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Mese: Febbraio 2020
QuiMerano – nr4 – 27.02.2020
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QuiBassaAtesina – nr4 – 27.02.2020
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Il paesaggio della valle dell’Adige nell’antichità
La valle dell’Adige, nel suo splendore odierno, è il frutto dell’instancabile opera di chi l’ha abitata nel corso dei millenni. Dal mesolitico in poi, sia i rilievi sia il fondovalle sono stati gradualmente adattati alle necessità legate alla produzione del cibo, dal bisogno di proteggere gli insediamenti, dai collegamenti e dagli scambi commerciali tra nord e sud. Perciò il paesaggio è un’autentica pagina di storia scritta sulla superficie terrestre. Parliamo ovviamente del cosiddetto paesaggio antropizzato, modellato, anche solo in parte, dalla mano dell’uomo. Infatti, se per millenni le comunità di cacciatori (semi-) nomadi si limitavano a insediarsi temporaneamente nelle aree meglio esposte (come, per rimanere in zona, le terrazze di San Giacomo presso Laives, Castel Firmiano o Castelfeder), l’introduzione sistematica dell’agricoltura, con la coltivazione di cereali e l’allevamento di bestiame, ha comportato la necessità di “creare” con il sudore della fronte un paesaggio sempre più “utile” a queste attività. Nell’epoca successiva all’ultima glaciazione, infatti, la portata dell’Adige era di molto superiore a quella attuale e vi era un tempo in cui a Ponte Adige si divideva in due enormi bracci che si riunivano nelle paludi tra Termeno e Egna. Il lago di Caldaro è l’ultima traccia visibile di questo periodo.
Nella valle dell’Adige, tra l’ampia piana di Bolzano a lungo dominata e resa impraticabile da tre fiumi e la paludosa Bassa Atesina, le comunità determinate a sfruttare comunque i terreni a fini agricoli si sono trovate di fronte al non semplice compito di “arginare” il più possibile il corso del fiume.Da secoli l’Adige irrompeva liberamente nella valle e distruggeva precari abitati e coltivazioni. Se inizialmente erano gli uomini a spostarsi tra i mille isolotti emersi nei meandri del fiume, o a cercare riparo sui terrazzamenti naturali a media altezza (come il Monte di Mezzo e il Montelargo), la nascita di villaggi sempre più grandi, con luoghi di culto e necropoli, ha infatti costretto gli uomini a “bonificare”, nei limiti del possibile, la natura selvaggia del fiume con fossati e argini. Questo processo, protrattosi per molti secoli, ha permesso l’insediamento stabile in diversi centri abitati sui due lati della valle. Nella prima età del ferro questo processo è culminato nella nascita di un centro capace di dominare l’economia della vallata grazie alla sua posizione privilegiata e coraggiosa sull’argine del fiume: Vadena.
Autore: Reinhard Christanell
Il compost #2
Il compost è il risultato della decomposizione e dell’umificazione di sostanze organiche di varia origine, miscelate insieme, per azione di microrganismi. E’ un processo che trasforma residui animali e vegetali che arrivano al suolo in un prodotto stabile grazie all’ossigeno (processo aerobico) ed al calore (processo esotermico). Residui che vanno dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani (detta FORSU, in parole povere l’umido”) ai residui del verde pubblico e privato, dai fanghi di depurazione (la parte solida delle acque reflue civili urbane) agli scarti agroindustriali. Nelle politiche ambientali i comuni che davvero si ritengono virtuosi dovrebbero partire da qui ed evitare di ricorrere alla torba, anch’essa un ammendante, ma acido e anti-ecologico. La durata del ciclo di produzione industriale del compost dura dai 60 ai 90 giorni, in cui ogni tipo di materiale viene separato e temporaneamente stoccato al chiuso, eccetto le potature e gli sfalci del “verde”. E’ prevista una prima triturazione e una pre-miscelazione per uniformarne le dimensioni, aprire i sacchetti di carta e permettere all’ossigeno la sua azione.
La prima fase attiva della durata di almeno 21 giorni è quella della bio-ossidazione, in cui le temperature dentro ai capannoni (chiusi e depressurizzati) superano i 60°C abbattendo così i microorganismi patogeni per l’uomo, ma mai i 70°C per non inibire i batteri utili al processo. In questo periodo la massa viene insufflata d’aria dal basso e rivoltata una volta la settimana. L’aria contenente agenti odorigeni viene invece aspirata dall’alto e incanalata verso dei silos, dove sarà ripulita e rimessa nell’ambiente. Anche i rapporti sono importanti, perché avvenga questa trasformazione: 30 parti di materiale strutturale (potature e sfalci) e 70 parti di organico.
La seconda fase, quel la della maturazione dura 45 giorni in capannoni coperti ma arieggiati.
Segue la vagliatura, il processo più polveroso: il materiale viene depositato su grandi tramogge e i pezzi oltre i 10 mm di dimensione (chiamati sovvalli) vengono rispediti in ciclo, a meno che non si tratti di micro/macro-plastiche allontanate dalle sonde e smaltite con altre modalità. Utile rimarcare che i liquidi di percolazione sono raccolti e reimpiegati nel processo per non sprecare acqua pulita.
L’ultima fase è lo stoccaggio dove il prodotto finito, l’Ammendante Compostato, viene analizzato per la verifica di conformità. Sarà immesso sul mercato dopo 4 mesi. I prodotti finali sono di diverse tipologie: ACM (verde+FORSU), ACF (con fanghi e scarti) e ACM BIO.
Autore: Donatello Vallotta
Oltrisarco nella storia
Fra i tesori della città, in una zona trafficata ed in parte perifica come la via Claudia Augusta, sorgono una serie di edifici storici, dimenticati, trascurati, o dati per scontati.
Il quartiere prende il nome dalla conca di Aslago, dove correva l’antica strada che dalla valle dell’Adige conduceva verso il Brennero, attraverso il Virgolo in direzione di Cardano, per evitare l’acquitrinoso fondovalle.
Il quartiere collegato al centro dal tram nr.2 che conduceva a S.Giacomo sin dal 1913, nasconde fra le pieghe del suo tessuto urbano alcuni edifici di rilievo.
Innanzitutto la chiesa di S. Gertrude, oggi quasi nascosta. Della prima chiesa si hanno traccie fra il 1275 ed il 1336, costruita per volere dei signori di Aslago, Johann von Zenno, e completamente rifatta nella forma attuale nel 1778. A pianta centrale su progetto dell’architetto civico Franz Aigentler su commissione della famiglia Mayer, è un piccolo gioiello di epoca rococò. All’interno della cupola centrale troviamo il magnifico affresco di Carl Henrici, con la celebrazione e l’esaltazione di S.Gertrude al cospetto di Gesù Cristo. Una composizione sobria, con sfondamento della volta celeste, alla maniera del ‘600 e ‘700, ma con un quadro armonico che non si pone in alcun eccesso. La pala d’altare, sempre affidata ad Henrici, rappresenta Maria con Gesù Bambino insieme a S.Barbara e S. Gertrude. La composizione pittorica è impostata alla maniera prospettica veneziana, ed i chiaroscuri, illuminano i volti dei santi rappresentati. Altro edificio di notevole rilievo è la cosidetta “Casa bianca” o Niederhaus. Il fabbricato sorto nel 1177, come residenza dei signori di Aslago, fu completamente modificato nel 1420 per volere della famiglia Von Niederhaus. L’edificio per decoro e prestigio voleva porsi in competizione con il ciclo di affreschi a carattere profano di Castel Roncolo. Infatti, in un sussegguirsi di affreschi,possiamo trovare scene dedicate al tempo libero, all’ amore cortese, dame, nobili e cavalieri, animali esoterici, in una raffinata e lieve composizione che si pone fra i più importanti cicli di affreschi di arte profana di tutto l’Alto Adige. Lungo la via Claudia Augusta, per dare un adeguato luogo sacro alla ormai numerosa popolazione, sin dal 1910 viene progettata la chiesa del S.S.Rosario nelle forme del Jugendstil, ma solo nell’ottobre del 1935 si procederà alla costruzione attuale, inaugurata il 5 dicembre del 1937.
Autore: Flavio Schimenti
Mantenere la calma. Non avere paura. Ma dite sul serio?
Cosa fare per evitare il contagio? Lavarsi le mani, come suggerisce il Ministero della Salute? O “lavarsene” le mani, come si fa normalmente (nell’ottica della “globalizzazione dell’indifferenza”)? Ma non più da quando l’epidemia ha smesso di essere una notizia di cronaca estera e il virus ha violato i sacri confini della patria.
Malgrado le misure di prevenzione il morbo si è diffuso in diversi paesi del mondo tra cui l’Italia. Le istituzioni preposte fanno sapere che la situazione è sotto controllo ed esortano a mantenere la calma. Il decalogo pubblicato dal Ministero della Salute invita a lavarsi spesso le mani, a evitare il contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute, a non toccarsi occhi, naso e bocca con le mani, a coprirsi bocca e naso se si starnutisce, a pulire le superfici col disinfettante. Si specifica inoltre che i prodotti e i pacchi provenienti dalla Cina non sono pericolosi e che gli animali da compagnia non trasmettono il nuovo coronavirus.
Assisteremo nei prossimi giorni al rincorrersi di provvedimenti volti a evitare assembramenti umani di vario genere. Manifestazioni saranno annullate, scuole chiuse, vivremo agli arresti domiciliari volontari avvolti da un sentimento di impotenza e di rabbia.
Mantenere la calma. Non avere paura. Ma sul serio? Viviamo in anni nei quali la produzione di paura è stata la strategia principale (e perfino vincente) della comunicazione politica. Sulla paura, sul turbamento della calma sono stati costruiti i grattacieli del consenso elettorale. Si sono seminati ad arte i virus dell’intolleranza, della chiusura, del razzismo, dell’antisemitismo, dell’orgogliosa ignoranza, dell’odio e della costruzione/distruzione del nemico. E ora dovremmo non avere più paura e mantenere la calma? Solo perché il virus non ci raggiunge attraversando il mare con un gommone, ma sbarcando da un volo di linea in un aeroporto del Lombardoveneto?
Autore: Paolo Bill Valente
Piani di Bolzano: la targa per Mayr-Nusser
Può essere una sorta di pellegrinaggio arrivare, in auto, in bici, a piedi, davanti all’ingresso del civico 72 di via Mayr-Nusser, dove dal 24 febbraio 2015 si trova una targa bilingue di cui riportiamo il testo: “Non giuro a questo Führer! Josef Mayr-Nusser nacque qui, al Nusserhof ai Piani di Bolzano, il 27 dicembre 1910. Era membro dell’Azione Cattolica di Bolzano e dell’Andreas-Hofer-Bund, il gruppo di resistenza sudtirolese al fascismo e al nazionalsocialismo. Dopo essersi rifiutato il 4 ottobre 1944 a Konitz (Chojnice in Pomerania) di prestare il giuramento alle SS per motivi di coscienza, fu processato e condannato a morte. Venne quindi avviato su un treno merci verso il campo di sterminio di Dachau, ma morì durante il viaggio il 24 febbraio 1945 a Erlangen, a causa dei maltrattamenti subiti. Nel 2010 la Città di Bolzano gli ha conferito la cittadinanza onoraria. 24 febbraio 2015 – in memoria di Josef Mayr-Nusser nel settantesimo anniversario della sua morte”. Luogo e targa possono essere simbolo ma anche monito, dando un messaggio a chi si ferma per un minuto di raccoglimento, un messaggio di fedeltà e coraggio, che viene dalla testimonianza del martire. è un messaggio che si lega a quello che viene dalla intitolazione delle vie che fanno angolo con via Mayr-Nusser, che il Comune ha voluto intitolare con scelte appropriate; ne risulta una sorta di triangolo, il triangolo della fedeltà. Si tratta della “via Hildegard Straub”: Hildegard, (moglie di Josef Mayr-Nusser), condividendo le scelte eroiche del suo “Pepi”, preservandone la memoria, testimoniò anche lei la fedeltà, la fedeltà nell’amore, che unisce i corpi ma ancor più le anime. L’altro messaggio viene dall’intitolazione “via Città di Sopron”; è la città con cui Bolzano è gemellata. Anche gemellarsi tra città è esempio, messaggio di fedeltà, fedeltà nell’amicizia, nella pace, esempio e messaggio per altre città, ma anche per i popoli.
Autore: Leone Sticcotti
La buona salute della canzone d’autore
Che la canzone d’autore stia godendo di un momento assolutamente interessante non è un mistero per chi segue questa rubrica: ci siamo spesso occupati dei lavori di autori giovani e di quelli di altri che sono invece nel “giro” da più tempo, e i risultati si sono spesso rivelati più che interessanti. A conferma di ciò, nei giorni 7 e 8 febbraio scorsi, si è svolto a Dobbiaco, nella suggestiva cornice dell’auditorio Mahler (all’interno della struttura storica del Grand Hotel Dobbiaco) Winto.Klong, festival dei cantautori dell’Euregio.
DOBBIACO Al di là della buona e varia musica ascoltata, Winto.Klong è stato un momento d’incontro e confronto per i cantautori che si sono guadagnati l’accesso alla finale dopo una selezione (su base d’ascolto) che ha scelto i sei concorrenti più interessanti tra i sedici partecipanti.
L’impeccabile organizzazione del Centro culturale di Dobbiaco non si è limitata a mettere insieme una serata musicale a base di canzone d’autore, il festival – la cui partecipazione era aperta a musicisti di Alto Adige, Trentino e Tirolo – oltre alla finale tenutasi il venerdì sera, ha offerto momenti di convivialità tra i partecipanti e gli addetti ai lavori, con workshop dedicati e un concerto, la sera dell’8 febbraio, che ha visto esibirsi come spalla il cantautore pusterese Helmut Pinggera (uno dei promotori dell’iniziativa) e come attrazione principale Dominik Plangger, in assoluto il nome più importante – almeno per quanto riguarda il mondo di lingua tedesca – del panorama cantautorale della nostra regione.
Così, più che una gara (tra l’altro lo scarto di punti che ha determinato vincitori e vinti è stato davvero minimo), Winto.Klong è stato una festa dei cantautori a tutto tondo: certo c’erano dei premi in palio, ma il premio più importante è stato davvero lo scambio di idee e il confronto tra i sei finalisti e i due ospiti Pinggera e Plangger. Nessun trentino in finale, ben quattro bolzanini, un cantautore dell’Osttirol e Tumulti, un gruppo i cui componenti sono un misto di altoatesini, bavaresi e tirolesi austriaci: la palma è andata a Norbert Feldner, forse più folksinger che cantautore/liedermacher, ma la differenza è davvero sottile: complice della vittoria il cosiddetto televoto. Già perché oltre alla giuria, per assegnare il titolo di Winto.Klong c’è stata la partecipazione del pubblico che ha votato, pur stando in sala, tramite un’app!!!
Forte della partecipazione di suoi fan arrivati a Dobbiaco attraverso Passo Stalle, Feldner non ha avuto problemi a contare sul loro voto: questo però poco importa, perché al di là dei nomi, come si diceva poc’anzi, a vincere è stata la canzone d’autore, che fosse quella solitaria di Annika Borsetto (seconda classificata) che con la sua voce vellutata ha proposto brani in italiano, tedesco e ladino o quella più rock di Philip Trojer (terzo) che si è presentato con gruppo elettrico al completo, quella più classica e raffinata di Andrea Maffei (in trio), quella della band Tumulti o quella di Bobby Gualtirolo, in quartetto molto dylaniano.
Inutile dire che l’highlight del festival è stata l’applauditissima esibizione di Dominik Plangger la sera di sabato 8, in coppia con la moglie Claudia Fenzi al violino. A Plangger vanno i nostri complimenti per essere nella rosa di cantautori che il 7 marzo prossimo si esibiranno nell’ambito di un festival intitolato al grande singersongwriter texano Townes van Zandt: il nome di Plangger è in cartellone al fianco di fuoriclasse americani come Eric Andersen, Thom Chacon, Jono Manson, ai nostrani Gang, Massimiliano Larocca, Andrea Parodi e addirittura la star della TV gastronomica Joe Bastianich!
L’auspicio è che Winto.Klong abbia un seguito e, a sentire le proposte dei sei finalisti scaturite nel corso del workshop mattutino, non all’insegna della gara, ma piuttosto della rassegna, senza premi e vincitori, magari con collaborazioni sul palco… e in questo senso qualcosa già sta bollendo in pentola: restate sintonizzati!
In foto principale: Annika Borsetto e Bobbi Gualtirolo
Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo
QuiBolzano – nr3 – 13.02.2020
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