Nicola Gasperi, in arte Niko Fyah, lavora da una decina di anni come collaboratore all’integrazione nelle scuole di Merano con grande soddisfazione personale. Nel tempo libero coltiva una grande passione: la musica. Suona la chitarra e il basso ed è molto conosciuto nella scena reggae locale.
La cosa che mi piace di me.
La pazienza e la consapevolezza che cerco di mettere in quello che faccio.
Il mio principale difetto.
La pazienza e l’ansia che mi prende in determinate situazioni.
La volta che sono stato più felice.
Quando è nata mia sorella.
La persona che ammiro.
Mia sorella.
Un libro da portare sull’isola deserta.
“Radici” di Alex Haley.
L’occupazione preferita.
Suonare reggae e preferibilmente live.
Il paese dove vorrei vivere.
Casa mia.
Il piatto preferito.
Pizza e Paella (da mangiare in Spagna).
Non sopporto.
L’arroganza, l’incoerenza il discutere senza senso.
Per un giorno vorrei essere…
Un musicista di una backing band per vari artisti del Reggae Sunsplash Jamaica o del Rototom in Spagna.
Nel mio frigo non manca…
Pane, latte e birra.
Mi sono sentito orgoglioso quando…
quando ho vinto l’Italian Reggae Contest con il gruppo “Myztic Lion and the Juggernaut Nation”.
Il mio motto.
“Don’t worry about the thing, ‘cause every little thing gonna be alright“.
Il giocattolo che ho amato di più.
Un pupazzo a forma di panino, uno di coniglietto, e il pallone da calcio.
I miei artisti preferiti.
La lista è lunghissima, ma dico Bob Marley per l’influenza che ha avutosulla mia vita.
La qualità che preferisco in una donna…
La gentilezza e il rispetto.
…e in un uomo.
La gentilezza e il rispetto.
Dove mi vedo fra dieci anni.
Spero di fare bene e con piacere il mio lavoro, e magari di togliermi qualche soddisfazione con la musica.
Nata a Bolzano il 5 febbraio 1991, fin da bambina Giulia Pedron è attratta dall’arte. Dopo un viaggio in Africa, trova nella fotografia il mezzo espressivo più potente per trasmettere le proprie esperienze e far conoscere culture lontane. Decide di seguire un Master di fotografia al centro universitario IDEP a Barcellona e frequenta diversi corsi di cinema documentario a Buenos Aires. Una volta terminati gli studi, viaggia per lunghi periodi alla ricerca di minoranze etniche da ritrarre nelle proprie immagini. Oggi vive a Bronzolo.
La cosa che mi piace di più di me.
La determinazione e l’indipendenza.
Il mio principale difetto.
Buttarmi giù quando non trovo la motivazione.
La volta che sono stata più felice.
Quando ho capito che potevo fare del viaggio la mia vita!
Da bambina sognavo di diventare…
Veterinaria.
L’errore che non rifarei.
Non bere acqua durante un’escursione in barca sotto il sole cocente…
La persona che invidio di più.
Nessuno.
La persona che ammiro di più.
Steve McCurry.
Un libro da portare su un’isola deserta.
“Ebano” di Kapuscinski.
L’ultima volta che ho pianto.
Due settimane fa.
La mia occupazione preferita.
Fantasticare sul mio prossimo viaggio e sulle fotografia/video che potrò realizzare!
Il Paese o luogo dove vorrei vivere.
Il Paese ancora non lo so, ma su un’isola esotica su una spiaggia di fronte al mare.
Il fiore che amo.
La margherita.
Il mio piatto preferito.
…non è solo uno, sono troppi per elencarli!
Il mio pittore preferito.
Più che un artista, un movimento: l’Impressionismo.
Del mio aspetto non mi piace.
I capelli bianchi che iniziano a spuntare!
Non sopporto…
L’esagerazione nelle reazioni.
L’ultima volta che ho pregato.
3 anni fa, in Cina.
Dico bugie solo…
Per scampare a un incontro a cui non voglio partecipare!
La mia paura più grande.
Perdere la felicità.
L’oggetto a cui sono più legata.
Una zainetto che ho preso in Ecuador.
Il mio primo ricordo.
Un Natale di tantissimi anni fa.
Il mio più grande rimpianto.
Sono convinta di avere ancora tempo per recuperare eventuali rimpianti!
Se fossi un animale, sarei…
Un gatto o una mangusta.
In famiglia mi chiamano…
Adesso Giulietta, una volta Attila!
Mi sono sentita orgogliosa quando…
Ho imparato a guidare un motorino su un’isola deserta in Tailandia.
Il filosofo Pascal ebbe a dire che “un fiume regio e ben curato è una magnifica strada che cammina”. Una considerazione che oggi, almeno dalle nostre parti, appare di dubbia utilità. Le “strade in cammino” – e in particolare l’Adige, in passato autentica autostrada tra l’agiata Venezia, porto affacciato sull’Oriente, e i paesi dell’Europa settentrionale – hanno in larga parte perso questa loro funzione. Ora, le banchine del molo sono scomparse sotto l’erba, la Dogana ha cambiato destinazione e quelli dei carrettieri e zatterieri sono mestieri estinti. È arduo anche solo immaginare il traffico caotico di uomini e di bestie, di mercanti e di gendarmi, di carri e di sfaccendati in cerca di fortuna, insomma la “vita” che il trasporto fluviale dal Medioevo in poi aveva portato nei tranquilli paesini di Laives e Bronzolo. I laivesotti si erano da subito specializzati nel trasporto delle merci da e per Bolzano, città commerciale in rapida ascesa, e dal XVI secolo in poi avevano operato in una posizione pressoché monopolistica. Erano i dominatori incontrastati delle sconnesse, spesso impraticabili strade di allora e contribuivano notevolmente a peggiorarne lo stato disastroso con i loro pesanti carri trainati da cavalli o buoi. Certo non mancavano le dispute anche violente per spedizioni effettuate – specialmente nelle ore notturne, in cui ogni attività “lecita” era interdetta – fuori dalle convenzioni e, soprattutto, dalla tabella tariffaria ufficiale. I mercanti bolzanini cercavano di risparmiare sul “soldo” del viaggio e sovente ingaggiavano soggetti privi di “privilegio”. In questi casi, più delle autorità competenti poterono le feroci baruffe serali nelle varie osterie del paese – a iniziare dal Gutleben o Welschwirt (Ca’ rossa), dove si trovavano anche il maggior deposito mercantile e il bivio verso Bronzolo e Vadena. Una volta all’anno, davanti alla chiesa di Laives, un tempo sede di un rudimentale “tribunale” all’aperto, veniva scandito l’elenco di coloro che erano autorizzati all’acquisto del legname della “Reif” da trasportare. Quelli di Bronzolo, per ovvie ragioni, privilegiavano l’attività portuale in senso stretto. Il trasporto verso Verona, centro di smistamento di maggior rilievo verso Venezia, Padova, Ferrara e le città lombarde, rimase pressoché ininterrottamente privilegio di dieci famiglie di Sacco presso Rovereto, tra cui i noti Fedrigotti. Tutta l’attività doveva essere tenuta sotto stretto controllo dalle autorità competenti, che ovviamente vedevano di buon occhio i ricchi commerci soprattutto per via dei cospicui dazi che vi potevano applicare. Sale, stoffe, vino, pietre, tronchi, frumento – tutto doveva essere esibito e tassato dagli agenti governativi della Dogana di Bronzolo. Poiché allora come ora l’evasione era sempre in agguato, i governi di Innsbruck e Vienna emettevano ordinanze su ordinanze per regolamentare ogni dettaglio delle lucrose e avventurose spedizioni.
Farfalla Cavolaia: sono una minaccia le larve di questo lepidottero, leggiadro come una farfalla in fase adulta! Le larve, costituite da bruchi verde pallido, riccamente punteggiati di macchie nere, con bande gialle lungo il dorso e i fianchi, raggiungono i 6 cm. Generalmente la cavolaia fa 2/3 generazioni all’anno, con voli a partire da marzo: settembre può diventare un vero disastro nell’orto, vista l’abbondanza di brassicacee. Rovina cavoli, verze, bietole, broccoli, cavolfiori, cavolo cinese, cavoletti, ma anche spinaci. Le uova si schiudono in due settimane e i bruchi cominciano a nutrirsi del fusto e delle foglie giovani e provocano gravi danni alle piante. Agiscono in gruppi numerosi e mettono a rischio interi raccolti. Erodono le foglie, rosicchiando persino le porzioni interne. La cavolaia minore, i cui bruchi sono di colore verde scuro, danneggia il cavolo rapa, il cavolo nero, la rapa e le cime di rapa. Rimedi: 1. rimozione manuale; 2. rete anti-insetti e polvere di roccia (zeolite) per grandi colture; 3. macerato di ortica e di foglie di pomodoro; 4. decotto di assenzio; 5. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml di acqua e irrorare di sera tramite spruzzino – Carenza 3/6 gg; 6. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi. È totalmente innocuo per gli insetti pronubi e le coccinelle. Carenza: 3 gg; 7. l’antagonista oofago Trichogramma evanescens; 8. Apanteles glomeratus e il Phryxe vulgaris (uccidono le larve).
Nottue: sono una ventina di specie di lepidotteri, in prevalenza notturni, le cui larve, cioè i bruchi, si cibano di piante orticole, arbustive e ornamentali. Si presentano di diversi colori, dal rosa al nero, ma per lo più di verde brillante. Rodono colletti, fusti, foglie, fiori, boccioli e persino i frutti. Possono defogliare una pianta da orto in una notte. La presenza dei bruchi va da maggio a novembre in zona alpina. Colpiscono mais, peperoni, erbe aromatiche, gerani, melograno, rose, ma soprattutto i pomodori. John Orrock e i biologi dell’Università del Winsconsin nel 2017 hanno fatto una scoperta sorprendente: una pianta di pomodoro, se massicciamente aggredita, è in grado di emettere una sostanza chimica volatile, lo jasmonato di metile che avvisa le sue simili del pericolo. Le piante allarmate dal segnale chimico reagiscono, rendendo le loro foglie meno nutritive, che così crescono più lentamente, e producendo una sostanza neuro attiva che induce i bruchi al cannibalismo. Fino a quando il loro numero non ritorna a essere a un livello sopportabile per la pianta: ce lo conferma Stefano Mancuso. Anche le vespe assetate sono ottime alleate. Rimedi: 1. rimozione manuale; 2. trappole a feromoni (nelle serre); 3. biotrappole a base di vino dolcificato e speziato; 4. estratto puro di cannella 1 ml in 500 ml; 5. Bacillus thuringiensis (varietà kurstaki), insetticida biologico a base di batteri sporigeni estremamente selettivi – Carenza: 3 gg; 6. Olio di Neem (Azadirachta indica): un cucchiaino da diluire in 500 ml – Carenza 3/6 gg; 7. geodisinfestante biologico a base di nematodi entomoparassiti del genere Steinernema da impiegare nel terreno.
Oggi come oggi per tutti noi è davvero fondamentale, giorno per giorno, riuscire a trovare un modo per guardare con fiducia al futuro, scrollandoci di dosso quel fardello di ansia e pessimismo che ci appesantisce. In questo senso ho trovato davvero prezioso un commento dello psicanalista Massimo Recalcati, intitolato “No alla Generazione Covid” e pubblicato da Repubblica. Recalcati si riferisce alla didattica a distanza, la risorsa che in fretta e furia la scuola si è ritrovata a dover implementare, per non dover chiudere bottega a tempo indeterminato. Essa non è affatto l’ideale, riconosce Recalcati, osservando però in primo luogo che i “reali” processi di formazione non seguono mai una traiettoria ideale. E aggiungendo in secondo luogo – cosa ancor più importante – che “i maggiori effetti formativi si generano non a partire dai successi o dalle gratificazioni, dalle prestazioni mirabili o dalle affermazioni senza intoppi, ma dalle cadute, dai fallimenti, dalle sconfitte, dagli smarrimenti”. Recalcati prosegue la sua riflessione mettendo in guarda dal pericolo della lamentela permanente e dalla vittimizzazione. Per questo di dichiara contrario all’idea stessa di una Generazione Covid caratterizzata – come sempre più spesso si sente dire in giro – per “le occasioni che sono state ingiustamente e definitivamente sottratte”. Come sappiamo nella scuola molti sono gli operatori (e soprattutto gli alunni e studenti) che in questa fase si sono rimboccati le maniche, reinventandosi e mettendosi in gioco in una nuova forma, inaspettata e costantemente in divenire. Recalcati conclude il suo commento incoraggiando tutti a prendere esempio da coloro che non si sono rassegnati, non piangendosi addosso perché – a ben vedere – “siamo sempre ancora in tempo anche se siamo sempre in ritardo”. Dalla scuola che resiste, reinventandosi, è giusto ripartire. Ed è anche alle priorità e all’esempio della scuola che a mio avviso devono guardare oggi politica ed economia, quando sono tentate di tornare troppo presto a una “normalità” che potrebbe di fatto provocare ancora molte vittime tra i nonni dei ragazzi di cui sopra.
“Dalla città delle mucche alla città di cura”, così scriveva il cronista di Merano, Bruno Pokorny negli anni ‘30, per spiegare l’evoluzione che fra il 1870 e il 1900 portò Merano a essere un centro del benessere a livello internazionale. Tale processo evolutivo non è spiegabile solo dal clima favorevole, mite, e dalla bellezza del suo territorio, ma è dovuto all’indubbia eccellenza delle sue strutture alberghiere e dei suoi imprenditori che ne favorirono la rapida ascesa.
Una di tali strutture alberghiere che fecero decollare la città del Passirio a livello mondiale, fu senza dubbio il Kurhotel Palace, costruito fra il 1905 e il 1906. Merano in quel periodo disponeva già di cinque strutture ricettive di grande rilievo, ma secondo il suo mentore, l’imprenditore Pietro Delugan, nato a Zanolin (un paese in val di Fiemme) nel 1854, Merano doveva pretendere di più. Nel 1893 egli si era trasferito in città, e iniziò a realizzare più di 70 edifici, grandi alberghi, il teatro cittadino, il Kursaal e l’edificio postale. Il suo obiettivo però era quello di costruire l’ albergo più grande e importante di tutto l’arco alpino, che doveva essere il più prestigioso e monumentale per eleganza e per gli arredi: doveva superare i luoghi di cura svizzeri e quelli della Riviera francese. Delugan era un uomo che da semplice capomastro, nell’arco di poco tempo divenne grande costruttore edile di successo. Si formò professionalmente a Stoccarda e poi in Svizzera, a San Gallo. Per la concezione architettonica del Kurhotel, si recò, insieme al Franz Leibl (allora direttore del Grand Hotel Meranerhof, il più grande albergo di Merano con 350 posti letto) sulla Riviera francese. Acquistò l’area dove sorgeva lo Schloss Maur e il terreno circostante, abbozzò il progetto in 24 ore e mise all’opera 340 operai. Nel giro di otto mesi l’albergo era completato. Nel 1906 era già in esercizio, e fra quell’anno e fino al 1914, Merano e il suo grande albergo, registrarono un boom di presenze turistiche che solo in tempi recenti verranno raggiunti. Gli arredi della struttura alberghiera erano davvero da sogno e il piccolo capomastro aveva realizzato in pieno il suo obiettivo, anche se non completamente, prima dello scoppio della Grande guerra.
In foto principale: (a sinistra) I concerti in riva al Passirio, 1914, (a destra) L’albergo Walser in piazza Teatro, 1850
Andrea Castelli è attore professionista, autore e doppiatore. Si fa conoscere in regione prima con l’innovativo gruppo de “I Spiazaroi” (1975-2000) e poi per i suoi monologhi in dialetto trentino e in lingua. Nel 2000 è chiamato da Marco Bernardi al Teatro Stabile di Bolzano. Ama variare dal brillante al serio, dal classico al moderno, dal dialetto all’italiano.
Il mio principale difetto.
Reagire con troppa veemenza all’arroganza e non capire che oggi è una battaglia persa.
Da bambino sognavo di diventare…
Capo dei pompieri che, nel tempo libero, faceva anche il campione mondiale di ciclismo.
La persona che invidio di più.
è una vita che provo a invidiare qualcuno, ma non ci riesco perché mi viene da ridere.
Un libro da portare sull’isola deserta.
“Libera nos a Malo” di Luigi Meneghello. Per leggerlo in treno sono quasi finito chissà dove…
Il capriccio che non mi sono mai tolto.
Una villa sontuosa con servitù a bizzeffe, uno scudiero e due cavalli di buon carattere.
L’ultima volta che ho perso la calma.
Quando un cretino in bici sul marciapiede digitando al telefono ha investito mia moglie alle spalle. Le ha fatto male. Gliene ho dette tante ma tante. Al ciclista intendo…
L’ultima volta che ho pianto.
Quando è morto mio padre. Credevo di essere un duro ma non ce l’ho fatta.
La mia occupazione preferita.
Leggere, scrivere, disegnare e cucinare. Nel tempo libero recito in teatro.
Il paese dove vorrei vivere.
Un paese sempre sui 24 gradi dove i politici che promettono di abbassare le tasse lo facessero davvero.
Il colore che preferisco.
Giallo sole, giallo luce, giallo vita. In vacanza leggo ancora qualche giallo.
Il piatto preferito.
Aglio, olio e peperoncino. Con gli ingredienti ben calibrati sento le campane.
Il mio musicista preferito
Beethoven. Quando mi accingo a scrivere, la sua “Pastorale” in sottofondo mi indica la via.
Del mio aspetto non mi piace…
Tutti questi capelli biondi a zazzera e questi occhi azzurri da “Husky”.
Non sopporto…
L’ignorante che vuole insegnare agli altri e gli altri che ci cascano. Ribollo di furia iconoclasta.
Dico bugie solo…
No, anche in compagnia…
Il giocattolo che ho amato di più.
I tappi corona (le “scudeléte”) che travestivo da ciclisti per fare Giro, Tour e Vuelta in tutti i locali della casa imitando la voce di De Zan. Un giorno mamma inavvertitamente mi schiacciò Anquetil e fu un dramma.
Mi sono sentito orgoglioso di me stesso quando…
Quando l’onorevole Bertinotti venne nel mio camerino al Piccolo di Milano per dirmi che l’avevo fatto piangere. Far piangere un politico oggi non è da tutti.
Il mio primo ricordo…
Una luce nel primo presepe che vidi in vita mia. Ero piccolissimo. Quella luce ogni tanto la vedo ancora. L’oculista dice che non è grave.
L’ultima volta che ho pregato…
Quando un carabiniere voleva farmi contravvenzione. Non l’ho pregato, l’ho supplicato. Lui ha detto “Ma lei è l’attore?”. Non mi pareva vero!
Continuando nella riscoperta dei giardini nascosti o poco noti di Bolzano, dopo quello di palazzo Toggenburg (Qui Bolzano, 12.11.20, n˚ 22); non possiamo non parlare di alcuni spazi verdi che ornavano e ornano la nostra area urbana. Uno di questi è il giardino Moser, che sorgeva fra via della Rena e via della Stazione. Anche tale architettura del verde, secondo il gusto dell’allora proprietario, doveva appagare unicamente lo sguardo. Il giardino, tagliato in parte “all’italiana” e in parte all’inglese, era sito – in mezzo a statue, fontane, nicchie architettoniche con sfondi affrescati con le tecniche pittoriche dell’trompe-l’oeil – immerso nel verde proprio a pochi passi dal Duomo. Fra il 1860 e il 1880 era uno dei parchi più invidiati della città. Stefan Georg, di esso scriveva: “Entra anche tu nel giardino…e ammira.” Altro parco ammirato dai bolzanini è il giardino Rottensteiner situato fra via Rafenstein, il maso medievale Mauracherhof e la Torre Druso/Troyenstein. L’ampio spazio verde di circa tremila metri quadrati, ospita piante secolari, tra le quali cipressi, frassini, cedri, ciliegi, faggi, palme, magnolie, pini e ippocastani. Nacque alla fine dell’800 per volere degli allora proprietari, i Rosenthal. I produttori di porcellane di origine ebraica, dal cognome famoso, acquistarono la proprietà in quel periodo e ne fecero la loro residenza estiva. A loro si deve la creazione del parco, la collocazione del laghetto con piante acquatiche, canne di bambù, una fontana dalle forme storiche, un padiglione adornato di piante rampicanti e la collocazione di colonne isolate in stile corinzio. Morti i Rosenthal la proprietà è poi passata agli attuali Rottensteiner, i quali hanno mantenuto integre le precedenti strutture. Atri giardini e parchi adornavano Bolzano e la sua periferia, fra questi quelli che si affacciavano da Gries verso Bolzano, oggi al loro posto troviamo il Lungotalvera S. Quirino. Dalle vedute del 1850, anche tali parchi prospicienti il Talvera erano regolati con aiuole disposte all’italiana, fontane monumentali, urne di gusto classico e alberi di decoro. Altri sorgeranno intorno a castel Flavon con un laghetto per i pesci; nella villa Wendlandt in via Fago, dove poi sorgerà il parco e il palazzo Ducale, e in altre aree urbane, mentre Bolzano si apprestava già a disporre dei primi parchi pubblici.
Francesca Ferragina, meranese, lavora come pedagogista e responsabile per due servizi infanzia 0-6 anni per gli ospedali di Merano e Bressanone. Per passione fa la scrittrice e a febbraio è uscito il suo romanzo “Io. Anna” (Ed. Albatros), primo capitolo di quella che nella sua testa è una trilogia. In occasione del mese contro la violenza sulle donne, Francesca racconta in un PodCast la vita di donne straordinarie che hanno cambiato il corso della storia.
Francesca Ferragina, a quanti anni ha cominciato a scrivere? A scrivere non lo so esattamente. A inventare storie fin da bambina. Dicono che abbia sempre avuto una fervida immaginazione, e soprattutto che non la smettevo mai di parlare. Sono figlia unica e quindi giocavo spesso da sola, ma questo non mi dispiaceva, perché stavo ore e ore a inventare avventure per me e i miei giocattoli.
Da chi ha ereditato la passione del racconto? Penso da mia nonna Dorina. Per motivi di lavoro dei miei genitori passavo molto tempo con lei e i suoi amici (tutti anziani ovviamente) e quindi sono stata sempre circondata da persone che mi raccontavano le loro avventure di ragazzi, del periodo della guerra, dei film visti al cinema, e tanto altro. Ma soprattutto adoravo quando mia nonna invece di raccontarmi le fiabe mi riportava le storie tratte dalle opere di musica classica. Lei aveva lavorato come maschera in teatro quindi mi raccontava di Papageno, della regina della notte, di Alfredo e Violetta, della madama Butterfly, ma soprattutto mi narrava della bella Turandot.
Come nasce l’idea di un romanzo storico dedicato alle donne? Penso che a volte ci siano dei pregiudizi nei confronti del romanzo storico. Si pensa sia pesante e noioso, ovviamente per chi non apprezza il genere. Io invece ho sempre adorato la storia, forse perché grazie al cielo ho sempre trovato insegnanti e persone che me l’hanno posta in modo divertente e intrigante, come il mio amato professor Piccinelli (che tra l’altro mi consiglia ancora oggi). Così ho pensato di fare lo stesso con il mio romanzo: renderlo accattivante e allo stesso tempo leggero.
Quali sono i temi che tratta nel romanzo? C’è un po’ di tutto, mi piace dire che con meno di 200 pagine si può vivere un’appassionante avventura alla corte di Enrico VIII, tra amore, amicizia e una corsa contro il tempo.
Da dove nasce l’idea del romanzo? Sinceramente? Da un sogno che ho fatto circa sei anni fa. Avevo guardato la serie televisiva “The Tudors” e come resistere al fascino di Jonathan Rhys Meyers nei panni di Enrico VIII? Scherzi a parte, il viaggio nel tempo mi ha sempre intrigato. Ho letto libri e visto film di ogni tipo su questo argomento (e si nota dalle citazioni che si trovano nel romanzo). In particolare mi ha segnata “Timeline” di Michael Crichton: la storia d’amore tra Marek, archeologo del futuro, e Lady Claire, nobildonna e personaggio chiave nella storia della guerra dei cent’anni, è qualcosa di meraviglioso e ho spesso sognato un amore così anche io.
Dove ha raccolto le fonti per tracciare la storia di Anna Bolena?Inizialmente da libri biografici che parlavano della dinastia Tudor dalla guerra delle due rose in poi: una storia davvero affascinante; poi mi sono addentrata nella ricerca un po’ più seriamente utilizzando trattati storici, archivi online che raccoglievano atti ufficiali, corrispondenza tra Enrico VIII e Anna Bolena, e altro. Inoltre nel 2015 sono stata con la mia famiglia in vacanza in Gran Bretagna e abbiamo visitato molti luoghi inerenti alla vita di Enrico VIII e Anna Bolena permettendomi di prendere appunti sugli spazi, i paesaggi, perfino i profumi, così da immergere il più possibile il lettore nell’atmosfera raccontata.
Perché ha scelto proprio Anna? Anna Bolena è un personaggio storico davvero affascinante. È stata una donna estremamente intelligente, colta e intraprendente. Ha ricevuto una formazione avanzata per i tempi, riservata solitamente ai figli maschi, e questo perché il padre, accortosi subito delle capacità della figlia, le ha permesso di studiare con il fratello George.
Purtroppo l’inizio del XVI secolo non era ancora pronto per una donna così, ma soprattutto Enrico VIII non lo era. O meglio, all’inizio era affascinato dalla bellezza particolare (anche questa fuori dai canoni dell’epoca) e dalla cultura di questa donna; dalla possibilità di conversare con lei di arte, religione e politica. Solleticava il suo enorme ego il fatto che lei non si sia subito concessa a lui, come tutte le amanti che aveva avuto fino a quel momento; ma soprattutto trovava stimolante i loro battibecchi. Ma la nascita di Elisabetta, una femmina, e gli aborti avuti da Anna hanno incrinato questo rapporto idilliaco. Enrico aveva estremamente bisogno di un erede maschio e Anna sembrava non darglielo. Il re aveva già più di quarant’anni e nel gennaio del 1536 la sua brutta caduta da cavallo ha lasciato col fiato sospeso il regno. Questo ha cambiato profondamente Enrico. Questo, e la sua nuova passione per un’altra donna, la più “disciplinata” e docile Jane Seymour. Dopo l’esperienza esasperante del divorzio dalla sua prima moglie, Caterina D’Aragona, il re non voleva perdere troppo tempo e quindi, complice il suo Primo ministro Thomas Cromwell, ha raccolto materiale sufficiente per arrestare Anna e condannarla a morte. Non dico che Anna Bolena sia stata una santa, ma sicuramente non meritava quella fine. E io, come la mia protagonista Elanor, ho voluta riscattarla.
Quali sono le caratteristiche di questa eroina femminile che l’hanno colpita di più? Non posso dire che Anna Bolena sia stata un’eroina. È stata una donna. Come dico nella dedica nel mio romanzo, una donna “troppo forte per un tempo che la voleva debole”. Quello che mi ha colpito di lei è sicuramente la sua intelligenza, la sua intraprendenza e la sua caparbietà. Ha saputo tener testa a uno degli uomini più potenti e incostanti dell’Europa del XVI secolo. La sua sconfitta non è da considerare una sua mancanza, bensì una condanna costruita ad hoc da uomini arrivisti e dame invidiose.
Perché una donna della modernità dovrebbe potersi riconoscere nel personaggio di Anna Bolena? Perché ha saputo farsi strada da sola. Il padre la voleva solo tra le lenzuola del re, lei ha ambito a di più. Non si è accontentata e non ha voluto essere un ennesimo giocattolo in mano a un uomo, bensì guadagnarsi un titolo e una posizione degna. E non è un po’ come il costruirsi una carriera nel mondo del lavoro di oggi?
Il suo impegno a favore delle donne non si ferma al racconto. Quali sono i progetti che porta avanti? Da quest’estate realizzo un podcast in cui ogni settimana racconto la vita di una donna del passato. “Storie di donne nella Storia” è il mio piccolo gioiello, di cui vado molto fiera perché unisce la mia passione per la storia alla mia volontà di far prendere coscienza alle donne di quanti sforzi sono stati fatti per essere dove siamo e che nulla deve essere dato per scontato.
Cosa la spinge a occuparsi del mondo femminile? Sono una donna cresciuta in una famiglia di donne che con le loro imperfezioni mi hanno mostrato quanto si possa essere forti. Mia nonna è rimasta vedova a cinquant’anni e non ha più avuto e voluto altri uomini nella sua vita. Si è arrangiata in tutto e sapeva mettere al suo posto chiunque importunasse lei o qualcuno a lei caro. Ha sconfitto non uno, ma ben tre tumori: due al seno e uno all’utero. È morta questa primavera. Se l’è portata via il Covid, ma solo perché era rimasta sola in casa di riposo per via del lockdown. Sono sicura che se avessimo potuto continuare a vederla, insieme avremmo sconfitto anche questa. Mia madre ha due sorelle e formano un trio eterogeneo ma unitissimo, una sorta di Tre Moschettieri. Mi hanno insegnato il valore della famiglia, del sacrificio e dell’umiltà. Crescendo con questi esempi ho capito che donna volevo diventare. Sono diversa da loro, perché le includo tutte dentro di me.
Come si difenderebbe dalla critica di femminismo? Secondo lei, oggi, parlare di femminismo è ancora attuale? Penso sia attuale ricordare i princìpi del femminismo. Perché è nato e cosa ha ottenuto. Poi però bisogna prendere atto che il mondo dall’inizio del XX secolo è cambiato e quindi non si può restare ancorati a ideali vecchi di un secolo. Devono evolversi e operare per e con l’attualità. Le suffragette si sono battute per ottenere non solo il voto, bensì il riconoscimento di essere delle cittadine tali e quali agli uomini. Negli anni questo ha portato alla ricerca di riconoscimento di una parità di diritti; una lotta che stiamo ancora combattendo. Non è potendo studiare, lavorare e fare carriera che siamo uguali agli uomini, bensì come possiamo studiare, lavorare e fare carriera. Finché una donna dovrà sforzarsi il doppio (se non il triplo) per ottenere le stesse condizioni di uomo come posizione, stipendio, ruolo, opportunità, allora la lotta femminista non sarà finita.
Profonda miseria, spaesamento e incertezza sul futuro: il biennio buio iniziato alla fine della Prima guerra mondiale è al centro di un nuovo volume dello storico Oswald Überegger, uscito in occasione del centenario dell’annessione dell’Alto Adige all’Italia nell’ottobre 1920. Ai primi di novembre del 1918, dopo anni di guerra, il fronte austro-italiano crollò. Dopo l’entrata in vigore dell’armistizio fra l’Austria-Ungheria e gli Alleati, il 4 novembre 1918, le armi tacquero definitivamente. La fine della guerra lasciò un’intera regione nel caos. Centinaia di migliaia di soldati sciamarono dal fronte verso i rispettivi paesi d’origine. Durante le memorabili giornate di novembre, decine di migliaia di tirolesi si trovavano ancora al fronte come soldati oppure erano prigionieri di guerra degli Alleati. E altre decine di migliaia di civili, originari soprattutto del Trentino, appresero della fine del conflitto nella diaspora – per volontà o, i più, per forza – lontani da casa come profughi, sfollati o internati. “In questa difficilissima fase di tracollo politico e sociale”, sottolinea Oswald Überegger, direttore del Centro di competenza Storia regionale della Libera Università di Bolzano, “Alla conferenza di pace di Parigi si decise in merito alla questione del Tirolo.” Nel 1919 le potenze vincitrici sancirono d’autorità la divisione del Tirolo, come stabilito dal trattato di Saint Germain, assegnando l’Alto Adige all’Italia e tracciando sul Brennero un confine che è stato materia di discussione fino ai nostri giorni. Oswald Überegger ricostruisce le tappe fondamentali della storia di questi profondi cambiamenti e illustra la genesi di un problema di minoranze che investe tutta la Mitteleuropa quale conseguenza della Grande Guerra. Ricco di sfaccettature, il libro analizza in oltre 270 pagine gli sviluppi politici, sociali, economici e di mentalità della società tirolese del dopoguerra, dando forma alla viva immagine della movimentata e contesa storia di una regione tra la fine della Prima guerra mondiale e la presa del potere da parte del fascismo. Pubblicato nel 2019 dalla prestigiosa casa editrice tedesca Schöningh-Verlag, il volume esce ora in lingua italiana per i tipi di Carocci editore. La sua pubblicazione è stata promossa nell’ambito di Historegio, il progetto di ricerca e divulgazione della storia regionale condotto dagli atenei di Bolzano, Innsbruck e Trento in collaborazione con l’Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino.