Un memorial “senza pretese” per ricordare Walter

Non serve un trofeo di prestigio per rendere omaggio ad una persona davvero speciale: a volte è sufficiente un “Torneo senza pretese”, come quello organizzato a Salorno per ricordare Walter Martinelli, una persona che è riuscita a lasciare un segno indelebile nei cuori dell’intera comunità.

A sedici anni dalla sua scomparsa, il Salorno calcio si è impegnato alacremente per proporre un evento semplice, ma decisamente pregno di significato. Pensato come Memorial, la definizione “torneo senza pretese” vuole anche significare amicizia e riconoscenza verso l’impegno e l’umanità di un uomo riuscito a unire generazioni e settori diversi del paese, dallo sport alla politica, dal volontariato alla goliardia del carnevale, il tutto con grande umiltà.

“Per parlare di Walter servirebbero giorni interi. Era ovunque – spiega il fratello gemello Edy Martinelli – ed era un associazionista convinto. Quando c’era da portare un sorriso nel Comune di Salorno non mancava mai”. 

Tra le altre cose fu lui a fondare il gruppo dei coscritti del 1949, che ancora oggi continua a riunirsi e a viaggiare per l’Europa.  

Rivolgendo l’attenzione agli aneddoti più curiosi della sua viota, spicca una certa creatività e fantasia, come quella manifestata la volta in cui aveva calato delle salsicce dal campanile della piazza durante la giornata dell’Avis. Oppure quel frangente in cui per accogliere l’anno 2000 portò in piazza l’intera comunità, parroco incluso, per salutare il nuovo millennio in modo decisamente originale.
“Inventivo, coinvolgente, sempre pronto a regalare un sorriso anche nei momenti difficili” è il ricordo quasi unanime emerso nelle parole di chi l’ha conosciuto. 

“Era anche uno che sapeva ascoltare davvero – sottolinea ancora il gemello -. Walter esprimeva il suo pensiero con rispetto, coinvolgendo tutti”. 

I figli, Davide “Spillo” e Andrea “Roccia” Martinelli, ne parlano con emozione e gratitudine: “Ci ha insegnato a non mollare mai, ad aiutare chi è in difficoltà, a sorridere anche quando non è facile”. 

Walter era anche il cuore del carnevale. Per oltre vent’anni ha sfilato con i suoi carretti fatti in casa, ed ad ogni edizione portava un messaggio ironico e mai banale. 

“Sapeva sempre trovare la parola giusta per ognuno. Era molto responsabile, anche più di me, e sempre presente nei momenti importanti”, confessa la moglie Silvana nel ricordarne la grande umanità e l’equilibrio. 

Molti giovani cresciuti attorno a lui lo ricordano come una figura paterna. Tra questi l’attuale capitano del Salorno Fabio Bertoldi e il  presidente della società calcistica Sandro Piffer. 

“Era come un secondo papà – racconta Bertoldi -. Quando mi hanno convocato per la Nazionale Under 18 venne con mio padre a Coverciano. Era sempre lì, con il sorriso. Anche se eri arrabbiato, riusciva a farti stare bene”. 

“Era anche l’autista del pulmino, soprannominato Airton Martinalli per le doti di guida”, sorride Bertoldi. 

“Era il momento giusto per ricordarlo – afferma Piffer, non senza lasciar trapelare l’emozione  spiegando il senso del memorial – All’inizio mancavano le forze, adesso abbiamo un gruppo più ampio e possiamo riproporre ciò che Walter ha creato: un torneo che unisce”.

Anche Andrea Martinelli è nello staff organizzativo del torneo. Per molti è come avere di nuovo Walter tra loro. “Papà era dinamico, esplosivo. Amava creare per la comunità e stare con la gente. L’idea è continuare ciò che ha iniziato”. 

Ivan Cortella, ex vicesindaco di Salorno, amico e compagno di tante avventure, conserva bei ricordi nel dire che era una fucina di idee: “Una volta mi portò una gru per un gioco – dice -. Ricordo quando mi chiamava di mattina o di sera per propormi idee per i giochi del torneo senza pretese”. 

Insomma, dentro un mondo in cui con la stessa fretta con cui si muove spesso si dimentica, Walter Martinelli sembra continuare a vivere nei gesti di chi l’ha conosciuto. “Walter non è solo un ricordo – conclude Bertoldi -. È sempre qui nel nostro modo di fare e questo torneo, semplice ma sentito, ne è la dimostrazione”.

Autore: Daniele Bebber

Science Live. Get Curious! 

Inserzione pubblicitaria – Venerdì 14 novembre 2025, dalle 17 alle 21, il campus di Bolzano centro di unibz ospita Science Live. Get Curious!, l’evento sulla scienza gratuito e aperto a tutti. 

Il mondo che abitiamo è pieno di fenomeni invisibili che aspettano solo di essere osservati più da vicino. L’energia che accende le nostre case, il cibo che portiamo in tavola, i materiali che indossiamo, le scelte economiche che orientano la vita quotidiana, le tecnologie che usiamo senza pensarci: a Science Live queste cose si toccano con mano. La scienza smette di parlare difficile e diventa gioco, esperienza, relazione. Famiglie, bambine e bambini, studentesse e studenti, persone curiose di ogni età possono muoversi liberamente da uno stand all’altro e costruire il proprio itinerario all’insegna di una sera piena di scoperte.

Tema della manifestazione sono i Giardini della conoscenza, sette spazi tematici popolati da fiori speciali che sbocciano dove crescono le domande. Nel Giardino dell’Evoluzione si esplora come la scienza cambi le cose: i visitatori potranno confrontarsi con esperienze che mostrano come innovazione e ricerca trasformino allevamento, alimentazione e catene di approvvigionamento, sperimentare giochi interattivi per capire l’impatto delle scelte quotidiane su ambiente ed economia, e contribuire a costruire un “Atlante dei paesaggi futuri”. Il Giardino dell’Ingegno è il luogo dove creatività e invenzione si incontrano: da robot e sensori che risolvono problemi concreti, fino a giochi interattivi su startup, industrie del futuro e strumenti del fablab, i visitatori possono scoprire come l’inventiva nasca per affrontare sfide reali. Nel Giardino dell’Origine si scende invece alle radici: ecosistemi, fiumi, suolo e cicli naturali diventano oggetti di esplorazione, mentre strumenti interattivi svelano i segreti del corpo umano e, in particolare, della voce, per un viaggio sensoriale tra natura e scienza. Il Giardino della Fantasia accende i “se” del futuro: realtà virtuale, teatro Kamishibai, scrittura su macchine da scrivere e una caccia al tesoro nella biblioteca di unibz offrono esperienze immersive per stimolare immaginazione e creatività. Nel Giardino della Scoperta la curiosità è poi la vera protagonista: si scoprono cibi tradizionali e innovativi, si sperimentano strumenti che trasformano dati in percezioni sensoriali. Il Giardino della Luce svela l’energia che illumina idee e fenomeni: esperienze su fotosintesi, energie rinnovabili e installazioni artistiche da Paesi remoti permettono di osservare la bellezza nascosta della scienza. Infine, il Giardino dei Legami intreccia persone, reti, società, mostrando connessioni nascoste come quelle tra arte e intelligenza artificiale, città di montagna e cambiamento climatico e persino dinamiche dei social network.

Science Live è una serata di incontri in cui chi fa ricerca racconta non solo i risultati, ma anche il percorso che porta a scoprirli. “Fare ricerca è fondamentale, ma raccontarla è ciò che le dà senso. Solo condividendo la conoscenza possiamo renderla davvero utile alla comunità”, sottolinea il rettore prof.  Alex Weissensteiner, “con Science Live vogliamo trasformare la conoscenza in un bene condiviso, rendendo visibile quanto la scienza possa incidere concretamente sulla vita quotidiana”.

Quest’anno Science Live si svolge in collaborazione con “Le Mille e una Scienza”, il festival che dal 14 al 16 novembre porterà a Bolzano incontri, laboratori e talk dedicati alla cultura scientifica. La scienza, infatti, non è un episodio isolato, ma una buona abitudine da coltivare: una domanda chiama l’altra, e via così, di scoperta in scoperta.

Tra piano terra, primo piano dell’edificio centrale, biblioteca e BITZ unibz fablab, i visitatori potranno costruire la propria serata, seguendo inclinazioni e curiosità.  Alla manifestazione ci saranno ricercatori e ricercatrici e professori e professoresse pronti a rispondere a tutte le domande e a spiegare la loro ricerca in modo semplice e divertente. C’è chi mostra come leggere un campione di terreno per capire se un suolo è in salute, chi invita a costruire un atlante dei paesaggi futuri, chi mostra le città di montagna del futuro, chi propone giochi economici per comprendere decisioni e comportamenti di consumo, chi analizza lo stato di salute con semplici test sul posto e chi racconta le storie di famosi scienziati.

Il bello di Science Live è anche il ritmo gentile: ci si può fermare cinque minuti a uno stand e un’ora a quello dopo, tornare sui propri passi, oppure farsi guidare dai più piccoli. Non servono prenotazioni, e ogni domanda, anche quella più semplice, può aprire nuove porte. Chi preferisce ascoltare può seguire brevi spiegazioni; chi ama fare potrà misurare, costruire, provare. Nessuno resta a mani vuote: c’è chi porta a casa una storia, chi un’idea, chi un esperimento da rifare con la classe o con gli amici.

Non mancheranno sorprese e regali: dalla caccia al tesoro in biblioteca, alla stampa di una borsa a tema nel BITZ unibz fablab. E per chi visiterà tutti i giardini, ci sarà un ricordo speciale!

Venite a scoprire tutti i Giardini della Conoscenza di Science Live 2025. Vi aspettiamo!

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Don Gioele, il ritorno a casa (ma da straniero)

Il telefono di don Gioele Salvaterra squilla almeno tre volte mentre parliamo. Segno che, anche se da poco arrivato, la sua agenda è già piena. Ma oggi non siamo più nella sua canonica di Merano. Siamo a Bolzano, accanto al Duomo, nella sua nuova casa, dove ci sediamo a chiacchierare “come ai vecchi tempi”. Ci conosciamo da quando era giovane diacono, e ci diamo del tu.

Don Gioele Salvaterra è tornato a casa, almeno sulla carta. Bolzanino di nascita, figlio di maestri (nel senso più pieno del termine), oggi è parroco “in solidum” della parrocchia del Duomo di Bolzano, parroco anche di San Giuseppe ai Piani e responsabile per la pastorale italiana di Rencio. Ma il ritorno non è stato una semplice rimpatriata: “In realtà non mi sono mai sentito un bolzanino doc – confessa con quel suo modo un po’ schivo, un po’ ironico – Non conoscevo la città nemmeno prima. Adesso è tutto nuovo. È come se fossi arrivato in un’altra terra”.

Quali sono le prime cose che hai notato?

Sono cambiate tante cose. Mi accorgo che tutto è diverso… anche perché lo guardo con occhi nuovi. Diciamo che prendo un po’ da ogni luogo dove sono stato: sono un po’ bolzanino, un po’ meranese, un po’ “bersabeo”, si può dire così.

Figlio di maestri: quanto ha inciso questo sul tuo modo di essere prete?

Tanto. Mio padre era maestro e anche “padre” nel senso pieno del termine, e quando Gesù dice “non chiamate nessuno maestro o padre sulla Terra”, io mi sono trovato in crisi… Non sapevo come rivolgermi a lui! Ma, battute a parte, credo di aver ereditato due cose: una particolare attenzione ai giovani, ai bambini, ai ragazzi, e l’idea che nessun contenuto sia troppo difficile. Bisogna solo saperlo dire bene, senza infantilizzare, ma nemmeno complicare.

Ora sei parroco “in solidum” del Duomo di Bolzano. Cosa significa esattamente?

È un’espressione giuridica che indica la presenza di due (o più) parroci per una stessa parrocchia. Da noi succede quando si tratta di comunità bilingui: in pratica ogni gruppo linguistico ha il proprio riferimento, ma si lavora insieme.

E non solo Duomo…

Esatto, oltre a Santa Maria Assunta (Duomo), sono anche parroco della parrocchia di San Giuseppe ai Piani e responsabile per la pastorale italiana a Rencio.

Dopo quattordici anni a Merano e cinque a Beersheva, in Terra Santa, cosa ti porti dietro?

Il senso della periferia. Sia Beersheva che Merano, anche se in modo diverso, sono luoghi che si percepiscono ai margini. E da lì lo sguardo cambia. Porti al centro quelli che sono ai bordi. Credo sia una delle eredità più forti di quelle esperienze.

E alcune esperienze concrete che vorresti portare qui?

La pastorale cittadina, l’esperienza dell’emporio solidale Tenda di Abramo, il team ecumenico… A Merano abbiamo costruito molto, anche grazie a un forte lavoro di squadra. Qui sarà diverso, è un contesto che sto ancora conoscendo, ma quegli ingredienti, relazioni, ascolto, apertura, sono importanti ovunque. Bisognerà capire come adattarli.

Come si costruisce una pastorale che tenga insieme italiano, tedesco e le tante lingue delle nuove cittadinanze?

Si parte dall’ascolto. Serve un orecchio (e un cuore) attento. Bisogna saper vedere le realtà più piccole, quelle che non fanno rumore. E trovare ciò che unisce, senza nascondere ciò che divide, ma avendo rispetto per entrambe le cose. Non è facile, ma è lì che si cresce insieme.

A due mesi dal tuo insediamento, che sfide vedi in questo territorio?

Le sfide non mancano: la diminuzione delle persone attive, la fatica nella pastorale giovanile, il dialogo ecumenico e interreligioso… ma anche un enorme potenziale, se si ha il coraggio di ripensare alcune cose.

Parliamo di ecumenismo: oggi dove vedi i passi più concreti?

A livello locale, senza troppi convegni. Nella cura condivisa dei poveri, nella custodia del creato, nella preghiera comune. La vera sfida è avere uno stile comune di pastorale, partendo da queste priorità.

(L’ecumenismo è il movimento volto a promuovere l’unità tra i cristiani appartenenti a Chiese e comunità ecclesiali diverse, attraverso il dialogo, la preghiera e la collaborazione concreta, ndr).

Fonderesti un team ecumenico diocesano?

Sì, sarebbe bello. L’esperienza fatta a Merano è stata molto significativa. Credo possa funzionare anche a livello provinciale, se ci si mette in ascolto e si lavora insieme su ciò che davvero conta.

I giovani cercano spiritualità ma faticano con le istituzioni. Tu come leggi questa distanza?

Il punto non è “riempire le chiese” di giovani, ma avere un rapporto autentico con loro. Ascoltarli davvero, senza volerli subito “incasellare”. Se si sentono accolti, ascoltati, rispettati, è già un passo enorme.

Il ruolo dei laici nella Chiesa: c’è una corresponsabilità vera o è solo di facciata?

Che sia corresponsabilità vera me lo auguro con tutto il cuore. Ma serve attenzione a non cadere nella clericalizzazione dei laici, come ha detto anche Papa Francesco. I laici hanno un ruolo centrale e fondamentale: devono essere valorizzati per ciò che sono, non trasformati in “brutte copie” dei preti.

Nel 2025 ha ancora senso parlare di “vocazioni”?

Sì, se capiamo che vocazione non vuol dire solo prete o suora. È ogni vita vissuta come risposta al bene, al servizio, alla volontà di Dio dentro la realtà. È fare bene ciò che ci è dato da fare. È porsi al servizio dell’umanità.

In questo momento, qual è il passo evangelico che ti “risuona” di più?

Quello della lavanda dei piedi. Dio che si fa ultimo. È lì che ci si incontra. E che si capisce cosa significa davvero servire. Poi che ci si riesca, è un altro discorso… ma il senso sta tutto lì.

Autore: Marco Valente

L’università di Bolzano diventa “più internazionale”

L’Università di Bolzano nei primi decenni della seconda autonomia fu un argomento tabù. L’idea di un ateneo plurilingue nel cuore dell’Alto Adige confliggeva con la dottrina del “quanto più ci divideremo, tanto meglio ci capiremo” e con un sistema scolastico che viaggia anche oggi su binari paralleli.

Quando nel 1997, nell’era del pragmatismo durnwalderiano, UniBz fu fondata davvero, per molti fu un sogno che si era avverato. Oggi essa è un (piccolo) ateneo trilingue e internazionale, con cinque facoltà, oltre 40 programmi di laurea e master, circa 4.100 studenti iscritti, di cui l’11 per cento proviene dall’estero. Il 27 per cento del corpo docente è classificato come “internazionale”.

Recentemente abbiamo “letto sul giornale” un titolo che suona un po’ così: “L’Università di Bolzano diventa di nuovo ‘più tedesca’”. Nell’articolo si riferisce del fatto che la presenza di docenti di lingua tedesca nell’ateneo bolzanino non è al livello che dovrebbe. Per questo il governo italiano ha approvato una misura, grazie alla quale il 10 per cento (per ora) dei membri del corpo docente (17 su 179 professori) potrà essere reclutato da Paesi di lingua tedesca, anche se i professori non hanno ancora una cattedra. L’obiettivo è fare in modo che in futuro il 70 per cento dei docenti provenga dall’estero.

Si può naturalmente discutere sulla bontà di questo provvedimento. Qualcuno fa notare che esso può incidere negativamente sulla qualità del corpo docente. Di fatto aiuta certamente l’università a diventare “più internazionale”.

Due osservazioni. La prima: a dispetto del titolo (“più tedesca”, espressione del resto messa tra virgolette), l’Alto Adige non ha bisogno di essere “più tedesco” o “più italiano”. Serve che sia plurale. Più interculturale, più plurilingue.

La seconda: quando la convivenza tra lingue e culture diventa un valore fondante (anziché un’anomalia da cancellare) allora si trovano i modi, anche a livello giuridico, per farla crescere e consolidarsi.

Autore: Paolo Bill Valente

Lavoro di cura non retribuito

Le donne percepiscono pensioni nettamente inferiori rispetto agli uomini – in Alto Adige fino al 43% in meno in media. La causa principale di questa disparità è la cura della famiglia e dei propri cari, che comporta interruzioni contributive e lavoro a tempo parziale per le donne. Nei giorni scorsi in occasione dell’Equal Pension Day del 28 ottobre, l’Alleanza per le famiglie dell’Alto Adige ha chiesto un cambiamento culturale ormai indispensabile.
Lo sanno tutti, almeno in teoria: occuparsi dei figli e dei familiari è forse uno degli investimenti più preziosi che si possano fare, non solo per la propria famiglia ma anche per la società. Questa forma di cura familiare è la base per la crescita di giovani persone emotivamente competenti, sane e sicure di sé, favorisce una buona convivenza sociale e allo stesso tempo alleggerisce i sistemi educativi, assistenziali e sanitari. Nella maggior parte dei casi ancora oggi, però, sono le donne ad assumersi questa responsabilità, con grande impegno e senza lasciarsi scoraggiare dalle conseguenze economiche di lungo periodo.
Le conseguenze del lavoro di cura familiare non retribuito diventano evidenti soprattutto al momento del pensionamento. L’Alleanza per le famiglie chiede che questa ingiustizia sociale venga eliminata: “Dovrebbe essere ormai una cosa ovvia riconoscere gli anni dedicati all’educazione dei figli e all’assistenza dei familiari come anni assicurativi ai fini pensionistici. Inoltre, il lavoro di cura all’interno della famiglia dovrebbe essere equamente condiviso tra i partner,” afferma Gudrun Brugger dell’Alleanza per le famiglie.
Come fare? Occorre un cambiamento di paradigma e gli esempi ci sono. Modelli come il pension splitting – previsto per legge in Svizzera e possibile su base volontaria in Austria – prevedono che una parte dei contributi previdenziali del genitore che lavora venga attribuita al genitore che si dedica prevalentemente alla cura dei figli, in modo da ridurre le disparità nei futuri trattamenti pensionistici. Un’ulteriore possibilità concreta per valorizzare economicamente il lavoro familiare svolto e garantirne la copertura pensionistica consiste nei versamenti del partner che lavora a tempo pieno nel fondo pensione complementare del partner che si occupa della famiglia. Il governo in carica a livello nazionale finora si è speso spesso solo a parole a favore della famiglia e la natalità. Rimane ancora moltissimo da fare per ridurre la forte differenza di genere che si genera in famiglia, a svantaggio delle donne.

Autore: Luca Sticcotti

Carmen Sciullo: talento e determinazione

Il primo quarto di secolo del terzo millennio ha visto un proliferare nella nostra regione un numero incredibile di nuove voci femminili, in particolare cantautrici: qualcuna dotata di talento naturale e senza particolari studi in  materia di canto, qualcun’altra proveniente da un ambito più pop, magari con una strizzata d’occhio a quello che si ascolta in giro per il mondo negli ultimi anni, qualcuna ancora si è scoperta cantautrice dopo aver percorso per un po’ le vie del bel canto e delle cover raffinate. Carmen Sciullo, titolare di un breve CD di brani autografi intitolato Kill The Small-Town Girl, fa storia a sé, complice il fatto di essere una figlia d’arte (mamma Ulli faceva parte del trio-meteora October Anywhere che a cavallo tra il 1996 e il 1997 ha fatto parlare di sé anche al di fuori dei confini regionali), la ragazza è cresciuta ascoltando PJ Harvey e Nick Cave, artisti di solida fama, ma non certo in voga tra la gioventù d’oggidì.

“Ho cominciato la mia avventura nel mondo musicale – ci racconta Carmen – approcciandomi al pianoforte classico, dopo qualche scuola di musica mi sono iscritta al conservatorio. Tutto è accaduto abbastanza in fretta, a dodici anni ho cominciato a scrivere le prime canzoni, i testi e la musica mi venivano con spontaneità. Quando mi trovavo alle scuole superiori però, ho capito che il mondo della musica classica era bello, ma non era la mia via. Mi succede ancor oggi di suonare della musica classica, ma quello che voglio fare è scrivere canzoni e cantarle. Per questo motivo fino a pochi mesi fa sono stata a Berlino per frequentare un corso di canto moderno, in cui ho conseguito il diploma.”

Carmen Sciullo si muove con sicurezza nel mondo delle sette note, oltre a scrivere tutto da sola, arrangia ogni brano, lo suona tutto da sola, usando il pianoforte anche in vece di batteria e basso, dando vita così ad un suono che le appartiene per intero. 

“È stato un learning by doing – ci spiega – che è come dire che quando ho cominciato a lavorare al CD non avevo alcuna idea di come si facesse. Ho imparato provando, sia a registrarmi, sia a mettere insieme i suoni. Solo in due brani ci sono interventi esterni, ovvero i synth di Manny Pardeller in uno e Johannes Sattler e Pedro Heger, coi quali suonavo quando stavo a Berlino, in un altro. Per il mastering mi sono poi affidata all’esperienza di Andrea Cozzo.”

Così come lo scrivere le musiche, anche il metterci dei testi è per la cantautrice una specie di processo immediato: “Ci sono delle cose che mi frullano in testa, che spingono per uscire, così devo buttarle fuori scrivendo. C’è chi parla con un amico, chi va da un terapeuta, chi si mette a fare sport. La mia valvola è la musica. Altre volte però succede diversamente, mi siedo al pianoforte e la canzone esce, così con naturalezza. Non è semplice da spiegare. Quanto a ispirazione, direi che piuttosto che musicisti a cui mi rifaccio direttamente, ci sono dei musicisti che mi piacciono, come PJ Harvey, che ascoltavo da piccola con mia mamma, o la cantante giapponese Mizki.”

Oltre al disco, che è stato seguito la scorsa primavera dall’eccellente singolo Motherland, Carmen Sciullo porta avanti una carriera concertistica con continuità, non passa settimana che non abbia un ingaggio, si esibisce sia da sola che in duo, ma anche con un gruppo più composito con cui sta già lavorando per dare un seguito al disco, ma senza stressarsi troppo. Fino a pochi mesi fa si presentava dal vivo anche a Berlino, ma lei ha deciso che ora il suo futuro sarà qui ed intende fare di tutto perché quella di cantautrice possa diventare una professione a tutto tondo. Per farsi accompagnare dal vivo, Carmen può contare su una formazione che include il bassista bergamasco Simone Brolis (conosciuto a Berlino e con cui ha suonato con continuità nel periodo in cui era lì residente), il batterista Mattia Mochen e il chitarrista bolzanino David Altieri.

“David – conclude la Sciullo – ha il dono di sapersi dosare. I chitarristi tendono ad essere protagonisti, ma nella mia musica i protagonisti siamo io e il pianoforte. La chitarra, nella mia band ha un ruolo più effettistico, e lui è molto bravo a ricoprirlo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il sindaco con il ghiaccio sotto i piedi

Nella vita dell’attuale sindaco di Salorno, Roland Lazzeri, c’è una pagina la cui lettura ha il freddo sotto i piedi e una scopa tra le mani. È la lunga storia di passione per il broomball, sport di squadra praticato sul ghiaccio senza pattini, che per anni ha infiammato i cuori e le gelate invernali della Bassa Atesina, e non solo, tra amicizia, trasferte internazionali, trofei e pure… qualche costume da Spider-Man.

Roland Lazzeri, com’è iniziata per lei l’avventura nel broomball?

Come un po’ per tutti da queste parti, direi. Il broomball è nato proprio qui nella nostra zona, grazie all’iniziativa di don Andrea, l’allora parroco. Era un uomo molto sportivo e, venuto a conoscenza di questo sport che si gioca sul ghiaccio ma senza pattini, ha pensato che potesse essere un’attività accessibile a tutti. Così, con un gruppo di ragazzi del paese, ha investito qualche soldo per comprare le prime attrezzature: scope rudimentali, qualche vecchia soldatella e si è iniziato a giocare. Il campo da tennis dietro la chiesa diventava una pista di ghiaccio d’inverno. Da lì è partito tutto.

Poi è arrivata la squadra…

Sì, pian piano si sono formate le prime squadre anche in Val di Non. A Pochi, nel 1989, è nata l’associazione “Pochi 89”, da cui anche il nome. Io sono entrato in quegli anni, un po’ dopo i fondatori. Nel 1990 giocavamo già i primi tornei e campionati, come il celebre Torneo dei Bar qui a Salorno, dove ogni bar metteva insieme una squadra. Era un evento bellissimo, partecipava tutto il paese.

Una realtà che poi si è evoluta, fino ad arrivare a competere a livello internazionale…

Esatto. Dalle prime scope siamo passati a un’organizzazione più seria. Abbiamo iniziato a comprare attrezzature vere, a crescere come squadra e come società. Nel 1996 siamo andati ai primi Mondiali, a Victoria, in Canada. Ma abbiamo sempre approfittato anche per farci un po’ di vacanza: Los Angeles, Las Vegas, New York, Chicago, St. John’s, Corner Brook… Siamo stati dappertutto, anche in Giappone. E nel 1998 abbiamo persino organizzato un mondiale a Bolzano.

Il movimento è cresciuto anche a livello locale, con giovani e donne coinvolti…

Sì, abbiamo creato un settore giovanile che ha funzionato molto bene per anni. Al culmine, avevamo due maschili in Golden e Silver League, una femminile e una giovanile. Il periodo d’oro è stato dal 2000 al 2020. Purtroppo, oggi il movimento del broomball sta pian piano calando. Le squadre sono sempre meno.

E Roland Lazzeri che ruolo ha avuto in tutto questo?

All’inizio ero un semplice giocatore, poi sono diventato capitano e successivamente presidente della società. Quando sono entrato in politica ho lasciato il ruolo dirigenziale, ma ho continuato a giocare per un po’. Poi, qualche infortunio mi ha fatto smettere del tutto. Ma il broomball mi ha lasciato tantissimo: prima di tutto un gruppo di amici che frequento ancor oggi. Lo sport di squadra ti insegna valori importanti. Poi le trasferte con la squadra sono esperienze che ti restano dentro.

Ci racconta un aneddoto divertente?

Durante un torneo a New York, avevamo l’albergo vicino a Central Park. Una sera, un nostro compagno si è vestito da Spider-Man e abbiamo fatto un po’ di… movimento diciamo, nei corridoi dell’hotel. I vicini di stanza forse si sono divertiti meno, ma per noi è stato indimenticabile. Quando eravamo in campo eravamo serissimi, ma fuori… ci sapevamo divertire.

Tra i tanti riconoscimenti, lei è entrato anche nella Hall of Fame del broomball…

Sì, l’anno scorso in Francia. È stato un grande onore, insieme a Elisa Dallago. Un riconoscimento che premia tanti anni di lavoro, impegno e passione.

Chi erano i protagonisti di questa storia?

La base era composta da ragazzi di Pochi, Cauria e Salorno, ma come tutte le squadre abbiamo avuto anche innesti da fuori: Val di Non, Bolzano, perfino da Egna ogni tanto. La fortuna è stata avere un gruppo di altissimo livello proprio di qui. Anche grazie a loro siamo diventati una delle squadre più titolate del broomball italiano, con numerosi successi anche all’estero.

Un’immagine che si porta nel cuore?

Ce ne sono tante. Ma forse la più simbolica è quella scattata a Losanna, al centro olimpico, durante il torneo 24 ore. Giocavamo a tutte le ore del giorno e della notte, anche alle 3 del mattino con la nebbia d’agosto. Una follia, ma che emozioni! Il broomball è stato davvero una parte importantissima della mia vita.

Autore: Daniele Bebber

Dietrich von Bern e il mito medievale

Secondo una leggenda diffusa nelle valli dolomitiche, il re dell’Adige decise di dare in sposa la figlia Similde, ma non invitò al torneo nuziale Laurino, re dei Ladini. Offeso, questi rapì la principessa e la condusse nel suo regno ai piedi del Catinaccio. A liberarla fu Dietrich von Bern, che sconfisse Laurino in duello. Il re nano, vinto ma non umiliato, lanciò una maledizione sul suo giardino di rose: non sarebbe più stato visibile né di giorno né di notte – solo all’alba e al tramonto il Rosengarten si tinge ancora oggi di rosso, a ricordare quell’incanto.

Davanti al Palazzo Provinciale di Bolzano, una statua del 1907 di Andrä Kompatscher e Arthur Winder raffigura ancora la lotta tra i due sovrani, simbolo dell’intreccio tra storia e mito che segna la memoria di questa terra.

Ma chi era in realtà Dietrich von Bern? Dietro la figura leggendaria si cela Teodorico il Grande, re degli Ostrogoti, che regnò sull’Italia per trent’anni (493–526). Nato intorno al 455 in Pannonia, figlio del capo ostrogoto Teodemiro, trascorse la giovinezza come ostaggio a Costantinopoli, dove apprese la lingua latina, la diplomazia e la cultura romana. Quando tornò tra i suoi, unì la forza dei Goti all’eredità dell’Impero d’Oriente.

Gli Ostrogoti, ramo dei Goti migrati dall’area baltica, avevano attraversato i Balcani nel V secolo. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente (476), l’Italia precipitò nel disordine. Nel 489, su incarico dell’imperatore Zenone, Teodorico guidò il suo popolo oltre le Alpi per deporre Odoacre. Lo sconfisse a Verona e, dopo tre anni d’assedio, lo fece uccidere a Ravenna. Da lì governò un regno pacifico, fondato sulla convivenza tra romani e goti, mantenendo le strutture amministrative imperiali. La sua corte divenne centro d’arte e cultura; il mausoleo di Ravenna, che ancora si erge imponente, ne è il simbolo più tangibile.

Col tempo, la figura storica di Teodorico — cristiano ariano, morto nel 526 — si trasformò nella leggenda di Dietrich von Bern (“Bern” da Verona). Nei poemi eroici tedeschi e nei Nibelunghi, egli appare come sovrano esiliato e guerriero invincibile, rifugiato alla corte di Etzel (Attila), esempio di nobiltà e pietà in un mondo dominato dalla vendetta. Il

ricordo dell’educazione romana a Costantinopoli traspare nella sua saggezza e moderazione, qualità che fecero di lui un ponte tra civiltà latina e germanica.

La leggenda di Dietrich attecchì anche nelle Alpi, dove divenne parte del patrimonio orale tirolese. Quando il sovrano regnava a Ravenna, infatti, le vallate dell’Etschtal erano abitate da popolazioni retiche romanizzate, non germaniche: agricoltori e commercianti che solo nei secoli VI–VIII furono gradualmente germanizzati da Baiuvari e Alemanni. Proprio in questo crocevia di culture, tra radici romane e influssi nordici, nacquero leggende come quella di Laurino, che fondono elementi pagani, cristiani e cavallereschi.

Nel Tirolo, Dietrich divenne così il simbolo del sovrano giusto, capace di conciliare mondi diversi: come nel duello con Laurino, che termina non con l’annientamento ma con la riconciliazione tra uomini e nani, fra realtà e mito. Nei racconti popolari egli è talvolta un re dormiente, nascosto in una montagna, pronto a risvegliarsi nei tempi difficili per difendere la sua gente — eco alpina del mito di Federico Barbarossa.

Tra le cime che si tingono di rosa al tramonto, la leggenda di Dietrich von Bern continua a vivere come un ponte tra storia e poesia, tra la concretezza di un re ostrogoto e l’eterno fascino delle saghe germaniche che, nel cuore delle Dolomiti, trovano ancora oggi la loro eco più luminosa.

Autore: Reinhard Christanell

Un’oasi di fiori lungo le strade della città

Arriverà l’inverno, che coprirà la terra con la neve ed il ghiaccio. Poi tornerà la primavera, e la sorpresa sarà enorme, quell’area splenderà di luce propria da un manto di fiorellini colorati: anche la città di Laives partecipa al progetto “Prati fioriti” che aiuta i comuni dell’Alto Adige a creare e mantenere prati fioriti con semi di piante locali.

Le farfalle, le api selvatiche, i sirfidi e i coleotteri sono responsabili dell’impollinazione di circa due terzi di tutte le specie vegetali del mondo e garantiscono così un terzo della produzione alimentare globale. Tuttavia, questi insetti non possono sopravvivere nelle nostre città e nei nostri paesi fortemente sigillati o sui prati all’inglese. La popolazione di molte specie di insetti è diminuita drasticamente negli ultimi anni e decenni. È quindi fondamentale proteggere gli impollinatori, non solo per gli insetti stessi ma anche per gli esseri umani.

Per garantire che tutti gli altri impollinatori trovino un posto dove vivere nel paesaggio urbanizzato e utilizzato in modo intensivo, in molte comunità altoatesine si stanno piantando prati fioriti di alto valore ecologico, con semi di specie vegetali autoctone che si adattano alle condizioni locali. Nessun altro habitat al mondo ospita così tante specie vegetali in uno spazio così ridotto: oggi i prati fioriti sono minacciati dall’agricoltura intensiva, dall’uso eccessivo di fertilizzanti organici (letame, liquami) e dalla risemina dei prati, oltre che dallo sfalcio troppo frequente e precoce. Per questo motivo, i prati fioriti devono essere preservati o addirittura creati ex novo attraverso misure specifiche. 

Così, proprio nell’ambito del progetto “prati fioriti”, i tecnici del Comune, in collaborazione con la Giardineria comunale, hanno individuato alcuni punti strategici per realizzare il progetto nel capoluogo della Bassa Atesina: lungo la ciclabile fra Pineta e la rotatoria nord, all’interno del nuovo anello ciclabile in zona Galizia e verso il confine con Bronzolo sono zone che verranno trasformate in prati con fiori colorati e di diverse specie proprio per creare un habitat per gli insetti impollinatori e promuovere la biodiversità in città.
Il progetto è supportato da: Dachwerband, Stiftung Südtiroler Sparkasse, Versuchszentrum Laimburg, Vereine Sortenarten Südtirol e Filiera Futura. 

Autore: Luca Masiello