Vittorie e sconfitte

Nei giorni scorsi l’Italia ha superato la fase dei gironi del campionato europeo di calcio dopo una vittoria, una sconfitta e un pareggio. La qualificazione agli ottavi è giunta dopo una partita, quella con la Spagna, in cui l’Italia è riuscita a toccare pochissimi palloni, tra cui purtroppo quello infilato nella propria porta dal giovane Calafiori. è lo stesso difensore del Bologna che, poi, nella successiva partita con la Croazia si è inventato al 98° minuto un passaggio a Zaccagni autore di un bellissimo gol che in un secondo ci ha trasportati dall’incubo di un eventuale ripescaggio alla qualificazione piena. Un pareggio che sa di vittoria, dunque, ma pareri unanimi nel giudicare l’Italia vista finora da brutta a bruttissima, con attaccanti di prima e seconda scelta incapaci di pungere, se è vero che finora hanno segnato nella porta avversaria solo difensori (Bastoni), centrocampisti (Barella) e un attaccante (Zaccagni) entrato nella rosa di Spalletti quasi per caso all’ultimo secondo, al posto di Orsolini.
Pur giocando male, gli azzurri sono riusciti a battere l’Albania, tutto sommato reggere l’urto nei confronti di una fortissima Spagna, e pareggiare con la Croazia che – lo ricordiamo da diversi anni fa parte dell’élite mondiale del calcio.
Vittoria? Sconfitta? Per quanto riguarda il prosieguo degli azzurri nell’Europeo staremo a vedere. Ma quanto accaduto dovrebbe farci riflettere sul significato che siamo soliti dare alla parola vittoria.
Questa parola è stata usata in questi giorni anche per commentare i risultati delle elezioni amministrative che si sono svolte in diverse importanti città italiane. Ed era stata usata qualche settimana prima per le consultazioni europee.
A mio avviso nel campo della politica la parola vittoria non dovrebbe mai essere usata, a differenza che nello sport. Chi prevale un secondo dopo viene investito del ruolo di occuparsi del bene di tutti. Così funziona la democrazia e quindi è meglio lasciare perdere subito l’idea di aver vinto su qualcuno. Per lo stesso principio non mi piace la parola opposizione, contrapposta a maggioranza. Il compito di chi non governa non può essere sempre e solo quello di opporsi. Le soluzioni condivise sono quelle più forti. Politicamente l’Unione Europea è proprio basata su questo principio. è faticoso, ma il consenso che ne scaturisce è di un’altra qualità. Oggi ne abbiamo bisogno come non mai.

Autore: Luca Sticcotti

Il 2 luglio parte la programmazione estiva del Teatro Capovolto in Piazza Battisti

Inserzione pubblicitaria – Arriva l’estate e il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento presenta al pubblico la programmazione del Teatro Capovolto – La città in scena, la Stagione estiva del Teatro Sociale. 

Martedì 2 luglio prenderà il via il nuovo calendario di appuntamenti che, fino al 31 agosto, colorerà Piazza Cesare Battisti a Trento con un ricco ventaglio di proposte per ogni gusto e per ogni età, tra musica, cinema, spettacoli di prosa, il ritorno del concorso di poetry slam dedicato alla memoria di David Wilkinson, incontri letterari e appuntamenti all’insegna della comicità e, soprattutto, del divertimento.

Un’offerta di appuntamenti decisamente articolata e interessante, distribuita su quarantasei serate, che per il quinto anno consecutivo si svolgeranno all’interno della meravigliosa cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. Una veste che negli ultimi anni ha saputo incontrare il gradimento e l’apprezzamento del pubblico trentino e non solo.

La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2024”, ricco palinsesto coordinato dall’Ufficio Cultura turismo eventi del Comune di Trento, che da maggio a settembre riempirà parchi, piazze e strade della città con tante iniziative dedicate anche al tema del ‘volontariato’, per celebrare nel migliore dei modi la nomina di Trento come Capitale europea del volontariato 2024.

Anche per quest’anno sul palco del Teatro Capovolto verrà dato ampio spazio alla musica, con alcuni grandi nomi del panorama musicale internazionale come l’iconico chitarrista americano Marc Ribot, a Trento con il suo trio The Jazz Bins (formazione che ruota attorno all’organo Hammond di Greg Lewis), o il collettivo internazionale dei C’mon Tigre, oltre al rock del power trio trentino dei The Bastard Sons of Dioniso e all’Eursax 2024, il Congresso Europeo del Saxofono, che quest’anno farà tappa a Trento all’interno del Capovolto con due concerti che vedranno protagonisti i Mac Saxophone Quartet e la New Project Orchestra. Torna, inoltre, la seconda edizione del Beat Festival, una giornata interamente dedicata alla musica e alla cultura underground, mentre la Ziganoff – jazzmer band (composta da musicisti trentini e sudtirolesi) incontrerà il gipsy jazz del leggendario Kalman Balogh per un inedito e imperdibile incrocio musicale. Per gli appassionati di musica, da non perdere il concerto con gli OrcheXtra Terrestre, progetto che parla la lingua delle musiche del mondo (con la direzione artistica di Corrado Bungaro), per poi lasciarsi andare con il divertimento degli Articolo Trentino, la band dialettale più amata del Trentino, che nell’occasione si esibirà insieme alla Banda Sociale di Lavis diretta da Adriano Magagna.

Ma non finisce qui, perché tornerà la Danza Capovolta in collaborazione con la Federazione Trentino Danza, e non poteva di certo mancare un’attenzione particolare alle realtà artistiche territoriali, a cominciare dallo storico Fantasio, il Festival internazionale di regia teatrale organizzato da EstroTeatro e dal Gruppo Teatrale Gianni Corradini – quest’anno in collaborazione proprio con il Centro S. Chiara -, con due serate, il 19 e 20 luglio, dedicate e rivolte ai registi selezionati, che dovranno lavorare tutti sullo stesso testo (1984 di George Orwell), oltre ad ATU – Associazione Teatrale Universitaria, che sarà protagonista di un interessante progetto che cercherà di esplorare l’interazione tra tecnologie IA e pratiche artistiche e di spettacolo. E poi, spazio a volti noti e amati dal pubblico trentino come Loredana Cont, Mario Cagol e Lucio Gardin, agli spettacoli proposti da AriaTeatro di Pergine, TrentoSpettacoli e da Evoè!Teatro di Rovereto, alla performer circense Miriana Nardelli con il suo Dama Koke, uno spettacolo tra danza, coreografia e teatro, realizzato in collaborazione con l’Associazione Aurelio Laino. Senza ovviamente dimenticare i concerti con l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento e il Corpo Musicale Città di Trento, fino agli appuntamenti cinematografici realizzati in collaborazione con Cineworld Trento, pronti anche quest’anno a coprire gran parte dei mesi estivi con un calendario di ben sedici appuntamenti tra i migliori film italiani ed europei usciti di recente in sala e non solo.

Infine, verrà dato nuovamente ampio spazio anche alla poesia con il poetry slam e il ritorno del premio intitolato a David Wilkinson – con giovani poeti e poetesse del territorio pronti a sfidarsi in pubblico recitando poesie originali e inedite -, e al mondo della letteratura con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario che indaga le relazioni profonde tra letteratura e teatro attraverso una serie di incontri con alcuni protagonisti della cultura italiana e internazionale, in collaborazione con la Libreria Arcadia di Rovereto.

Tutti gli spettacoli avranno inizio alle ore 21.15.

(inserzione pubblicitaria)

Numeri e volti di una società diseguale

Dietro i numeri ci sono volti. Le vite. Sogni e speranze. Va ricordato ogni volta, quando si presenta un report statistico che descriva la popolazione. La tragedia accaduta all’Aluminium di Bolzano parla più di mille statistiche. Ci ricorda come si compone la nostra comunità, chi sono i concittadini, dove e come lavorano.

Diallo, Aboubacar, Mor, Sokol, Artan e Oussama. Nomi, non numeri. Persone, famiglie, vite, non elementi statistici.

Ma ora le statistiche. In Italia i cittadini stranieri residenti alla fine del 2023 erano 5 milioni e 308mila unità, quasi il 9 per cento della popolazione totale. Maggiormente presenti al Nord e al Centro, ovvero nelle regioni con un tasso più alto di benessere. Al quale benessere contribuiscono direttamente, senza però esserne i primi beneficiari. Oltre un terzo delle famiglie straniere in Italia, secondo l’Istat, vive in situazione di povertà assoluta (il dato medio, già di per sé alot, è invece di quasi il 10 per cento).

Anche l’economia dell’Alto Adige, da molti decenni, dipende dalla presenza di cittadini stranieri. Alla fine del 2022, secondo i dati ASTAT, in provincia di Bolzano si contavano persone di 147 diverse nazionalità. Si tratta di circa 52.650 donne e uomini, quasi un decimo degli abitanti. E ci sono anche coloro che nel frattempo sono potuti diventare cittadini italiani a pieno titolo, quasi 25.000 persone negli ultimi vent’anni.

Tornando ai 52.650, quasi un terzo di essi ha la cittadinanza di uno dei Paesi dell’Unione Europea. Il gruppo maggioritario proviene dall’Albania con 6.557 persone. Seguono la Germania (4.525), il Pakistan (3.756), la Romania (3.576), il Marocco (3.366) e il Kosovo (2.465). Insieme alla Slovacchia, queste comunità rappresentano la metà di tutti gli abitanti di nazionalità straniera. Esse arricchiscono la diversità culturale altoatesina, che da tempo non si limita ai tre tradizionali gruppi linguistici e alle loro articolazioni. Anche sul piano della tradizione religiosa, secondo alcune stime risulta che circa il 40 per cento della popolazione straniera residente sia di fede islamica e che più o meno il 6 per cento professi una religione orientale.

Si può facilmente capire che la situazione delle persone provenienti dall’Unione Europea, soprattutto da alcune regioni, sia ben diversa da quella di chi ha origine nei Paesi a basso reddito. Le vittime dell’esplosione all’Aluminium sono concittadini di origine senegalese, tunisina, albanese.

Autore: Paolo Bill Valente

Giorgio Moroder: un amarcord d’antan

Ne hanno parlato tutti i media, lo scorso maggio Giorgio Moroder ha ricevuto il David di Donatello alla carriera per il suo lavoro nel campo delle colonne sonore, che gli è già valso ben tre premi Academy Award. Era giusto che anche in patria il suo talento venisse riconosciuto. A modo nostro vogliamo anche noi ricordare questo autentico mito della musica che è indubbiamente il fiore all’occhiello della nostra regione in questo settore, e vogliamo farlo con qualcosa di eccezionale, legato a doppio filo con l’Alto Adige e risalente a molto prima che Moroder diventasse quel Moroder.

Correva l’anno 1959, il 7 luglio di sessantacinque anni fa per la precisione, e una trasmissione televisiva chiamata Telesquadra fece tappa nella nostra regione: si trattava di una sorta di carovana televisiva che si muoveva attraverso le zone periferiche della penisola portando le proprie telecamere laddove nessuno se le aspettava, ben prima dell’avvento di Rai3. Nelle giornate precedenti venivano fatti girare volantini per reclutare i talenti locali e far loro prendere parte alla trasmissione, che veniva poi mandata in onda il giorno successivo. Nella fattispecie la puntata altoatesina di Telesquadra fu registrata a Bressanone, presso la sala del Credito Consorziale, il 7 luglio e trasmessa l’8. Scriveva il quotidiano l’Adige nella sua uscita del 9 luglio: ”Il giovane Giorgio Moroder (all’epoca aveva diciannove anni, n.d.r.) accompagnandosi con la chitarra elettrica, ha cantato un moderno ritmo americano, stile P. Anka o Elvis Preslej (sic!), mentre la graziosa Monica Mader ha eseguito una canzonetta popolare tedesca”. Alla serata presero parte anche altri giovani, come Gianni Signorini, la dodicenne Franca Motta, Wolfgang Lucerna, gli Schuplatter di Spinga e, soprattutto, ad accompagnare i vari cantanti solisti, un complessino dell’epoca diretto dal maestro Fulvio Del Marco (che si occupava del piano) di cui facevano parte Walter Dall’Igna alla tromba, Gianni Piasenti alla chitarra, Umberto Dianese al contrabbasso, Gianfranco Filippi al sax e Renzo Boschetti alla batteria. Apprendiamo i nomi di questi ragazzi dell’epoca dal quotidiano Alto Adige che sempre il 9 luglio non esitava a scrivere: “bravissimo Giorgio Moroder in un rock’n’roll; applauditi anche i ballerini Maria Ludovica e Gabriele Torggler”, a proposito della performance del futuro hit maker gardenese. Quello che i giornali dell’epoca non sapevano è che l’amicizia e la passione comune per la musica tra Giorgio Moroder e Renzo Boschetti (di un anno più giovane) era di lunga data.

“Abbiamo frequentato insieme le scuole medie e i primi due anni delle superiori – ci racconta oggi Renzo Boschetti, professionista bolzanino in pensione–, ci siamo conosciuti in collegio a Rovereto dove a quell’epoca molte famiglie mandavano i figli per terminare le scuole dell’obbligo, abbiamo solidarizzato subito e poi ci siamo ritrovati insieme anche all’ITG, dopo il biennio io mi sono trasferito a Ferrara, dove abitava mia sorella ed ho terminato le superiori lì, prima di fare ritorno in Alto Adige. Giorgio di lì a poco si è trasferito a Monaco in cerca di fortuna.”

Negli anni delle superiori, siamo nel 1956 circa, Giorgio Moroder abitava in uno studentato nell’edificio INPS sopra la vecchia libreria Cappelli e lì si trovava proprio con l’amico Renzo per suonare insieme agli altri ragazzi che lo avrebbero accompagnato poi in quello che possiamo definire il suo debutto televisivo nel 1959. Entrambi avevano un registratorino a bobine della Geloso e facevano esperimenti, registrando quello che suonavano.

“Ricordo – prosegue Boschetti – che ci trovavamo a suonare presso lo studentato. Registravamo una prima parte su uno dei registratori, poi facevamo andare il nastro e si suonava una seconda parte in contemporanea registrandola con l’altro Gelosino e via così. Me ne sono reso conto solo tempo dopo, una delle canzoni di Giorgio che avevamo provato a registrare era Looky Looky!”

Quel brano, la cui trascrizione sulle copertine dei dischi fu talvolta Luky Luky, divenne addirittura disco d’oro nel 1970 e finì in alto nelle classifiche belghe, tedesche e svizzere!

“Dell’esibizione per il secondo canale RAI – conclude Renzo Boschetti – ricordo solo che è stata una grandissima emozione e che tra i partecipanti c’era anche un certo Cordioli, un violinista molto conosciuto e molto bravo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

I cognomi trentini in Bassa Atesina

Tra il XVIII e il XIX secolo aumentò considerevolmente il fenomeno migratorio  interno al Tirolo asburgico ossia all’odierno Trentino Alto Adige. A partire dal 1860 il governo di Vienna iniziò a occuparsi seriamente dello spostamento dei confini linguistici lungo l’asse dell’Adige tra Merano e Bolzano e, soprattutto, tra Lavis e Salorno e tra Salorno e Bolzano. In linea generale si assistette a un consistente ridimensionamento della tradizionale presenza tedesca nelle vallate trentine e sugli altopiani veronesi e vicentini e a un forte incremento della presenza italiana nell’Unterland.

Scrive l’incaricato governativo Stimpel: “Vadena, fino al 1817 completamente tedesca, è ormai italiana, Bronzolo lo sta per diventare e a Laives i cittadini di lingua italiana hanno superato quelli di lingua tedesca. La stessa cosa accade nel Burgraviato, dove Gargazzone e Postal sono di fatto comuni italiani”. 

Stimpel individua nelle invivibili paludi della Val d’Adige la causa principale di questo fenomeno: infatti sostiene, a torto o a ragione, che “i contadini tedeschi si ritirano nei territori in altura mentre i poveri coloni italiani sono più resistenti alle febbri malariche e si adattano meglio alle avverse condizioni ambientali”. 

Il terreno di scontro diventarono inevitabilmente scuola e chiesa, con Vienna che impose scuole e sacerdoti tedeschi anche nei comuni a maggioranza italiana. Il contrario accadde in Trentino, dove il potente vescovado volle scuole e sacerdoti italiani anche nei comuni a maggioranza tedesca. Scrive a tal proposito l’ufficio giudiziario di Rovereto nel 1835: “Gli abitanti di Folgaria, dei comuni di Trambileno e di Terragnolo sono di origine tedesca e sebbene da molti secoli siano da popolazioni italiane circondati e rinchiusi, pure hanno sempre fra di loro conservato l’uso del nativo idioma, il quale però a giorni nostri si va menomando, che in capo a non molti anni puosi predirne l’intera sua estinzione”.

Se dunque nel Fersental (Val dei Mocheni), in Valsugana e in Val di Cembra l’elemento tedesco andò gradualmente a scemare fino a sparire quasi completamente alla fine del XIX secolo, in altre vallate come in Val di Non o di Fiemme le autorità asburgiche riuscirono a conservare la lingua tedesca in alcune località come Proves, Lauregno, Senale, Trodena e Anterivo. 

A nord di Salorno, dove dal XV secolo si era consolidato l’elemento germanofono, a partire dal XVII secolo iniziò ad aumentare la presenza italiana soprattutto nei comuni di Appiano, Caldaro, Termeno e Cortaccia grazie ai braccianti della Val di Non. Secondo la relazione del funzionario giudiziario di Egna Roeggla, gli immigrati di Bronzolo e Vadena erano originari di Trento e Rovereto, quelli di Pochi di Cembra, della Val di Fiemme gli abitanti di Villa e Egna. Infine i nonesi, tedeschizzati entro la seconda generazione, hanno “invaso” stabilmente i comuni di Caldaro e Termeno, 

Se proviamo a risalire alle origini delle famiglie dell’Unterland attraverso alcuni cognomi molto diffusi, troviamo a Vadena i Mosna di Trento, i Larentis di Garniga, gli Orsi di Rovereto e Besenello. A Termeno gli Enderle provengono da Aldeno, i Dissertori dalla Valsugana. 

A Salorno i Ceolan sono di Grauno, gli Eccli di Grumes, i Faustini di Grumes e Giovo, i Pomarolli di Giovo. 

A Laives i Frasnelli sono originari di Taio in Val di Non, i Tezzele di Folgaria, i Franceschini di Trento, i Forti di Romagnano, i Comperini di Besenello, i Cont di Aldeno e Cimone, i Coser di Garniga, i Simeoni di Grumes, i Tabarelli di Faver, i Dalsass di Cavedago. Il cognome Baldo è diffuso in vari comuni e proviene da Cimone, Villa Lagarina e Alto Garda. Micheletti proviene dalla Valsugana, i Bona sono giunti dal comune di Mori, i Curti da Villa Lagarina. 

Ad Appiano ci sono diversi Giuliani, originari della Val di Non. A Cortaccia il cognome Pomella è giunto da Lomaso / Comano Terme. 

A Cortina i Terzer sono di Mezzocorona, i Giacomozzi di Segonzano, i Pojer di Grumes, i Pedrotti di Pomarolo, i Zanotti di Aldeno e Campodenno. 

A Egna i Girardi provengono da Pergine, i Boscheri da Civezzano. I Vaja sono arrivati da Cavalese. Infine a Caldaro i Morandell e i Cristanelli sono di Fondo, i Florian della Val di Fassa, i Seppi d Ruffrè, i Bernard della Val di Fassa. 

Autore: Reinhard Christanell

Quando passeggiare per la città era regolato da norme severe

A Merano presto si sottopose il passeggio a regole ben precise stilate in una Promenade Ordnung, e si pose un guardiano a controllo e a tutela. In primis l’ordinamento imponeva l’abito da passeggio e “vietava” alle signore di indossare abiti con lo strascico o comunque lunghi fino a terra. Indicava anche la misura dell’orlo ammessa e cioè appena sopra il tacco, per evitare di sollevare nocive nuvole di polvere.

Nel XVIII secolo lo sviluppo e la larga diffusione delle cure con le acque oligominerali avevano soppiantato i bagni, di lontana origine medievale. A questo nuovo sistema terapeutico andavano poi connesse salutari passeggiate all’aria aperta, la ginnastica e il moto. 

All’inizio del XIX secolo le numerose ricerche mediche sull’efficacia delle cure termali, dei soggiorni in luoghi dall’aria salubre o dal clima secco, avevano fatto sì che si moltiplicassero i luoghi di cura, le città termali, e le stazioni climatiche. Sulla base delle nuove esigenze terapeutiche sorsero anche nuove strutture architettoniche e si svilupparono interi centri urbani. 

La gamma delle malattie e dei disturbi che inducevano l’aristocrazia a riversarsi nelle diverse città di cura era assai ampia. Il folto popolo dei turisti di cura era composto dalle prime vittime del logorio della vita moderna, i convalescenti, i sedentari come gli studiosi o gli impiegati, i malati di petto al primo o al secondo stadio della malattia, i sofferenti di mal sottile, coloro che accusavano disturbi all’apparato digerente, chi accusava disfunzioni del ricambio,i malati di idropisia, gli stitici, gli obesi, i rachitici e molti altri ancora. Le città di cura per essere tali necessitavano però di una serie di strutture anche effimere per le cure , lo svago e la ricreazione turistica. 

Comparvero così le “Wandelhallen”, colonnati cioè, sotto i quali passeggiare, all’aperto ma al riparo dalle intemperie o dai violenti raggi del sole; i padiglioni dove far zampillare l’acqua minerale, le cosiddette “Brunnenhäuser”, per consentire ad ognuno di servirsi, chiamate anche “Trinkhalle”, come nel caso di Baden Baden. 

Si moltiplicavano gli spazi di incontro si moltiplicavano per rendere sempre più piacevole il soggiorno e la cura, quindi nacquero i viali alberati, i giardini e soprattutto i parchi anzi, il “Kurpark”. In queste città, piccole o grandi, ma sicuramente alla moda, aristocratici e classi emergenti si davano appuntamento per un periodo, oltre che di cura, di svago e divertimento. Così ogni luogo si doveva munire anche di questo genere di strutture. 

Si aprirono case da gioco, sale da ballo, padiglioni per concerti e teatri. Alle iniziali architetture effimere si sostituirono costruzioni polifunzionali stabili, ossia eleganti edifici dove far convivere sia la zona per le terapie che quella per i divertimenti:  sorgeva cioè il Kurhaus. 

Passeggiate, parchi e giardini comparivano come costanti nelle località di cura d’Europa.  Parchi, giardini, e soprattutto lunghe passeggiate diventavano strutture indispensabili per attirare un folto numero di villeggianti. A Merano dunque tutto ciò andava  strutturato per goderne appieno e per farne un punto di forza della città. Sull’esempio della lunga Esplanade lungo il fiume Traun di Bad Ischl e dei percorsi di Baden Baden, Karlstadt e altre, anche a Merano lungo il torrente Passirio si costruirono le Promenade. Si trattava di un’opera che sarebbe durata nel tempo con continui prolungamenti, nuovi percorsi da intrecciare ai precedenti e che dal lungo Passirio sarebbero avanzati sempre più, inerpicandosi dolcemente sulla collina del Küchelberg per costeggiare in posizione panoramica un lato del perimetro cittadino. I lavori per il primo nucleo di passeggiate, erano iniziati a seguito della riedificazione di possenti muraglioni ad argine del torrente subito dopo lo straripamento del Passirio del 1817. Sui cosiddetti “Wassermauer”, era stato tracciato un cammino. 

I lavori per l’ampliamento delle Promenade lungo il Passirio, iniziarono nel 1860. Il comune era proprietario del terreno ma lo aveva concesso in usufrutto all’Azienda di cura e soggiorno che avrebbe provveduto alle piante alle panchine e a qualunque altra forma di abbellimento. A tale scopo in seno all’Azienda fu istituita una apposita commissione che in seguito divenne la Gärtnerei, cioè la giardineria provvista di serre e giardinieri esperti.

I parchi, dove spesso si tenevano i concerti, divennero il luoghi abituali d’incontro di nobili e avventurieri. A Merano il passeggio fra parchi e giardini e soprattutto sulle Passeggiate fu presto sottoposto a regole ben precise stilate in una Promenade-Ordnung mentre un guardiano doveva controllarne il rispetto. In primis l’ordinamento chiedeva ai cittadini meranesi di lasciare il posto a sedere agli ospiti di cura e ai turisti nelle giornate di maggior affluenza. 

Alle signore invece vietava senza mezzi termini di indossare abiti privi di strascico e comunque non lunghi fino a terra per evitare di sollevare nuvole di polvere. Ai bambini era interdetto il correre. Ai signori era vietato fumare durante i concerti. Il passaggio era vietato a persone a cavallo, ma consentito alle carrozzine degli ospiti ancora deboli e convalescenti. 

Vietato era comprensibilmente strappare fiori e piante. I percorsi per le passeggiate non erano mai abbastanza e il sindaco Putz cercava di ampliare sempre più questo patrimonio cittadino. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Pensieri di viaggio 1

Parto da Bolzano con mia madre per raggiungere la Liguria. L’A22 è sempre un terno al lotto, tra incidenti e traffico pesante, dunque per non restare imbottigliati usciamo a Egna e, seguendo pedissequamente la destra Adige, raggiungiamo Affi; è una guida più lenta, ma più rilassante agli occhi. I meleti e i vigneti sono il paesaggio dominante, con le rose a fare da sentinelle all’inizio dei filari e indicare ai contadini quando trattarli a seconda dei patogeni. Il grande Fiume è gonfissimo. Vegetazione, prati, pendici boschive esultano di un verde tonico. Rientriamo sull’A4 a Peschiera e raggiungiamo Novara per una visita a zia Linda; notiamo subito le risaie completamente allagate dalle piogge, campi di granturco e alcuni aironi nei dintorni. Anche qui il verde del paesaggio è scintillante. Dopo i convenevoli ripartiamo verso Vercelli est e imbocchiamo l’A26 fino a Genova Voltri e poi l’A10, direzione XXmiglia. Giungiamo a destinazione poco dopo le otto di sera e ci rifocilliamo grazie ai manicaretti di zia Pia. L’aria è umida, una brezza frizzante accarezza le chiome argentate degli olivi, la flora è lussureggiante, come raramente accade nella seconda decade di giugno in queste lande, soffocate dalla siccità. Stellanello, comune di poco più di 800 anime abbarbicate nella parte superiore della Val Merula, torrente o fiumana a seconda delle piogge, in piccole frazioni, sparse qua e là, ognuna con la sua chiesa, in provincia di Savona. Nei miti dei tempi antichi l’axis mundi, il pilastro del mondo, è rappresentato da un albero che unisce i tre piani della creazione, il cielo, la terra e gli inferi, e sorregge la volta celeste. Sotto la sua chioma sempreverde si incontrano le divinità per decidere le sorti del mondo. Per gli antichi popoli germanici, quell’albero era il frassino. Nella cultura islamica, invece, l’asse del mondo era costituita dall’olivo come portatore di luce e saggezza. Entrambi gli alberi, il nordico frassino e l’olivo delle terre del sud, fanno parte della famiglia delle Oleacee, a cui appartengono anche il ligustro, la forsizia, la fillirea, il lillà e il gelsomino. Un connubio non troppo azzardato dopotutto tra il germanofono Südtirol dove sono nato e la Liguria, terra natia dei miei genitori (e lo stemma municipale). Cala l’oscurità e finalmente ci prepariamo per dormire. Di notte le voci di un paesino sono le imboscate e i sibili dei gatti, l’abbaiare in risposta dei cani ognuno col suo timbro specifico, il gracidio delle rane, il frinire ritardatario delle cicale, il tintinnio delle tante campane e qualche, ormai sempre più raro, bagliore intermittente delle lucciole. 

Autore: Donatello Vallotta