Padri

Il 19 marzo 2024 è stato occasione per tornare su due temi, uno religioso e l’altro eminentemente sociale. Per quanto riguarda l’aspetto religioso si è nuovamente parlato della proposta di rendere festiva a tutti gli effetti la ricorrenza di San Giuseppe, patrono dei tirolesi, resa ufficiale l’anno scorso attraverso una mozione approvata in consiglio provinciale. L’impegno della giunta provinciale di “introdurre il 19 marzo come festività nel settore pubblico e privato entro i prossimi tre anni, avviando un confronto diretto con i/le rappresentanti della Chiesa, della società civile e del mondo politico al fine di valutare le modalità più consone per celebrare degnamente a livello locale la festa di San Giuseppe” è rimasto tale. L’idea di introdurre un nuovo giorno festivo evidentemente, seppur sulla carta affascinante, non riscuote grande entusiasmo in una società abituata da tempo a soprassedere anche sul riposo domenicale, in molti settori lavorativi.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, laico, da molti versanti è giunta la richiesta di rivedere l’attuale normativa che riguarda il congedo di paternità, estendendone sia l’obbligatorietà che la durata. L’idea è quella di responsabilizzare, finalmente, sia i padri che i loro datori di lavoro nonché la società tutta, rispetto al ruolo paterno, in continua evoluzione nel proprio significato rispetto alla tradizione ma quindi ancora più “urgente” da riaffermare e rilanciare. A chiederlo è giustamente soprattutto l’universo femminile, ma sono sempre di più anche i maschi a rivendicarlo, consci dell’importanza della paternità, come esperienza di vita.
Dando il mio piccolo contributo personale posso dire di aver sperimentato personalmente l’utilità e il profondo significato del congedo di paternità, da me a suo tempo richiesto e ottenuto non senza fatica, tra l’altro a un datore di lavoro che avrebbe dovuto dimostrare da questo punto di vista una grande sensibilità: la chiesa cattolica. I giorni magici trascorsi a casa con i miei figli e con mia moglie resteranno per sempre impressi nella mia memoria come pietre miliari non solo della mia famiglia, ma del mio stesso percorso umano. Mi sento di consigliare questa scelta a tutti coloro – troppo pochi oggi, purtroppo – che scelgono di diventare padri. Scommettendo in prima persona sulla costruzione del futuro di tutti noi.

Autore: Luca Sticcotti

“Ciak si guida” per un futuro senza più incidenti

Era il settembre del 2017 quando Davide Simoni, diciassettenne di Laives e studente del Liceo Scientifico Torricelli di Bolzano, perdeva la vita in un tragico incidente in sella alla sua moto nella frazione di Birti, a Vadena. 

Da allora, la famiglia di Davide ha trasformato questo grandissimo dolore in un’occasione perchè incidenti del genere non accadano più. 

L’anno successivo, spinta anche dall’impegno degli amici di Simone e suoi compagni del liceo Torricelli, ha fondato l’associazione No-profit “Davide Sempre con Noi”, con l’intento di promuovere in molti modi i principi della sicurezza stradale a ogni livello. 

In quest’ottica, la sensibilizzazione non può che partire dalle fasce più giovani, affinchè il concetto di sicurezza sulla strada e di percezione del rischio a tutti i livelli si sedimenti nella coscienza delle nuove generazioni, a cominciare dagli studenti delle scuole superiori, che si apprestano a conseguire magari il patentino per lo scooter oppure la patente per la moto o per la macchina.

L’associazione ha quindi avviato diversi progetti cominciando proprio dagli istituti superiori, e partendo dal liceo frequentato da Simone. 

UN PROGETTO BEN STRUTTURATO

Ma – in un’ottica di sensibilizzazione a livello globale, che comprenda anche il personale scolastico e le istituzioni, oltre che i fruitori della strada nel complesso, dal pedone al ciclista – l’associazione si è indirizzata verso progetti più strutturati, stipulando un accordo in questo senso già nel 2023 con l’Istituto Comprensivo di Laives. 

Si è arrivati in questo modo a progetti che sono stati inclusi a tutto tondo all’interno delle ore di educazione civica, con formazione specifica degli insegnanti e l’intervento della polizia stradale in progetti pratici come il patentino per la bicicletta.

UNA FOLLA DI STUDENTI PER VIDEO E FUMETTI

Il 26 febbraio scorso, presso il Teatro Gino Coseri di Laives, alla presenza della dirigenza dell’Istituto Comprensivo e delle personalità del Comune di Laives, oltre 250 studenti tra Liceo Torricelli e bambini e ragazzi delle primarie Gandhi di Laives, la primaria di san Giacomo e le medie F. Filzi, hanno atteso la premiazione del concorso “Ciak si Guida”, dove i liceali, così come gli studenti delle classi quarte della primaria e delle classi seconde della primaria di secondo grado, si sono cimentati nell’ideazione e realizzazione di elaborati nelle due categorie del video e del fumetto.

Tema degli elaborati, naturalmente, la sicurezza sulle strade. Si è scelto di percorrere questa strada “perchè – secondo Patrizio Simoni, padre di Davide e presidente dell’associazione ‘Davide Sempre con Noi’ – ciò che i ragazzi producono in prima persona è anche ciò che porta a avere maggiore visibilità proprio tra le fasce di coetanei”.

Ma – chiediamo – qual è l’obiettivo di questi elaborati realizzati da bambini e ragazzi? “Vogliamo farli circolare tra i nostri canali social – spiega ancora Patrizio Simoni – e il video breve e il fumetto sono tra gli strumenti al momento più forti su queste piattaforme tra i giovani. Abbiamo già raggiunto un buon numero di visualizzazioni in tutta Italia e se questo significa, nel nostro piccolo, ottenere che se ne parli, che qualcuno presti più attenzione al proprio comportamento in strada, allora avremo senz’altro raggiunto l’obiettivo”.

TUTTI VINCITORI E TUTTI IN FESTA AL SAFETY PARK

Le classi vincitrici del concorso – premiate perchè gli elaborati hanno soddisfatto i criteri stabiliti dalla giuria e perchè, come ci tiene a sottolineare il signor Simoni, tutti gli elaborati erano davvero bellissimi e tutti verranno fatti circolare sui social – sono state premiate con una giornata all’evento Hallo Auto presso il Safety Park di Vadena. Qui, in base alle diverse fasce d’età, i ragazzi hanno potuto partecipare a diversi programmi pratici, dal patentino per la bicicletta alla simulazione di guida in stato di ebbrezza.

è un progetto in divenire quello dell’associazione che, per quanto riguarda la Bassa Atesina, vedrà un importante appuntamento il prossimo 5 maggio con l’iniziativa “Villaggio della Sicurezza” presso la Piazzetta Falcone e Borsellino di Laives dove verrà allestito un programma variegato di percorsi, da quello sull’uso della segnaletica a quello con le minimoto per bambini dai 5 ai 12 anni. Tutto questo perché tragedie come quella di Davide davvero non si ripetano più.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Due meranesi in aiuto a Zanzibar

Uno lavora nel campo sanitario, l’altro è un ingegnere. Entrambi hanno deciso di mettere a disposizione del prossimo le proprie competenze ed il proprio cuore: due meranesi, Ivan Pierotti e Francesco Menegazzo, sono diventati parte attiva del progetto “ZanzibarHelp”, in Tanzania.

Se si parla di Tanzania si pensa a Zanzibar, e la mente si lancia immediatamente in un viaggio che vuole abbracciare immagini di spiagge coralline che incorniciano un mare azzurro, noci di cocco fresche e cocktail serviti con l’ombrellino di carta. 

Tutto vero, in parte; o almeno questo è ciò che “si vuole” vedere. In realtà questo angolo di paradiso non è fatto solo di acque cristalline e noci di cocco da gustare sorridendo: a testimoniarlo c’è un italiano, Marco Pugliese, originario di Torino che ha fatto di Zanzibar la sua nuova patria. Marco vive a Kilombero, dove mare e spiagge sono incantevoli, ma i turisti non ci sono: niente cocktail con l’ombrellino, niente soldi, solo fame. Si è trasferito nel paese africano nel 2019, un anno dopo la scomparsa della sua amata moglie Graziella: con lei condivideva gli ideali di aiuto e di solidarietà, soprattutto in favore della popolazione di Zanzibar, e per tenere viva la sua memoria ha compiuto questo grande passo. Per i bambini ha dato il via al progetto “ZanzibarHelp”, presente su Facebook alla pagina “Donnino’s Family School & Farm”, che prevede quattro diversi punti d’intervento per andare loro incontro: scuola (per la necessaria educazione dei bambini), pronto soccorso (che spesso salva la vita), mensa (sono davvero tanti i poveri e naturalmente non vengono ristorati solo i bambini), e alloggi, soprattutto per i bambini che possono avere un posto dove stare al sicuro. 

I RINFORZI ARRIVANO ANCHE DALL’ALTO ADIGE

Ed ecco che dalla città in riva al Passirio arrivano i rinforzi: Ivan Pierotti non è certo nuovo ad esperienze del genere, visto che è stato attore di diverse missioni all’estero come le ultime in Ucraina. Presidente del poliambulatorio Medical center, si è fatto carico dell’organizzazione della parte sanitaria e di sviluppare un progetto di gestione operativa così da recuperare presìdi, elettromedicali, sistemi diagnostici, monitor multiparametrici ed arredi, sull’esempio del molto già realizzato grazie ad una coppia di medici siciliani, Rossana Tosti e Antonio Rizzo. L’idea è di creare una struttura che garantisca le necessarie cure per patologie lì numerose come la sindrome di Down, l’acondroplasia (nanismo), l’epilessia, la distrofia muscolare di Duchenne ed altre, ma addirittura per quelle cure che non ci si aspetta, come le cadute delle noci di cocco sulla testa che creano danni anche cerebrali soprattutto ai bambini. 

Suo compagno di viaggio è l’ingegner Francesco Menegazzo, la cui professionalità è determinante nel progettare un sistema per migliorare il servizio di fornitura elettrica attualmente in essere. A ciò si aggiungono altri progetti, alcuni realizzati e altri presenti ma migliorabili, del fondatore Marco Pugliese, quali la cura dell’agricoltura per produrre a chilometro zero, o il Pronto soccorso, una struttura da poco inaugurata. 

SONO IN ARRIVO I PRIMI RISULTATI

A breve verrà festeggiato il primo raccolto, grazie anche al contributo dell’associazione culturale bolzanina Logos che ha sponsorizzato il costo di un indispensabile pozzo per l’acqua a cui, si spera, se ne aggiungeranno altri. 

Anche in questo caso l’incipit più importante è stato dato dal prezioso contributo economico di due medici campani che hanno comprato i primi due ettari. Grazie al loro esempio, ora stanno aderendo molti altri professionisti. “Gli aiuti non devono essere solo o esclusivamente economici – spiega Ivan Pierotti – ma anche pratici: si possono organizzare conferenze, richiedere aiuti tramite il web in patria, o recandosi sul posto, magari sfruttando una mezza vacanza fatta anche con il cuore e non solo con il ventre. Per rendere più facili le collaborazioni anche casuali, inoltre, il Polly Lodge Bungalow, gestito da una coppia italiana che partecipa al progetto, offre ospitalità ai volontari che vogliono recarsi sul posto per collaborare alla riuscita di un sogno”.

Chi fosse interessato a contribuire al progetto può scrivere a ivan.pierotti@gmail.com, mentre per donazioni coi si può rivolgere direttamente a Marco Pugliese: marco@zanzibarhelp.com

IL DETTAGLIO

ZanzibarHelp nasce da un piccolo aiuto e un grande amore, ovvero dall’iniziativa condivisa di Marco Pugliese e di sua moglie Graziella che, nel 1998, vengono accolti da un’isola colorata, allegra e ospitale.

Da piccole collaborazioni nascono importanti legami e, da questi, crescono radiciche affondano tra i colori di Zanzibar: così Marco e Graziella coltivano un amore partendo dalle loro piccole risorse, aiutando le famiglie di Zanzibar in difficoltà, in particolare le vedove con figli e i bambini malati. 

È proprio questo piccolo mondo di sfumature parallelo a catturare il cuore della coppia e porre le basi per la futura anima dell’associazione. Dare luce alla diversità e spazio a queste piccole mani desiderose di lasciare la propria impronta diventa il seme da cui nasce un progetto di vita condiviso.

Un seme tanto fertile da resistere alla scomparsa prematura di Graziella e dare a Marco la forza e la motivazione per dare vita all’organizzazione umanitaria ZanzibarHelp. Da una promessa un impegno, dal piccolo aiuto alle famiglie in difficoltà si apre una finestra sulla bellezza delle sfumature nascoste di Zanzibar: il mondo dei bambini con disabilità fisiche o cognitive, un meraviglioso mondo di vivacità, ma privo di uno spazio per esprimere le proprie potenzialità e costruire un futuro. Sono loro l’anima e il motore di ZanzibarHelp, una realtà dove una piccola mano si trasforma in un grande progetto e un sogno condiviso diventa un futuro a colori per tante piccole mani.

Autore: Luca Masiello

Case: prezzi impossibili

In Alto Adige e in particolare a Bolzano i prezzi degli alloggi in vendita e in affitto hanno raggiunto livelli tali da mettere in crisi non solo la maggior parte delle giovani famiglie autoctone, ma anche molti dei lavoratori e studenti che giungono da fuori provincia. Si tratta di dinamiche che rischiano di avere ripercussioni molto significative sia sulla demografia che sulla composizione stessa della società altoatesina, sempre meno in grado di rinnovarsi. Il costo della vita in Alto Adige rischia di aggravare la carenza di personale che si registra da tempo in molteplici settori, nella sanità in primis. Ne abbiamo parlato con Marino Melissano, ex dirigente scolastico a Bolzano e segretario generale di Altroconsumo. 

Per acquistare casa a Bolzano occorrono oggi in media quasi 4700 euro a metro quadro, ovvero 1500 euro in più della media nazionale. Il capoluogo altoatesino è secondo solo a Milano, in questa speciale classifica  stilata dall’Osservatorio trimestrale del portale Immobiliare.it
A Bolzano ormai poi per un appartamento in affitto occorrono 1.500 euro al mese. Gli economisti dicono che un affitto equo dovrebbe corrispondere al 30% dello stipendio. Ma quale famiglia oggi a Bolzano può contare su 5mila euro al mese di stipendio?
Per non parlare del fatto che gli affitti oggi, soprattutto nel capoluogo, sono vincolati a clausole vessatorie quali fideiussioni, numerose mensilità anticipate e – spesso – adeguamenti automatici all’inflazione. Cosa che, naturalmente, non avviene per gli stipendi. I problemi economici per le giovani famiglie, diventano quindi quasi insormontabili per i giovani single, sempre che non abbiano patrimoni o genitori alle spalle che li sostengono. La conseguenza di ciò è che sempre più persone decidono di cercare un’abitazione fuori dal capoluogo o – addirittura – lasciare del tutto la provincia di Bolzano. Il progressivo calo demografico di Bolzano, certificato nei giorni scorsi, è forse solo appena iniziato. Di queste cose ne abbiamo parlato con Marino Melissano di Altroconsumo, che da anni segue i rincari nel mercato immobiliare del capoluogo.  

L’INTERVISTA

Per quale motivo ci ritroviamo con i prezzi per gli alloggi, in affitto e in vendita, più alti d’Italia? Siamo secondi solo a Milano, è possibile?

In merito qualcuno ha suggerito delle motivazioni. C’è chi dice che sì, Bolzano è una città cara, ma che d’altronde non c’è disoccupazione e quindi bene o male tutti possono permettersi di acquistare o prendere un alloggio in affitto. Poi si osserva che mancano terreni per le nuove costruzioni e che quindi è logico che i prezzi degli alloggi lievitino, visto che ai prezzi dei terreni si aggiungono costi di costruzione tutt’altro che contenuti. Queste due motivazioni, devo dire, non mi convincono più di tanto. Mi convince piuttosto di più chi dice che a Bolzano ci sono molte agevolazioni, sia per l’acquisto che per l’affitto, e che queste finiscono per dare ai prezzi una spinta verso l’alto. Chi vende sa che chi acquista o va in affitto può accedere a queste agevolazioni, e questa dinamica alza i prezzi. Questo meccanismo però, a bene vedere, c’è sempre stato. Ma i prezzi in passato non erano mai stati così alti. La legge di mercato dice poi che se c’è poca offerta e tanta domanda, i prezzi salgono. Questo però di nuovo mi convince di meno, perché a Bolzano i prezzi sono rimasti alti anche quando la domanda era calata, come è avvenuto durante il periodo del covid. Un’altra motivazione che viene addotta è che in Alto Adige l’economia tira e c’è poca concorrenza, in tutti i settori. Dicono che dove c’è poca concorrenza per forza di cose è alto il costo della vita così come i prezzi delle abitazioni. Questa motivazione in effetti è convincente e sono anni che le associazioni dei consumatori denunciano questa situazione. Chiedendo dei correttivi.

D’altronde Bolzano è la città d’Italia più ricca non solo dal punto di vista della qualità della vita dei cittadini ma anche della disponibilità economica dell’amministrazione pubblica, provinciale in primis. Ecco: la politica cosa può fare per arginare questo caro casa? 

Già da qualche anno sono stati identificati dei possibili interventi correttivi. Ma poi alla teoria non è seguita la pratica. Ad esempio per rendere di nuovo disponibili i tanti alloggi sfitti sono state fatte delle ipotesi di intervento. Ma siamo rimasti alle ipotesi.

Si ha la sensazione che, alla fine, gli interessi dei proprietari finiscono sempre per prevalere… 

Esatto. Ma poi ci sono le altre possibilità di intervento identificate. Per esempio si è parlato di alloggi multigenerazionali da realizzare e poi di recuperare le tante abitazioni di grandi dimensioni che al momento sono occupati da una sola persona… Poi occorrerebbe anche riflettere sulla distribuzione degli alloggi sociali su base etnica. Non corrisponde alla realtà del bisogno.

Le giustificazioni ci sono. Per gli alloggi multigenerazionali i tempi di realizzazione rischiano di essere troppo lunghi, e anche spostare le persone singole in alloggi più piccoli è tutt’altro che semplice… Per quanto riguarda il riequilibrio nella distribuzione degli alloggi sulla base della sola necessità e non dell’appartenenza linguistica, si vanno poi a toccare fili scoperti. La politica, forse, oggi non ha le capacità o il coraggio per muoversi su terreni così delicati dal punto di vista del mantenimento del consenso elettorale…  

Come ho già detto: vorrei che il politico di turno passasse finalmente dalla teoria alla pratica. In questa fase basterebbero anche dei singoli segnali, come portare finalmente a compimento il progetto di recupero a fini residenziali con affitti calmierati per giovani per l’edificio degli ex telefoni di stato in Corso Italia a Bolzano. I progetti non possono restare progetti. Sono fatti per essere finalmente realizzati. Lo stesso discorso vale per gli edifici multigenerazionali. La legge provinciale che li indica è nata nel 2022 e nel 2023 è arrivato il regolamento di esecuzione. La legge prevede alloggi per giovani, anziani e disabili. Peccato però che nella legge stessa si dica che prima ci vuole la pianificazione del territorio. Non si deve fare così! 

Già. Per i piani urbanistici ci vogliono anni, e intanto la gente se ne va. Ed è proprio dei giorni scorsi la notizia che la popolazione di Bolzano ha iniziato a diminuire. Sono in tanti, ormai, che rinunciano a cercare un alloggio a Bolzano. Quando va bene cercano in periferia, quando va male decidono proprio di lasciare la nostra provincia, perché non vedono qui una sostenibilità economica in ottica futura. E si tratta – purtroppo – soprattutto di giovani.  

A ben vedere si tratta di problemi che non si presentano solo da noi. Però altrove – nel passato e anche e soprattutto nel presente – delle soluzioni concrete sono state provate, per governare queste situazioni. 

Sì, perché non siamo solo noi ad essere “malati” di benessere…

Già. In Austria si pratica l’affitto a prezzi contenuti anche alle classi medie e il 40% dei cittadini di Vienna vive in case pubbliche. Questo crea un mix abitativo che rende forte il tessuto urbano. In Francia i comuni con più di 3.500 abitanti sono obbligati a raggiungere almeno il 25% di social housing. In Olanda si può acquistare solo una casa per la residenza ed è vietato acquistare la seconda casa per fini speculativi. Dal 2006 la Germania ha creato più di 540 alloggi multigenerazionali. L’Italia è il fanalino di coda, ma nella ricca provincia di Bolzano ci aspetteremmo una maggiore attenzione a un’abitabilità più sociale, meno cara, più attenta ai bisogni dei cittadini. 

Insomma: ci vuole coraggio politico. Altrimenti non si va da nessuna parte. E anche lungimiranza. Ad esempio per iniziare a limitare la pratica di riservare centinaia di alloggi ad uso turistico estemporaneo, spesso tra l’altro difficilmente tracciabile anche dal fisco. 

Sì. E se sul patrimonio edilizio esistente è difficile agire, si può farlo invece sulle nuove costruzioni. I paesi europei hanno senz’altro la possibilità di decidere di riservare programmaticamente all’edilizia sociale una percentuale specifica delle nuove costruzioni. Se altrove si fa, perché non deve essere possibile farlo anche da noi? Le basi normative ci sono già! Ci si mette attorno a un tavolo e si decide, ad esempio, che il 10% delle nuove costruzioni devono essere in cohousing. Le cooperative che potrebbero gestire queste cose ce le abbiamo già. E la Provincia sarebbe anche nelle condizioni di poter “incentivare” dal punto di vista economico queste nuove pratiche abitative. 

Negli ultimi mesi in realtà sono successe due cose che hanno dato un pizzico di speranza. Si è trattato di due grida di allarme. La prima è venuta dagli imprenditori che fanno sempre più fatica a trattenere il personale giovane e altamente specializzato e che, dopo essere arrivato, getta la spugna a causa del costo della vita troppo elevato e nell’impossibilità di trovare alloggi economicamente sostenibili, specie se intendono formarsi una famiglia. Il secondo grido, collegato al primo, è giunto dall’Università di Bolzano che si sta sviluppando con nuove facoltà fortemente volute (ingegneria e medicina) ma che non sa più dove mettere gli studenti. Per non parlare dei prezzi folli delle (poche) camere in affitto. Questi appelli possono contribuire a dare coraggio a politici e locatori privati? 

Per il momento purtroppo non sto vedendo alcun passo avanti. Ci riempiamo la bocca decantando l’eccellenza della nostra università trilingue con lo scopo di attirare studenti da fuori. Ma è evidente: se andiamo avanti così sarà sempre più difficile attirarli. E questo ci si rivolterà contro. Pensando allo sviluppo dell’università, occorrerebbe pensare prima di tutto agli alloggi, e poi fare tutto il resto. In più ci sarà un motivo se l’80 per cento degli altoatesini se ne va altrove a studiare. Occorrerebbe rifletterci… 

Autore: Luca Sticcotti

I veri testimoni sono divisivi. Sono pietre d’inciampo

Gli studenti del Liceo scientifico di Partinico, provincia di Palermo, si sono espressi contro l’intitolazione della scuola a Peppino Impastato. Si tratta di una figura “divisiva”, dicono. Ma quale vero testimone, quale autentico resistente – quando non sia stato ridotto a un innocuo santino – non risulta divisivo?

Ricorre proprio in questi giorni (18 marzo) l’anniversario della proclamazione a beato di Josef Mayr-Nusser. C’è un rischio: che l’onore degli altari lo collochi in alto, dove non dà più fastidio. Le pietre d’inciampo, quelle che fanno male, sono invece sulle strade. Il messaggio di Pepi Nusser resta scomodo, nella società e nella chiesa, disse il figlio Albert, perché il suo esempio obbliga “a riconoscere il diritto di un uomo ad agire secondo coscienza contro l’autorità, se questa è totalitaria e assassina. A riconoscere la libertà dell’individuo di dire ‘no’. Un salto culturale molto difficile in un mondo ancorato al principio della cieca obbedienza”. Anche a lui, nel 1985, si sarebbe voluta negare l’intitolazione di una scuola. È personaggio divisivo.

Non stupisce che Peppino Impastato, colpito perché si oppose apertamente all’arroganza, agli abusi di potere, alle violenze della criminalità organizzata, non sia amato da tutti. Non tanto per i suoi modi impattanti, ma perché mise (e mette) in evidenza le tragiche contraddizioni del potere mafioso. Disse: “La mafia uccide, il silenzio pure”. Fu fatto saltare in aria lo stesso giorno in cui le Brigate Rosse troncarono la vita di Aldo Moro (9 maggio 1978). Personaggi divisivi.

Sia chiaro: non basta essere divisivi per dare testimonianza del bene. Ci sono personaggi, molto pieni di sé, a cui piace proprio essere divisivi (e giudicanti). Non sono testimoni, ma solo dei bastian contrari seminatori di zizzania. Il testimone però, quello autentico, non può che essere divisivo. Suo malgrado. Per mettere d’accordo tutti bisogna invece tendere al nulla. Inchinarsi alle contraddizioni anziché denunciarle.

Dell’unico (anche lui divisivo: “Sono venuto a separare…”) capace di restare pietra d’inciampo anche una volta “innalzato da terra”, di “separare” e, al tempo stesso, di “attirare tutti a sé”, ricorderemo la storia (tragica ma piena di buone notizie) la settimana che viene.

Mi è rimasto impresso il cartello, un semplice foglio A4 stampato alla buona, appeso alla parete del suo ufficio da uno che fu poi “struck from the list”; una frase tratta da uno scritto assai diffuso ma poco praticato: “Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi”. Appunto.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Maria Winkelmann

Tra via Alessandro Volta e via Toni Ebner, parallela a via Bruno Buozzi, si trova via Maria Winkelmann. Nata il 25 febbraio 1670 a Panitzsch, presso Lipsia, Maria Margarethe Winkelmann rimase presto orfana. Crebbe a Sommerfeld presso Lipsia, nella casa di Christoph Arnold (1650-1695), detto “l’astronomo contadino”, il quale diede alla ragazza i primi rudimenti dell’astronomia. Nella cerchia di amici di Christoph Arnold, Maria Margarethe conobbe Gottfried Kirch (1639-1710), anche lui astronomo; si sposarono il 5 maggio 1692; ebbero quattro figli, di cui due, Christfried (1694-1740) e Christine (1697-1782), portarono avanti con grande successo la tradizione di famiglia concernente l’astronomia e la meteorologia. Trasferiti a Guben, Maria Margarethe Winkelmann, oltre ad essere la più fidata e accorta collaboratrice di Gottfried, iniziò lei stessa con regolari e quotidiani calcoli e appunti meteorologici. Nel luglio 1700 Gottfried Kirch fu nominato primo astronomo dell’Osservatorio astronomico della Società berlinese delle scienze; la famiglia si trasferì a Berlino. Se a Gottfried Kirch, deceduto il 25 luglio 1710, si deve un gran numero di osservazioni astronomiche e meteorologiche del periodo berlinese, sua moglie Maria Margarethe non fu da meno; dal 1° gennaio 1701 aveva iniziato autonomamente le proprie osservazioni, che nel 1702 portarono alla scoperta di una cometa. La vedova poté lavorare nell’Osservatorio privato del barone Bernhard Friedrich von Krosigk (1656-1714), sul tetto della casa nella Wallstrasse. Invitata a Danzica, vi rimase dal 1714 al 1716, anno in cui ritornò a Berlino per raggiungere il figlio Christfried, nominato direttore dell’Osservatorio astronomico berlinese; lo sostenne, come per anni aveva fatto per il marito, nei suoi lavori astronomici. Lei stessa riprese con le proprie osservazioni astronomiche, cosa che fece fino al 17 dicembre 1720. Morì alcuni giorni dopo, il 29 dicembre.

Autore: Leone Sticcotti

Intingoli di primavera

La stagione è agli sgoccioli, l’inverno, peraltro piuttosto mite rispetto alla media, sta lasciando spazio alla primavera con una specie di rigurgito d’orgoglio che se proprio non ha portato le basse temperature, ha quanto meno innevato le cime e non solo loro, per la gioia di sciatori ed operatori turistici d’alta quota. Tutto questo ovviamente non ha minimamente sfiorato l’operato dei nostri musicisti che giustamente del tempo se ne infischiano e continuano imperterriti il loro cammino. Vediamo insieme le principali novità di questo periodo.

Il primo giorno di marzo è stato pubblicato il nuovo singolo del team Maka & Saf, Parlami di te. Il giovane cantante Alessandro Makselj in arte Maka, bolzanino, classe 2003, ha già all’attivo diverse canzoni, a dispetto della giovane età e per questa nuova proposta ha fatto coppia col concittadino Saf (all’anagrafe Matteo Saffiotti) che oltre ad occuparsi della produzione, divide le sorti canore con l’amico. Il brano s’inserisce a testa alta nella corrente musicale che in Italia sembra andare per la maggiore, quel pop melodico col cantato che usa la metrica del rap senza però scandirla eccessivamente e facendo un uso non invasivo dell’autotune. È la musica della generazione di “Amici” per intenderci, quella dei like e delle visualizzazioni, la piccola alternativa a un mainstream che continua a riproporre canzoni di quaranta, cinquant’anni fa come se in mezzo non fosse accaduto (musicalmente) nulla: e per molti, in effetti, non è accaduto davvero nulla.

Il brano di Maka e Saf si presenta come una ballad dalla forte carica emozionale. Attraverso i suoi versi ispirati, l’artista racconta le dinamiche di una relazione, appassionata quanto tormentata, descrivendo il turbine emotivo che pervade la mente del protagonista della vicenda.

Di una settimana successivo è invece il brano (stavolta anche in formato video su youtube) pubblicato dal bolzanino Dayoff col titolo di Ce la farò. La sfera musicale è la stessa in cui si colloca la canzone di Maka, con un più accentuato uso della ritmica, laddove invece l’altra proposta si sorreggeva su un’atmosfera acustica. Su una curatissima produzione firmata da Ric de Large, Dessa One e dallo stesso Dayoff, il timbro espressivo delicato della vocalità dell’artista scorre sulla ritmica accompagnato da chitarre graffianti e da elementi sonori club, urban e r’n’b. La rappresentazione del turbine emotivo interiore prende forma attraverso linee melodiche catchy che esaltano la ricercata cifra stilistica di Dayoff, il quale, riesce a calare l’ascoltatore nella dimensione della vicenda creando una componente di immedesimazione che non ritroviamo però nel video d’accompagnamento, girato con atmosfere soffuse che vogliono richiamare atmosfere degli anni trenta del secolo scorso senza però riuscirci.

Sul fronte techno pop, ad inizio marzo è arrivato invece il nuovo singolo di Annabel De Melchiori, Little Things, brano strumentale indirizzato principalmente al pubblico delle discoteche, come del resto era Today night,  brano uscito a fine gennaio ad opera del produttore beetlejuice a cui la De Melchiori aveva preso parte come vocalist.

Concludiamo con quello che ci pare lo sforzo più interessante delle ultime settimane, il video della band The Rumpled, in cui milita il fisarmonicista bolzanino Tommaso Zamboni, autore della parte musicale del brano in questione. The Rumpled, la cui musica si è conquistata la stima e l’apprezzamento di pubblico e critica anche all’estero, fa di nuovo centro col titolo di Vaja’s breath, il respiro di Vaja, canzone  sostenuta da un’energica siringata di celtic folk virato al punk, secondo la lezione dei mai dimenticati Pogues e dei loro epigoni Dropkick Murphys, condendo il tutto, oltre che con un occhio di riguardo per un problema scottante come il cambiamento climatico, con particolare attenzione anche alla parte visual del progetto che riporta il gruppo sulle nevi dolomitiche e nelle foreste devastate dalla furia della tempesta del 2018 a cui il brano s’ispira.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Le grandi bonifiche del XVIII secolo

Tra il XV e il XVII secolo la vita in Bassa Atesina si era resa particolarmente difficoltosa. La popolazione era in costante calo e le condizioni ambientali avverse dovute specialmente alle distese di paludi e acquitrini creati dalle acque stagnanti dell’Adige avevano prostrato nel fisico e nel morale i contadini dei paesi lungo l’asse del fiume. In particolare la malaria non dava tregua agli abitanti e d’estate era quasi impossibile soggiornare in valle. Nacque proprio in quel periodo, per chi poteva permettersela, l’usanza dei “freschi” estivi, ossia dei soggiorni in altura per sfuggire la calura e le insidie del fondovalle.

Poi, negli ultimi decenni del 1700, dietro insistenza dei comuni interessati e su impulso dell’imperatrice asburgica Maria Teresa, furono finalmente bonificati e assegnati ai piccoli coltivatori molti terreni paludosi della Val d’Adige, fino a quel momento tradizionalmente di proprietà collettiva (Gemain) delle comunità. Per secoli vi si era praticato solo il pascolo, prevalentemente di ovini, e raccolto paglia e fieno per le esigenze domestiche. Qualche sparuto tentativo di utilizzo agricolo era stato effettuato a partire dal XIII secolo da parte di alcuni conventi o grandi proprietari terrieri ma la spada di Damocle delle continue alluvioni scoraggiava i contadini dall’avviare laboriose e costose opere di coltivazione.

Le bonifiche, di fatto anteriori ai grandi interventi di regolazione dell’alveo dell’Adige terminati in concomitanza con la realizzazione della linea ferroviaria tra Bolzano e Verona, interessarono dapprima piccoli lotti di terreni prossimi ai conoidi alluvionali che ospitavano i paesi della Bassa. 

Poi, con la realizzazione di alcuni grandi fossati di raccolta delle acque da incanalate verso l’Adige, fu possibile acquisire sempre nuovi terreni coltivabili  a sud di Bolzano, tra Laives e Ora e, in particolari, nei comuni di Caldaro, Termeno e Cortaccia. 

In tal senso, la realizzazione della Fossa Grande di Caldaro fu un evento di portata storica che impiegò centinaia di uomini. Nel 1769 alcun comuni come Caldaro, Termeno, Caldiff-Enn, Magrè, Cortaccia, Koenigsberg e Kronmetz (Mezzocorona) comunicarono al “Gubernium” di Innsbruck la propria intenzione di procedere “senza ulteriori  perdite di tempo” con gli interventi di bonifica. L’idea principale era quella di realizzare un grande fossato dal lago di Caldaro fino a Salorno, capace di convogliare le acque stagnanti nell’Adige e quindi drenare il terreno. Poiché non tutti e per vari interessi anche spiccioli (l’aumento di terreni coltivabili ne avrebbe diminuito il valore di mercato) erano convinti dell’impresa, il governo affidò a  Michael von Conforti l’incarico di ripartire i terreni da bonificare tra i richiedenti tenendo conto non solo della dimensione ma anche della qualità dei lotti. Si trattava di ca. 1500 ettari di terreno da suddividere tra Caldaro (la metà) e Termeno e Cortaccia (un quarto ciascuno).

Il progetto per la realizzazione della Fossa fu affidato all’ingegnere bolzanino Josef Peter von Zallinger e nel 1774 iniziarono i lavori. Il canale fu ultimato nel 1777, ma in precedenza i comuni di Salorno e Mezzocorona avevano temporaneamente bloccato i lavori per il timore “che l’intero lago di Caldaro si riversasse nelle loro campagne”. Visto il successo del canale, l’anno successivo si iniziarono i lavori per un secondo canale, capace di raccogliere le acque tra Termeno e Magrè. Alcuni anni dopo, il canale fu prolungato fino a San Michele ma una soluzione definitiva ai problemi di scorrimento delle acque fu trovata solo nel 1853, quando fu finalmente risolto l’annoso problema del Noce che, apportando grandi masse di materiale dalla Val di Non, impediva il regolare deflusso delle acque dei canali e dell’Adige stesso. 

Un ulteriore canale fu poi realizzato nel 1779 tra Laghetti e Salorno, denominato Lutterotti-Graben, e nello stesso anno fu realizzato il collegamento tra la Fossa di Bronzolo e Ora. Seguì nel 1853 la Fossa tra Vadena e Laimburg. Nel 1845 fu realizzato un analogo canale tra Nalles, Andriano e Appiano, sicché l’intera Bassa Atesina a quel punto si poteva ritenere bonificata e coltivabile.

Autore: Reinhard Christanell

Mirko Ciech l’artista del riutilizzo

La creatività di Mirko Ciech nasce dal riutilizzo: sono i materiali poveri, quelli che vengono scartati nei cantieri in cui lavora, che lui ricicla per creare le proprie sculture. 

“Sono ormai una ventina di anni che mi dedico alla scultura, tanto che sono riuscito a riempire un garage di opere”, spiega con voce fiera Mirko Ciech, classe 1969 residente a Bronzolo.

Dopo gli studi professionali come maestro muratore e numerosi corsi, ha iniziato a lavorare nei cantieri senza mai trascurare l’amore per l’arte, nato fra i banchi di scuola. “Con le mie sculture mi piace lanciare un messaggio, spiegare l’importanza dell’andare tutti d’accordo”. Esemplificativa è l’opera “Prima di agire devi dormire”: ritraendo una testa dormiente, l’autore comunica che prima di dire qualsiasi cosa occorre avere la mente lucida. “È un pezzo nato da un’unica gittata di calcestruzzo, modellato all’80 per cento con la cazzuola e rifinito con il disco diamantato. “Diversi ma uniti”, poi, è fatta invece con tre cubi in calcestruzzo legati con dei tubi di ferro ed è l’opera di più recente realizzazione: è una scultura che rende omaggio ai quattro elementi che stanno alla base della costruzione, vale a dire il legno, il sasso, il mattone e recentemente il calcestruzzo. “Sono contrario a tutti quei materiali applicati alle facciate, tipo il polistirolo, che un domani dovranno essere smaltiti”.

Mirko Ciech, com’è venuta l’idea di realizzare sculture con questi materiali? 

Dopo quarant’anni di lavoro come capocantiere ho pensato di creare qualcosa unendo il mio amore per l’arte con ciò che conosco molto bene e uso ogni giorno per lavorare. Nelle mie sculture inserisco colori ad ossido di ferro, scelgo l’inerte, scelgo i sassi nei fiumi e faccio le gittate. Ciò che ne esce lo modello e lo levigo con il disco diamantato, fino a che dal conglomerato ne esce la scultura. Ho fatto anche dei quadri in calcestruzzo.

Ma oltre agli strumenti servirà anche del tempo…

Una scultura occupa sulle trenta ora di lavoro. Oltre il disco diamantato o flex e la cazzuola, compagna di una vita di lavoro nei cantieri e alla base delle mie opere, è necessario lo scalpello. Generalmente creo le mie sculture nel garage durante i fine settimana: è come essere in ferie, è appagante. Poi il calcestruzzo è un materiale che nessuno usa nell’arte.

Ha già fatto anche qualche mostra? 

Ho fatto due mostre a Bolzano e al campo da golf di Pietralba. Ma purtroppo l’arte è un qualcosa che interessa davvero a pochissime persone, da queste parti.

Cosa pensano i colleghi in cantiere di questo suo talento? 

Reagiscono in maniera simpatica: ridono e mi chiamano “il professore”.

Autore: Daniele Bebber

La scrittura terapeutica

Il cinquantacinquenne Marco Veronese, nato a Bolzano ma residente da sempre nel comune di Bronzolo, da ventisette anni lavora in una grande multinazionale altoatesina, dove si occupa di sicurezza. Però in anni recenti si è dedicato molto anche alla scrittura. In particolare di poesie in versi liberi, come forma terapeutica per se stesso e come messaggio per gli altri.

La cosa di me che mi piace di più. 

L’imprevedibilità.

Il mio principale difetto. 

La fragilità. 

Il mio momento più felice. 

La nascita dei figli. 

Le persone che ammiro. 

I miei genitori.

Un libro da portare sull’isola deserta. 

“Un giorno apparirà”.

Il paese dove vorrei vivere. 

In un paese asiatico.

Non sopporto… 

L’arroganza.

Per un giorno vorrei essere…

Una mosca.

La mia paura maggiore. 

Non riuscire a dare molto ai figli.

Nel mio frigo non manca… 

La carne.

Se fossi un animale sarei. 

Una pantera.

Il mio motto. 

Non mollare mai.

Il capriccio che non mi sono mai tolto. 

Volare.

Il giocattolo che ho amato di più. 

Un peluche.

I miei poeti preferiti. 

Alda Merini, Fabrizio de André.

Il mio pittore preferito. 

Munch.

Il dono di natura che vorrei avere. 

L’invisibilità.

Dico bugie solo… 

Non le dico mai.

Dove mi vedo fra dieci anni. 

Di sicuro in pensione in un’isola.

Il colore che preferisco. 

Azzurro.

L’ultima volta che ho perso la calma. 

La perdo tante volte.

Da bambino sognavo… 

L’amore eterno.

Autore: Daniele Bebber