I giovani tra fede e speranza

// Di Niccolò Dametto

Michele Dalla Serra è da non molto il nuovo referente del settore della Pastorale Giovanile della Diocesi di Bolzano Bressanone. Questo compito è sempre stato affidato a un sacerdote, ma ora per la prima volta l’ambito viene coperto da un teologo laico per tutti i tre gruppi linguistici. Attirare i giovani al mondo della chiesa risulta sempre più difficile oggigiorno, una vera sfida che Michele, classe ’93, ha preso a cuore. Con lui oggi andremo a scoprire cosa è cambiato rispetto alle generazioni passate e come i giovani vedono la chiesa cattolica.

Come ti sei avvicinato alla religione fino poi ad arrivare a fare questo lavoro?

Sono cresciuto a Bolzano in un ambiente parrocchiale. I miei genitori mi portavano nella chiesa della Visitazione, ho frequentato lì la catechesi e i campi scuola estivi. È sempre stato il mio ambiente. Poi quando ho iniziato le superiori mi sono aggregato ad un gruppo di miei coetanei che si trovava alla Parrocchia dei Tre Santi e sono cresciuto assieme a loro, con esperienze, gite in montagna e viaggi organizzati dalla Pastorale Giovanile. Facendo queste esperienze con il tempo mi sono offerto nel dare una mano nell’organizzazione; una cosa tira l’altra e finite le superiori ho iniziato a dare una mano più sostanziosa sempre su base volontaria, fino a quando non mi è stato offerto un lavoro part-time dall’azione cattolica.

Poi ad ottobre nel 2022 la Pastorale Giovanile stava cercando qualcuno che si impegnasse nel coordinamento delle attività del gruppo linguistico italiano e del gruppo linguistico tedesco, allora mi sono candidato ed eccomi qua.

La tua fede come ti ha influenzato in questo percorso?

Sicuramente è stato un percorso di crescita. Quando le cose vanno bene, viene facile avere fede, quando invece le cose non vanno mi chiedo sempre perché lo faccio. Sicuramente non lo faccio per me: lo faccio sempre nell’ottica del servizio. Fede e servizio sono due parole che vedo molto legate tra di loro.

Che rapporto hanno i giovani con la chiesa rispetto alle generazioni passate?

In passato c’erano meno proposte e i giovani erano meno ribelli, avevano meno voglia di autodeterminarsi e fare di testa loro. Quindi era più facile per le famiglie trasmettere ai propri figli il loro spirito religioso.

I miei genitori sono cresciuti frequentando l’oratorio, come molti dei loro coetanei. Oggi non tutti i genitori d’oggi hanno avuto un passato parrocchiale, e quindi la chiesa viene vista solo come una istituzione e non si propone più ai ragazzi di andare in parrocchia. Molti genitori delle generazioni passate raccontavano le loro esperienze positivi ai loro figli e questo sicuramente aiutava: i figli si fidavano di più.

Come li vedi i giovani d’oggi?

Quello che vedo adesso è che c’è più un senso di ribellione, di fare di testa propria. Non ho ancora capito se è per mancanza di voglia, per i troppi impegni o per il troppo stress.

Insegnando religione in un liceo mi sono reso conto che i ragazzi d’oggi sono stressati in generale. Alcuni arrivano a scuola già spremuti: tra compiti, sport e lezioni se gli si fa una proposta ulteriore diventa facile che ti dicano di no.

Da un lato c’è questo abbondare di proposte, impegni e stress, dall’altro (in modo implicito/silente) c’è un fortissimo desiderio di approfondire alcune tematiche. Anche sulla scia del post-Covid a lezione si fanno un sacco di domande, non solo sul futuro ma anche sul presente. E, secondo me, rispetto a queste domande manca spesso l’occasione per metterle in comune e discuterle assieme.

Perché si parla poco di religione tra i giovani?

L’estate scorsa abbiamo fatto un campo estivo con la parrocchia e una delle difficoltà che emergeva dai ragazzi (che erano quasi tutti delle superiori) è che oggi se dicono in classe che vanno a messa o fanno parte di un gruppo parrocchiale, a loro viene attribuito lo stigma dello sfigato e quindi magari tanti si vergognano di raccontare questa loro esperienza. è stato interessante: quando ne abbiamo parlato alla fine si sono trovati ad essere ben in sei in una classe di venti alunni che stavano facendo questa esperienza, ma non ne avevano parlato tra di loro.

Secondo me, è perché si ha paura di venire etichettati anche perché ultimamente la chiesa istituzione viene criticata molto. Ma essere chiesa in realtà è una cosa diversa da quello che normalmente si pensa. Si ha paura di porsi delle domande per la paura delle risposte. Il tema della fede presuppone di farsi domande tutti i giorni per crescere, per mettersi in discussione.

Come si fa ad attirare i giovani affinché prendano parte alle iniziative religiose?

Secondo me la strategia della testimonianza e dell’esempio è senz’altro quella più efficace. Se esprimo ai giovani le mie emozioni e faccio capire loro che quella cosa lì muove anche me, la testimonianza senz’altro ha effetto. Magari non viene recepita subito ma viene presa messa lì da qualche parte e poi magari dopo qualche anno viene tirata fuori, perché qualcuno capisce cosa ha voluto dire fare quell’esperienza. In ogni caso che vengano tre ragazzi oppure cento per me tutti sono importanti ed è importante che tutti riescano a vivere bene quell’esperienza.

Ai giovani che messaggio vuoi lanciare?

Dico loro: se per un periodo le cose vanno male devi pensare che poi passa, e allora intanto prova a vedere il bello che ti dà il ritmo per andare avanti. Comunicare questo ai giovani è determinante. Perché poi iniziano a fidarsi di più e a capire che con la fede la vita non è un sogno dove va tutto alla perfezione ma che ognuno ha le proprie difficoltà ma anche le sue gioie. Per me avere fede è un valore aggiunto, mi dà ha una marcia in più per ripartire: è una speranza a lungo termine.

Che cosa deve assolutamente avere un buon cristiano?

La speranza. Se non abbiamo la speranza non possiamo ritenerci cristiani. Però non deve essere una speranza del “che vadano bene le cose”, ma un “io credo che le cose vadano bene”, “spero di capire come farle andare bene”, e “spero che succeda nei tempi giusti”. Occorre essere sicuri che prima o poi ci sarà una svolta e credere in quella sicurezza vuol dire appunto aver fede.

Come si fa poi a mantenere la fede?

Da bambino hai una fede giovane e acerba. Hai le tue scarpette piccoline. Se quando cresci ti allontani dalla fede, ti ritrovi poi ad essere adulto e avere ancora le scarpe da bambino. Ti senti ridicolo, non le vuoi più mettere quelle scarpe. Ma come cresce il piede, devi anche cambiare la scarpa. Ciascuno deve crescere nella fede facendosi delle domande, confrontandosi con gli altri, capendo se anche loro si fanno le stesse domande e come si possono trovare dei punti in comune. La dimensione tanto sottolineata dal Papa della fraternità è questa: stare insieme, confrontarsi insieme per cercare di trovare una soluzione ai problemi di tutti.

Una pausa

Due righette verticali appaiate. è molto interessante e significativo il fatto che nei più recenti apparecchi elettronici, smartphone compresi ma anche condizionatori, microonde e chi più ne ha più ne metta, sia rimasto proprio quel simbolo a indicare in maniera diretta e simbolica l’interruzione temporanea, l’intervallo, più che lo stop. Due righette verticali dunque come una sorta di contraltare e non il contrario rispetto al triangolino con il vertice rivolto verso destra a indicare invece il play, richiamando il simbolo della freccia.

Com’è noto la parola pausa ha molti usi e sfaccettature, oltre al significato basilare di arresto, sosta e fermata. Basti pensare alla “pausa di riflessione” che ormai e purtroppo sempre meno ci prendiamo, prima di compiere un passo importante oppure dopo un periodo alquanto intenso nella nostra vita. C’è poi la pausa che ci si prende quando si parla, magari per dare maggiore enfasi a quanto si sta per dire, oppure per riprendere il fiato ancora una volta dopo aver detto qualcosa di importante oppure esserci troppo infervorati. La pausa nella conversazione è stretta parente della pausa in musica, fondamentale perché in grado essa stessa di dare un senso alle note che vengono prima e dopo, ma anche per segnare una cadenza, sincopare il ritmo, rendere interessante il flusso melodico.

Ci sono poi naturalmente la pausa scolastica, che scandisce le lezioni giornaliere e consente di tirare il fiato, e quella nel lavoro che ci dà respiro.

Più in generale la pausa è quel momento in cui, per un motivo o per l’altro, ci ritroviamo in un tempo sospeso, e abbiamo quindi una possibilità – finalmente, diranno molti di voi – per renderci conto di nuovo chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando, riavvicinandoci forse di nuovo al nostro vero essere noi stessi. E a dire il vero questo fermarsi non lo amiamo proprio tutti. C’è chi, uscendo dal vortice delle cose che facciamo, può arrivare a sentirsi nudo, indifeso, guardandosi anche solo virtualmente in uno specchio.

Sta di fatto che una pausa, di fatto, fa bene a tutti noi. E che – spesso – è proprio il periodo estivo il momento più adatto, per ricaricare le pile. Per poi ripartire.

Anche noi di QuiMedia per questo motivo ci fermiamo. Dopo una breve pausa i nostri giornali torneranno nelle vostre case il prossimo 24 agosto. Dopo di che riprenderemo a raccontarci come sempre quello che ci succede. Buona pausa a tutti voi!

Verso una Laives senza plastica

Non c’è voluto neanche troppo tempo: un colloquio, una richiesta formale, e poi la sigla sul protocollo d’intesa. È stato firmato nei giorni scorsi l’accordo di collaborazione fra il Comune di Laives e Plastic Free, che promuove iniziative di sensibilizzazione, di raccolta della plastica e dei rifiuti non pericolosi. “Era quasi un atto dovuto, visto che Laives sta divendando sempre più sensibile al tema dell’ecologia”, spiega Ornella Libardoni, referente di Plastic Free per Laives, Bronzolo e Vadena.

// Di Luca Masiello

La firma al protocollo d’intesa fra l’amministrazione comunale laivesotta e l’associazione Plastic free è stata apposta qualche giorno fa dal sindaco Christian Bianchi e dalla referente Ornella Libardoni.
All’atto erano presenti anche l’assessore Bruno Borin, la consulente ambientale Claudia Cornaviera e l’architetta Alessandra Montel.
Si è trattato di un momento importante per l’associazione ambientalista e per tutta la comunità locale.
Ornella Libardoni, come siete arrivati a questo accordo?
è successo tutto in maniera quasi del tutto spontanea, come naturale doveva essere la sottoscrizione di questo protocollo. Negli ultimi anni Laives infatti si è dimostrato a più riprese un Comune davvero virtuoso, attento alle problematiche ci stanno tanto a cuore. Hanno eliminato la plastica dagli uffici e dalle mense scolastiche: quesot vuol dire niente bottigliette, niente piatti o stoviglie monouso, e se si calcola che solo alla mensa si servono oltre 1400 coperti al giorno, non è un’azione da poco. Eppure c’è ancora tanta maleducazione da parte dei cittadini. Così ho pensato di parlare con l’assessore Bruno Borin proponendogli si stipulare questo accordo e lui ha organizzato un incontro con sindaco e il protocollo è stato finalmente firmato.
Che cosa prevede questo protocollo d’intesa?
L’amministrazione comunale si impegna a sostenere le attività promosse dalla nostra organizzazione di volontariato offrendo il suo patrocinio gratuito e garantendo l’intervento della Seab per il ritiro dei sacchi contenenti i rifiuti di plastica raccolti durante le nostre iniziative, i cosiddetti “clean – up”. Inoltre il Comune ci assicura priorità di intervento alle segnalazioni di abbandono di rifiuti effettuate da noi volontari ma anche dei semplici cittadini.
In che modo?
Noi di Plastic Free sorvegliamo le strade ed i paesi con un occhio clinico, ma chiunque può segnalare l’abbandono illegale dei rifiuti. Basta chiamare lo Sportello Rifiuti al numero verde 800 046119: nel giro di pochissimo interviene una squadra per ripulire la zona.

È davvero così grave la situazione in Bassa Atesina?
Purtoppo devo rispondere in maniera affermativa. Qualche settimana fa abbiamo organizzato un clean – up dedicato esclusivamente ai mozziconi di sigarette. Eravamo in otto, sette volontari più l’assessore Borin, ed abbiamo battuto via Kennedy su ambo i lati dall’altezza della Despar fino alla fermata del bus di fronte alla pizzeria “Crosara”. Risultato: tre chili di mozziconi raccolti: non ci potevamo credere. Nei pressi dei bar, alle fermate degli autobus, intorno ai tombini e persino accanto ai cestini muniti di posacenere ci sono cicche buttate a terra. È indispensabile trovare un modo per sensibilizzare la popolazione, far capire loro che un filtro ci mette fino a quindici anni per degradarsi, e rilascia nell’ambiente una quantità incredibile di veleni. I fumatori sembra che non ci pensino, forse credono che non sono infestanti, o forse quel gesto di spegnere la sigaretta ovunque è ormai un meccanismo automatizzato. Noi ci stiamo provando, ci stiamo mettendo tutto il nostro impegno; assieme alla collega Martina Puentes abbiamo coinvolto un bel numero di volontari mettendo manifesti, andando nei negozi e impegnandoci sui social.

Quali sono i prossimi passi, avete delle azioni in programma?
Adesso stiamo lavorando per siglare un protocollo simile anche con il Comune di Vadena, ma dal punto di vista delle azioni di pulizia non abbiamo ancora niente in programma: fa troppo caldo. Verso la metà di settembre però ci recheremo per tre giorni al Lido di Tarquinia, dove ci sarà un raduno dei referenti di tutta Italia: sarà un’ottima occasione per conoscere altri volontari, confrontarsi con altre realtà e dunque far tesoro di nuove nozioni da importare nei nostri paesi della Bassa Atesina.

Dalle sponde del Nilo fino a Merano

Quella della cosiddetta “Mummia di Merano” o meglio di Bast-en-Ankh, è una storia ancora incompleta ma comunque piena di fascino. Nel 1915 Fritz Krafft giunse a Merano per un soggiorno di cura portando con sé la preziosa mummia con sarcofago acquistata durante un viaggio in Egitto.

Risiedeva a Castel Verruca dove la mummia era esposta per i suoi ospiti. Rientrato improvvisamente in Germania lasciò la mummia nel deposito di uno spedizioniere e solo nel 1959 i suoi eredi decisero di donarla al Museo Civico.
Qui trascorse altri cinquant’anni nei depositi e, finalmente nel 2016, con l’apertura del nuovo Museo di Palais Mamming, essa ha trovato la sua giusta collocazione nella bacheca al secondo piano.
Nel 2013 il gruppo di esperti del Mummy Project, guidato dalla dottoressa Sabina Malgora, ha condotto una approfondita indagine sul reperto e sul suo sarcofago facendo luce almeno in parte sulla storia e sulla provenienza della “Mummia di Merano”.
Si tratta di una donna che godeva di una posizione sociale elevata poiché probabilmente era la figlia di un sacerdote. Forse Irethorrou, sacerdote del tempio dedicato al dio della fertilità Min, nella città di Ipou, oggi Akhmin, nell’Alto Egitto. Si chiamava Bast-en-Ankh che significa “La dea Bastet è vivente”. Dalla posizione del corpo, con le mani incrociate sul petto e con il braccio destro sopra al sinistro, tipica delle mummie reali, gli esperti datano il periodo in cui visse fra il 261 a.C e il 387 a.C. ossia a cavallo tra la fine della XXIX Dinastia e l’inizio del periodo Tolemaico. Doveva essere deceduta intorno ai sessant’anni ed era stata deposta nella necropoli nota come “Tombe dei Nobili” nei pressi di Assuan. Sulle bende i sacerdoti avevano posizionato le tradizionali placche in “cartonnage” (carta pesta).
Secondo gli scienziati che le hanno esaminate, esse risalgono al Primo Periodo Tolemaico e cioè al III secolo a.C. mentre lo stile della decorazione è proprio quella tipica del territorio dal quale proviene la mummia. Generalmente le placche erano 4 e venivano a coprire la zona del busto, degli arti inferiori e dei piedi.
Qui però un frammento della placca che di solito sta sui piedi, si trovava sul petto; la placca che di solito copre le gambe era invece posizionata sul ventre. Manca anche la maschera che però doveva avere di sicuro come testimonia il diverso colore delle bende. Anche il tipico sudario rosso che tradizionalmente avvolgeva la salma per intero è sparito.
Ma piccoli frammenti di tessuto rosso sono stati trovati sotto il cartonnage durante le fasi del restauro compiuto nel 2000. Anche il sarcofago proviene dal territorio di Akhmim, ha forma antropoide, ossia che presenta un volto umano ma non è il suo. E’ troppo grande ed è datato all’VIII o VII secolo a.C. al III Periodo Intermedio.
La maschera rappresenta un bel volto dai grandi occhi truccati di nero e dalle labbra sono rosee, incorniciato da una tipica parrucca che ricade sul petto e prosegue sulla schiena. Il petto mostra una tipica ampia collana conosciuta come collana “usekh”. Una collana cioè fatta di tantissime piccole perline disposte in numerosi fili.

Rosanna Pruccoli

L’Agenda 2030 è la nuova Arca di Noè

La Giunta provinciale ha annunciato la volontà, per l’Alto Adige, di “assumersi la responsabilità del futuro”. Si tratta di dare attuazione anche in sede locale all’Agenda 2030, pianificata a livello globale con 17 (e tanti altri) obiettivi per uno sviluppo sostenibile. Presentato a Bolzano il “Piano Clima Alto Adige 2040”.

Gli obiettivi il cui raggiungimento è previsto in parte per il 2050, in provincia di Bolzano saranno attuati entro il 2040. Così viene dichiarato già nel nome del Piano. Sindrome da primi della classe? Ma no, questo bisogno di accelerare è riconosciuto, si dice, da “molti altri Paesi e Stati membri dell’UE”.

Vale la pena ricordare quali sono i 17 macro obiettivi da raggiungere (ognuno con una serie di sotto obiettivi): eliminare la povertà e la fame, garantire a tutti la salute, la formazione, realizzare l’uguaglianza di genere, garantire l’accesso all’acqua, all’igiene, all’energia pulita, promuovere un’economia sostenibile e la piena occupazione, infrastrutture resistenti, ridurre le disuguaglianze, rendere le città e le comunità sicure, inclusive, resistenti e sostenibili, garantire modelli di consumo e produzione sostenibili, agire con urgenza per combattere il cambiamento climatico e il suo impatto, salvaguardare i mari, proteggere gli ecosistemi terrestri, promuovere pace e giustizia e la collaborazione globale.
“Non pretendiamo di salvare il mondo, ma dobbiamo, vogliamo e possiamo assumerci la responsabilità della nostra sfera di influenza”, ha dichiarato il presidente Arno Kompatscher. E ha aggiunto: “Raggiungere gli obiettivi climatici è una sfida enorme, ma non è un’opzione o una questione di ambizione, bensì un nostro dovere: il dovere di tutti i cittadini della terra”.

Si potrebbe dire che invece sì, si tratta proprio di salvare il mondo. Gli obiettivi dell’Agenda 2030 non nascono perché tutti si sono improvvisamente svegliati attenti al prossimo e all’ambiente, ma perché se non ci sarà un cambio di rotta il pianeta è spacciato e così i suoi abitanti. E non è nemmeno solo un “dovere” sotto il profilo etico (naturalmente è anche questo), ma una necessità. L’Agenda 2030 è una specie di Arca di Noè.

Due brevi osservazioni. Per andare nella direzione annunciata da agende e piani non basta fissare obiettivi, va creata una nuova cultura (innanzitutto una cultura politica lungimirante) che metta al bando gli individualismi, altrimenti ogni anche piccolo cambiamento incontrerà resistenze insuperabili. Per raggiungere gli obiettivi non basta metterli nero su bianco: servono gli strumenti per raggiungerli. Cultura e concretezza. Bene comune. Non solo parole.

Bolzano ricorda il santo Freinademetz

Nella zona di Aslago esiste dal 1960 una Casa dei Missionari Verbiti, la Casa Freinademetz; si trova in via Ujöp Freinademetz, intitolata al missionario che dalla nativa Val Badia raggiunse la Cina, dove svolse finché visse la sua attività missionaria. Nato a Ojes in Val Badia il 15 aprile 1852, frequentato il Ginnasio a Bressanone, nel 1872 entrò nel seminario diocesano. Fu ordinato sacerdote il 15 luglio 1875 dal principe vescovo di Bressanone, Vinzenz Gasser; era l’anno di fondazione, da parte del sacerdote tedesco Arnold Janssen (1837-1909), della Società del Verbo Divino (SVD), la società dei Missionari Verbiti. Cooperatore alla cura d’anime dal 1875 al 1878 in Val Badia, il 28 febbraio 1878 Freinademetz chiese di essere ammesso alla Casa missionaria di Steyl (Tirolo). Arnold Janssen esaudì tale desiderio. Il 15 marzo fu inviato come primo Missionario Verbita in Cina, assieme al futuro vescovo J.B. Anzer. Dopo un periodo di inserimento, nella zona di Hong Kong, ambedue nel 1881 assunsero la missione nello Shantung meridionale, che a quel tempo contava 158 cristiani, e nella quale Freinademetz operò circa 30 anni. Dal 1900 al 1903 fu anche Superiore dei Missionari Verbiti della zona; fu per cinque volte Amministratore della Missione e dal 1904 al 1908 collaboratore del vescovo Henninghaus, successore di Anzer, deceduto il 24 novembre 1903. In Freinademetz ci fu un processo di profonda trasformazione interiore; il tirolese degli inizi fece posto a un Giuseppe Freinademetz genuinamente cinese; la sua fiorente opera fu interrotta nel 1889 dalla rivolta nazionalista dei Boxer; fu maltrattato e dovette fuggire. Ritornato alla missione nello Shantung, si impegnò sopratutto nel campo sociale e scolastico. Come Superiore del territorio missionario si consumò per i suoi amati cinesi, morendo per un’epidemia di tifo il 28 gennaio 1908.

Leone Sticcotti

Trovare casa è un impresa?Non sempre. Ecco la storia di K.

K. è un giovane lavoratore, che fino ai 18 anni è stato seguito e ospitato in una comunità residenziale socio pedagogica di una nota Associazione con sede a Bolzano.
Già lì si distingue per la sua caparbietà, l’impegno nel rispetto delle regole, l’attitudine a stabilire buoni rapporti con gli altri ospiti della struttura.
Raggiunta la maggiore età deve lasciare la comunità. Viene inserito con successo in un’altra struttura, gestita dalla medesima Associazione che da diversi anni si occupa di problematiche giovanili e non solo.
Si tratta di una struttura per lavoratori, residenti nel comune di Bolzano, maggiorenni. Requisiti per accedere a questa opportunità abitativa sono avere un lavoro e una forte motivazione nella ricerca di una situazione più stabile. La struttura è in grado di ospitare ventiquattro persone, in camere doppie e triple, con cucina e bagni in comune. K. è stato ammesso a fine novembre 2022.
Riesce subito ad ambientarsi e a fare amicizia con gli altri ospiti.Collabora alla routine della casa, svolge i suoi compiti (pulizia e quant’altro) senza intoppi e con solerzia. Lui lavora da McDonald’s ma sogna di fare il parrucchiere. In struttura sono in atto più progetti: uno socio-abitativo e uno socio-lavorativo, per aiutare rispettivamente a trovare casa e lavoro. Collaborando con gli operatori di questi servizi K., dopo soli due mesi, trova lavoro come parrucchiere a Bressanone. Caso vuole che alcune persone che già conosce vivano a Bressanone e abbiano una stanza libera nell’appartamento in cui abitano. È fatta! Per K. si apre una nuova strada: a inizio febbraio 2023 lascia la struttura a Bolzano, si trasferisce nella nuova casa a Bressanone e per intraprendere il lavoro dei suoi sogni, grazie anche all’aiuto e al supporto ricevuto dagli operatori della struttura.

Luca Sticcotti

Anche in Alto Adige si esplorano le architetture abbandonate

In questo numero di QuiBolzano, parliamo di fotografia Urbex, nome contratto derivato dall’espressione angolofona urban exploration, che consiste nell’esplorazione di architetture urbane spesso abbandonate. Per capire meglio il fenomeno abbiamo incontrato il fotografo bolzanino Andrea Pozza, che ha adattato la fotografia Urbex ai suoi progetti con la dama mascherate (fino al 31 agosto è presente a Castel Presule con una sua mostra personale).

Come ti sei avvicinato all’Urbex?
Urbex è la riscoperta dei luoghi dimenticati, dei luoghi abbandonati. Io stesso ho cominciato con la documentazione dei vecchi bunker militari presenti in Alto Adige. Poi sono passato a documentare le strade militari di confine e i rifugi antiaerei di Bolzano, per arrivare a documentare infine le ville e i castelli abbandonati. Nel caso degli ambienti militari, mi interessava fare un lavoro di documentazione e ricerca di cosa è successo realmente; da quando mi sono appassionato alle ville e ai castelli, nel mio lavoro fotografico, gioco più con la fantasia, cercando con uno scatto di evocare quello che mi immagino possa esservi successo un tempo, come feste e balli. Quindi è nata in me la voglia di interpretare i luoghi con la mia fotografia.
Come si esplorano gli edifici?
Purtroppo molti esploratori non interpretano più lo spirito iniziale della disciplina, facendo passare il messaggio che bisogna introdursi nei luoghi illegalmente.
Detto questo, per andare ad esplorare i luoghi abbandonati non si può suonare il campanello e chiedere il permesso. In alcuni rari casi, in occasione di eventi particolari, c’è un custode o un referente, per esempio un curatore, che ben volentieri ti fa entrare.
Però è chiaro che se si trova un rudere aperto, quindi con porte e finestre aperte, entri. Io non ho mai rotto niente per entrare, ho sempre trovato le porte aperta. Poi è ovvio che non trovi nessuno a cui chiedere il permesso… quindi si entra, si fanno queste fotografie, si cerca di portare via le foto e lasciare l’ambiente come lo si è trovato. Quindi assolutamente non si porta via niente, non si fa niente all’interno che possa deturpare questo ambiente, anche se ci pensano già le intemperie. È una semplice documentazione. L’unica cosa che mi porto via è la fotografia. Le uniche tracce che si lasciano, sono le proprie impronte, perché ovviamente i luoghi sono impolverati e quindi ecco però il massimo deve essere questo. Quindi mi raccomando, quando sentite parlare di Urbex, di esplorazione urbana, non pensate subito a ragazzi scapestrati che vogliono entrare per spaccare e divertirsi, ma pensate a persone come me che sono appassionate di storia e che vogliono portarsi via un’immagine di luoghi che poi a distanza di anni non ci sono più o sono stati completamente distrutti e rovinati.

Di che posti stiamo parlando?
C’è di tutto, si va dalle ex basi militari abbandonate, ai bunker; ma ci sono anche moltissimi manicomi, ospedali, scuole e asili.

Immagino che ci sia una energia particolare in posti come carceri, ospedali e monasteri di clausura
Inizialmente in determinati posti percepivo una forza negativa e per questo motivo ho deciso di orientarmi verso le ville i castelli, che comunque hanno un’aura più buona e più interessante.

Till Antonio Mola

Da quarant’anni dalla parte dei ragazzi

Era il 1983, quando un gruppo di persone tentò di mettere in piedi un servizio a favore dei giovani: Walter Visintainer, sacerdote a Laives, in sintesi, ricorda così l’esordio dello jugenddienst Unterland o gruppo giovani della Bassa Atesina, di cui è stato anche presidente circa quindici anni fa. “Inizialmente venne pensato come servizio della chiesa, ma non c’erano i mezzi per finanziare queste attività Sono stati dunque una decina di giovani a sedersi ad un tavolo per portare avanti le prime riflessioni e accordarsi poi con i sacerdoti”.

Don Visintainer racconta che inizialmente si trattava di un servizio per i giovani di lingua tedesca con una forte inclinazione ecclesiastica. “Poi, con il tempo, sono state avviate collaborazioni con altri enti nell’ambito dei giovani, come i centri giovanili a Egna e Cortaccia”. E poi l’apertura del gruppo anche ai giovani di lingua italiana. “È un arricchimento: avere una realtà bilingue è utile per tutti”.
“In generale sosteniamo le associazioni che vogliono mettersi in gioco – afferma l’attuale direttore Michael Nussbaumer -. Abbiamo un grande magazzino con giochi e attrezzature a disposizione gratuita per tutte le associazioni, i contributi che riceviamo li mettiamo a disposizione della comunità in questo modo. Organizziamo anche sale giovanili nei comuni di Montagna, Aldino e Termeno, dove abbiamo dei collaboratori che aprono le sale e creano rete anche con quelle associazioni che sostegno i giovani in difficoltà, coprendo varie tematiche sociali”.
Insomma, all’inizio lo Jugenddienst Unterland è partito per svolgere un lavoro per lo più religioso; poi, mantenendo gli stessi principi delle origini, si è evoluto secondo i tempi moderni e in una direzione più professionalizzata. “Durante l’anno – prosegue il direttore – facciamo anche dei progetti con le scuole medie di lingua tedesca e di lingua italiana. Proponiamo degli workshop e inoltre ci occupiamo della gestione di conflitti nelle classi, aprendo degli spazi ascolto”.
Il tutto in collaborazione con le associazioni della Bassa Atesina e con i Centri giovanili sparsi sul territorio. “Ci scambiamo idee, pareri e consigli. Inoltre svolgiamo l’attività di consulenza per le famiglie: forniamo loro i contatti degli esperti a cui rivolgersi in caso di problematiche importanti”, aggiunge Nussbaumer.
Per quanto riguarda il futuro la presidente, Lea Casal, è molto ottimista. “Sono stata chiamata tre anni fa, ma fin da piccola ho sempre partecipato alle attività, quindi comprendendo e vivendo l’importanza di quello che si può fare. Apprezzo molto chi fa questo lavoro con motivazione; il mondo oggi cambia moltissimo, e quindi è ancora più importante il sostegno in situazioni in cui ci sono delle problematiche. L’idea è dunque continuare con la nostra normale attività di sostegno, cercando anche un po’ di ridurla: in questi anni ci siamo ingranditi parecchio, e quindi serve fare qualche passetto indietro, anche per puntare su una maggiore qualità della nostra proposta”.

Daniele Bebber