Esempio foodstory

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Il coach di atletica

Angelo Nobile è conosciuto in città per la sua passione sportiva. È allenatore di atletica leggera e la salute delle ragazze e dei ragazzi gli sta molto a cuore.

La cosa che mi piace di me.

La lealtà intellettuale.

Il mio principale difetto.

La poca pazienza nei rapporti interpersonali.

La volta in cui sono stato più felice.

Alla nascita di mio figlio Ivan.

Un libro da portare sull’isola deserta.

Un libro di atletica leggera.

L’occupazione preferita.

Stare al campo di atletica.

Il paese dove vorrei vivere.

In Norvegia, oppure in Svezia.

Il mio piatto preferito.

La zuppa d’orzo.

Non sopporto… 

Chi non è leale ed onesto.

Per un giorno vorrei essere.

Antonio Conte, l’allenatore di calcio.

La mia paura maggiore.

Morire.

Nel mio frigo non manca… 

Una bibita fresca.

Se fossi un animale sarei… 

Uno squalo.

Mi sono sentito orgoglioso quando…

Quando sono diventato allenatore di atletica leggera di secondo livello.

Il mio motto.

Trovare soluzioni, anziché problemi.

Il capriccio che non mi sono mai tolto.

Un viaggio intercontinentale. 

Il giocattolo che ho amato di più.

Una macchinina gialla.

I miei artisti preferiti. 

Tutti gli attori del cinema italiano.

Il dono di natura che vorrei avere.

Più autorevolezza.

La qualità che preferisco in una donna… 

La simpatia e l’affidabilità. 

…e in un uomo.

La coerenza e l’affidabilità

Dico bugie solo… 

In caso di estremo aiuto.

Dove mi vedo fra dieci anni.

In un altro paese.

Il colore che preferisco.

Il giallo.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Ad agosto.

Da bambino sognavo.

Di fare il calciatore.

Un sogno nel cassetto ancora da realizzare.

Partecipare alle Olimpiadi come allenatore.

Autore: Francesca Morrone

“Orgogliosa? Quando mi sono laureata!”

Nicole Heuschreck nasce a Bolzano il 5 giugno 1996. Cresce a Laives, ma studia al liceo linguistico G. Carducci di Bolzano. Dopo il diploma si iscrive al corso di Infermieristica della Claudiana e nel 2019 consegue il titolo di laurea. Oggi lavora come infermiera all’ospedale di Bolzano. “Al momento la mia vita si divide tra casa e lavoro”, racconta, “ma mi ritengo fortunata, perché è un lavoro che amo”.

La cosa che mi piace di più di me.

La capacità di trovare il lato positivo anche in situazioni difficili. 

Il mio principale difetto.

A volte parlo troppo. 

La volta che sono stata più felice.

Quando ho trovato la mia indipendenza andando a vivere da sola. 

La volta che sono stata più infelice.

Quando ho perso mio nonno. 

Da bambina sognavo di diventare…

Una dottoressa.

L’errore che non rifarei.

Lasciare che il giudizio della gente influisca sulle mie decisioni. 

La persona che invidio di più.

Non invidio nessuno, mi piace prendere come esempio alcune persone. 

La persona che ammiro di più.

Tutte le donne che lottano per i loro diritti. 

Un libro da portare su un’isola deserta. 

“Come sopravvivere su un’isola deserta”. 

Il capriccio che non mi sono mai tolta. 

Comprare un biglietto aereo di sola andata. 

L’ultima volta che ho pianto.

Piango spesso, mi aiuta a scaricare lo stress. 

La mia occupazione preferita. 

Fotografare i tramonti. 

Il colore che preferisco.

Lilla.

Il fiore che amo.

Il glicine. 

Il mio piatto preferito.

Purée e polpette fatte da mia nonna. 

Del mio aspetto non mi piace.

Mi impegno a piacermi ogni giorno. 

Non sopporto…

I ritardatari. 

La mia paura più grande.

Perdere qualcuno che amo. 

L’oggetto a cui sono più legata.

Cerco di non legarmi alle cose materiali. 

Il giocattolo che ho amato di più.

Il mio peluche Leo. 

La disgrazia più grande.

Dover dipendere da qualcuno. 

Il mio più grande rimpianto.

Penso che, nella vita, la cosa peggiore sia avere rimpianti. 

Nel mio frigorifero non manca mai…

Il latte fresco. 

Se fossi un animale, sarei…

Un’aquila.

Mi sono sentita orgogliosa quando…

Mi sono laureata!

Il mio motto.

Se vuoi, puoi.

I magazzini di Laives

A un’agricoltura di sussistenza calibrata sul fabbisogno delle famiglie (tradizione tramandata da secoli anche in campo vinicolo, dove ogni maso aveva il suo vigneto per uso proprio), nel primo dopoguerra si sostituì lentamente un’attività mirata alla commercializzazione dei prodotti coltivati, soprattutto mele e pere. Ovviamente il “cambio di passo” fu graduale e difficoltoso: gli appezzamenti a Laives erano di piccole dimensioni, gli strumenti a disposizione pochi e malandati. Il carro trainato da animali era ancora il mezzo di trasporto più diffuso e solo la nuova ferrovia permise forme rudimentali di export verso Innsbruck, Vienna o San Pietroburgo.
I primi commercianti attivi sul territorio in primavera giravano per i campi e acquistavano – quasi sempre per pochi soldi – la frutta “alla fioritura”; poi si occupavano personalmente delle fasi finali della coltivazione, raccolto compreso. Si chiamavano Cadsky, Santifaller e Koessler. Il bolzanino Cadsky, una potenza nel settore, costruì per primo un vero e proprio magazzino dove stivare la merce. Le celle frigorifere non esistevano.
Ovviamente anche altri fiutarono l’affare e Laives divenne un punto d’attrazione anche per i commercianti dell’Italia settentrionale. Si stabilirono in paese “agenti” come Milani, Carlini e Gaggero. Milani aveva il suo magazzino presso l’attuale Despar di via Kennedy. A Carlini succedette Groselli in via Marconi. Il magazzino Santifaller, invece, fu successivamente rilevato dalla famiglia Clementi che operava anche in via Damiano Chiesa.
Con l’aumento esponenziale della produzione e l’arrivo di sempre nuove varietà di mele e pere (su tutte la Golden Delicious e la Kaiser Alexander), vi fu la necessità di un sempre maggior numero di magazzini. I vari Pedrotti, Slanzi, Dallago, Monsorno e Mittermair si aggiunsero o in parte sostituirono i primi commercianti di Laives. A San Giacomo rimase attivo a lungo Espen.
Accanto ai magazzini privati, che ancora oggi rappresentano una particolarità nel settore, nacquero, in era fascista, le cooperative. La prima fu la OGL nel 1933. A un certo punto se ne contarono tre che poi si unirono nella più vecchia e rinomata, la Kaiser Alexander di via Fabio Filzi.
I magazzini furono importanti non solo per il commercio ma anche perché offrivano opportunità di occupazione a molte persone, soprattutto donne che erano impiegate nella cernita della frutta. Poco prima di mezzogiorno, nelle vie del paese era tutto uno sciamare frenetico di cernitrici verso i focolari domestici per preparare in tempo il pranzo per mariti e figli.

In foto principale: Lavoratrici di mele
Copyright: Giuseppe Camelin

Autore: Reinhard Christanell

Umanesimo digitale: è il momento giusto

Ho pensato a lungo a come avrei voluto concludere la rubrica della “città digitale” in questo 2020 così difficile sotto tanti punti di vista. Avrei certamente potuto raccontarvi di qualche curiosità o ulteriore avanzamento della tecnologia, che sempre più sta diventando un’estensione di noi stessi – come un grande paio di occhiali sul mondo, digitale e non. Oppure avrei potuto raccontarvi di una delle tante problematiche che ancora le nostre città non hanno risolto. Ma sono tutti esempi piccoli di fronte ad un tema molto più ampio che ci tocca, e ci deve sempre più toccare, tutti: quello dell’alleanza, ancora purtroppo incompiuta, tra scienza e umanesimo.
In quest’anno di pandemia ci siamo accorti ancora una volta di quanto non sia fatta di certezze, ma di evidenze da scoprire con fatica e dedizione, di passi falsi e dibattiti, di torri che vengono costruite piano piano, buttate giù, e ricostruite. Ce ne siamo accorti quando abbiamo sentito gli scienziati in disaccordo su molti dei temi di dibattito: questa è la normalità, sopratutto se consideriamo che il Covid-19 è un fenomeno davvero molto recente. Ma ci siamo anche accorti che spesso i messaggi degli scienziati sono indecifrabili, e quando non si capisce ci si arrabbia, e arrabbiandosi si arriva persino al rigetto (e quindi alla negazione) della realtà.
Chi, se non gli umanisti (nell’accezione più ampia del termine), possono aiutare gli scienziati a farsi comprendere meglio?
Migliorare la comunicazione di concetti difficili è però solo una piccolissima parte del problema. Abbiamo visto ancora una volta quanto la scienza, l’economia, la politica, l’etica, e chi ne ha più ne metta, non possono essere considerate a compartimenti stagni: creano una matassa che possiamo districare solo creando una vera e propria alleanza virtuosa tra tutte queste discipline. Un’alleanza in cui i medici si confrontano con filosofi e sociologi prima di parlare al grande pubblico, in cui l’etica viene affiancata all’economia, in cui i dati vengono curati dagli esperti informatici e presentati da designer ed esperti di comunicazione, in cui sono i pedagogisti a indicare come trasformare la didattica e le aule.
Tornando, nel nostro piccolo, alla città digitale, mai come oggi è importante tornare a leggere il Manifesto di Vienna sull’umanesimo digitale (https://dighum.ec.tuwien.ac.at/dighum-manifesto/). Se non ora, quando?

Autore: Marco Montali

Una nuova alleanza e un augurio

Da qualche anno il prof. Marco Montali dell’Università di Bolzano con la sua rubrica “La città digitale” ci aiuta a capire quali sono i percorsi che la tecnologia più avanzata è in grado oggi di offrirci, per orientarci e vivere appieno nell’attuale modernità.
Nello specifico nella puntata di questo numero Montali fa una sorta di appello, che condivido pienamente, affinché finalmente si attui un’alleanza tra la scienza – in questo periodo di pandemia fondamentale ma allo stesso ingombrante interlocutore – e l’umanesimo. Con umanesimo il prof. Montali non fa riferimento al movimento culturale nato in Italia nel XV secolo, ma piuttosto alla corrente filosofica del XIX secolo che mette al centro la dignità e il valore della persona umana in sé, a prescindere dalla sua provenienza geografica, promuovendo la verità e la moralità investigate attraverso la razionalità. Montali punta il dito sulle forti tensioni (e incomprensioni) che nei nostri giorni caratterizzano la relazione tra la scienza e la società. La pandemia in corso infatti ha provocato una sorta di crisi di nervi, legata alle difficoltà incontrate dalla scienza nel farsi comprendere dalle persone. Una crisi che molto spesso induce addirittura al rigetto o ancor peggio alla negazione della realtà. Come dicevo all’inizio il prof. Montali auspica un’alleanza virtuosa tra le discipline – medicina, filosofia, sociologia, ma anche informatica, pedagogia e perché no giornalismo – per riuscire nuovamente a serrare le fila, in nome del comune obiettivo di difendere e promuovere la persona umana davanti ai rischi diretti per la salute provocati dalla malattia e indiretti derivanti dalla pericolosa destabilizzazione del nostro sistema economico e sociale. è in questo quadro di disorientamento generalizzato che a mio avviso vanno inquadrate le polemiche di questi giorni, in buona parte assurde, sulla presunta impossibilità di “fare festa”. Come molti ben sanno il vero significato del Natale è quello della rinascita e del rinnovamento. E nello stesso senso andrebbe riconsiderato naturalmente anche il Capodanno. Per quanto riguarda gli auguri che in questi frangenti immancabilmente ci scambiamo, il tutto si ricollega sempre al “desiderio che accada qualcosa di bene” alla persona alla quale rivolgiamo il nostro auspicio.
Mai come oggi questo mi sembra l’atteggiamento migliore da assumere.
Dunque… buone feste a tutti voi!

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

Storia, leggende e misteri del Duomo di San Nicolò

9 maggio dell’anno del Signore 1087, Bari: alcuni marinai che avevano traslato i resti di san Nicola (270 / 343 d.C.), vescovo di Mira in Cilicia, oggi in Turchia, per sottrarlo alla profanazione dei musulmani lo collocano nel duomo della loro città. Il santo, che già in precedenza godeva di una ricco patrimonio di leggende popolari, diviene una delle figure più note di tutto il Medioevo. Tale fama unisce da subito i popoli del nord a quelli del sud dell’Europa. La più famosa leggenda a lui dedicata narra che egli fosse venuto a conoscenza che un uomo ricco, decaduto in povertà, voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione non potendo fornire loro la dote del matrimonio e non potendo più farle vivere dignitosamente. Nicolò, per tre notti di seguito, fece loro avere una ricca dote in monete d’oro avvolte in un panno.
Altre narrano che resuscitò tre bambini, uccisi dal loro padre. Per tale motivo il culto del santo venne ben presto legato a difensore dei bambini, delle ragazze in cerca di marito, ma anche degli avvocati, delle prostitute, dei mercanti e commercianti.
Nel 1220 a Merano viene edificata una prima chiesa parrocchiale in onore di tale figura santa. Ben presto questo edificio si rivela troppo piccolo per l’assidua presenza di fedeli e nel 1302 il vescovo di Coira decide di ampliarlo. I lavori di rifacimento della chiesa che la porteranno nella forma attuale richiedono quasi due secoli. La sua architettura la rende uno degli edifici più interessanti di tutto l’Alto Adige: la pianta è a tre navate negli stilemi dell’architettura gotica.
Le spese per la costruzione sono sostenute da Enrico, re di Boemia, e dalla cittadina meranese Batlina Hemelin. Gli interni si caratterizzano per una bella e particolare luminosità dovute alle ampie aperture finestrali ogivali. Ricco di cinque altari marmorei, di una pala d’altare e di due laterali dipinte da Martin Knoller, uno dei maggiori pittori tirolesi. Fra queste citiamo una Natività, una delle più belle e struggenti che siano state dipinte in tutta la storia dell’arte.
Di notevole pregio sono i portali in arenaria in stile gotico “fiammato” con struttura carenata di ispirazione catalana. Accanto a essi, l’edicola votiva con la bella statua dedicata a san Nicola del XIV secolo e l’affresco raffigurante san Cristoforo del 1400.
Il campanile alto 83 metri poggia sopra un voltone attraversato dalla strada, sotto di esso troviamo l’affresco dedicato alla Croce, attribuito a Maestro Venceslao, una delle prime rappresentazioni paesaggistiche in ambito alpino. Da ultimo, non manca un aneddoto riguardante il pittore Cristoforo Helfenriederil: egli dipinse un altare laterale, ma era anche reo di aver commesso un omicidio. Fuggì in montagna, ma poi volle tornare a Merano, dove morì di peste nel 1635. Giustizia divina o giustizia del santo protettore dei poveri e degli orfani?

In foto principale: Il Duomo di San Nicolò
Copyright: Franco Visintainer

Autore: Flavio Schimenti

La segnalazione del lettore: salvate la vecchia fontana del Teatro!

Sono un appassionato di arte e architettura della nostra città per cui mi trovo spesso a soffermarmi in luoghi che ricordano la presenza di testimonianze storiche. La scorsa settimana mi trovavo in piazza Mazzini e mi sono soffermato a vedere la vecchia fontana che era ubicata nello spazio antistante al vecchio Teatro Civico di Bolzano. Bombardato diverse volte nel 1943 venne successivamente demolito e alcuni reperti furono fortunamente custoditi nei magazzini comunali.
Dieci anni fa una lodevole iniziativa del Comune di Bolzano collocò un frammento di colonna nei pressi di Viale Stazione, dove sorgeva il Teatro Civico, accompagnato da una targa che ricorda la presenza del magnifico teatro progettato dall’architetto Max Littman e inaugurato il 14 aprile del 1918 dal Borgomastro Julius Perathoner. Oggi un reperto del Teatro Civico, la fontana, versa in pessime condizioni in Piazza Mazzini adiaciente al corpo degli ascensori del garage sotterraneo lato via Manci, ove funge da cestino delle immondizie. Sarebbe bello vedere quel frammento di storia di Bolzano contestualizzato con una targa, simile a quella presente in Viale Stazione provvedendo a mantenere un minimo di decoro nel rispetto del passato.
Andrea Pizzurro

Come ci segnala un nostro assiduo lettore, l’architetto Andrea Pizzurro, i resti della fontana che adornava il fronte prospettico del vecchio Teatro Civico bolzanino, attualmente collocati sul versante destro di piazza Mazzini, angolo via Manci, versano in pessime condizioni di trascuratezza e sono ricettacolo di immondizia e quant’altro. Per inciso, il teatro progettato da Max Littman, conosciuto come Teatro Verdi, bombardato durante la Seconda guerra mondiale, in quel luogo non venne più costruito. E, se è vero che un elemento lapideo di detto teatro, è stato ricollocato in verticale, in prossimità di dove sorgeva la struttura pubblica bolzanina, nel parco della Stazione con una specifica ed esaustiva didascalia, tanti altri elementi rimangono immemori e privi di spiegazione alla cittadinanza. L’elemento lapideo di piazza Mazzini è stato posto in maniera coricata, non in verticale come era in origine, e ciò ha dato luogo al fatto di non coglierne le sue prerogative originarie e in qualche modo nel sminuirne la percezione visiva e non solo… Raffigura una figura antropomorfica, probabilmente una gorgone o una figura marina dalla quale bocca sgorgava l’acqua, incastonata in una grande conchiglia.
L’opera di restyling non gli dà pienamente giustizia e, come suggerisce l’architetto Pizzurro, forse porre accanto a essa una debita spiegazione aiuterebbe a valorizzarla, aiuterebbe a non essere abbandonata al proprio destino e non la renderebbe un pubblico ricettacolo.

In foto principale: (a sinistra) Accanto alle rovine del Teatro Civico, (a destra) Nell’attuale collocazione

Autore: Flavio Schimenti