campagne germaniche e della fondazione di città come Augusta Treverorum (Trier), Mogontiacum (Mainz), Castra Regina (Regensburg) e Augusta Vindelicorum (Augsburg).

Autore: Reinhard Christanell

Insalata di radicchio, mango, cavolfiore e noci

Ingredienti

4 porzioni
Tempo 45 minuti
1 cavolfiore medio
3 C olio extravergine di oliva
sale q. b.
pepe q. b.
1 c paprika (facoltativa)
1 cespo di radicchio rosso
2 C semi di sesamo
40 g noci sgusciate
100 ml yogurt greco
1 C senape delicata
1 C succo di limone
1 mango

Preparazione

Lavate il cavolfiore e dividetelo in cimette. Condite con il primo cucchiaio di olio extravergine di oliva, sale, pepe e, se desiderate, un po’ di paprika. Disponete le cimette su una teglia rivestita con la carta da forno e cuocete in forno preriscaldato a 200° C per 25-30 minuti.
Preparate il radicchio al sesamo, lavandolo e tagliandolo a striscioline sottili. In una padella antiaderente tostate i semi di sesamo per un minuto senza utilizzare grassi.
Aggiungete il radicchio nella padella con il secondo cucchiaio di olio extravergine di oliva, saltate per 1-2 minuti e condite con un pizzico di sale.
Passate alla salsa alle noci. Frullate le noci con lo yogurt greco, il terzo cucchiaio di olio extravergine di oliva, la senape, il succo di limone, sale e pepe. Se necessario aggiungete un po’ di acqua per ottenere una consistenza cremosa e fluida.
Sbucciate il mango e tagliatelo a cubetti.
Nei piatti da antipasto o un piatto da portata, stendete il radicchio saltato al sesamo come base. Adagiate sopra le cimette di cavolfiore arrostito, distribuite i cubetti di mango sopra l’insalata e aggiungete delle noci tostate intere o spezzettate.
Completate versando la salsa alle noci sopra l’insalata e completate con un filo di olio extravergine, pepe e un po’ di paprika.

Consiglio

Per un tocco ancora più sfizioso, potete arricchire l’insalata con un filo di aceto balsamico o di aceto di mele; aggiungerà una piacevole nota acida e un contrasto perfetto con la dolcezza del mango.

Libro: Quattro stagioni
di colori e sapori
ISBN: 978-88-6839-880-4

Salute, scienza e… pace

Nel corso del mese di gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno completato il ritiro dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), accusando l’organizzazione di inefficienza e politicizzazione. Questa decisione ha comportato l’interruzione dei finanziamenti, creando emergenze sanitarie, specialmente in Africa, e sospendendo la condivisione di dati cruciali come quelli sul virus influenzale. Il ritiro è stato sciaguratamente definito come una “promessa mantenuta” dall’amministrazione statunitense.

Per fortuna l’OMS prosegue imperterrita la sua attività e il tema della promozione della salute a livello globale (quelle di tutti, anche dei più poveri, miliardi di persone) torna in primo piano in occasione della Giornata Mondiale della Salute 2026 che si celebra il 7 aprile. 

In un tempo incerto come questo, l’OMS non può fare altro che rilanciare il suo invito a schierarsi dalla parte della scienza, attraverso lo slogan “Together for Health. Stand with Science” (Insieme per la Salute. Sosteniamo la Scienza), e una specifica campagna che durerà un anno intero.  L’intenzione è quella di ricordare la forza della collaborazione scientifica per proteggere la salute delle persone, degli animali, delle piante e del pianeta. Questo evento mette in luce sia i risultati scientifici raggiunti che la cooperazione multilaterale necessaria per trasformare le evidenze in azioni concrete, con una forte attenzione all’approccio One Health. Alla campagna, si collegano due importanti eventi globali: il Vertice Internazionale One Health (7 aprile), ospitato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dal Governo francese, e il primo Forum globale dei Centri collaborativi dell’OMS (7-9 aprile), che riunisce circa 800 Istituzioni scientifiche provenienti da oltre 80 Paesi. 

La campagna invita le persone di tutto il mondo – e quindi anche noi – a partecipare, celebrando i risultati scientifici, confrontandosi con le evidenze, condividendo storie personali su come la scienza migliora la vita ed unendosi al dialogo globale attraverso gli hashtag (social).

L’aspetto per me più significativo dell’iniziativa dell’OMS è proprio l’estensione del concetto della salute ad animali, piante e il pianeta stesso, indicando l’ecosistema che dobbiamo proteggere e difendere, da chi invece tende a rinnegare le conquiste del progresso scientifico.

Pensando poi magari tra l’altro di poter fare il bello e il cattivo tempo, indicando umani di serie A e serie B, e bombardando a piacimento qua e là.

Autore: Luca Sticcotti