Nei giorni scorsi ha suscitato un generalizzato stupore la lunga serie di incidenti causati dall’imprudenza sul Lago di Braies. La sottovalutazione dei pericoli legati allo scioglimento primaverile del ghiaccio sugli specchi d’acqua è purtroppo un fenomeno noto e ricorrente. Ma in questo caso a sorprendere è stato il ripetersi di tali situazioni, a poche ore di distanza. All’origine di ciò vi è senz’altro una mancanza di consapevolezza, unita però alla reiterata mancata osservanza dei cartelli di divieto (plurilingui). Sembra quasi che molti si comportino come in una bolla, dove razionalità e regole di sicurezza non siano imperativi ma opzioni, se non addirittura fastidi. Per fortuna gli incidenti a Braies si sono tutti risolti senza dover per forza contare la perdita di vite umane. La stessa cosa purtroppo non sta accadendo con la guerra in Ucraina, un evento catastrofico che da quasi due mesi mette discussione il futuro del popolo ucraino e (indirettamente) di quello russo, oltre a quello dell’intera comunità internazionale. Anche in questo caso e in scala macroscopica riscontriamo gli stessi meccanismi: incoscienza e mancato rispetto delle regole che fino al 23 febbraio ci era sembrato potessero regolamentare il rapporto tra gli stati, in Europa e nel mondo. Sembra quasi che la salvaguardia dei diritti delle persone e della vita umana in generale (di ogni vita umana) dal 24 febbraio non sia più un principio basilare della nostra civiltà. E che – nel 2022 – possa rientrare nel novero della normalità l’idea che ad un certo punto l’economia, la politica e l’informazione “di pace”, possano essere sostituite da un momento all’altro – come se nulla fosse – da un’economia, una politica e un’informazione “di guerra”, sperando che da tale meccanismo le nostre democrazie possano miracolosamente uscirne indenni.
Siamo ancora nel tempo di Pasqua. Una Pasqua che per molti quest’anno tarda ad arrivare o non arriverà. Percorsi che si fermano al Venerdì santo, qualcuno ai piedi di una croce, qualcuno inchiodato al suo destino. Invocando, invano, la pace, là dove la violenza ha rubato tutte le parole e le ha trasformate in bombe.
Anche per questo, nel corso della Via Crucis che quest’anno è tornata al Colosseo, papa Francesco invita al silenzio. “Di fronte alla morte il silenzio è più eloquente delle parole. Sostiamo pertanto in un silenzio orante e ciascuno nel cuore preghi per la pace nel mondo”. La scena della tredicesima stazione è quella di Gesù che alle tre del pomeriggio grida a gran voce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Poco dopo, dando un forte grido, muore. L’urlo, il silenzio, la morte. In origine era stato preparato per questa stazione un testo che è stato oggetto di polemiche, così come il fatto che la croce l’avrebbero portata insieme una donna russa e una donna ucraina. La violenza produce violenza e solo la testimonianza del bene può rimettere in moto percorsi di riconciliazione. “La morte intorno. La vita che sembra perdere di valore. Tutto cambia in pochi secondi. L’esistenza, le giornate, la spensieratezza della neve d’inverno, l’andare a prendere i bambini a scuola, il lavoro, gli abbracci, le amicizie… tutto. Tutto perde improvvisamente valore. Dove sei Signore? Dove ti sei nascosto?” “Le lacrime sono finite. La rabbia ha lasciato il passo alla rassegnazione. Sappiamo che Tu ci ami, Signore, ma non lo sentiamo questo amore e questa cosa ci fa impazzire. Ci svegliamo al mattino e per qualche secondo siamo felici, ma poi ci ricordiamo subito quanto sarà difficile riconciliarci. Signore dove sei? Parla nel silenzio della morte e della divisione ed insegnaci a fare pace, ad essere fratelli e sorelle, a ricostruire ciò che le bombe avrebbero voluto annientare”. Di fronte alla morte il silenzio è più eloquente delle parole. È una testimonianza più efficace. Come scrisse Josef Mayr-Nusser: “Non si tratta, dapprincipio, di essere testimoni attraverso la parola, nemmeno attraverso l’azione. Spesso può essere più opportuno tacere; spesso anche la migliore azione può essere distorta. Ma sempre dobbiamo essere testimoni. Esserlo con semplicità e senza pretese”.
Molto si è scritto su come la guerra in Ucraina (e tutte le guerre dei nostri giorni) si combatta in effetti a vari livelli, incluso quello informatico. Cerchiamo di capire un po’ meglio di cosa si tratta. Innanzitutto, è importante evidenziare che gli attacchi compiuti tramite internet alle infrastrutture informatiche di una terza parte (un privato cittadino, un’azienda, un ente governativo), ovvero i cosiddetti “cyberattacchi”, avvengono incessantemente in tutto il mondo a ritmi sempre più frenetici. Per farsi un’idea dell’entità del problema, si possono consultare su internet mappe che mostrano gli attacchi che stanno avvenendo nel mondo. Basta digitare su un motore di ricerca “cyber threat maps”, per trovare mappe come quella di Checkpoint (https://threatmap.checkpoint.com) e Kasperksi (https://cybermap.kaspersky.com), entrambe aziende molto note nel settore della sicurezza informatica, con Kasperski attualmente sotto il mirino delle autorità di cybersecurity per presunti collegamenti col governo russo. Ora che ci siamo fatti un’idea dell’enorme entità del problema, cerchiamo di capire quali sono gli attacchi informatici rilevanti in un contesto bellico. Una prima grande famiglia di attacchi è quella legata a infrastrutture e apparecchiature critiche, come sistemi militari, commerciali, energetici, e delle telecomunicazioni. Questo tipo di attacco può al giorno d’oggi interrompere o intralciare l’erogazione di servizi utilizzati dal nemico in tantissimi settori diversi, considerando che sempre più sistemi sono controllati attraverso software connessi in rete (si pensi che, quando qualche mese fa Facebook ha smesso di funzionare per qualche ora, alcuni dipendenti dell’azienda non sono stati fisicamente in grado di entrare nei propri uffici). Un’altra tipologia di attacco mira alla raccolta di dati sensibili, dall’intercettazione di informazioni utili per capire come si stanno muovendo le truppe, fino alla pubblicazione di dati privati come indirizzi e contatti telefonici del personale militare. Spesso gli attacchi non hanno un vero e proprio fine strategico, quanto più un intento “muscolare”: mostrare la propria capacità di infiltrare i sistemi informatici del nemico e vandalizzarli. Si parla infine di attacchi non specificatamente orientati a colpire i militari, quanto a influenzare l’opinione pubblica, con attacchi su larga scala volti a comunicare con il grande pubblico a fini informativi, propagandistici, o di guerra psicologica. Tutto questo conferma, ancora una volta, come il mondo fisico e digitale siano sempre più intimamente connessi. Marco Montali
Agli albori del XX secolo, ben prima della grande guerra e del passaggio dell’Alto Adige asburgico all’Italia, il comune di Vadena fu teatro di un autentico conflitto tra opposti nazionalismi. Scrive, in merito, la Lienzer Zeitung del 10 maggio 1902 nelle sue “Notizie dal mondo”: “Non esiste più una Gemeinde Pfatten ma soltanto un Comune di Vadena”. Cos’era mai successo per sconvolgere i secolari equilibri etnico-politici del minuscolo comune di 444 abitanti (censimento del 1890) della Bassa Atesina? Contrariamente a tutte le previsioni, la “Lega nazionale pro Vadena” del roveretano Miori e del trentino Richard Ferrari, legata al movimento irredentista trentino “Italia irredenta”, aveva vinto le elezioni comunali per un solo voto. A quanto pare, una vedova “tedesca” non si era recata alle urne e aveva determinato, grazie al particolare sistema elettorale allora vigente, la vittoria degli irredentisti. Chiosò il giornale “Alto Adige” di Trento: “Avanti, Lega nazionale! Avanti Italiani di buona volontà! Eliminate la ‘brutta cosa’ della scuola tedesca di Vadena e quella ancor peggiore dell’asilo del signor curato Malpaga!” La stramba guerra vadenota, che da tempo covava sotto la cenere, vide come principali quanto involontari protagonisti i bambini in età scolare. Entrambe le fazioni peregrinarono di famiglia in famiglia (peraltro molte di costoro ridotte in miseria) per convincere i genitori a iscrivere i propri figli a questa o quella scuola. I vincitori delle elezioni miravano a chiudere definitivamente la vecchia Grundschule, mentre gli oppositori, spalleggiati dalle autorità scolastiche, volevano impedire l’apertura di una scuola in lingua italiana, che avrebbe potuto minare alla base il fragile “Deutschtum” di un territorio di confine come l’Unterland. La guerra, che allora toccò solo marginalmente altri comuni della Bassa, si trasferì ben presto a Bolzano, Innsbruck e, infine, al parlamento di Vienna. Vadena era diventata il luogo simbolo della “questione nazionale”. Miori, capo del comune, cercò di esautorare le autorità scolastiche locali in mano alla fazione opposta che alla fine ottenne l’appoggio determinante del titubante ministero viennese. A quel punto, e prima delle successive elezioni comunali che avrebbe potuto ribaltare l’esito delle consultazioni precedenti, Miori e Ferrari aprirono una scuola privata italiana presso il podere di quest’ultimo al Castello. I figli dei numerosi coloni trentini, che fino ad allora avevano frequentato la scuola tedesca, furono “invitati” a trasferirsi in quella privata italiana. Va detto, che la “guerra” di Vadena, al di là dei bambini strumentalizzati, era anche una guerra economico-sociale: da una lato il vecchio sistema rurale basato sulla piccola proprietà contadina (il freier Bauernstand), dall’altra il latifondo italiano affidato a coloni e mezzadri malpagati e perciò altamente concorrenziale nei confronti del primo. I latifondisti vadenoti, quasi tutti originari del Welschtirol, che avevano acquistato le terre malsane dopo le bonifiche di metà secolo, trovavano i loro coloni nelle affamate valli trentine. La “piccola” guerra terminò – momentaneamente – nel 1903, quando la scuola di Ferrari e Miori fu chiusa in seguito ad una petizione firmata da 88 comuni altoatesini. Quella “grande” era in arrivo.
La collana TravenBooks di Edizioni alphabeta Verlag è uno spazio dedicato alla narrativa in cui convergono opere di autori – altoatesini/sudtirolesi, ma non solo – che approfondiscono temi o che vivono in realtà di “confine”, nelle molteplici declinazioni di significato del termine. Questi sono gli ultimi titoli della collana, due appena usciti e uno di prossima pubblicazione.
Memoria di un addio di Franz Tumler Un “uomo del sottosuolo” vive nella cantina di una casa diroccata e osserva il mondo da una finestrella. All’esterno la Berlino del dopoguerra, ancora segnata dai bombardamenti: impressioni fugaci che l’uomo vede e registra. Il suo unico contatto con l’esterno è una donna che di tanto in tanto gli reca visita. Con lei si apre ai ricordi, frammentari e incoerenti, intrecci di memoria e finzione, di illusione e senso di colpa. Sono squarci di vita contraddistinti da un incombente quanto inevitabile addio. E lei lo ascolta, senza riuscire a far breccia in un isolamento emotivo che sembra assoluto. Il racconto di Tumler, avvolgente e doloroso, è una sottile esplorazione della solitudine umana. Bolzanino di nascita, cresciuto in Austria e poi trasferitosi a Berlino, Franz Tumler (1912-1998) è considerato uno dei maggiori scrittori di lingua tedesca del Novecento, la cui ecletticità formale e incessante esplorazione dei confini psicologici lo collocano a pieno titolo in quella linea narrativa mitteleuropea che va da Robert Musil ed Elias Canetti fino a Thomas Bernhard e Peter Handke.
Le lingue della paura di Benedetto Saraceno In un bosco nei dintorni di Ginevra si consuma il cruento omicidio del vicedirettore della HEGA, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di economia sanitaria mondiale. L’autore materiale è un alto funzionario, Andreas Krause, per il quale la vittima rappresenta l’unico ostacolo apparentemente insormontabile alle proprie ambizioni. Assediato dal timore di essere scoperto, si ritrova risucchiato in un gorgo di paure e ossessioni, che degenera in un’autentica paranoia. In breve tempo la sua vita privata e professionale va a rotoli, e ogni tentativo di fare marcia indietro e confessare il proprio delitto è vanificato da continue oscillazioni emotive e confusi progetti di fuga. Nello spregiudicato ambiente diplomatico internazionale affiorano intrighi e personaggi di dubbia moralità, disposti a tutto pur di non perdere potere e privilegi. Le lingue della paura è un raffinato noir psicologico, una storia intrisa di cinismo, avidità e umana fragilità. Tra i più noti professionisti della salute mentale a livello internazionale, Benedetto Saraceno trasferisce in un’intrigante opera di narrativa temi e riflessioni maturati nella sua ricchissima produzione saggistica.
Todos Caballeros di Lucio Giudiceandrea, in uscita a maggio Quando è nata l’idea di un’Europa unita? Gli storici dibattono animatamente sul preciso momento, ma quasi tutti concordano intorno alla figura che a questa idea ha dato maggior sostanza e compiuta declinazione. Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero, artefice dell’universalità cristiana, cercò di improntare l’Europa del Cinquecento ai valori dell’umanesimo, ispirati al suo maestro Erasmo da Rotterdam. Il suo progetto naufragò tra la Riforma avviata da Lutero, l’immobilismo della Chiesa romana, i divergenti interessi delle potestà locali e l’avanzata degli ottomani. Il giornalista bolzanino Lucio Giudiceandrea si muove tra fedeltà storica e invenzione letteraria, raccontando in forma quasi teatrale alcune scene dei primi vent’anni di regno di Carlo V. Sul palcoscenico della storia, attorno al protagonista, si muovono curiosi comprimari e personalità dell’epoca. Tutti concorrono a delineare il profilo psicologico di un uomo di straordinaria modernità, talmente immedesimato nel proprio ruolo da diventarne inconsapevolmente prigioniero. Mai un dubbio sfiora la mente di Carlo. Tranne una notte trascorsa ad Alghero, quando gli effetti di una droga misteriosa squarciano il velo dell’inganno.
Sono in molti, per accedere al Municipio di Bolzano, a chiedersi, transitando per vicolo Gumer: chi erano i Gumer? Che ruolo hanno avuto per la città di Bolzano? La famiglia Gumer di Engelsberg, la cui linea maschile si è estinta nel 1897, impegnata nel commercio tra l’area culturale tedesca e quella italiana e in attività bancarie, era tra le famiglie patrizie di Bolzano più importanti e influenti sia politicamente che economicamente. La ditta Joseph Gumer (1602-1668), era tra le più grandi case commerciali di Bolzano, città che aveva un ruolo particolare nella vita economica dell’epoca. Hans Gumer (1593-1680) fu sindaco di Bolzano per quattro mandati, tanto che per i suoi meriti l’imperatore Leopoldo I il 14 agosto 1668 lo elevò al rango nobiliare onorandolo con il titolo “von Engelsberg”. Johann Gumer (1673-1738) fu anche console e fu tra i committenti della costruzione del Palazzo Mercantile di Bolzano. Fu il commerciante Johann Gumer (1732-1793) a concedere nel 1765 un prestito di 200 mila fiorini a Francesco I di Lorena, consorte dell’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo. A venire iscritto nel 1783 nell’albo nobiliare tirolese fu Franz von Gumer. Nato nel 1731, dal 1771 al 1776 fu sindaco di Bolzano. Dedicò attenzione agli aspetti culturali e aiutò le persone socialmente svantaggiate. Nel 1790 intervenne come relatore per il “Bozner Partei” alla “Dieta aperta” che l’imperatore Leopoldo II aveva consentito agli Stati generali del Tirolo. A Franz von Gumer si deve l’istituzione a Bolzano di una Loggia massonica, di cui fu il primo Maestro Venerabile. Franz von Gumer si occupò anche delle arti segrete dei Rosacroce e si mise in contatto col conte Giuseppe Balsamo, noto come Cagliostro, che venne a Bolzano nella primavera del 1789. Franz von Gumer, ammalatosi di setticemia, morì a Vienna il 25 luglio 1794. Il 5 agosto la polizia fece irruzione nella sua casa distruggendo la documentazione riguardante Franz von Gumer.
INSERZIONE PUBBLICITARIA – Anche quest’anno, è possibile destinare il 5 e l’8 per mille delle proprie imposte alla Caritas e alla Chiesa cattolica, per sostenere progetti di solidarietà in favore dei più bisognosi e interventi di contrasto alle emergenze in territorio italiano. Anche se per molti è un gesto di poco conto, con la propria dichiarazione dei redditi ci si può prendere cura del prossimo, garantendo servizi gratuiti soprattutto a chi ne ha più bisogno.
Siamo a Sarnes, poco a sud di Bressanone, in Alto Adige. Qui, in una struttura messa a disposizione gratuitamente dalla diocesi, la Caritas altoatesina ha allestito un centro di accoglienza per i profughi che scappano dalla guerra in Ucraina. Si chiama casa San Giorgio, e vi incontriamo Alona con i suoi 3 figli di 16, 12 e 10 anni. Sono arrivati a fine marzo, dopo un mese di viaggi e colpi di fortuna che hanno permesso loro di mettersi in salvo. Il marito di Alona è invece rimasto a Kurakhove, a oltre 2.500 km di distanza, per difendere il proprio paese dagli attacchi russi, “Anche se forse lo avrebbero fatto passare” racconta tristemente Alona, mentre ci consegna la sua storia. Con la famiglia viveva nella provincia del Donetsk, nell’Ucraina orientale, territorio interessato da combattimenti già dal 2014. Sono circa 8 anni che Alona vive nella paura, per sé e per i propri figli, e forse è stata proprio questa a spingerla subito a scappare, quando il 24 febbraio la sorella le comunica per telefono che è scoppiata la guerra. Le cose precipitano velocemente: gli spostamenti vengono ostacolati, è impossibile recarsi a scuola o al lavoro e le città precipitano nel caos. Gli scoppi delle esplosioni diventato la costante, di giorni come di notti insonni. Presa la decisione di partire, non è stato così semplice metterla in pratica: la strada è disseminata di pericoli, Alona affronta con i propri figli un viaggio di centinaia di chilometri in autobus fino a Kramators’k per poi raggiungere in treno Leopoli, dalla parte opposta dell’Ucraina. Da qui riescono a riparare in Ungheria e poi al seguito di altri connazionali raggiungono la Slovacchia, dove fanno la conoscenza di alcuni volontari che offrono un passaggio verso l’Italia, arrivando finalmente a Bolzano. Alona esprime una profonda gratitudine verso tutte le persone che l’hanno aiutata fin qui, e ci tiene a ringraziare l’Italia per aver offerto un posto sicuro a lei e ai propri figli. Ad accoglierli ci sono stati gli operatori della Caritas e i numerosi volontari da loro coordinati, ma alle spalle di questo intervento ci sono anche i numerosi cittadini che scelgono di sostenere questi progetti, anche solo con una semplice firma. Ognuno infatti, con la propria dichiarazione dei redditi, può decidere di prendersi cura del prossimo, come visto in questo esempio. Ma la Caritas non è attiva solo per progetti che sostengono i profughi delle guerre: “Con i fondi derivanti dal 5 e dall’8 per mille, quest’anno finanziamo il servizio Hospice della Caritas, la consulenza per debitori, il Centro d’Ascolto, la distribuzione pasti Santa Chiara, così come la Caritas parrocchiale e il volontariato, affinché possano offrire gratuitamente i loro servizi alle persone in difficoltà”, spiegano il vescovo Ivo Muser e il direttore della Caritas Franz Kripp, ringraziando per questa importante dimostrazione di umanità. Ci sono le persone come Claudia, giovane madre di due figli, che durante la pandemia ha perso il proprio lavoro nel settore alberghiero, proprio mentre il marito si è ammalato gravemente. Nel suo caso la famiglia si è trovata di colpo a dover colmare la perdita di reddito con i risparmi, vedendoli ben presto esaurire. Grazie alla consulenza per debitori della Caritas, tuttavia, Claudia ha potuto avere la sicurezza di riuscire a pagare l’affitto e le bollette più urgenti, evitando la possibilità di perdere l’intero appartamento. Anche Anna è grata per l’aiuto ricevuto dalla Caritas: aveva solamente 13 anni quando al fratello maggiore Elias venne diagnosticato un tumore maligno all’intestino. La notizia improvvisa rende difficile affrontare tanto le fasi dolorose della chemioterapia che annienta le forze del ragazzo, quanto la morte precoce che getta in una profonda depressione la sorella. Anna però, grazie al sostegno costante del servizio Hospice della Caritas, ha trovato una via d’uscita, e oggi con coraggio trasmette questa voglia di reagire portando la propria testimonianza ai giovani nelle scuole. Oppure Erisa e Drina, due giovanissime sorelle di 19 e 16 anni, giunte a Bolzano dall’Albania con il sogno di studiare e riscattarsi, ma anche con le difficoltà di riuscire a mantenersi, tra affitti costosi e contratti part-time. Come altri, hanno potuto trovare la via verso l’indipendenza grazie al Centro d’Ascolto della Caritas, un servizio che punta a costruire percorsi di “capacitazione” delle persone che vi si rivolgono, valorizzando o riattivando le risorse che queste portano con sé, attraverso una relazione di ascolto e l’elaborazione di progetti individualizzati. Questi interventi, accanto a servizi più classici, come la distribuzione pasti Santa Chiara e il lavoro delle parrocchie e del volontariato, continuano ad essere possibili anche grazie agli stanziamenti del 5 e 8 per mille alla Caritas e alla Chiesa cattolica.
Con un semplice gesto come la tua firma sulla dichiarazione dei redditi, puoi fare in modo che le persone in difficoltà ricevano un aiuto materiale per i bisogni essenziali come l’alimentazione e l’alloggio, ma anche ascolto, fiducia e sostegno per superare crisi e momenti difficili. Scegliendo la Caritas e la Chiesa cattolica come beneficiari del tuo 5 e 8 per mille, puoi sostenere questi progetti sociali e far parte di coloro che coltivano valori di solidarietà per far crescere l’umanità! L’imposta la paghi comunque, ma a chi questo puoi sceglierlo tu.
Per maggiori informazioni: Diocesi di Bolzano – Bressanone: www.bz-bx.net/it – tel. 0471 306 300 Caritas Diocesi Bolzano – Bressanone: info@caritas.bz.it – tel. 0471 304 300
Per Andrea Maffei l’impegno a favore di qualcosa o di qualcuno è una cosa innata, una caratteristica che lo ha sempre contraddistinto nel combattere le sue battaglie in direzione ostinata e contraria, citando il suo amico Fabrizio De Andrè, senza per altro avere voglia o necessità di mettersi in mostra. Perché per lui è una questione di pelle, come recita il titolo di un suo nuovo e prezioso CD prodotto in totale autarchia e richiedibile contattando Maffei via Facebook.
Alla base di tutto c’era, per Andrea, il desiderio, anzi forse è meglio dire l’urgenza di poter fare qualcosa per certi suoi amici in difficoltà. “Da alcuni anni – ci spiega Maffei – con alcune altre persone condivido la conoscenza di alcuni ragazzi che stanno in giro per le piazze di Bolzano, nel mio caso, visto che è la zona in cui mi muovo maggiormente, piazza Mazzini e piazza Vittoria. Mi riferisco ai cosiddetti senzatetto, un fenomeno che non si limita a queste piazze, ma che è piuttosto un problema riguardante tutta la città. Si tratta di persone che faticano a poter utilizzare certi benefit istituzionali in quanto provenienti da paesi europei, e spesso arrivano a Bolzano perché la nostra città sembra il paradiso, una vetrina luminosa e ricca. Invece qui inizia per loro la disperazione, la difficoltà di trovare un lavoro nonostante nel paese da cui provengono abbiano conseguito una laurea. Ecco, io parlo con loro, mi raccontano le loro storie, cerco di aiutarli; non vorrei usare il termine carità che è stato un po’ usucapito dalla cultura cristiana. Diciamo che li aiuto come posso, col mio tempo, con un pacchetto di sigarette o un pasto dal kebabaro, con un kebab sospeso potremmo dire”. Sotto le feste di Natale, chiedendosi cos’altro potesse fare per queste persone, Andrea Maffei ha pensato che la cosa più naturale fosse di dedicare il suo naturale talento come cantautore a favore della causa di questi senzatetto, producendo il tutto al minimo delle spese, facendo tutto da solo, o quasi, e vendendo il disco ad un prezzo simbolico per mettere insieme un po’ di soldi per i suoi amici. “Mi sono detto” – prosegue Andrea – “ho tante canzoni che non ho mai registrato, cose che magari mi sono anche scordato di aver scritto, o brani che non ho mai proposto alla Spritzband, le arrangio, le registro e faccio un CD da vendere per permettere a questi ragazzi di passare qualche momento più sereno. Soprattutto è importante il fatto di non limitarsi a portargli qualcosa, ma di dedicare loro un po’ del proprio tempo. Una cosa molto bella è che due di loro sono riusciti anche ad uscire da questa situazione, hanno trovato una compagna, si sono accasati, lavorano, e uno ha anche preso la patente”. Venendo al disco, Questione di pelle si compone di undici brani. Maffei ci ha lavoro alacremente tra le mura domestiche, facendo tutto in autonomia, inclusa la copertina in cartoncino la cui confezione è chiusa elegantemente da un sigillo in cera, come si usava in tempi lontani, recante l’iniziale dell’autore. “Mi sono aiutato con una tastiera con la quale ho programmato tutti i suoni, dalle chitarre alla batteria, mi sono improvvisato arrangiatore, mi sono occupato delle parti vocali, con l’eccezione di Canzone Blu che ho chiesto di cantare a Monika Callegaro e di Angiolina in cui la voce è della cantante trentina Roberta Kerschbaumer. Le canzoni in alcuni casi sono ripescate dal passato, altre fanno parte di un ciclo mio legato mia vita negli ultimi anni”.
Il disco, è giusto dirlo, va molto oltre la buona causa per cui è stato registrato: l’ascolto convince parecchio, e i brani sono tutt’altro che messi lì in qualche modo. Andrea Maffei ha fatto davvero un ottimo lavoro, anche nella scelta della scaletta, che vede tra l’altro canzoni dal testo importante come ‘Novembre ’66’, scritta con Marco Perissinotto e ispirata all’alluvione, ‘Sarajevo’, su una bomba esplosa al mercato in quella città, o ‘Angiolina’, che racconta una storia legata al terremoto in Abruzzo. Particolarmente da ricordare sono il brano che apre il disco, ‘Finalmente per te’, il nuovo arrangiamento dedicato a ‘Due cuccioli’, dal vinile dell’85, Gira e rigira e Il gruista scritta per Georg Clementi. “Sono un po’ tutte storie che in qualche modo mi arrivano – conclude – e che io racconto. Fabrizio De Andrè un giorno mi raccontò che lui si paragonava ad uno che se ne sta seduto su una bitta, al porto, in attesa del rientro delle navi per ascoltare i racconti dei marinai. Ecco, io mi sento esattamente così”.
Poco più di venti anni fa moriva Aldo Porcaro. Artista, anima inquieta, folle e irregolare: Porcaro attraversò la composta Bolzano, talvolta disturbando. Insieme a chi l’ha conosciuto, lo ricordiamo in alcuni frammenti di vita.
“Vi saluta e vi attende nello studio più bello Aldo Porcaro, fu Nunzio, pittore parigino” così recita il necrologio di Aldo Porcaro sull’Alto Adige del 31 ottobre 1991. Aldo Porcaro: molti bolzanini lo ricorderanno, forse. O perlomeno ricorderanno il suo nome, scritto in calce alle sue frasi provocatorie, che lasciava sui muri della città: corso Libertà e Piazza Vittoria, ma anche il centro, via Argentieri e via Leonardo da Vinci. Aldo Porcaro è stato un artista, un’anima inquieta, un folle e un irregolare, che tra gli anni ’70 e ’90 attraversò, talvolta disturbando, Bolzano. Ne abbiamo parlato con Lukas Zanotti, anch’egli artista. “Ci siamo conosciuti in maniera strana: io marinavo la scuola andare in Tessmann a leggere libri di arte (sic!). La biblioteca apriva alle nove e allora mi fermavo sul Talvera. Quel giorno ero seduto su una panchina e stavo guardando un catalogo di Paul Klee. Lui mi ha visto, prima è passato, poi si è girato, è venuto a sedersi e abbiamo comunicato a parlare di arte”.
Che tipo era? Era alto, un bell’uomo, il tipico meridionale, con profondi occhi neri. Dimostrava meno anni”
E poi? Era stato a Parigi e si sentiva francese. Ci incontravamo spesso sulle passeggiate, poi mi invitava al bar a colazione-dai, offro io, insisteva- ma alla fine però toccava sempre a me pagare”- racconta Zanotti con una punta d’affetto nel sorriso.
Che faceva Aldo allora? Era verso la fine degli anni ’80. Non so se avesse una casa, da quello che so viveva sotto il ponte, o si faceva ospitare magari da qualche donna. Aveva sempre con sé un taccuino/cartellina, si metteva a disegnare, dipingere, faceva acquerelli, acrilici. Diceva che gli sarebbe piaciuto avere un posto, ma non tanto, perché era convinto che sarebbe ripartito presto per Parigi. Ci chiamava “bolzanesi”, amava storpiare il nome. Ci considerava tutti borghesi venduti, mentre lui si sentiva francese.
E gli accessi d’ira? Andava tutto bene finché non si parlava di politica: li finiva su un binario tutto suo e si scaldava. Si sentiva una vittima, che tutti ce l’avevano con lui, anche nella realtà altoatesina, che allora era molto chiusa e da cui si sentiva un escluso. Faceva discorsi farneticanti e cominciava a urlare.. allora era il momento di pagare e andarsene.
Com’era la sua arte? Gli piacevano la grafica e le litografie. Partiva dal figurativo e poi lo scomponeva in frammenti, per arrivare all’astratto, forse ispirato dalle vetrate gotiche delle chiese francesi. I suoi lavori più maturi sembrano mosaici.
E a proposito della sua arte, Arnold Tribus, direttore della Neue Südtiroler Tageszeitung ed esperto d’arte, ci ha raccontato “Aldo Porcaro era una di quelle personalità artistiche con una testa tutta sua, credeva di potercela fare senza una galleria, e in effetti per un certo periodo andò bene. Negli anni ’70 era attivo sulla scena artistica, insieme ad altri colleghi come Florio Vecellio. Le opere nate al suo ritorno dalla Somalia ebbero successo, e non c’era collezionista a Bolzano che non avesse un Porcaro in casa. Poi qualcosa si ruppe e i suoi lavori non funzionavano più come prima”. E le scritte sui muri? “Per lui erano arte”- precisa Tribus” le considerava un’evoluzione del suo lavoro. Con le scritte e le provocazioni voleva scuotere quella società bolzanina che gli aveva voltato le spalle” così Tribus. Artista, imbrattatore di muri, voce sguaiata e nota stonata tra le vie ordinate di una città composta e ingessata: Aldo Porcaro è stato questo e molto di più. La sua presenza poetica e disturbante saprebbe scapigliare bene molti bolzanini di oggi.
ALDO PORCARO
La biografia di Aldo Porcaro somiglia a quella di tanti artisti “maledetti”: dopo la scuola commerciale a Bolzano lavora per una banca italiana a Mogadiscio, dove conosce la sua prima moglie Asli. La pittura e il disegno sono la sua vita e, tornato dall’Africa a Bolzano, negli anni ‘70 riesce a vendere bene i suoi dipinti “africani” dai colori accesi. Porcaro ha una vita sentimentale vivace, è un personaggio charmant. All’inizio degli anni ‘80 trascorre un anno a Parigi, ma, costretto a tornare per motivi economici, non troverà mai una sua dimensione. Instabile mentalmente, negli ultimi anni di vita vive vagabondando; muore all’ospedale di Bolzano per una malattia cardiaca il 30 ottobre 1991. La sua storia è stata raccolta da Dietrich Reinstadler nel volumetto “Aldo Porcaro fu Nunzio Pittore Parigino”, Matzneller Editions.
In questi tempi di brutture e violenze, una gita nell’incontaminata serenità di Vadena e dei suoi antichi tesori riconcilia lo spirito. Nel corso dei millenni, varie popolazioni sono confluite sulla riva destra dell’Adige, un luogo riparato e, nel contempo, aperto come pochi al mondo italico e, sull’altro versante, a quello alpino e gallo-germanico. Ne furono attratti, per ovvi motivi, anche molti curiosi e studiosi. Tra loro, il bavarese Ludwig Steub, tenace interprete della misteriosa toponomastica retica tuttora prevalente nella nostra terra. Contrariamente all’opinione corrente, che ritrova in “Vadena” il latino “vadum” (guado), suggerì la radice italica ovvero reto-etrusca di “Fethanei”. In effetti, è assai improbabile che una località abitata almeno 1000 anni prima dei Romani abbia atteso tutto quel tempo per dotarsi di un nome – tanto più se si dà retta a quanto scrive, per esempio, Karl M. Mayr nel 1928: “Il popolo culturalmente molto evoluto, che usava seppellire i propri defunti con grande sfarzo presso Stadio, controllava dalle alture boschive di Laimburg l’antichissima via commerciale del varco di Castelchiaro.” Insomma, non erano certo incolti selvaggi gli abitanti di questa regione ma, anche a giudicare dai preziosi reperti rinvenuti nelle tombe, esponenti di raffinate civiltà. Oggi Vadena è formata da piccoli, a volte minimi agglomerati urbani sparsi su un’ampia striscia di territorio, che dalla stazione di Laives arriva a quella di Ora. Poi una grossa fetta del Monte di Mezzo che si perde nelle acque del Lago di Caldaro in località Klughammer. Se al comune si dovesse dare un colore, sarebbe sicuramente il verde prevalente dei meleti attraversati dalla strada pedemontana per Ora e Caldaro. Ma, come si conviene al suo millenario splendore, è il silenzio il vero nume del luogo, avvolto ma non spezzato dal ronzio di sottofondo dell’autostrada che di là dal fiume taglia in due questa singolare terra basso-atesina. Il centro di Vadena non dà cenni di vita, domenica mattina, e poco oltre anche l’abitato di Birti con il suo campanile solitario e la combinazione di costruzioni vecchie e nuove sembra immerso nell’oblio della storia. Dopo qualche chilometro, il Monte di Mezzo forma un’ansa occupata quasi interamente dal centro di Laimburg. Un tempo la strada ci passava proprio davanti ma oggi per entrare dobbiamo raggiungere il bivio per Caldaro e poi risalire verso nord. Spiccano nel sole del mattino le rocce di porfido rosso-brunastro tra le colline moreniche ed è inevitabile rievocare le parole scritte da Giovanni Oberziner nel 1883: “Sulla sommità del colle era una grande pietra quadrata, circondata da coltelli, cilindri d’argilla, e rottami di vasi, e credo che non abbia torto chi supponga, che questo sia stato l’altare dove si scannavano le vittime, e forse lì appresso s’innalzasse il rogo per abbruciare i cadaveri dei trapassati”. Nel piazzale circondato dagli edifici del centro sperimentale non c’è nessuno, la scuola agraria è chiusa. Ci possiamo aggirare indisturbati in cerca di segni e impressioni di un passato ampiamente noto e documentato da quasi due secoli. Al ritorno, imbocchiamo il passaggio che sotto l’autostrada conduce all’Adige. Superato il terrapieno dell’argine, scendiamo fino a riva. Una piccola insenatura e grossi massi tra la spoglia vegetazione primaverile ci riportano ai tempi in cui qui, o poco distante da qui, attraccavano e poi partivano le colorate imbarcazioni colme di mercanzie alla volta delle maggiori città retiche, euganee e venete fino alle sponde dell’Adriatico.