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Mese: Febbraio 2020
QuiBassaAtesina – nr3 – 13.02.2020
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Il fiume Adige in Bassa Atesina
Chi voglia godersi la straordinaria vista della valle dell’Adige tra la piana di Bolzano e le campagne della Bassa Atesina dai 1200 metri del Montelargo oppure dai rilievi del Monte di Mezzo, rimarrà abbagliato dalla striscia d’argento che s’insinua discreta e quasi impercettibile nel compatto tappeto verde, dividendo in due parti la sterminata distesa di frutteti. Da molti decenni a questa parte, questo grande fiume, un tempo determinante nella vita quotidiana e nell’economia della valle, conduce un’esistenza di grigio anonimato, di fatto interrotta solo dalle periodiche piene con conseguente pericolo di esondazione.
Dalla confluenza con l’Isarco – altro fiume “storico” probabilmente ritenuto in età antica il corso principale a cui affluiva l’Adige, tra Bolzano e Laives, o comunque dal porto di Bronzolo (e precedentemente Vadena) in giù – l’Adige ha rappresentato per oltre due millenni (non ci sono testimonianze dirette dei periodi precedenti, a parte gli antichissimi nomi dei fiumi) un’inesauribile fonte di approvvigionamento idrico, ma non solo.
Il fiume è stato anche la più importante via di comunicazione tra nord e sud, tra il mondo cosiddetto retico e quello lombardo-veneto prima e romano poi, rendendo possibili scambi commerciali e culturali altrimenti inimmaginabili. Insomma, quella che oggi è nota come la “rete” di ferrovia – che di fatto ha soppiantato la navigazione sull’Adige – e autostrada, un tempo era appannaggio esclusivo del grande fiume che toccava tutti i centri più importanti prima di sfociare nell’Adriatico.
Grazie a questa sua indiscussa rilevanza, già in epoca antichissima, tra l’ottavo e il quinto millennio a. C., si sono avuti i primi insediamenti umani nella fertile valle che garantiva cibo per tutto l’anno. In quel periodo – e fino a un secolo e mezzo fa – l’Adige non seguiva il corso attuale, ma si disperdeva liberamente attraverso l’intera valle, modellando un paesaggio assai diverso dall’odierno. Lo si può intuire anche dagli abitati che, in questo tratto di valle insistono sul lato orografico sinistro del fiume, sui conoidi alluvionali prodotti nel corso dei millenni dai riottosi ruscelli che precipitano dai monti sovrastanti. La sola Vadena, oggi piccolo centro ma in epoca “preistorica” e romana sito di grande rilievo, sorge in prossimità del fiume alle pendici del Monte di Mezzo.
Quando nell’età del rame (quella di Ötzi) venne introdotto nell’economia domestica anche l’allevamento del bestiame accanto alla coltivazione dei cereali, iniziò anche qui la lavorazione e soprattutto la commercializzazione dei metalli, attività che ha lasciato tracce indelebili in molte località e ha visto il fiume come protagonista principale. (1. continua)
Autore: Reinhard Christanell
Santa Maria in Augia
Dopo secoli di oblio nel marzo del 1986 durante gli scavi della posa per le condotte del teleriscaldamento alla profondità di quattro metri in via Alessandria sono tornati alla luce i resti del complesso architettonico del convento agostiniano di S.Maria in Augia. Abbandonato nel 1406 monaci dopo l’ennesima alluvione, tale complesso era ancora visibile nel 1541, come risulta da una mappa che già allora citava solo alcuni ruderi, dopo di che se ne perse traccia.
Il convento di S. Maria in Augia venne fondato nel 1163 dai coniugi Arnaldo III di Morit-Grafenstein e Matilde di Valley, proprietari dell’allora castello di Gries. Fu affidato ai canonici agostiniani, che come compito fra l’altro avevano quello della ospitalità a pellegrini e viandanti. Il luogo scelto, infatti – sebbene fosse posto in un’isola ghiaiosa posta fra l’Adige e l’Isarco – era sulla via di comunicazione fra il nord e il sud del Brennero. Alla celebrazione di consacrazione partecipò il patriarca di Aquileia Ulrico II, parente stretto di Matilde di Valley. Il convento era legato a quelli fondati in precedenza a Novacella nel 1142 e a S.Michele all’Adige nel 1150 , nell’ottica di una fitta rete di complessi monastici fondati in tutta Europa. I primi canonici provenivano probabilmente da Vienna e il complesso era così importante che gli furono affidati campi, vigneti, pascoli, mulini, parrocchie (S.Genesio, Avelengo, Val d’Ega, Pusteria), nonché il complesso Ospitale di S.Maria in Senale in Val di Non. Dal punto di vista architettonico, il complesso canonicale era composto da una chiesa a tre navate con tre absidi e sostenuta da otto pilastri quadrangolari. Accanto alla chiesa sorgeva un’ampio chiostro, anch’esso di forma quadrangolare. La facciata, secondo la lapide sepolcrale di Matilde di Valley presente nel convento di Gries, era composta da due campanili gemelli alla maniera germanica e due ordini di arcate sopra il portale d’ingresso. La chiesa subì dei rimaneggiamenti in epoca gotica e – dopo una ennesima alluvione, come si diceva nel 1406 – venne definitivamente abbandonato. I monaci vennero ospitati nel castello di Gries (vedasi articolo precedente). Le rovine riportate alla luce fanno oggi parte del parco delle Semirurali inaugurato il 28 giugno del 2007. Esse sono collocate in un giusto percorso museale a cielo aperto, nel quale si possono solo intravedere le caratteristiche che furono di questo complesso architettonico importante per la storia di questa città e del nostro territorio.
In foto principale: I resti di Santa Maria in Augia nel paroco delle Semirurali a Don Bosco
Autore: Flavio Schimenti
Josef Mayr-Nusser e il suo no alla realtà percepita
Ricorre il 24 febbraio il 75° anniversario della morte di Josef Mayr-Nusser. Il suo corpo senza vita fu rinvenuto alla stazione di Erlangen, presso Norimberga, sul carro bestiame diretto al campo di Dachau. Oggi, in un tempo in cui non si distingue più tra percezione e realtà, la sua testimonianza è un richiamo alla retta coscienza.

Josef Mayr-Nusser era stato condannato a morte per esseri rifiutato di pronunciare il giuramento di fedeltà a Hitler. Arruolato di forza nelle SS combattenti, alla vigilia della cerimonia si era alzato tra le altre reclute e aveva detto al maresciallo maggiore: Io non giuro.
Mayr-Nusser stava bene attento alle parole. Conosceva la loro capacità di generare le peggiori emozioni. E sapeva distinguere tra emozione e ragionamento, tra percezione e realtà. Oggi, quando spesso la percezione (individuale o collettiva) conta più della verità e della realtà oggettiva, Josef ha ancora molto da dirci.
A proposito di emozioni che vengono manipolate a costituire una realtà fittizia, disse: “Valori come ‘sangue e suolo’ … vengono oggi assolutizzati e la vita culturale di interi popoli viene costruita su fondamenta insicure, come lo è tuttora la questione razziale”. Oppure: “Osserviamo oggi con quanto entusiasmo, anzi spesso con quale cieca passione e dedizione incondizionata le masse si consegnano ai leader. Ci tocca oggi assistere a un culto del leader che rasenta l’idolatria”. Il trionfo delle emozioni a scapito della ragione. “Si ha quasi l’impressione che davvero debba irrompere su di noi ciò che è terribile, perché altrimenti molti, troppi nel nostro popolo, non si scuoteranno”. “Due mondi si stanno scontrando”: menzogna e verità, il bene e l’assenza di bene.
La coscienza che portò Mayr-Nusser alla sua scelta non è un coacervo di facili emozioni e di percezioni fallaci, ma il frutto di un serio percorso di conoscenza, di maturazione, di confronto coraggioso con la realtà delle cose.
Autore: Paolo Bill Valente
Parco Tambosi: il monumento a Dante
Il 9 giugno 1965 suscitò una certa emozione nei presenti – centinaia di ragazzi, Direttivo del Comitato di Bolzano della Società Dante Alighieri, Direttore e Collegio insegnanti della Scuola “Tambosi”, ispettori e direttori didattici, Provveditore agli studi, rappresentanze varie… – la solenne celebrazione nel parco “Tambosi” a Oltrisarco dei 700 anni dalla nascita del genio universale che fu Dante Alighieri.
Rimosso il drappo tricolore a cura del Vicecommissario del Governo, dott. Bianco, tra gli applausi calorosi dei presenti apparve il busto in bronzo raffigurante il poeta, posto su un piedistallo in pietra.

Se l’anno di nascita di Dante Alighieri, il 1265, è universalmente riconosciuto, per giorno e mese si fa riferimento a quanto verseggia Dante stesso nella “Divina Commedia”, canto ventiduesimo, versi 112-117, del “Paradiso”. Nacque sotto il segno zodiacale dei Gemelli, cioè in un periodo compreso fra il 21 maggio e il 21 giugno; la costellazione dei Gemelli, secondo l’astrologia medievale, aveva benefici influssi e predisponeva allo studio e all’arte. Risulta pertanto appropriata la data dell’inaugurazione del busto di Dante a Oltrisarco. A solennizzare la celebrazione dei 700 anni del sommo poeta contribuì il discorso del Presidente della “Dante” di Bolzano, prof. Molignoni, mentre ad animare il tutto ci fu l’esibizione di piccoli cantori con l’inno nazionale e alcune canzoni, ma anche la recita, da parte di alcune bimbe della scuola, di qualche passo della “Divina Commedia”.

Sono passati 55 anni, si sta approssimando l’anniversario dei 700 anni dalla morte di Dante; il sommo poeta morì nel 1321. Come prepararsi a tale celebrazione?
Per approfondire l’opera di Dante Alighieri è prezioso il recente e originale lavoro del dott. Michele Rielli, medico bolzanino: il suo “Con Dante nell’Oltremondo” può essere utile strumento di lettura e comprensione della “Comoedia”, per studenti, insegnanti, amanti delle lettere, per tutti.
Autore: Leone Sticcotti
Comportamenti etici per le auto?
A fine dello scorso anno, ci siamo lasciati con un articolo sulla guida autonoma, tema che ha toccato direttamente la nostra provincia con la sperimentazione di un bus a guida autonoma assistita nella città di Merano. Abbiamo raccontato che, da un punto di vista tecnologico, un bus di questo tipo è più sicuro di un bus a guida umana. Da un lato infatti il bus è munito di una serie di sensori e tecnologia di ultima generazione per evitare collisioni, dall’altro richiede la presenza di un operatore umano a bordo che può intervenire in qualunque momento prendendo il controllo del mezzo. Questo è un buon esempio di interazione uomo-macchina. Nell’interazione uomo macchina, però, emergono altri aspetti molto più sottili e legati alla sfera psicologica, come quello molto attuale della “sicurezza percepita”. A chi di voi è capitato di trovarsi davanti a questo bus? Quale è stata la vostra percezione? Di sicurezza o, piuttosto, di diffidenza per un sistema alieno alla nostra quotidianità? Vari studi hanno evidenziato non solo questo fatto, ma anche che, in generale, le persone tendono ad essere molto più “tolleranti” agli errori umani che agli errori delle macchine. Questo diverso livello di empatia si applica anche agli incidenti che, inevitabilmente, possono verificarsi (e si sono verificati) nel caso della guida autonoma. Il tema è però ancora più ampio, e si ricollega alla necessità dei sistemi automatici di qualunque tipo di mostrare comportamenti “etici” compatibili con le aspettative delle persone. Per cercare di affrontare questo tema spinoso nel contesto della guida autonoma, alcuni ricercatori hanno creato un esperimento che ricorda molto l’evento drammatico di “Io, Robot”. In particolare, hanno realizzato un sito web in cui vengono simulate delle situazioni di incidenti pericolosi in cui l’automobile a guida autonoma si trova a “decidere” chi andare a sacrificare tra le persone coinvolte in base alle caratteristiche di queste persone (sesso, età, occupazione, ecc.). Ad esempio: chi sacrificare tra una persona anziana e un bambino? Tra un disoccupato single e un padre di famiglia? Tra i pedoni e chi è in macchina? Le tante risposte raccolte a questo esperimento da brividi mostrano non solo risposte assolutamente inattese, ma anche grandi differenze nelle risposte in base alla provenienza di chi risponde, provenienza che indirettamente racconta anche fattori culturali e di tradizione. Potete provare il sistema e sbalordirvi guardando le risposte in base al paese di provenienza su moralmachine.mit.edu. A dimostrazione che la ricerca sull’intelligenza artificiale, i robot, e le macchine in genere, è in fondo una ricerca su noi stessi e la nostra natura.
Autore: Marco Montali
Heavy metal: un nuovo EP di duetti per i Feline Melinda
Dopo i festeggiamenti per i trent’anni dalla fondazione, lo storico gruppo altoatesino è tornato recentemente in studio per un progetto di duetti con la cantante Doris Abenberger. I tre brani alla base del disco sono tre classici del gruppo: Forever, Skydiver e Dangerzone.
C’è stato un momento in cui l’heavy metal prodotto in provincia di Bolzano si collocava ambiziosamente e a buon diritto tra le cose migliori realizzate in questo genere musicale a livello nazionale: negli anni ottanta oltre agli Skanners, le riviste musicali specializzate osannavano altre band di casa nostra come Still Blind e Feline Melinda, due gruppi dislocati entrambi in Bassa Atesina. Come gli Skanners, i Feline Melinda sono in circolazione ancora oggi, con un seguito e un affetto da parte del pubblico che testimonia quanto la loro musica fosse piaciuta e continui a piacere, nonostante con gli anni ci siano logicamente stati dei cambi in formazione.
I Feline Melinda di oggi possono contare ancora sulla voce di Rob Irbiz, cantante storico del gruppo, nonché portavoce. Con lui c’è da tempo Chris Platzer in veste di batterista, alla chitarra c’è HeadMatt mentre il ruolo di bassista è ricoperto da Gschnell.
Dopo le celebrazioni per i primi trent’anni della formazione, risalenti al 2016, i quattro musicisti sono tornati recentemente in studio per un progetto estemporaneo, un EP di duetti con la cantante Doris Abenberger: “Si tratta di un disco – ci racconta Irbiz – che potrei definire un po’ il mio bambino; nel senso che era una cosa a cui tenevo in modo particolare io. E gli altri del gruppo mi hanno dato l’OK. In occasione del concerto per i nostri trent’anni, avevamo ospitato Doris Albenberger sul palco e la cosa aveva funzionato bene. Allora mi sono detto che sarebbe stato bello lavorare ancora con lei… L’ho chiamata e le ho chiesto se aveva tempo e voglia di venire a registrare con noi questi tre pezzi, né più né meno di come li avevamo fatti quando è stata ospite sul paco del trentennale. Lei, che non è una che gira tanto intorno alle parole, mi ha detto: Super Rob! Cool Rob! Va bene Rob! Facciamolo”.
La Albenberger solitamente si esibisce con un proprio gruppo con cui esegue cover rock, ma anche per lei è stato naturale dare l’okay all’idea di Irbiz, così come lo è stato per gli altri Feline Melinda.
Così il quintetto è entrato in studio per registrare i tre brani che avrebbero dovuto costituire questo Duets, tre brani composti dalla band e cantati insieme alla Albenberger. Il suono è quello classico del gruppo, che è poi quello che tra gli appassionati viene definito classic metal, termine che dice già tutto, con echi di quel rock melodico un po’ meno pesante che con gli anni è diventato la specialità dei Feline Melinda, tanto che qualche anno fa hanno dato alle stampe una raccolta proprio delle loro ballate metal più amate dal pubblico, ma ci sono anche riferimenti all’heavy metal più veloce, alla Iron Maiden per intenderci.
“Una delle prime cose che abbiamo stabilito – prosegue Irbiz – era che questo EP non doveva essere destinato alla vendita. Ci siamo detti: facciamolo ma poi lo regaliamo, lo diamo alla stampa, alle radio, ai fan. Un po’ per far vedere che siamo sempre qui, che continuiamo ad esserci, in attesa di un nuovo disco vero e proprio. Perché ci divertiamo un sacco a suonare insieme, fortunatamente un lavoro lo abbiamo e ci guadagniamo da vivere con quello, la musica la facciamo solo per passione, senza avere obblighi.”
I tre brani alla base del disco sono tre classici del gruppo, Forever, Skydiver e Dangerzone, suonati ex novo dal gruppo con la Albenberger a dividere le parti vocali con Irbiz, la quarta traccia del disco è una versione di Skydiver con la sola Doris alla voce, mentre la quinta è la versione che il gruppo e la cantante hanno eseguito dal vivo della celebre Phantom Of The Opera in occasione del concerto per i trent’anni dei Feline Melinda.
Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo