Il Karate e quella forza interiore che fa vincere

Trionfo per i ragazzi dello Shotokan Ryu Karate di Laives nella competizione “Trofeo città di Arsiero”, in provincia di Vicenza, svoltasi nei giorni scorsi. Marica La Placa, Patrick Veronese e Luca Beriotto hanno guadagnato il podio nella competizione, che ha raccolto quasi 300 iscritti: “Sono numeri al di sopra di ogni previsione e testimoniano il fatto che nei giovani agonisti di questa disciplina la voglia di fare sport è altissima, dopo uno stop di quasi due anni a causa della situazione pandemica. E’ stata una gara di ottimo livello, in cui abbiamo confermato i nostri buoni risultati” – ci ha raccontato Michele La Placa, appassionato allenatore dell’associazione di Laives, di cui è anche fondatore. Una passione trasmessa appieno ai suoi ragazzi e ragazze, che nel “Trofeo di Arsiero” hanno quindi portato a casa i seguenti risultati: Marica La Placa è medaglia d’oro nel kata femminile Senior, mentre nella sezione Juniores del kata maschile Juniores Patrick Veronese è medaglia d’oro e Luca Beriotto medaglia d’argento.

Vittorie che riempiono i giovani di soddisfazione, ma mai di presunzione, perché il karate è soprattutto una disciplina di pensiero e non di ostentazione di muscoli: non a caso il suo ideale è “vincere senza combattere”. Un insegnamento racchiuso anche nel significato della parola karate, composta da vuoto e mano: un vuoto inteso come mettersi al lavoro per fare vuoto dentro si sé, fare i conti con sé stessi e trovare quella fiducia che, accompagnata dalla calma, spiazza l’avversario. Alle olimpiadi di Tokyo 2020 il karate è stato inserito “come sport in prova”, ma purtroppo non è stato confermato per le olimpiadi di Parigi 2024. 

Nato come disciplina riservato agli uomini, ormai il karate è ampiamente praticato anche da molte ragazze. Ne abbiamo parlato con Marica La Placa, che ha respirato l’aria di karate fin nella culla: papà Michele infatti è il fondatore e presidente dello Shotokan Ryu Karate Laives ed è Maestro 5° Dan. Nata a Bolzano nel 1999, Marica può vantare una bella collezione di vittorie come karateka: nel 2012 si era già aggiudicata la coppa Italia; nel 2013 è stata vice campionessa italiana, campionessa del mondo e seconda al Grand Prix d’Italia. Ci racconta che, dopo un periodo di stop per motivi lavorativi, ora ha potuto riprendere a pieno ritmo con il karate a livello agonistico.

Vista la storia familiare, dedicarsi al karate era quasi in obbligo… come è nata in te la passione per questa disciplina? 
In realtà non mi hanno influenzata: prima di sceglierlo ho provato tanti altri sport, dalla pallavolo al pattinaggio, dalla danza classica all’arrampicata… solo che se ce l’hai nel sangue lo senti e non puoi che prendere questa strada. Mi ha spinto il gruppo – siamo molto uniti e per me è come una seconda famiglia: quando indosso il kimono mi sento a casa. E, certo mio padre ha saputo trasmettermi il suo amore per questa disciplina, gli si illuminano gli occhi ogni volta che parla di karate.

Quando hai iniziato?
A nove anni a Laives; abbiamo avuto vari cambi di palestra, ora ci alleniamo a Pineta, ma il gruppo è rimasto lo stesso, quello Shotokan Ryu Karate, nato oltre vent’anni fa, prima che io nascessi. Ho voluto provare con il mio gruppo di amiche di allora – loro col tempo se ne sono andate tutte, ma io sono rimasta.

Cosa ti dà il karate?
Sicurezza: per me è questo il karate, rispetto e sicurezza. E’ un percorso per migliorare il tuo io, che ti aiuta ad affrontare qualsiasi cosa. Praticandolo, ho imparato il rispetto per gli altri e per sé stessi.

Hai avuto difficoltà come ragazza?
No, nessuna difficoltà per il fatto di essere donna perché il karate è rispetto in tutto, quindi anche della parità tra i sessi. A proposito, c’è una cosa che mi riempie di orgoglio.

Di pure…
Tempo fa con lo Shotokan Ryu Karate mio padre ha offerto corsi gratuiti di autodifesa per le donne ed è stato belle vederle arrivare piene di entusiasmo e migliorare, imparare a sapersi difendere, un tema molto attuale oggi.

Come è stato in questi anni di pandemia allenarsi?
Abbiamo ripreso ad ottobre scorso dopo un lungo stop e non è stato facile perché l’agonismo richiede molta costanza e sforzo fisico: potenza muscolare, fiato, velocità e soprattutto devi essere concentrata, devi “esserci con la testa”, come si dice. Per fortuna la voglia di ripartire era tantissima ed in pochi mesi abbiamo recuperato alla velocità della luce.

Prossime sfide in programma?
Sicuramente il campionato italiano che si terrà a Rimini nel maggio prossimo e il Grand Prix d’Italia  che si svolge a dicembre in provincia di Monza.

Cosa ami fare quando non fai karate?
Nel tempo che rimane tra il lavoro e gli allenamenti mi piace stare in famiglia, con il mio ragazzo e la nostra gattina, leggere e naturalmente viaggiare!

Autrice: Caterina Longo

I primi 40 anni del club Est ovest

Sono trascorsi già quattro decenni da quel giorno in cui un gruppo di meranesi decise di dare vita a quella che sarebbe diventata una delle realtà culturali più attive dell’intera provincia: l’ost west club est ovest. “Abbiamo grandi progetti in mente per celebrare l’anniversario. Ma tutto dipende da come si evolverà la crisi pandemica”, spiega Giorgia Lazzaretto, una delle anime dell’associazione.

Giorgia Lazzaretto, non è certo il periodo più fortunato per celebrare il traguardo…
Direi proprio di no, purtroppo. Ma non ci perdiamo d’animo: il “compleanno” dell’ est ovest cade il 3 marzo; c’è ancora tempo, e speriamo tutti che la situazione possa cambiare. Ci piacerebbe organizzare diversi concerti di diversi generi musicali in diverse location della città. Le celebrazioni si terranno soprattutto, ma non unicamente, all’insegna della musica in tutto l’arco dell’anno, e come negli ultimi 40 anni il club riserverà un posto speciale ai musicisti sul proprio palco. E poi vorremmo riaprire le porte del country Club già in primavera.

In questo periodo siete aperti al pubblico?
No, non ancora, la sede è ancora chiusa. È troppo piccola, e le regole sono chiare: in questo periodo ci può stare al massimo una ventina di persone. 

Quanti soci contate?
Il numero preciso ancora non lo sappiamo, si aggira intorno ai 7 mila; sono tanti, ma sempre meno rispetto agli scorsi anni. Il Covid ci ha penalizzato parecchio, anche se adesso stiamo portando avanti una campagna per rinnovare le iscrizioni. Abbiamo fatto un’assemblea in presenza, ma stiamo promuovendo anche le iscrizioni online: basta collegarsi al sito www.ostwest.it

Siete in procinto di trasferirvi nella sede nell’edificio dell’ex Bersaglio, giusto? 
Non immediatamente: tutti i progetti sono quasi terminati, ma ci sono ancora dei problemi tecnici e di natura burocratica che non dipendono né dal Comune né dalla Provincia. Noi comunque continuiamo a lavorarci con costanza, e contiamo di inaugurare questo nuovo spazio nel giro di pochi anni. 

Come è andato il 2021?
Non abbiamo voluto demoralizzarci e abbiamo tentato di portare avanti il nostro lavoro nel miglior modo possibile e in alcuni casi anche in modo innovativo. All’inizio del 2021, ad esempio, è andato online il progetto Cow – culture in a box, dotato di una sua propria piattaforma digitale alla pagina www.cow-in-a-box.com
La serie si compone di tre formati (music, talk, town), ciascuno composto di quattro episodi. In una seconda stagione, partita nell’autunno 2021, sono stati realizzati ulteriori sette episodi. L’idea alla base di Cow è stata di mantenere viva l’offerta culturale anche durante la chiusura del locale, e allo stesso tempo fornire ad artisti e creativi culturali una piattaforma su cui avere la possibilità di portare avanti il proprio lavoro. Il progetto ha ricevuto un’eco molto positiva tra soci e spettatori. La prima stagione ha avuto un richiamo di oltre 15.000 visitatori sulla pagina.

Però in estate avete organizzato parecchi eventi in presenza di pubblico…
Sì, con la fine di maggio abbiamo aperto la residenza estiva del country Club: sotto rigide regole di sicurezza e con l’aiuto di numerosi volontari siamo riusciti ad organizzare circa 50 manifestazioni. Tra giugno e ottobre, poi, abbiamo organizzato ben 12 diverse manifestazioni musicali, 19 incontri letterari, 3 serate teatrali 3 Infocafé Femministi, 3 serate di discussione sui temi delle missioni di pace in Darfur, 2 serate di gioco con scacchi e watten e 2 Poetry Slam. 

LA STORIA DEL CLUB EST OVEST
Il 3 marzo del 1982 alcuni giovani meranesi della sinistra alternativa fondano l’Associazione per un centro giovanile e di comunicazione. La prima sede è in un garage di un condominio in via Schiller a Merano.
La realtà in cui nasce il sodalizio è ancora quella di un Alto Adige fortemente diviso tra gruppi etnici, che non condividono quasi nessuno spazio del tempo libero. All’epoca sono quasi assenti i centri giovanili che non siano legati alla vita parrocchiale. I giovani della sinistra langeriana cercano un’alternativa, un luogo dove trovarsi, non legato alle pratiche religiose, né vincolato agli schieramenti etnici. Nasce quindi l’associazione dichiaratamente apartitica, aconfessionale e multietnica.
Nei quarant’anni della sua storia il sodalizio ha cambiato più volte sede, passando dai Portici e altri garage nel quartiere Steinach, prima di approdare all’attuale sede di Vicolo Passiria, dove prima si trovava una Bottega del Mondo. Il sodalizio ha cambiato anche nome, diventando ufficialmente Centro per la Cultura e la Comunicazione ost west club est ovest. Si sono succedute varie gestioni e programmazioni, ma il centro rimane un importante punto di riferimento per la cultura indipendente a Merano e in tutta la provincia. Negli ultimi dieci anni circa l’associazione ha vissuto una crescita sostanziale e costante, frenata solo dalla pandemia.

Autore: Luca Masiello

Sei corde jazz a Merano

QuiIntervista a Paolo Bonvissuto. Nato in Piemonte ma di origini siciliane, cresciuto a Taranto la città dei due mari e meranese di adozione, Paolo Bonvissuto coltiva la passione della musica jazz da più di trent’anni. Suona una chitarra di liuteria che lo accompagna durante i suoi concerti, l’ultimo a Porto San Giorgio, in provincia di Fermo, al festival “Jazz al Castello”. Conta collaborazioni nazionali ed internazionali con musicisti come Ellade Bandini, Roberto Ottaviano, Claudio Fasoli, Ares Tavolazzi, Maurizio Giammarco e l’amico da poco scomparso Franco Cerri.

La cosa che mi piace di me. 
La curiosità.

Il mio principale difetto. 
Il perfezionismo. 

La volta che sono stato più felice.
Tre mesi fa, quando è nata Emma e sono diventato nonno.

Un libro da portare sull’isola deserta.
Il piccolo principe. 

La mia occupazione preferita.
Andare in moto e in bicicletta per esplorare posti nuovi. 

Il paese dove vorrei vivere.
Qui a Merano, dove mi trovo ora.

Il mio piatto preferito. 
Cresciuto a Taranto, direi… orecchiette e cime di rape.

Non sopporto… 
Negli anni ho sviluppato una dote rara: la pazienza!

La mia paura maggiore.
Perdere le persone care. 

Nel mio frigo non manca…
La Coca Cola, anche se non la compro per non berla tutta!

Se fossi un animale… 
Sarei un lupo.

Mi sono sentito orgoglioso… 
Quando mio figlio Mattia di soli 15 anni mi seguiva nei concerti jazz con la sua tromba. 

Il mio motto.
Comunque vada sarà sempre un successo.

Il capriccio che non mi sono mai tolto..
Suonare con Pat Metheny.

Il giocattolo che ho amato di più. 
Una roulette che mi regalò la mia mamma, quando ero bambino. 

Il dono di natura che vorrei avere. 
La capacità di sintesi.

La qualità che preferisco in una donna…
Il sorriso.

…e in un uomo.
La sensibilità.

Dico bugie solo…
Non le dico più. 

Dove mi vedo fra dieci anni.
In viaggio tra Merano e Lussemburgo, dove vive mia nipote Emma.

Il colore che preferisco.
Il blu. 

L’ultima volta che ho perso la calma.
Non me la ricordo.

Da bambino sognavo…
Ero un sognatore, volevo fare tante cose, praticare sport, studiare musica…

Autrice: Francesca Morrone

Via Fago: alla scoperta del Bunker H

Andiamo alla scoperta di uno dei luoghi più singolari della città di Bolzano. Ripercorriamo la genesi e poi – soprattutto – la riconversione del bunker di via Fago in uno spazio orginale ed esclusivo per le espressioni artistiche. Nel bunker H nel 2019 sono state anche effettuate alcune riprese con la star hollywoodiana William Defoe.

In via Fago, a pochi passi dal centro della città, c’è un luogo che può essere considerato un piccolo gioiello urbanistico che racchiude in sé storia, geologia, arte e mistero. Ed è forse quest’ultimo aspetto quello più affascinante. Perché in molti da ragazzini, almeno una volta, si sono ritrovati di fronte al cancelletto d’ingresso del famoso bunker al civico 14. Un vero e proprio labirinto di sette mila metri quadrati che si snoda dentro alla montagna del Guncina, fatto di corridoi profondi e silenziosi, modellati nel tempo dalla roccia lavica, e che veniva utilizzato come terreno su cui testare il proprio coraggio in sfide spavalde tra amici. Un “sottomondo” da esplorare, costruito in maniera artificiale dai soldati tedeschi nel 1943 durante la Seconda guerra mondiale. Gli scavi infatti sono stati condotti tramite l’uso di candelotti di dinamite che hanno disintegrato la roccia al fine di realizzare un rifugio antiaereo. Dopo essere stato utilizzato anche dall’esercito italiano, è rimasto per molti anni abbandonato finché è stato preso in gestione dalla Cooperativa Talia nel lontano 2013. “Quando lo abbiamo rilevato era in condizioni disastrose. C’erano oggetti bruciati, scritte lungo i muri, materiale per le messe nere. Ma sin da subito abbiamo capito il potenziale di questo luogo e abbiamo provato a convertirlo a favore della città e dei cittadini”, spiega Gino Bombonato, presidente della cooperativa. È così che è iniziato un faticoso lavoro di recupero: “Dopo aver esplorato l’intero bunker lo abbiamo sistemato per poterlo aprire al pubblico e alle visite guidate. Non abbiamo voluto toccare tutto però”, racconta Bombonato, riferendosi a delle particolari aree in cui nel tempo l’azione di Madre Natura ha permesso la formazione di stalattiti, stalagmiti e cascate calcaree che i gestori vogliono preservare dall’intervento dell’uomo. Così come il laghetto, che appare e scompare per uno strano fenomeno naturale senza spiegazione: “Un giorno è pieno d’acqua e quello dopo è prosciugato. E raggiunge fino al metro di profondità”, ci dice Bombonato abbozzando un sorriso.

Perché il Bunker H, così ora denominato, è questo: un posto incredibile, ma ancora poco vissuto dai bolzanini. Per questo la cooperativa hanno deciso di affidarsi alla cultura e all’arte per attirare al suo interno giovani ed appassionati. E attraversando il cosiddetto “corridoio a U” non si può che rimanere a bocca aperta. Quindici murales e graffiti creati dall’estro di diversi street-artists accompagnano il cammino verso nuovi spazi da scoprire: “Il bunker si è trasformato in una galleria d’arte. Le opere al suo interno seguono due filoni: uno classico dedicato ai miti greco-romani e uno ai miti norreni. Sono capolavori prodotti da artisti giunti a Bolzano da tutta Italia”, prosegue Bombonato. Ma in quelle sale – dove è così facile perdersi – la cooperativa organizza anche concerti, eventi di teatro, riunioni e set cinematografici. Nel 2019 il regista Abel Ferrara ha scelto il bunker come location per alcune riprese del suo film “Siberia”, con il celebre attore Willem Dafoe come protagonista. Recentemente è stato aperto il bando “Bunker Clip” per dare la possibilità a videomaker e musicisti di realizzare un video nella location di via Fago. I vincitori verranno svelati durante la serata conclusiva del progetto che si svolgerà ad aprile. Dentro al bunker, ovviamente.

Autore: Alexander Ginestous

Remember Festival: l’importanza di ricordare

Ogni anno, il 27 gennaio, tutti ricordiamo i tragici avvenimenti della Shoah e ci sforziamo di non lasciar sbiadire quella memoria così dolorosa, ma allo stesso tempo così importante. Il Centro Giovani Villa delle Rose dell’associazione La Strada-Der Weg, anche per la sua ubicazione nel Passaggio della Memoria, ha molto a cuore questa tematica e ogni anno si impegna a organizzare un Viaggio della Memoria e degli eventi aperti alla cittadinanza per mantenere vivo il ricordo e rammentare l’importanza di imparare dal passato. Il Remember Festival è un insieme di eventi che danno spazio a importanti testimonianze e alle riflessioni sul tema della memoria, la Shoah e il nazi-fascismo di ragazzi ed esperti.

Dopo alcuni spettacoli andati in scena il 26 gennaio il festival continua il 27 con la cerimonia di deposizione delle corone presso il monumento a Manlio Longon, al Monumento alla deportazione di via Pacinotti e al muro del Campo di transito di Bolzano, dove vengono letti dei testi preparati dai ragazzi. Nello stesso giorno, al Bunker H in via Fago (ore 20.30), i partecipanti al Viaggio della Memoria hannoo modo di farsi Testimoni di Memoria con delle restituzioni presentate attraverso i linguaggi che ritengono più consoni alle emozioni e alle riflessioni che sono scaturite in loro durante l’esperienza. Venerdì 28 alle ore 18 alla Biblioteca Civica si terrà quindi un dialogo tra alcuni esperti sull’esperienza di Bolzano durante l’occupazione nazi-fascista. Infine sabato 29 gennaio alle ore 20.30, presso l’Auditorium Rainerum, avrà luogo una conferenza con il docente Matteo Saudino, in arte Barbasophia, youtuber e divulgatore che dialogherà con Luca De Marchi sull’importanza di affrontare a scuola le tematiche della memoria.

Tutti gli eventi sono gratuiti e si può accedere liberamente fino ad esaurimento posti. è necessario esibire il Supergreen pass, nel rispetto delle normative vigenti. Per info e prenotazioni:
villadellerose@lastrada-derweg.org

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Il ricordo del campo di transito di Bolzano

Numerosi gli eventi che inondano l’Italia – e spesso tutto l’occidente – in vista della Giornata della Memoria, internazionalmente celebrata ogni anno il 27 gennaio per commemorare le vittime della barbarie nazista e filonazista. C’è chi però di Memoria si occupa tutti i giorni: Dario Venegoni, presidente nazionale ANED (Associazione Nazionale Ex-Deportati) racconta della sua storia familiare, intrecciata indissolubilmente al Campo di Bolzano, e di come coltivare la memoria.

Come è giunto ad occuparsi del Campo di Bolzano?
Mia madre era Ada Buffulini. Era una ragazza borghese di Trieste, laureata in medicina a Milano, dove aveva conosciuto un giro intellettuale di antifascisti, ambiente in cui si era spesa molto, diventando stretta collaboratrice di Lelio Basso. Dopo un periodo vissuto in clandestinità era stata arrestata e deportata a Bolzano. Lì aveva conosciuto mio padre, Carlo Venegoni, che invece veniva da una famiglia operaia: era diventato dirigente sindacale e poi dirigente comunista, e aveva già trascorso dieci anni in carcere. Nel campo avevano organizzato un comitato clandestino e antifascista – poi lui evase, mentre lei rimase fino alla liberazione. Si sono ritrovati nel dopoguerra, dopo diversi mesi. Io, insomma, sono figlio loro. Quando ero bambino loro parlavano del campo, molti loro amici li avevano conosciuti lì e di questo mi sono accorto solo dopo, lavorando all’elenco dei deportati. 

Dario Venegoni

La storia del campo, insomma, appartiene alle persone, ma appartiene anche ai luoghi. Pensa che Bolzano ne sia consapevole? 
I miei genitori sono tornati negli anni ’60 – perché per caso si trovavano in Alto Adige – e hanno visto il campo prima che venisse distrutto. Anch’io, trovandomi in Alto Adige, qualche anno dopo – avrò avuto una ventina d’anni – decisi di cercarlo. Tornai a casa senza vedere niente, per via Resia tutti negarono che esistesse. Da allora qualcosa è cambiato: sono state messe le targhe commemorative e l’istallazione del muro con i nomi secondo me è una magnifica narrazione. Dopodiché… cosa dobbiamo dire? Il campo è stato distrutto, non ce n’è traccia. Non si può certo dire sia una memoria valorizzata. È che non la volevano ricordare né italiani, né tedeschi, e così ci hanno messo una pietra sopra.

Quest’anno Bolzano è Città della Memoria; come scongiurare l’attenzione solitamente dedicata solo al Giorno della Memoria? 
Mi auguro che le iniziative organizzate siano occasioni per chiarire il ruolo – che non fu affatto secondario – del campo di Bolzano nella strategia di sterminio nazista. Temo che si perda un po’ di vista, con tutte le cerimonie, l’insieme: il Campo di Bolzano, anche se non era fatto per uccidere – ma dove in molti sono morti, e forse questo non è chiaro – era un ingranaggio della macchina che sì, era fatta per uccidere. La stragrande maggioranza di quelli che da Bolzano sono partiti per il Reich, non è tornata. In questo ci deve essere più consapevolezza, che forse aiuterebbe la memoria del campo ad essere più solida, non solo in città ma anche in Italia. Poi, per ANED la Giornata della Memoria è tutti i giorni dell’anno; quindi, sono sempre favorevole a tutto ciò che può rendere più stabile e continuativo questo lavoro. A Bolzano qualcosa di permanente c’è. Il muro su cui vengono proiettati i nomi dei deportati è lì, giorno e notte, estate e inverno. Non puoi fare a meno di fare un qualche ragionamento – centinaia, migliaia di nomi, qualcosa provocano.

Autrice: Ana Andros COOLtour

Presidente Giorgio

“Il mio nome è Giovanni Giorgio, ma tutti mi chiamano Giorgio”. è così che si è presentato il nuovo presidente della Repubblica Giorgio Moroder. Proposta quasi per scherzo dalla radio m2o la sua candidatura ha messo subito d’accordo tutti. “Io sento l’amore”, ha continuato, “che sensazione! Devo dire che questa è roba calda, mi sento come se fossi il migliore pilota di aerei da combattimento! Son sicuro che la prossima sarà un’estate italiana e finalmente riusciremo a concludere questa storia infinita. Rimarrò qui a rappresentare tutti senza nessuna fuga di mezzanotte. Ora andrò a riposarmi: almeno domani grazie a Dio è venerdì!”.

Autore: Roberto Tubaro

Arriva la “nette Toilette gentile”

Meglio tardi che mai. La città di Bolzano, distintasi negativamente nel corso del lockdown del 2021 per l’assoluta assenza di wc pubblici, ha avuto un importante scatto d’orgoglio mettendo direttamente in gioco i propri terminali nei quartieri e coinvolgendo un buon numero di esercizi commerciali. Non solo cani, dunque. Finalmente ora anche gli umani possono disporre di un servizio fondamentale, a titolo gratuito.

Dalla collaborazione tra l’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Bolzano, la Consulta per le persone con disabilità e la Confesercenti è nato il progetto “nette Toilette gentile” che mira a sostenere le persone con disabilità nella partecipazione alla vita sociale della città. Di fatto il Comune capoluogo invita gli esercenti pubblici e commerciali, il terzo settore e i vari enti pubblici e privati della città ad aderire all’iniziativa, mettendo a disposizione la propria toilette a uso gratuito e senza obbligo di consumazione alle persone con diversa abilità. Apponendo sulla vetrina del proprio locale un apposito adesivo si segnala l’adesione all’iniziativa. Per maggiore chiarezza sono stati realizzati due diversi adesivi per specificare i bagni accessibili con la sedia a rotelle e quelli non.
Attualmente sono 24 gli esercizi cittadini tra bar, ristoranti, associazioni e cooperative che hanno già aderito all’iniziativa.
L’Assessorato alle politiche sociali del Comune auspica che la lista dei partecipanti all’iniziativa possa aumentare ancora e invita gli interessati a contattare gli uffici comunali all’indirizzo osservatorio@comune.bolzano.it
Ecco di seguito l’elenco delle “Toilette gentili” già attivate.
Comune di Bolzano (Vicolo Gumer 7), Distretto sociale Centro Piani (Via Renon 37), Distretto sociale Oltrisarco Aslago (Via Pietralba 10), Distretto sociale Don Bosco Firmian (Piazza Don Bosco 11), Distretto sociale Europa Novacella (Via Palermo 54), Distretto Sociale Gries San Quirino (Piazza Dadonna 12), Il Cerchio Coop. soc. (Via Duca d’Aosta 39), Associazione per l’amministrazione di sostegno (Piazza Vittoria 48), Coffee Bean (Corso Libertà 15A), Mc Donalds (Piazza Parrocchia 4), Mc Donalds (Via Buozzi 30), Bar Melitta (Via Laura Conti 2/A), Ristorante Cibus (Via Marie Curie 13), Pizzeria Doppiozero (Via Maso della Pieve 2/E/G), Gastronomia Al papero giallo (Via Milano 37), Caffetteria Gelateria Pennini (Via Resia 76/A), Bar Hally (Via Sassari 69), Subway Sub-Tyrol (Via Galilei 20), Canalescuola Coop. soc. (Via Wolkenstein 6), Birreria Romagnolo (Piazza Matteotti 8), Bar Nadia (Piazza Cadonna 8), Bar Pizzeria Tortuga (Piazzetta Mazzoni 9), White Cafè (Via Cagliari 12), Bistrò Gambrinus (Via Duca d’Aosta 21/23), Laboratorio espresso (Via Milano 45), Ristorante Pizzeria Al Torchio (Via Museo 2/A), Bar Rosi (Via Novacella 16), Cafè Mario (Via Resia 98), Ristorante Un melograno (Via Verona 6C), Bar Tapas (Viale Trieste 88).

Autore: Luca Sticcotti

Per Laura l’informatica non è “solo per maschi”

La passione per lo studio, l’applicazione concreta di una propria conoscenza che si presta alla risoluzione dei problemi nel modo più efficace possibile e anche una buona dose di buona volontà, hanno portato la bolzanina Laura Acinapura a vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi nazionali di Informatica.

L’informatica nella vita quotidiana
“Ho iniziato il mio percorso nell’indirizzo tradizionale del Liceo Scientifico Torricelli, un indirizzo che, avendo il latino ma non l’informatica, mi è sembrato quasi più classico/umanistico che scientifico. Negli stessi anni, tramite un gruppo di amici, sono venuta a conoscenza dell’esistenza delle Olimpiadi di Informatica – ci racconta Acinapura – e ho trovato diversi problemi che mi affascinavano.”
Di quali problemi si trattava e, successivamente, quali di questi si è vista sottoporre durante le gare, Laura lo chiarisce immediatamente con un linguaggio accessibile ai non addetti ai lavori, ma sempre preciso: “quando ci si immagina un problema di informatica non si deve pensare a qualcosa che sia collegato alla tecnologia. Quelli che dobbiamo risolvere sono problemi di vita comune, come ad esempio spostarsi da una città all’altra in un modo razionale, utilizzando la strada più rapida. Sembra un problema informatico? No, eppure è proprio l’informatica che, attraverso gli algoritmi, risolve questo genere di problemi. Insomma, dobbiamo massimizzare i nostri risultati.”
Inizialmente il Liceo di Laura non partecipava a questo genere di competizioni. “Ho deciso, quindi, di proporre alla mia scuola di prenderne parte e – prosegue – insieme ad altri 2 studenti ho svolto prima le fasi regionali, passando a quelle nazionali per poi vincere la medaglia di bronzo.”

Laura Acinapura

La medaglia d’oro
“Essendomi qualificata quell’anno, nel 2021 sono potuta passare direttamente alle fasi nazionali, tenute a novembre. Il risultato è stato assolutamente positivo: ho ottenuto la medaglia d’oro, che viene data solo ai migliori 13 su 158 partecipanti”, spiega Laura. Interessante è vedere anche il numero di ragazze: lei l’unica in Italia con l’oro, e tra tutti solo 13 femmine, una partecipazione che non è mai stata così alta, ma il numero rimane lo stesso basso…

Poche ragazze? “Diamo più opportunità”
“Per me l’informatica è stata da sempre un’estensione della matematica, un campo del ‘problem solving’, un aspetto teorico più che pratico che, come dicevo prima, non riguarda l’utilizzo dei computer.” E sul basso numero delle ragazze interessate all’informatica, Laura aggiunge: “Si vedono poche ragazze in questo ambito, quindi è difficile che qualcuna sia invogliata ad affacciarsi a questo mondo. Poi l’assenza di opportunità non è sicuramente d’aiuto e, nell’immaginario collettivo, è un’attività tipicamente maschile: bisogna cambiare.”

Pensando al futuro…
“Adesso posso avere la possibilità di andare alle gare internazionali, la vera sfida Olimpica. E, anche se la passione per scrivere codice rimarrà, non voglio andare a studiare informatica, quanto invece fisica, probabilmente all’ETH di Zurigo”, ha concluso Acinapura.

Autore: Andrea Dalla Serra

“Mamme per tutti” al servizio dei più piccoli

Sono ormai 5 anni che, all’interno dell’ospedale di Bolzano, un volenteroso gruppo di donne di ogni età porta avanti un progetto di fondamentale importanza per numerosi neonati, e spesso per le loro famiglie, che si trovano in situazioni tutt’altro che semplici. Quella che andiamo a proporre oggi è una storia mai raccontata sui media locali, una storia tutta al femminile nata per ricoprire lacune burocratiche attraverso azioni volontarie di umanità. Abbiamo parlato con Alessia Toniatti, dirigente e coordinatrice dell’iniziativa in Azienda Sanitaria, e le dottoresse Donatella Mascheroni e Petra Wanker.

I neonati non possono stare soli
“Il progetto ‘mamme per tutti’ è nato per un’esigenza del reparto pediatria all’interno dell’ospedale. Lavorando in terapia intensiva neonatale sappiamo che un bambino non può essere ricoverato in assenza di un adulto; questo – spiega Mascheroni – causa un grande problema: laddove non è presente un genitore, o per esigenze di tipo lavorativo non può essere presente in ospedale 24 ore su 24 (come richiesto), serve un altro adulto che garantisca la propria presenza e si prenda cura del neonato. L’idea che ci è quindi venuta in mente è stata quella di far accedere alcune volontarie che sostituissero la figura del genitore donando il proprio tempo al bambino.”
Se sul piano teorico e organizzativo l’idea sembra concretizzabile, sul piano burocratico non è tutto così semplice: “offrendo questo servizio, vista la responsabilità, è necessario fornire alle volontarie un’assicurazione.” Ed è qui che, nel 2017, entrano in gioco Toniatti e Wanker, la prima in qualità di dirigente, la seconda come vicepresidente dell’Associazione prematuri Alto Adige, “un gruppo, questo, di genitori e simpatizzanti – specifica Wanker – formato per aiutare i neonati e le loro famiglie”. L’Associazione, tesserando le volontarie che sarebbero poi entrate in contatto con i neonati, avrebbe garantito a queste ultime l’assicurazione.
“Tutt’oggi – nonostante le ulteriori difficoltà causate dall’emergenza sanitaria – proponiamo questo aiuto ai genitori che pensiamo siano in difficoltà; il loro consenso è giustamente obbligatorio. Le volontarie sono tutte vaccinate e utilizzano ffp2.” evidenzia Mascheroni.

Il valore della vicinanza
“Per un bambino avere 20 persone che si alternano intorno a sé non è sicuramente d’aiuto, garantire una continuità avendo sempre le stesse volontarie per il medesimo neonato è importante” racconta Toniatti che, sentito il personale sanitario, organizza la presenza e i cambi delle volontarie che prestano il servizio. “Le ‘mamme per tutti’ non si sostituiscono al personale sanitario, ma garantiscono a questo di svolgere il proprio lavoro al meglio, senza occuparsi anche del resto” dice Toniatti. “I più grandi, inoltre, manifestano la volontà di interagire con un adulto, e questo è fondamentale per il loro sviluppo e per l’aspetto psicologico. L’interazione – conclude Mascheroni – è importante quanto mangiare e può evitare ripercussioni dannose sullo sviluppo cognitivo del bambino dovute all’assenza di una figura adulta.”

Autore: Andrea Dalla Serra