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Mese: Gennaio 2022
Un nuovo Presidente e la speranza di una nuova Politica
Ho sempre vissuto l’elezione del nuovo presidente della Repubblica con grande interesse, quasi fosse una sorta di utile reset periodico della vita dello stato. Ogni elezione del capo dello stato ha una sua ritualità ma presenta sempre novità e colpi di scena. Ma – soprattutto – costringe tutti a tornare al punto di partenza del sistema democratico, ovvero alla nostra Costituzione di cui il Presidente è il massimo garante. E’ lì che risiede il nocciolo del patto tra cittadini e tra cittadini ed istituzioni. E il Presidente è un cittadino, uno come noi, al quale periodicamente spetta il difficile compito di tirare le fila, per 7 lunghi anni. Forse la mia passione è dovuta al fatto che il mio primo ricordo consapevole di un’elezione di capo di stato risale al 1978. In quell’anno fu il partigiano Sandro Pertini a ricevere il più alto incarico. Nei giorni scorsi mi è capitato di rivedere una docufiction ante litteram realizzata dal grande Gianni Bisiach, i cui protagonisti pochi mesi prima dell’elezione di Pertini erano lui stesso e l’ex Presidente Giuseppe Saragat. Entrambi intenti a raccontare la loro rocambolesca fuga da Regina Caeli del 1944, organizzata dai loro compagni partigiani Sebastiano Vassalli e Pietro Nenni. Dopo Pertini ancora per diversi anni le elezioni dei Presidenti della Repubblica hanno potuto vedere protagonisti coloro che portarono avanti la in prima persona lotta per la libertà e per la giustizia nel nostro paese, sfociata in una democrazia voluta con forza e poi vergata dai padri costituenti. Successivamente a quel periodo, da Napolitano in poi, il ruolo del Presidente della Repubblica è addirittura aumentato d’importanza, a causa della crisi dei partiti e della politica, spesso incapaci di rinnovare le capacità di mediazione che sono il sale stesso della democrazia. L’auspicio dunque è duplice: innanzitutto che il successore di Sergio Mattarella riesca a proseguire nel solco dei suoi due predecessori, riuscendo a trovare soluzioni di governo anche nei casi malaugurati in cui i partiti non trovino le necessarie intese. Ma soprattutto dobbiamo augurarci che partiti e parlamentari riescano a ritrovare la via maestra del bene comune, superando tutte le derive che negli ultimi anni hanno allontanato se non addirittura disgustato i cittadini.
Autore: Luca Sticcotti
“Il mio sogno? Una Merano a colori”
Coordinatore del centro di salute mentale a Casa Basaglia da circa un anno e mezzo, Francesco Boccia si è trasferito a Merano per motivi di lavoro. Da quando è arrivato qui in città ha cercato di portare avanti delle significative battaglie contro gli stigmi sociali e culturali legati alle malattie mentali e all’identità di genere. E lo fa scegliendo un modo autentico, parlando di se stesso e raccontando la sua esperienza come attivista per i diritti delle persone Lgbt.
// Di Francesca Morrone
In occasione di alcuni eventi celebrativi internazionali come “il coming out day” e non per ultimo la manifestazione spontanea a Merano a favore dei diritti delle persone Lgbt, anche il QuiMerano ha voluto dedicare uno spazio per raccontare chi sta dall’altra parte e che è disposto a sacrificare i dettagli della propria vita privata a favore del riconoscimento di un diritto universale.
Francesco Boccia, ci parli della sua storia. Quando comincia il percorso verso la dichiarazione della sua omosessualità?
Devo premettere alcuni particolari della mia adolescenza: vengo dalla provincia di Salerno e sono cresciuto circondato dall’affetto di tre donne amorevoli, ma al tempo stesso molto presenti: mia madre, mia zia e mia sorella. Perdo mio padre giovanissimo a causa di un incidente stradale. A 26 anni mi invaghisco di un ragazzo, ma entrambi capiamo subito che quella esperienza è più grande di noi. A 15 anni la prendevo come un gioco, anche se i miei amici a scuola mi prendevano in giro. Credo che allora non ci fosse l’attenzione che c’è oggi sul tema del bullismo e quindi determinate discriminazioni passavano inosservate per chi le agiva, mentre la vittima non era in grado di comprendere la portata di quell’abuso.
Che cosa succede dopo?
Ho una lunga relazione con la mia compagna fino a quando una sera dopo una brutta discussione sento che c’è qualcosa che non va. Non ero soddisfatto della mia vita, qualcosa mi impediva di essere quello che forse il mio corpo e la mia mente volevano esprimere. Dico basta! Dopo qualche tempo e un percorso di psicoterapia, decido di liberarmi di un peso enorme che non sopportavo più e faccio coming out, dichiarando di essere attratto dagli uomini prima alla mia mamma e poi ai miei amici più stretti.
Qual è stata la loro reazione?
Innanzitutto ricordo che il mio allenatore in palestra mi disse, “Sei più luminoso, Francesco. Sembri felice, rinato”. E lo ero. Ero davvero felice di essermi alleggerito non di un segreto, ma semplicemente di qualcosa che volevo condividere con le persone a me care. Mia madre non mi ha parlato per parecchi mesi, ma io non le ho mai voltato le spalle e ho tenuto in piedi un rapporto telefonico fatto di monosillabi. Mai colpevolizzare i genitori, mai tagliare i ponti con loro; a volte si tratta di persone con un bagaglio di vita più limitato rispetto al nostro e con delle convinzioni che fanno capo alla cultura e alla mentalità del loro tempo. Oggi ci parliamo e corro subito a trovarla durante le vacanze, ma l’argomento “omosessualità” resta ancora un tabù per lei. Eh, gli amici: alcuni li ho persi, molti altri ne ho trovati.
Cos’è cambiato dal suo coming out, dalla sua dichiarazione di omosessualità?
È stato doloroso arrivare al coming out, il periodo della transizione l’ho vissuto con malessere e insicurezza, ero nervoso, irascibile, mentre dopo mi sono sentito libero. Oggi posso dire di essere una persona equilibrata e di stare bene con me stesso. Risolto questo aspetto, il mio percorso dopo il coming out è stato poco traumatico: non sono stato discriminato né offeso come persona.
Ultimamente lei è stato protagonista della campagna elettorale durante le ultime elezioni amministrative a Merano. Come slogan ha scelto volutamente lo slogan “Merano a colori. No stigma”: che cosa intedeva con qiuesta frase?
Lavorando in ambito psichiatrico sono consapevole del fatto che vi siano molti pregiudizi e reticenze nei confronti dei malati psichiatrici. Si tratta di un fenomeno culturale che grazie a diverse campagne di informazione e di sensibilizzazione cerchiamo di arginare ormai da molti anni. Inoltre c’è una certa correlazione tra lo stigma della malattia mentale e quello dell’omosessualità. Molti sono i giovani che, ad esempio, non potendo vivere serenamente la propria sessualità sviluppano malattie mentali. Per questo ho scelto di dedicare la mia campagna elettorale ai temi dell’omosessualità e della malattia mentale; sogno una Merano a colori, sogno l’abbattimento di pregiudizi e barriere nei confronti di uomini e donne che decidono di amare come desiderano, senza dovere essere giudicate o ancor peggio discriminate. Sarò davvero contento quando a Merano vedrò sventolare la bandiera a colori.
Ora che si è fatto conoscere in città, quali sono i progetti in cantiere che l’attendono?
Sabato 30 ottobre sono riuscito ad organizzare in via Cassa di Risparmio a Merano un flash mob spontaneo di cittadine e cittadini che si sono raccolte per manifestare la propria solidarietà nei confronti dell’affossamento del disegno di legge Zan che attua nuove misure di prevenzione e di contrasto alla della discriminazione delle persone omosessuali e con disabilità. Sono intervenuti anche rappresentanti dell’Associazione Centaurus di Bolzano. Nel frattempo ho ricevuto delle chiamate anche da parte dell’Ufficio delle Pari Opportunità di Merano. L’affossamento del DdL Zan è stato un pugno in faccia per me. Un colpo al cuore, una sconfitta per l’Italia. Siamo molto indietro rispetto a molti paesi che hanno già una legge contro la omobitransfobia. In Italia, nonostante i dati allarmanti sulla violenza e la discriminazione, ancora oggi manca una legge che tuteli le persone omo, bi e transessuali.
Cosa si sente di rispondere alle persone che dicono che non c’è bisogno di una legge contro l’omofobia?
Che non è scontato, purtroppo. Le discriminazioni contro le persone omosessuali o con disabilità sono molto più frequenti di quanto noi crediamo. Dobbiamo poterci difendere da chi ci aggredisce non perché abbiamo fatto qualcosa, ma perché siamo e rappresentiamo qualcosa che distorce la loro visione di realtà.
In attesa dell’approvazione di uno strumento legislativo di tutela, cosa possiamo fare?
In attesa della legge dobbiamo puntare molto sull’idea di educazione dei giovani e delle famiglie. C’è bisogno di conoscenza per scoprire il mondo degli altri, di educazione per affrontare pregiudizi e tabù e di sensibilità per trattare tutti i nostri simili con rispetto e dignità. Ad esempio pochi sanno che il 17 maggio di ogni anno ricorre la giornata internazionale contro l’omobitransfobia. Questa giornata è stata scelta perché il 17 maggio del 1990 l’Organizzazione mondiale della sanità decise di depennare l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola “una variante del comportamento umano”.
Autore: Francesca Morrone
Il merlo dispettoso
“Papà, sembra estate!” Esclamava una bambina appena imboccato il Tappeinerweg, domenica scorsa. La mole del monte San Viglio soggiogava il sole e dipingeva già il tramonto sulla città del Passirio. Mentre camminavo ormai dal primo pomeriggio avevo la stessa sensazione: fa troppo caldo per essere appena la seconda decade di gennaio. Tanto piacevole goderselo, fare il pieno di vitamina D tra muretti, vigne, capre, polvere e profumi di fieno quanto assistere ad una primavera sontuosa che mostra i muscoli e una mancanza di timidezza quasi surreale. In cielo neanche una nuvola. La qualità dell’aria con quegli strati densi di smog, perennemente ammantati e ben visibili da ogni dove non mi hanno mai fatto così tanto apprezzare la mascherina. Perché chissà cosa c’è lì dentro, in quell’aria di polveri sottili, di fumi di comignoli, di gas di scarico: se a Seul e nelle più grandi metropoli planetarie questo scenario si ripete spesso durante l’anno, in cui ogni cittadino dimostra l’apprezzabile senso civico di indossarla, qui da noi fra le conche, le pareti e i dolci declivi non lo è affatto; a quando il prossimo cambio di circolazione per poter ritornare a respirare l’inverno? Nei boschi arsi, esposti a sud ovest, habitat di pini silvestre, cipressi, edera e dove i bozzi di processionaria iniziano a svilupparsi, in cui il bambù piantato da qualche proprietario sprovveduto ha oramai colonizzato l’equilibrio arborio di alcune fasce si sentono rumori tra le foglie secche del sottobosco: è un gatto bianco, sporcato di qualche macchia nerastra nella sua livrea, che va appostandosi sopra un lungo tronco caduto in cerca di una preda, un’arvicola probabilmente. In cielo volteggiano due poiane a cerchi concentrici fino a scomparire dietro Castel Tirolo.
In questo quadretto vi racconto la battaglia che ha messo a dura prova la mia pazienza e l’ordine nel BalconORTO. Ogni mattina trovavo sempre il balcone tutto sporco di terra; pensavo al favonio che le correnti settentrionali portano con sé, ma dopo il ripetersi di questa situazione, l’assenza notturna di forti raffiche e le deiezioni sulle piastrelle ho capito che si trattava di un merlo che aveva preso di mira il mio balcone. È iniziato l’appostamento, per dare un volto a questo volatile dispettoso: sicuramente un maschio visto il disordine che si trascinava dietro, bello panciuto e tozzo, nero come la pece e con un becco dal colore inusuale, più rossastro rispetto al vivido arancione: l’ho chiamato Rutilio. Dopo una accurata pulizia, ho coperto i vasi col tnt, in altri ho infilato degli stecchi di legno a mo’ di spuntoni e per ora, pare, che la tregua regga.
Autore: Donatello Vallotta
La traiettoria in Europa dell’autonomia altoatesina
Ricorrono in questi giorni i cinquant’anni dell’entrata in vigore del secondo Statuto di autonomia. “L’Autonomia è di tutte le altoatesine e tutti gli altoatesini”, ha detto il presidente Arno Kompatscher. E la vicepresidente Waltraud Deeg ha definito lo Statuto “il fondamento per uno sviluppo sociale e umano sostenibile e giusto”.
Nei giorni in cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella conclude il suo settennato, ricordiamo le sue parole sull’Autonomia altoatesina, pronunciate a Castel Tirolo nel novembre del 2019.
“Nel secondo dopoguerra”, disse, l’Alto Adige “rimane davvero come un unicum assoluto”, a cominciare dalla possibilità data agli optanti di ritornare in patria. Ci sono “un legame e una responsabilità che uniscono passato, presente, futuro. La sapiente lungimiranza degli statisti di quell’epoca la possiamo misurare appieno anche soltanto confrontando le recenti, drammatiche, vicende che hanno segnato la vita delle popolazioni balcaniche nei decenni scorsi”.
L’Alto Adige “costituisce un esempio di autonomia a livello mondiale, che assicura non soltanto la serena convivenza, ma lo sviluppo armonioso di questo straordinario territorio, portando benessere e prosperità anche nelle sue aree più periferiche”.
Nata dall’esigenza di tutelare l’identità di una minoranza, “l’autonomia – da garantire con decisione, da parte delle Istituzioni – ha abbracciato sempre più anche una dimensione territoriale, sviluppando un complesso di regole che garantisce crescita sociale ed economica a cittadini di gruppi linguistici diversi, impegnati a fornire ciascuno un proprio contributo originale al futuro di una terra comune”.
Una traiettoria perfettamente coerente con il procedere del progetto di integrazione europea, “nel quale l’amica Repubblica d’Austria e la Repubblica Italiana sono, insieme, direttamente impegnate”. “Dobbiamo essere consapevoli” concludeva Mattarella, “che in un mondo sempre più globalizzato soltanto il disegno europeo sarà in grado di rappresentare e di proteggere le nostre comunità permettendoci di continuare ad accrescere il nostro sviluppo sociale. Al di fuori di questo progetto non vi può essere, in realtà, per i popoli europei, né sovranità né indipendenza, bensì l’esatto contrario”.
Autore: Paolo Bill Valente
Anton Thaler e la chiesa di S. Giacomo
La vecchia chiesa di S. Giacomo è uno dei monumenti più rilevanti di Laives. Viene citata una prima volta in un atto notarile del 1237 nella frase “curia que jacet in Campoledro juxta ecclesiam sancti Jacobi de Cinte”. La curia di cui trattasi è il maso adiacente alla chiesa, mentre è noto che per molto tempo il paese di S. Giacomo, poi denominato anche “Unterau”, era detto Cinte o Schinte. Il termine, a quanto pare, deriva dal latino “cinctum” – ma non ne saremmo poi così sicuri. Potrebbe dunque darsi che in quel luogo, in un certo periodo anteriore all’edificazione della chiesa stessa, esistesse un altro edificio sacro o un castello cinto da mura.
A prescindere dall’atto in premessa, la chiesa probabilmente risale almeno al XII secolo. Cosa c’era prima non si sa. In quel periodo, i signori di Firmian / Sigmundskron esercitavano sulla stessa il diritto di patronato, ottenuto dai signori di Weineck. Ricordiamo che i Weineck (e precisamene Otto) risultano anche affidatari di Lichtenstein sopra Laives. Insomma una famiglia tra le più influenti dell’epoca.
La chiesa è dedicata all’apostolo Giacomo (il maggiore), a santa Barbara e a san Cristoforo. San Giacomo, tra l’altro, era il patrono dei pellegrini e ovviamente la via da nord per Roma passava proprio sotto la collina che ospita la chiesa.
Uno dei suoi curati più importanti e amati fu certamente Anton Thaler. Mantenne l’incarico dal 1910 fino alla sua morte nel 1936. Nella sua edizione dell’8 febbraio 1936, il quotidiano “Dolomiten” dedica una lunga e calorosa commemorazione al sacerdote defunto. “Al cimitero di S. Giacomo, da lui stesso realizzato, riposa da sabato primo febbraio il curato Anton Thaler, nel mezzo dei suoi parrocchiani a cui ha dedicato molte cure in vita e in morte”.
Gli abitanti di S. Giacomo lo piansero come un proprio padre. “Non avremo mai più un curato come Toni”, prosegue l’articolo. Per ben quattro volte la comunità intera si raccolse attorno alla sua bara esposta nella chiesa. Il funerale fu un evento memorabile. “Una cosa mai vista”, scrive il giornale.
Anton Thaler nacque a San Valentino in Campo (nel testo la frazione viene chiamata “Gombre”, fantasiosa italianizzazione tolomeiana di Gummer) il 19 marzo 1872, sesto di dodici figli. Studiò, come il fratello Josef, al liceo dei padri Francescani di Bolzano e fu ordinato sacerdote a Trento il 12 luglio 1896. Era di salute assai cagionevole ma non per questo si risparmiò nell’espletazione del suo ministero. Fu cooperatore a S. Pietro di Laion, Nalles, Cornaiano e Merano. Finalmente il 3 gennaio 1903 fu assegnato con questo compito a S. Giacomo, dove trovò una situazione molto precaria. “Mancava anche l’indispensabile”, scrisse. Si dedicò anima e corpo alla chiesa, che fece ingrandire, alla catechesi dei bambini e alla cura dei poveri e degli ammalati. La realizzazione del cimitero è una sua opera. “Prima di allora i defunti dovevano essere tumulati a Bolzano.”
Il tram tra Bolzano e Vurza comportò una notevole espansione della frazione di “Unterau”, e anche le esigenze ecclesiastiche aumentarono a dismisura. Thaler vi fece fronte con la solita passione e dedizione. “Non permise a nessuno di entrare nel regno dei cieli senza i sacri sacramenti”. Per corrispondere alle esigenze della popolazione, celebrava la santa messa in italiano e tedesco. La morte sopravvenne probabilmente a causa di un infarto. Anton Thaler, a cui oggi è dedicata la strada che porta alla “sua” chiesa, fu il quarto curato di S. Giacomo. Il primo, nel 1883, fu Daniel Ludwig, a cui succedettero Peter Senoner e Anton Rinner.
Autore: Reinhard Christanell
27 gennaio: per non dimenticare
Shoah è un termine ebraico che significa “tempesta devastante”: tale fu lo sterminio sistematico e organizzato del popolo ebraico da parte della Germania nazista e dei suoi alleati durante il secondo conflitto mondiale. Sterminio che portò all’assassinio di sei milioni di ebrei d’Europa tra il 1939 e il 1945. Il Giorno della Memoria è la ricorrenza internazionale per commemorare le vittime della Shoah; la data scelta è il 27 gennaio perché in quel giorno, nel 1945, le truppe dell’armata rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia.
La ricorrenza quest’anno viene celebrata nella nostra provincia con un fitto calendario di appuntamenti e cerimonie, poiché Bolzano è stata scelta quest’anno come “Città della Memoria 2022”.
Auschwitz è uno dei nomi che tutti associamo alla deportazione e all’orrore dei campi di concentramento, orrore con cui vorremmo confrontarci come qualcosa che, seppur terribile e inimmaginabile è in qualche modo lontano da noi. Ma non serve andare troppo lontano nel tempo e nello spazio per trovare i fili che, anche nella nostra provincia, ci legano a quell’orrore. Come noto, dall’estate 1944 e fino alla fine della guerra a Bolzano, in via Resia, fu attivo “il campo di transito” nazista, da cui passarono migliaia di prigionieri politici e deportati verso i campi di sterminio. Ma i fili della storia non passano solo per il campo di via Resia; l’orrore non indossò solo le divise naziste, ma ebbe anche il volto di burocrati, funzionari e vicini di casa pronti a fare la propria parte nella “caccia all’ebreo”. Basta guardare, tra gli esempi possibili, in via Leonardo da Vinci a Bolzano. Qui al civico 20 abitavano Renzo Carpi, rappresentate di generi alimentari con la moglie Lucia e i tre figli Alberto, Germana e la piccola Olimpia. La mattina del 9 settembre 1943, Renzo e il figlio Alberto, di 17 anni, saranno i primi ebrei in Italia ad essere arrestati dopo l’armistizio dell’8 settembre -armistizio che aveva portato alla rottura dell’alleanza italiana con la Germania e quindi all’occupazione da parte dell’esercito tedesco dell’Alto Adige. Un arresto che, come indicato dalla storica Cinzia Villani, si colloca all’interno di iniziative a carattere locale, che anticiparono gli ordini ufficiali da parte del regime nazista. L’ordine di catturare i “Volljuden” da parte del SS Brigadeführer Karl Brunner arriverà infatti solo qualche giorno dopo, il 12 settembre. Per quanto riguarda il destino dei Carpi, di li a qualche giorno anche le donne di famiglia saranno arrestate e deportate ad Auschwitz-Birkenau, da cui non faranno mai più ritorno. La piccola Olimpia venne uccisa ad Auschwitz il 7 marzo – pochi giorni dopo avrebbe compiuto quattro anni. A lei la città di Bolzano ha dedicato, in via Visitazione, un parco giochi. Dal settembre 1943 molti altri arresti seguono in tutta la provincia: come tristemente noto, il 16 settembre a Merano -dove in passato si era creata una fiorente comunità ebraica- vengono arrestate e poi deportate dai nazisti 22 persone – in base ad una lista fornita dalla polizia italiana. Tra loro c’è anche Fanny De Salvo con la figlia, la piccola Elena, malata di tubercolosi e uccisa all’arrivo ad Auschwitz nel 1944.

Ida Kaufmann e Martin Krebs a Ora
Come emerso da ricerche e testimonianze, con la rigorosa attuazione delle leggi razziali fasciste e i provvedimenti di espulsione degli ebrei stranieri nella provincia di Bolzano, dal 1938 diverse persone di origine ebraica si trasferirono dal capoluogo e da Merano ad Ora, che allora faceva parte della provincia di Trento. Qui fu possibile per alcuni condurre un’esistenza nell’attesa di ulteriori sviluppi, non troppo lontano dalle città di provenienza, fino al 1943, momento in cui anche la Bassa atesina ebbe i suoi deportati. La sessantenne Ida Kaufmann lavorava come segretaria presso la ditta Steinkeller. Viveva in una stanza in affitto ad Ora e conduceva una vita modesta. E proprio ad Ora viene arrestata il 15 settembre per essere condotta in carcere a Bolzano e quindi deportata e uccisa ad Auschwitz. Oggi, anche grazie all’impegno della Bildungsausschuss di Ora con Irene Hager e alle intense ricerche di Donatella Vivian, la città ricorderà Ida Kaufmann e a Martin Krebs, anch’egli arrestato ad Ora e ucciso ad Auschwitz nel dicembre 1944, con due “pietre d’inciampo”. Le pietre saranno inaugurate in una cerimonia commemorativa sabato 29 gennaio alle ore 10, presso la piazza principale del paese (nel rispetto delle regole vigenti sul Corona virus).

INIZIATIVE A BOLZANO
Tra il fitto calendario di iniziative segnaliamo gli appuntamenti del Remember Festival (vedi articolo nelle pagine seguenti) e la mostra “1938-1945 La persecuzione degli ebrei in Italia ” al Teatro comunale di Bolzano, lun – ven ore 16 – 20, sab – dom ore 10 – 18, fino al 25.02, ingresso libero, super green pass e mascherina ffp2 obbligatori.
La mostra al Museo civico di Bolzano intitolata“Oltre quel muro – La Resistenza nel campo di Bolzano 1944-45“, presenta invece per la prima volta i documenti inediti che testimoniano l’incessante attività clandestina che coinvolse centinaia di persone dentro e fuori il Lager di via Resia, in aperta sfida alle SS. Al Cinema Capitol, il 3 febbraio alle ore 20 verrà proiettato “Il Sudtirolo ebraico” una serie di filmati che documentano la persecuzione delle famiglie ebraiche in Alto Adige, quasi sconosciuta a molti fino ad oggi. Il 10 febbraio, al Teatro Comunale va invece in scena “Se questo è un uomo. Uno spettacolo di Valter Malosti dall’opera di Primo Levi”, con repliche fino al 13 febbraio.
La Biblioteca civica, oltre ad ospitare numerosi incontri, propone, insieme alle succursali, diverse letture sulla cultura ebraica tra arte, letteratura e storia. Per il calendario completo delle iniziative intorno alla giornata della memoria vedi: eventi.comune.bolzano.it

INIZIATIVE A MERANO
A Merano il Giorno della Memoria viene celebrato con una serie di manifestazioni capaci di coinvolgere tutta la cittadinanza.
Sabato 29 alle ore 20.30 in Sala civica lo staff della Biblioteca presenta il recital a cura di Matteo Corradini dal titolo “Tra il mare e la sabbia – La vita di Virginia Gattegno”; nata a Parma da famiglia ebrea, trasferitasi a Rodi nel 1936, nel 1944 dall’isola greca fu deportata a Auschwitz con tutta la famiglia. Virginia è sopravvissuta ed è l’ultima testimone veneziana della Shoah. Voci recitanti: Valentina Ghelfi e Matteo Corradini; fisarmonica e Glockenspiel: Riccardo Battisti. Mercoledì 2 febbraio ci saranno le repliche per le scuole superiori.
Sono state inoltre organizzate due visite guidate: domenica 30 alle ore 10.30 in sinagoga con Pietro Fogale, e lunedì 31 alle ore 14 Joachim Innerhofer porterà gli interessati nel centro della città alla ricerca delle tracce ebraiche a Merano; l’appuntamento è in piazza della Rena.
Fino al 31 gennaio è visitabile la mostra bibliografica in Biblioteca civica dal titolo “Shoah e memoria“, e al Centro per la Cultura gli scolari delle scuole medie G. Segantini e K. Wolf si metteranno a disposizione dei visitatori fungendo da guide alla mostra “Stelle senza cielo – I bambini e la Shoah”, dal museo Yad Vashem di Gerusalemme. Tutte le manifestazioni sono ad ingresso gratuito con green pass rafforzato e mascherina ffp2.
Autrice: Caterina Longo
Il passaggio dedicato all’artista May Hofer
È dal 13 giugno 2013 che lungo via Rosmini si trova in zona Museion il “Passaggio May Hofer”. Chi era e cosa fece? May Ottawa era nata l’8 settembre 1896 a Cybi, piccolo centro industriale presso Cracovia. Morto il padre Viktor, la madre si trasferì con la figlia a Pola. Scoppiata la prima guerra mondiale May frequentò per tre anni l’Accademia per l’arte applicata di Vienna, seguendo i corsi di tessuti di Rosalie Rothansis e di disegni di moda di Eduard Wimmer-Wisgrills. A Vienna conobbe il noto pittore e architetto dell’Accademia, Anton Hofer, originario di Bolzano; si sposarono a Vienna nel 1919. Anton Hofer decise di ritornare a Bolzano, dove il 21 marzo 1923 nacque il figlio Arno. Negli anni Venti May Hofer iniziò a Bolzano lavori in batik “su seta”; nacquero i primi arazzi a ricamo, mostranti immagini della terra slavo-polacca, la sua terra natia. Dopo anni di gestione della Pensione Belvedere a Miramare, May Hofer ritornò a Vienna seguendo all’Accademia il corso di ceramica a smalto del professor Nedbal e imparò la tecnica russa dello smalto a rete dalla moglie di Nedbal, l’ucraina Marika Dolnizka. Rilevato l’atelier di Emmanuel Fohn in un sottotetto di via Leonardo da Vinci, ne fece un ambiente in cui poté sviluppare la sua creatività, avente come riferimento il carattere popolare slavo, la mistica ortodossa, l’ambiente culturale ebreo-polacco. Realizzò una serie di mosaici intessuti, le cosiddette Textures di Limoges e Cloisonné. Dal 1964 partecipò a numerose mostre in Italia e all’estero. Dal 1972 al 1984 May Hofer viaggiò molto: Thailandia, Russia, Polonia, Israele, Bulgaria. Sono degli ultimi anni le opere in smalto, come i tabernacoli dello Jesuheim di Cornaiano e della Casa di Riposo di Castelrotto; per lo Schwesternheim di Fiè creò il quadro in smalto “Der gute Hirte”. Frutto dell’ultimo periodo creativo sono i tappeti-quadro. May Hofer morì a Bolzano il 3 maggio 2000, aveva 103 anni.
Autore: Leone Sticcotti
La musica da camera contemporanea del trio Tamayura
Tamayura è un termine del linguaggio poetico giapponese che indica qualcosa di molto prezioso ma di breve durata, giusto lo spazio di un momento; è anche il nome che un trio nato dall’incontro nella nostra regione di artisti con provenienza diversa, il cui disco, uscito proprio nell’anno della pandemia ha rischiato, a torto, di passare quasi inosservato, causa limitazione degli spostamenti e difficoltà nell’organizzare un’adeguata promozione a base concertistica.
Tutto è nato dall’incontro del sassofonista altoatesino Hans Tutzer con l’artista giapponese Karin Nakagawa, cantante, poetessa e in questo disco soprattutto musicista col suo koto, uno strumento a corda della tradizione nipponica che appartiene alla famiglia delle cetre. Tutzer, nato come batterista nella band giovanile degli Emphasis negli anni settanta, ma che è ora un apprezzato insegnante di musica, nonché membro di diverse realtà musicali come i Sax Four Fun e l’Ebnicher- Tutzer Project racconta così l’incontro con Karin Nakagawa: “Nel 2014 Karin ed io, che ancora non ci conoscevamo, siamo stati invitati a partecipare ad un workshop a Fiè, organizzato ogni due anni da Elisabeth Oberrauch. Si tratta di un’iniziativa durante la quale artisti, musicisti, attori vengono affiancati e si trovano a lavorare insieme per una settimana. Alla fine vengono presentati i vari lavori. Io sono stato sorteggiato per lavorare con Karin e abbiamo scoperto, oltre ad aver un grande affiatamento, che l’abbinata tra il suo koto e il mio sax soprano funzionava molto bene. Così è stato naturale decidere di continuare a sperimentare insieme”.
Karin Nakagawa, dal canto suo, pur essendo nata e avendo studiato in Giappone, negli ultimi anni è stata di base in Germania dove ha conosciuto il suo futuro marito, altoatesino: ecco spiegato l’arcano di come questa musicista che ha realizzato prestigiosi lavori approdando nel 2015 all’etichetta ECM, una delle leader per un certo tipo di musica jazz non tradizionale si sia trovata in Alto Adige. Il trio Tamayura si completa con il contrabbassista Paolino Dalla Porta, uno dei maggiori personaggi della scena europea nel suo strumento, nonché membro degli Oregon di Ralph Towner e Paul McCandless (ma i nomi inclusi nel suo curriculum potrebbero costituire una piccola enciclopedia del genere).
“Karin ed io – prosegue Tutzer – siamo andati ad un concerto degli Oregon a Bressanone, dopo lo spettacolo siamo andati a cercare i musicisti perché Karin aveva piacere di dare una copia del suo disco ECM a Towner, così abbiamo avuto occasione di parlare anche con altri del gruppo, tra cui Paolino, a cui abbiamo raccontato del nostro progetto come duo, è rimasto così ben impressionato che alla fine il duo è diventato un trio e nel giro di qualche settimana ci siamo trovati nel suo studio per provare!”.
Il disco è stato poi registrato all’inizio del 2018, in Germania, nello studio di Marco Ambrosini (anche lui del circuito ECM) che nel disco suona un’arpa tradizionale svedese parente stretta della viola d’amore oltre a figurare anche in veste di produttore insieme a Katharina Dustmann (che vi suona le percussioni).
Il risultato è un disco di notevole interesse, quasi interamente strumentale, eccezion fatta per alcuni interventi cantati dalla Nakagawa nel tipico stile vocale del Sol Levante: un perfetto equilibrio tra tradizione e jazz, una fusion non scontata che si lascia ascoltare come fosse un’attuale musica cameristica ricca di incredibili sfumature e passaggi, con brani composti da Tutzer e Nakagawa, in tandem ma anche per conto proprio o con altri partner, e con un brano firmato da Dalla Porta che nel disco è titolare con pieno diritto.

Dopo le registrazioni però, il disco è rimasto in stand by, un po’ per gli impegni di Dalla Porta e di Karin Nakagawa, un po’ perché Tutzer si è concesso il cosiddetto anno sabbatico e per un anno ha fatto un viaggio intorno al mondo. Al suo ritorno il Trio ha ricominciato a pensare a come pubblicare il suo lavoro. “Karin aveva da poco lavorato con una label norvegese che si chiama Losen Records, così abbiamo provato a rivolgerci a loro che sono stati ben disposti. Prima dell’uscita siamo anche riusciti ad esibirci una volta come trio in Umbria, ad un piccolo festival. Poi tutto si è bloccato, come tutti sanno. Il disco è uscito nel 2020, ma di promozione si è parlato solo nel 2021, quando Karin ed io abbiamo fatto qualche concerto in duo. Ora però si spera di poter riprendere il discorso e, se non ci saranno altri imprevisti, il 24 maggio siamo già in cartellone di nuovo con Paolino al Teatro Toniolo di Mestre.”
Autore: Paolo Crazy Carnevale
Birti: una riqualificazione che divide
Il sindaco di Vadena Oberhofer difende il suo operato dopo l’accusa di aver modificato il piano di recupero elaborato dalla precedente amministrazione: “Lavoriamo nell’interesse dei cittadini”. L’opposizione: “Forte delusione”.
“Il nuovo progetto di riqualificazione di Birti? Non ha stravolto quello della vecchia amministrazione. Sarà solo sviluppato in maniera differente”. Il primo cittadino di Vadena, Elmar Oberhofer, rispedisce al mittente le accuse mosse dall’opposizione in merito alla mancata approvazione del Pdr deliberato nel settembre 2020 dalla Giunta dell’ex sindaco Beati. “Sono stati disattesi gli accordi presi”, tuona Sanka Jarcarova, capogruppo della Nuova Lista Civica di Vadena.
Parole alla quali si sono aggiunte anche quelle dell’associazione per la tutela dei beni artistici Italia Nostra: “Il piano precedente rispondeva ad un preciso indirizzo di riqualificazione urbanistica nel pieno rispetto della storia della frazione e con uno sguardo rivolto al futuro. Il nuovo studio invece non tiene in conto dell’esistenza delle antiche mura e del cimitero sotterraneo che vi insistono”, spiega Stefano Novello, presidente dell’associazione.
Un fuoco incrociato che sembra però non scalfire Oberhofer, che rimarca la bontà del suo operato: “Leggo molte accuse infondate nei confronti della mia Giunta. Non ci siamo inventati niente di nuovo e non siamo sicuramente degli sprovveduti. L’idea del parcheggio sotterraneo era presente anche nel precedente piano. Noi cerchiamo di portare avanti un progetto in cui crediamo e lo facciamo a favore di tutti i cittadini. La maggioranza crede fortemente in questa riqualificazione e i primi passi sono stati fatti”, spiega il sindaco.
Una nuova piazza a Birti
Il nuovo progetto di riqualificazione dell’area Birti, argomento sulla bocca della politica locale da ormai quindici anni, è stato elaborato dall’architetto Uwe Bacher e prevede la costruzione di una nuova piazza con annesso un viale comprendente un marciapiede alberato (con accessi ai condomini), illuminazione e 17 parcheggi pubblici. Tutto ciò sorgerà su una superficie di poco più di 2.000 metri quadrati. La Giunta, nel suo progetto, si è impegnata per cercare di creare armonia tra l’esigenza di modernità e la tradizione rappresentata dall’imponente campanile risalente al 1200. L’obiettivo è quello di far diventare la piazza un punto di ritrovo per i residenti, ma anche un polo d’attrazione culturale.
Ma quali saranno quindi i prossimi passi? Alla domanda risponde direttamente Oberhofer: “A breve contiamo di approvare il piano definitivo e successivamente acquisteremo i terreni mancanti. In molti dimenticano la fatica fatta per acquistare l’areale, visto che più volte abbiamo dovuto contrattare per il prezzo e riformulare tutti i contratti. Ovviamente svolgeremo al più presto anche gli studi attorno al campanile per individuare eventuali reperti archeologici e capire quale soluzione adottare per la creazione del parcheggio interrato”. Proprio quest’ultimo, da 30 posti auto, verrà gestito da una cooperativa. Stessa cosa dovrebbe accadere con il diroccato e pericolante edificio Teza: “Recentemente è stata costituita la cooperativa Nuova Birti che intende acquistare l’immobile per costruire nuove abitazioni. Come amministrazione spero che si possa trovare un accordo con l’attuale proprietario per completare il rilancio totale della frazione, unendo così i bisogni dei residenti con quelli di chi svolge attività rurali”, spiega il sindaco. I costi totali per il Comune saranno di circa 600mila euro, a cui bisogna aggiungere i costi già sostenuti per l’acquisto del terreno di circa 148mila euro.

L’opposizione: “Il mondo non finisce a Vadena”
Ma la delusione per la capogruppo Jarcarova è forte: “Se il piano di recupero della nuova amministrazione dovesse andare in porto, le differenze a livello qualitativo con quello della vecchia giunta sarebbero enormi. Sembra che la Giunta pensi che il mondo finisca a Vadena, ma non è così. Servono orizzonti più ampi e le scelte urbanistiche ricadono pesantemente sui cittadini e sulla collettività”. A dare fuoco alle polveri è stato anche il nuovo muretto di 18 metri di lunghezza costruito al confine dell’area con la futura piazza oggetto di recupero. “Ci chiediamo quanto sia compatibile un muro in cemento armato con una torre romanica. Non ci vediamo nessun amore e rispetto dell’amministrazione verso il proprio patrimonio artistico”, commenta Jarcarova, che contava in un intervento tempestivo delle forze politiche per bloccare la costruzione. Cosa non accaduta in quanto, come precisato dal sindaco Oberhofer, il muretto è stato costruito da un privato.
Autore: Alexander Ginestous