GLI ABITANTIDI MINIBZ

Alla Città dei Ragazzi, organizzata dal VKE, i bambini sono protagonisti e scelgono liberamente come vivere le loro giornate. Ognuno può sperimentare, giocare, imparare e collaborare, seguendo i propri interessi e desideri. Ogni volto racconta una storia unica di partecipazione e scoperta. È un luogo dove si cresce insieme, con fantasia e responsabilità. Le foto sono di Niccolò Dametto.

Bombe e bandiere

È più di un mese che nella nostra ridente terra tra i monti non si fa altro che parlare di bandiere. Evidentemente non abbiamo di meglio da fare. Il dibattito è tutto sulla capacità che avrebbero le bandiere da un lato di unire e dall’altro di dividere. Per fortuna in queste latitudini in fatto di contrapposizioni ci limitiamo a questo. La nostra terra ha un ricco armamentario di queste dispute da rispolverare, periodicamente. A proposito: è da un po’ che non sentiamo parlare di toponomastica… che succede?
In altri luoghi del mondo sembra invece governare il caos e si intravvede un’evidente spinta verso un nuovo equilibrio (?), basato sulla forza e – nello specifico – quella delle armi. Nei giorni scorsi siamo addirittura arrivati ad una situazione in cui grandi potenze si dicono convinte che la pace si costruisce con le armi. Ma le bombe – sembrano sostenere i più – oggi non sono tutte uguali. Lo sintetizzava molto bene una vignetta che mi è capitato di incontrare sui social. Una vignetta che – guarda a caso – associa bombe e bandiere. Ebbene: nell’interpretazione comune oggi una bomba russa è definita “cattiva”, una iraniana “molto cattiva”, una americana “giusta”, una ucraina “molto giusta” e una bomba con la bandiera d’Israele di fatto sarebbe ingiudicabile, perché se la giudichi sei inevitabilmente “anti-semita”.
Anche i bambini capiscono che la deriva che sta prendendo la comunità internazionale non porterà nulla di buono e che la pace si costruisce in altro modo e non con l’accumulo e l’uso delle armi. In questo periodo c’è addirittura chi dichiara (il segretario della Nato), che il riarmo ci farà diventare più ricchi. Peccato che ogni giorno di bombardamento in questi giorni sia costato quasi un miliardo di dollari, che avremmo potuto usare in modi molto migliori. Per non parlare delle persone ammazzate, soprattutto quelle civili, che sono sempre la stragrande maggioranza in ogni conflitto. E di quelle che vivono una vita disperata, come i 120 milioni di rifugiati che ci sono oggi nel mondo, primi fra tutti quelli che sopravvivono nella striscia di Gaza.
Domandiamoci anche noi come fare per promuovere il ripristinino di un po’ di raziocinio e di responsabilità, intorno a noi. Anche il papa recentemente ha elogiato la nostra terra come terra di pace. Facciamo in modo che non rimanga un’isola.

Autore: Luca Sticcotti

A Trento inizia la programmazione estiva del Teatro Capovolto

Inserzione pubblicitaria – Manca ormai poco all’arrivo dell’estate, e per il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento è arrivato il momento di dare il via alla nuova programmazione del Teatro Capovolto – La città in scena, la Stagione estiva del Teatro Sociale. 

Giovedì 3 luglio prenderà il via il nuovo calendario di appuntamenti che, fino al 30 agosto, colorerà Piazza Cesare Battisti a Trento con un ricco ventaglio di proposte per ogni gusto e per ogni età, tra musica, cinema, spettacoli di prosa, il concorso di poetry slam, incontri letterari e appuntamenti all’insegna della comicità e del divertimento.

Un’offerta di appuntamenti particolarmente articolata, distribuita su quarantatré serate, che per il sesto anno consecutivo si svolgeranno all’interno della meravigliosa cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. Una veste insolita, ormai entrata nel cuore e nelle abitudini del pubblico trentino e non solo.

Anche quest’anno sul palco del Teatro Capovolto verrà dato ampio spazio alla musica, con concerti che vedranno protagonisti artisti di caratura internazionale come la stella del desert blues Bombino, il prodigioso pianista carioca Amaro Freitas, l’incantevole voce dell’artista franco-caraibica Adi Oasis e la Vegetable Orchestra (in collaborazione con il MUSE-Museo delle Scienze), la prima orchestra tutta vegetale di Vienna, oltre a musicisti provenienti dal panorama musicale italiano come Paolo Jannacci, con un repertorio che include anche le canzoni più amate di suo papà Enzo, I Patagarri e l’artista trentina Caterina Cropelli. E ancora, cori, bande, in collaborazione con alcune tra le più prestigiose realtà musicali del territorio regionale come il Conservatorio “F.A. Bonporti” di Trento e Riva del Garda, l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, e l’Associazione Musica Riva e il Corpo Musicale Città di Trento, senza dimenticare il concerto dei Jemm Music Project, formazione guidata dal percussionista altoatesino Max Castlunger, il progetto innovativo che riunisce East Coast Cats, Christelle Pascal e la musicista non vedente Ciara Moser, concludendo infine con l’orchestra di legni HoBla-O, un ensemble formato da quasi cinquanta giovani musicisti provenienti da tutto l’Alto Adige.

Ma non finisce qui, perché tornerà la Danza Capovolta, una serata realizzata con la Federazione Trentino Danza che vedrà protagonisti i migliori talenti provenienti dalle scuole di danza della Provincia, e non poteva di certo mancare un’attenzione particolare al teatro, con quattro monologhi tutti al femminile all’insegna della comicità, interpretati da quattro brillanti attrici: ci sarà la stand up comedian Alice Mangione con il suo primo spettacolo da solista “Cruda e nuda”, Arianna Porcelli Safonov con il suo nuovo e divertente progetto “Alimentire”, Lucia Raffaelli Mariani con “Freevola – Confessione sull’insostenibile bisogno di ammirazione”, e Gioia Salvatori con “Cuoro”, oltre al monologo tutto da ridere intorno al tema del vino di Lucio Gardin, che avrà il compito di inaugurare il calendario.

E poi, come ogni anno, ad accompagnare i due mesi estivi del Teatro Capovolto ci saranno i consueti appuntamenti dedicati al cinema realizzati in collaborazione con Cineworld Trento, pronti anche quest’anno a offrire il meglio del cinema italiano ed europeo, tra cui il pluripremiato “Vermiglio” di Maura Delpero.

Infine, a completare la ricca programmazione del Teatro Capovolto ci sarà spazio per gli eventi dedicati alla poesia con il poetry slam e la quarta edizione del premio intitolato a David Wilkinson, poeta, letterato e docente scomparso nel 2021, e al mondo della letteratura con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario di due giorni, realizzato in collaborazione con la Libreria Ubik, che quest’anno avrà il piacere di ospitare due importanti attori. L’ospite della prima giornata sarà Andrea Pennacchi, che prima presenterà il suo libro omaggio a Shakesperare, “Se la rosa non avesse il suo nome”, per poi proseguire con “Carta Bianca”, altro momento di spettacolo dedicato al Bardo, con le musiche dal vivo di Giorgio Gobbo. Il giorno seguente, infine, sono in calendario due momenti di incontro e spettacolo dedicati all’indimenticata scrittrice Anna Banti, che vedranno protagonista l’attrice Michela Cescon, vincitrice di un David di Donatello nel 2012, che aprirà il pomeriggio con un incontro dal titolo “Riprendersi il tempo. La narrativa di Anna Banti” (insieme a Giuliana Misserville), per dare successivamente vita a “Lavinia Fuggita”, melologo tratto dall’omonimo racconto di Anna Banti. Il lavoro di Michela Cescon è inserito all’interno del progetto “Lessemi”, prodotto dal Teatro Dioniso, il cui obiettivo è quello di ricostruire l’esperienza e la storia delle donne partendo dalla loro letteratura.

La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2025 – Un’estate, una città”, ricco palinsesto coordinato dall’Ufficio Cultura turismo eventi del Comune di Trento. 

Tutti gli spettacoli avranno inizio alle ore 21.15.

(inserzione pubblicitaria)

Scoprire la vallata con l’ornitologo

Negli ultimi sei anni Enrico Bissardella, ornitologo di Vadena, ha accompagnato con passione i cittadini alla scoperta del territorio. Le sue escursioni, promosse dal Comune tramite il servizio bibliotecario e con il supporto dell’associazione “La secondaluna”, sono aperte a tutti e soprattutto gratuite. L’obiettivo? Far conoscere le bellezze naturali e storiche, che sono spesso sfuggenti, pur trovandosi a pochi passi da casa.

“Ogni anno propongo un nuovo itinerario con l’idea di stimolare la curiosità e sensibilizzare i cittadini al rispetto per l’ambiente – racconta Enrico Bissardella -. Tutti i percorsi si svolgono tra la Bassa Atesina e l’Oltradige, un territorio ricchissimo di biodiversità e storia”. 

In sei anni sono state realizzate la bellezza di dodici escursioni partendo dal Monte di Mezzo, nel territorio comunale di Vadena, per poi toccare luoghi come i laghi di Monticolo, il Colle Olmo, Castel Feder e, lo scorso anno, la vecchia funivia per la Val di Fiemme. 

L’edizione 2025 ha condotto i partecipanti, una ventina in tutto, alla scoperta della forra del torrente Rastenbach, spettacolare canyon naturale che scende dalle pendici di Castelvecchio fino a sfociare nei pressi di Caldaro. “È un ambiente affascinante dove si può osservare una ricca fauna, tra cui la salamandra e, in uno dei pochi luoghi dell’Alto Adige, il gambero di fiume”, spiega Bissardella. 

Ascoltare la voce della natura

Negli ultimi anni l’accessibilità del sito è stata migliorata grazie alla realizzazione di nuove scalinate in metallo e terrazzamenti panoramici, che sostituiscono le vecchie strutture in legno deteriorate dall’umidità. I balconi naturali offrono scorci mozzafiato sulla Bassa Atesina, l’Oltradige e il lago di Caldaro. 

Durante la camminata, priva di particolari difficoltà, Bissardella ha alternato momenti d’osservazione naturalistica a spiegazioni su vegetazione e fauna. “Abbiamo distinto insieme i suoni del bosco, ascoltato i richiami e avuto la fortuna di osservare rapaci in volo, come la poiana e perfino un falco pellegrino intento in un’azione di caccia”. Non è mancato l’aspetto storico, perché alla sommità del percorso sorgono le rovine della basilica paleocristiana di San Pietro, risalente al VI secolo d.C. 

Ne rimangono visibili i muri perimetrali, l’abside e tracce di antichi affreschi. Poco distante si trovano una vasca scavata nel porfido, probabilmente un fonte battesimale, e un dosso con coppelle, incavi circolari usati secondo alcune teorie per scopi rituali o pratici. A conclusione dell’escursione, i partecipanti hanno potuto ammirare il paesaggio dalla terrazza panoramica di Castelvecchio, tra commenti entusiasti e promesse di tornare. “Mi ha fatto piacere – conclude Bissardella – sentire nei giorni successivi alcuni escursionisti parlarne ancora con stupore nei bar del paese. È segno che questa iniziativa riesce davvero a lasciare il segno”. 

Obiettivo benessere

Sempre presente anche la vicesindaca Martine Parise, che da anni sostiene attivamente il progetto, credendo fermamente nel suo valore ambientale, culturale e sociale. “Oltre questa iniziativa, con Enrico organizziamo i corsi di Quyi Gong. Il bello di queste iniziative è che sono totalmente gratuite per permettere a tutti di partecipare e mirano al benessere psicofisico dei nostri cittadini – riferisce Parise -.  Spesso si promuovono attività culturali e musicali, che vanno benissimo, però quello del benessere fisico e della salute mentale è un tema di cui si parla ancora troppo poco. Con quest’attività, non ci siamo fermati nemmeno durante il periodo della pandemia. Prendendo le dovute cautele e misure necessarie, abbiamo offerto tra molti ringraziamenti la possibilità di muoversi all’aria aperta, pur rimanendo entro i confini comunali”.

Autore: Daniele Bebber

Il pensiero lento, profondo e dolce di Alexander Langer

Il tratto che più caratterizza la personalità di Alex Langer – e che più ci manca – è la libertà di pensiero. Una libertà autentica, capace di andare oltre schemi preconcetti, pregiudizi, posizioni condizionate al senso di appartenenza. Un pensiero critico, non distruttivo, curioso. Idee che volevano poter abitare la realtà.

Qualcuno, per crearsi un alibi, lo definì un “bastian contrario”, ma non lo era affatto. Di fronte a una realtà segnata dal male, cercava le vie alternative. In questi trent’anni che ci separano dal suo tragico addio (3 luglio 1995), credo non ci sia stata occasione importante in cui non mi sia chiesto io stesso quali domande si sarebbe posto Alex. Non quali risposte. Quali domande.

Ricordiamo tutti quelle parole pronunciate, non a caso, ad Assisi, in alternativa alla cultura della superficialità efficientista: “Io vi propongo il lentius, profundius e soavius, cioè di capovolgere ognuno di questi termini [Citius, altius, fortius: più veloci, più in alto, più forte, ndr.], più lenti invece che più veloci, più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente o più soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli, insomma più roboanti. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo”.

Il fiato e il pensiero lungo, in un mondo che, già allora, si avviava alla pratica del pensiero breve, perdendo testa, fiato e cuore.

Passava da una parte all’altra, Alex, non come fanno gli opportunisti voltagabbana, ma perché bisogna essere “mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Perché occorrono “traditori della compattezza etnica”, o di qualsiasi altro tipo di appartenenza che disumanizza quando antepone l’io, il gruppo, alla comune natura umana (e non solo). Traditori “ma non transfughi”.

Langer fu un uomo dal pensiero libero. Non vincolato a un’ideologia, non chiuso nella gabbia di un’appartenenza etnica, privo di pregiudiziali e di tabù, come nel campo della bioetica, della pace, della politica. Non un fanatico con la verità in tasca, ma l’uomo delle domande che possono far male, in primo luogo a chi le pone. E che a volte, per un maledetto istante, tolgono il fiato.

Autore: Paolo Bill Valente

Intrugli, sughi, intingoli, singoli

È di nuovo il momento di fare la cernita delle proposte musicali in formato singolo, sempre in attesa che i nostri artisti ci propongano nuove opere legate ad una progettualità più estesa e di lunga durata.

La stagione estiva sembra promettere bene sotto questo profilo, nel frattempo, in attesa che le promesse vengano mantenute o disattese vediamo appunto le ultime uscite sul mercato dei singoli: Gloria Abbondi, alias Zelda Mab, che più che essere un alter ego è il nome di un progetto ha pubblicato a maggio un nuovo singolo, Segreti di miele. Il nuovo, breve brano arriva dopo la buona prova dello scorso marzo che portava il titolo di Blue cobalto, un brano che sembrava più interessante di quelli ascoltati un paio d’anni fa nell’EP Elettricità. Zelda Mab continua a fare tutto da sola, inclusa la realizzazione dei video con cui presenta le sue canzoni. Cosa più che apprezzabile. Peccato che Segreti di miele soffra un po’ di quelle problematiche legate alla metrica che avevamo riscontrato nel suddetto EP dell’artista bolzanina.

Contemporaneamente al singolo di Zelda, è uscito – lo si può ascoltare tramite bandcamp – un singolo con due lati A attribuito ai Desperate Cowboys, anche stavolta però non si tratta di un gruppo ma di un progetto in cui a fare tutto è un eclettico musicista dai trascorsi legati a generi musicali totalmente differenti. Roland Novak è un appassionato di rock’n’roll, nell’accezione più classica del termine, in passato è stato chitarrista dei Godzilla Intermezzo, cover band dei Motörhead fondata con Reinhold Giovanett, in seguito ha fatto parte di William T & The Black Fifties, gruppo ispirato al rockabilly primordiale (firmando anche dei brani col cantante William Telser). Angry Sad Adult Oriented Post Punk Emo è la definizione con cui Novak presenta il progetto, definizione che sembra voler prendere in giro coloro che vogliono a tutti i costi dare una definizione di ciò che fanno: il singolo intitolato Have You Seen Your Therapist Lately? Si compone di due brani abbastanza differenti tra loro, A Friend si sviluppa intorno ad una base di batteria campionata insistente su cui giocano elettronica ed elettricità. Per contro The Lesser Me In You parte invece da una chitarra acustica su cui l’elettronica si innesta con i filtri applicati alla voce e pochi altri effetti. Novak che si presenta con occhiali scuri, cappello da cowboy e tutta argentata, fa intendere che questo post-punk da camera (nel senso che è realizzato in una stanza da letto) è il suo trend attuale, ma nulla è scritto per il futuro, che potrebbe riservarci altre sorprese, come il ritorno a suonare dal vivo o l’allargamento del gruppo ad altre persone.

Un altro artista eclettico che difficilmente si ripete nelle sue proposte è Peter Burchia, cantautore, busker, chitarrista degli Shanti Powa, artista visuale di tutto rispetto.

Il 22 maggio scorso Burchia ha pubblicato via Spotify e YouTube il suo nuovo singolo, Ikarus, una canzone che si distacca nettamente da Rain, il singolo di un anno fa uscito su musicassetta e figlio ritardatario delle session del LP che l’artista aveva realizzato nel 2022.

Stavolta, per la produzione, Peter si è affidato al giovane Ludwig Mayr, dell’altipiano del Renon, che aveva già collaborato al remix di Look Back, la traccia che intitolava il LP del 2022: insieme hanno vestito la composizione – in lingua tedesca, al posto dell’abituale inglese usato dal cantautore – suonata in origine su un organo Farfisa anziché sulle corde della chitarra. Il risultato è un brano che si riconduce al pop germanico, però con influenze reggae/dub indubitabilmente mutuate dal ritorno di Burchia tra le file degli Shanti Powa, il tutto abbellito con un sax suonato da Valentin Gasser. Il testo del brano prende spunto dal mito greco di Icaro e dal suo desiderio di volare e vedere il mondo dall’alto, a dispetto del pericolo che dietro questo volo si può nascondere.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

I confini ed i popoli nella Bassa Atesina

L’invenzione dei confini risale probabilmente all’epoca in cui scomparve il nomadismo dei cacciatori e raccoglitori e si diffuse capillarmente l’agricoltura. Da allora gli esseri umani hanno passato buona parte del loro tempo a delimitare e difendere porzioni più o meno grandi di territorio. 

A nulla sono valse le straordinarie scoperte scientifiche degli ultimi millenni, che hanno consentito lo sviluppo di tecnologie rivoluzionarie in molti settori, come per esempio i trasporti e le comunicazioni. Stiamo andando rapidamente verso un’epoca in cui la fisica quantistica grazie alla conoscenza delle caratteristiche imprevedibili di particelle infinitesimali stravolgerà per sempre la nostra concezione della realtà – ma le leggi della geopolitica e i suoi interpreti “moderni” rimangono quelli dell’età della pietra, quando si difendevano i “sacri confini” a mani nude o con la clava. 

La nostra piccola terra è, da questo punto di vista, un caso esemplare. Da quando i Romani ritirarono le proprie insegne, la regione fu esposta a ripetute ondate migratorie. I primi ad arrivare furono gli Ostrogoti di Teodorico e i  Longobardi, ma il loro impatto fu tutto sommato moderato. I Goti, stanziati con il consenso di Bisanzio – tanto che il loro re Teodorico si riteneva il nuovo imperatore romano d’occidente – , si limitarono a fornire il ceto dirigente senza alterare la composizione etnica. I Longobardi, pur affermatisi più stabilmente, finirono col latinizzarsi nel corso dei secoli e divennero di fatto gli antagonisti dei Teutisci. Diverso fu l’effetto dell’arrivo silenzioso ma determinante dei Bavari a partire dall’VIII secolo: essi penetrarono lentamente nella “carne” del fondovalle, portando mutamenti profondi, soprattutto nella struttura insediativa e linguistica. Saranno proprio loro, insieme agli altri popoli più o meno numerosi presenti sul territorio, a costituire, nel corso del tempo, la base della nuova popolazione alpina poi denominata tirolese dopo il XII secolo.

Ma cosa venivano a cercare i Bavari da queste parti? A differenza di Goti e Longobardi – popoli guerrieri che conquistarono interi regni – i Bavari non imposero un dominio politico. Essi stessi erano il frutto di una mescolanza fra antichi Celti Boi e le residue popolazioni romaniche d’Oltralpe; certo è che, spinti dai Franchi di Carlo Magno, nuovi padroni dell’Europa in via di formazione, che si imposero sui Longobardi nel 774, si stanziarono lungo gli itinerari alpini, con il compito di presidiare territori disordinati e spesso infestati da predoni.

La valle dell’Adige era allora popolata da comunità romaniche e si parlava un latino volgare. Anche la scrittura ufficiale era quella latina: persino i Longobardi ricorrevano a scrivani latini per mettere per iscritto le proprie leggi tramandate in via orale. Fino al Mille, la documentazione era latina. Solo dal XII secolo iniziano a comparire nei documenti i primi toponimi e nomi personali in lingua germanica, specificati come “vulgariter” o “teutonice”. Il tedesco scritto appare dal tardo XIII secolo; ma il latino rimane per secoli la lingua dell’amministrazione, mentre tra le mura domestiche si parlava romanzo.

I Bavari penetrarono come una freccia nel cuore della Bassa Atesina romana, lasciando intatte le valli laterali come la Val di Non e la Val di Fiemme. Qui lavoravano le vigne per conto dei grandi monasteri e dei possidenti bavaresi che erano diventati i proprietari di molte tenute. Il vino atesino era molto apprezzato oltre le Alpi e contribuì, forse più delle armi, all’affermazione dei nuovi dominatori.

Il confine etnico tra Bavari e Longobardi, entrambi popoli germanici ma di diversa origine e approccio, si stabilì lungo l’Adige: riva sinistra ai Bavari, riva destra ai Longobardi. In direzione est-ovest, da Aldino il confine scendeva a Bronzolo e proseguiva fino a Castel Firmiano. Non era dunque, come spesso si crede, tra Mezzolombardo e Mezzotedesco – nomi attestati solo dal XVI secolo – dove si parlava semplicemente di “Mezum”, centro.

Autore: Reinhard Christanell

Tre giorni assieme per aiutare l’ambiente

I genitori insegnano i bimbi a prendersi prendersi cura di se stessi; ma spesso ci si dimentica che quel “se stessi” non indica solo la propria persona, ma tutto l’ambiente che ci circonda. È con questo spirito che opera “Plastic Free”, ed è con questa filosofia che Ornella Libardoni, referente per Laives, Bronzolo e Vadena del sodalizio ha organizzato assieme al Centro don Bosco tre giorni di sensibilizzazione con i ragazzi più giovani.

Signora Libardoni, come è andato il progetto?

È sempre un piacere incontrare i più giovani; ogni volta resto stupita da quanto si sentono coinvolti e indignati nel vedere quello che viene abbandonato lungo le vie cittadine, soprattutto pacchetti di sigarette e relativi mozziconi, cartacce, scontrini, incarti di caramelle e altre delizie. Nel corso delle tre giornate abbiamo organizzato dei giochi interattivi che simulano gli effetti della pioggia nei tombini: abbiamo mostrato loro che tutto quello che viene gettato in essi arriva al mare, con conseguenze disastrose. E, a proposito di mare, abbiamo anche ricreato una spiaggia con della sabbia piena di microplastica nascosta in profondità quando camminiamo su di essa. 

Avete anche organizzato quello che chiamate “clean up”?

Sì: durante il primo giorno abbiamo ripulito il parchetto adiacente al cimitero, dove i giovani hanno trovato i resti di un compleanno con tanto di palloncini scoppiati e abbandonati, e poi abbiamo compiuto una passeggiata ecologica fino al parco giochi di via Marconi, dove abbiamo trovato decine di resti di palloncini a terra, carte di merendine patatine e caramelle, lattine di bibite varie,un ombrello e perfino un pannolino. Nel terzo e ultimo incontro abbiamo coinvolto il gruppo delle classi quarta e quinta presso il centro giovanile don Bosco, e dopo la lezione didattica sul problema della plastica ci siamo fiondati a caccia di oggetti da raccogliere nel tratto di strada Nazionale che va dal semaforo adiacente il centro don Bosco a quello alla Crosara. 

Non deve essere stato semplice, considerando anche le temperature…

Non è lo stato, anzi, ma i ragazzi sono stati instancabili nonostante il caldo. Per noi adulti, poi, non è stato uno scherzo: organizzare operazioni simili richiede tanti sacrifici, basti considerare tutto il materiale che portiamo agli incontri, fra attrezzatura e vestiario, che poi deve essere lavato, chiaramente. Costa fatica, è vero, ma la soddisfazione di aver fatto il proprio dovere per aiutare il Pianeta è immensa.

Autore: Luca Masiello

“Coaching”: assieme per il primo passo

C’è chi lo associa a performance aziendali, chi a frasi motivazionali da palestra, chi ancora non ha ben capito se si tratti più di una moda o di una metodologia seria. Parliamo di coaching, un mondo tanto citato quanto spesso frainteso. Ma cosa significa davvero “fare coaching”? A spiegarlo è Christa Delmonego, presidente dell’Associazione Business & Managementcoaches da marzo 2025, ma prima ancora educatrice, streetworker, responsabile in comunità per minori, donna dalle molte vite professionali e dotata di una sola bussola: accompagnare le persone verso il loro prossimo passo.

Christa Delmonego, lei ha un percorso molto variegato. Come si è avvicinata al coaching?

È stato un percorso di ascolto e di incontro. Ho cominciato con all’interno del mondo dei centri giovani a Caldaro negli anni Novanta, un lavoro educativo molto libero, di relazione.

Poi ho fatto la streetworker a Innsbruck, con giovani fuori da ogni rete sociale. Lì ho imparato cosa significa esserci davvero per qualcuno, anche quando sembra che non ci sia nulla da fare. E più tardi, come responsabile al Kinderdorf, mi sono trovata accanto a bambini e ragazzi che avevano già vissuto più traumi di quanti noi ne vivremo in tutta la vita. Tutte queste esperienze mi hanno insegnato una cosa fondamentale: accompagnare non significa solo guidare, ma creare relazione, fiducia, ascolto profondo. E questo è anche il cuore del coaching.

Cos’è, in parole semplici, il coaching?

È un accompagnamento strutturato, orientato al futuro. Non si danno “consigli”, non si risolvono problemi al posto dell’altro, non si danno soluzioni preconfezionate. Si pongono domande, anche scomode, si fanno proposte, si visualizzano scenari. Si cerca insieme di capire: come ti senti? Cosa vuoi davvero? Qual è l’obiettivo di questo percorso? E quali passi concreti possiamo immaginare? Il coaching non ti dà risposte immediate, ma ti aiuta a rallentare, a mettere in “slow motion” ciò che ti succede, per vedere meglio. E, cosa importante, il coach si sceglie! Senza “feeling” non funziona.

C’è differenza tra coaching, consulenza e terapia?

Sono tre cose molto diverse, anche se possono avere punti di contatto. Il coaching è orientato al futuro e agli obiettivi, spesso in ambito lavorativo, anche se tocca pure aspetti personali. La terapia affronta tematiche profonde, traumatiche, esistenziali, che richiedono un altro tipo di sostegno. La consulenza, invece, fornisce soluzioni pratiche e strumenti tecnici. Talvolta, nel coaching, si possono offrire elementi di consulenza – per esempio, spiegare un modello comunicativo su cui lavorare – ma sempre al servizio di un obiettivo scelto dalla persona accompagnata.

Chi si rivolge al coaching? Serve solo ai manager?

Assolutamente no. Si rivolge a chi vuole fare chiarezza, cambiare qualcosa, sviluppare competenze, migliorare una situazione lavorativa o relazionale. Certo, spesso sono persone con responsabilità – leader, dirigenti, responsabili di team – ma può essere utile anche a singoli dipendenti, o a professionisti in cerca di nuovi input. Il coaching ti aiuta a capire dove sei, dove vuoi andare e come arrivarci. Anche nel mondo sociale o terapeutico, si lavora molto su questo confine tra supervisione e coaching, per accompagnare i team in modo più riflessivo.

Ci racconta un esempio concreto che aiuti a capire l’impatto del coaching?

Mi viene in mente il caso di un amministratore che aveva preso il posto di un predecessore molto stimato. Il team faceva resistenza, ogni proposta diventava un conflitto. Perfino gli orari di apertura degli uffici erano diventati terreno di scontro. In realtà, sotto quel tema si nascondevano paure, dinamiche irrisolte, relazioni congelate. Il coaching gli ha permesso di vedere tutto questo, di trovare strumenti per affrontarlo e, nel giro di pochi mesi, la situazione si è trasformata. La collaborazione è migliorata, le energie sprecate si sono ridotte. È stato un caso “da manuale”.

Nota delle particolarità nel modo di fare coaching qui in Alto Adige?

Sì, direi che ci sono alcune caratteristiche. La multiculturalità, il bilinguismo, ma anche una certa ritrosia culturale. In alcuni ambienti parlare dei propri problemi è ancora visto come un segno di debolezza. Il coaching, invece, richiede apertura, fiducia, disponibilità a mettersi in gioco. Come associazione, cerchiamo di sensibilizzare proprio su questo: il coaching non è una bacchetta magica, ma uno spazio protetto per esplorare possibilità.

Quali sono, secondo lei, i falsi miti più comuni da sfatare?

Che sia solo per chi ha problemi. Che sia una moda. Che basti un weekend per diventare coach. In realtà, servono anni di formazione, esperienza, lavoro su di sé. E poi: il coaching non è una formula pronta, ma un processo artigianale, cucito su misura. Non funziona se manca la volontà di cambiare. E non funziona se manca la fiducia.

Lei ora è presidente dell’associazione Business & Managementcoaches…

Esatto. È un ruolo che mi stimola molto, anche perché siamo un team nuovo e stiamo imparando a conoscerci. Stiamo riflettendo su come comunichiamo, su come collaboriamo e su come gestiamo eventuali conflitti. Accompagniamo persone e gruppi: non possiamo permetterci di predicare bene e razzolare male. Ci serve tempo per costruire fiducia anche al nostro interno, ma la mia speranza è che possiamo essere di esempio. Siamo in cinque, tutti volontari, e questo rende il lavoro ancora più prezioso.

C’è qualcosa di profondamente umano nel coaching, se praticato con cura: l’idea che nessuno debba cavarsela da solo, ma che ognuno possa trovare dentro di sé le risorse per crescere. Magari con uno sguardo esterno, capace di fare domande giuste al momento giusto.

Autore: Marco Valente

Hommage per Mary in forma d’arte

Un Hommage per Mary: tredici artisti dedicano la propria opera a Mary de Rachewiltz per i suoi 100 anni. Sono Ulrich Egger, Lois Fasching, Martin Geier, Bernhard Grassl, Eduard Habicher, Elisabeth Hölzl, Alina Kalczyńska-Scheiwiller, Margit Klammer, Erich Kofler-Fuchsberg, Annemarie Laner, Jaqueline Legér, María Sánchez Puyade, Frank Wing e Stefan Fabi. 

Sono quindi fotografie, come quella di Ulrich Egger, ma anche sculture in marmo, legno e gres, come quelle di Margit Klammer e Lois Fascing, poi installazioni, tessuti ricamati, come quelli di Maria Sanchez Puyade, e quindi tessuti stampati, a sfilare nella sala e nella pinacoteca di Palais Mamming in occasione della mostra dedicata alla poetessa plurilingue Mary de Rachewiltz, figlia di Ezra Pound. 

Molti di questi importanti artisti, entrati in contatto e quindi in amicizia con la poetessa, sono rimasti colpiti dalla sua personalità e, nel corso degli anni si è stretta e rinsaldata una amicizia. Per la loro opera alcuni si sono lasciati ispirare o affascinare dai testi delle sue poesie fino a sceglierle come anime conduttrice della loro opera. Altri si sono concentrati sul suo volto e sull’aura positiva che Mary da sempre emana. Altri ancora si sono sentiti liberi, sicuri di essere da lei compresi, di creare installazioni o opere astratte ispirati dall’animo sempre curioso e sempre all’avanguardia di Mary. La mostra aprirà il 27 giugno e resterà visitabile gratuitamente a Palais Mamming fino al 2 novembre. L’esposizione ha il carattere biografico e cerca di mettere a fuoco gli aspetti salienti della vita di Mary ma anche gli aspetti inaspettati e sorprendenti come il suo grande interesse per quegli alimenti che, come il mais dolce e lo sciroppo d’acero, potevano essere un utile alleato nel combattere la fame nel mondo. 

Quella di Mary è una vita intessuta della semplice quotidianità e della ricchezza intellettuale dei circoli letterari, delle università, delle case editrici italiane, americane, europee, le relazioni culturali e amicali con scrittori, poeti, artisti e musicisti. 

Documenti, libri, lettere autografe, opere d’arte oggetti simbolo di una vita interessante sono gli oggetti che sfileranno sotto gli occhi dei fruitori.

I testi di sala, le didascalie e le citazioni oltre alle poesie, sono trilingui: tedesco, italiano e inglese. Queste sono infatti le tre lingue in cui Mary crebbe, che studiò, approfondì, ne divenne interprete e – infine – scrisse le sue poesie. Non si può infatti parlare né comprendere appieno la poetessa se non la si immagina aggirarsi fra mondi culturali diversi, fra parole che più di altre potevano di volta in volta esprimere al meglio i suoi stati d’animo. La mostra è nata dalla collaborazione di Palais Mamming con Brunnenburg e con l’Accademia di Merano.

Autrice: Rosanna Pruccoli