Bolzano celebra la gentilezza

Il lancio dell’annullo filatelico dedicato alla gentilezza ha inaugurato il progetto “BZ Gentle Community”, promosso dal Comune di Bolzano per diffondere gesti quotidiani di cura, attenzione e inclusione. Tra sorrisi ed entusiasmo, cittadini e visitatori hanno partecipato condividendo la loro idea di gentilezza. Un momento semplice ma significativo che guarda a una Bolzano sempre più “Città Gentile”. Gli scatti sono di Niccolò Dametto COOLtour.

Aria di festa al santiago

L’Oratorio Santiago ha voluto dedicare una giornata speciale al parrroco don Walter in occasione del suo 70esimo compleanno, e nello stesso fine settimana gli Alpini di San Giacomo hanno dato il loro contributo per l’ottima riuscita della consueta castagnata. Martedì 11 novembre, poi, è stata la volta in cui il calore del fuoco ha rischiarato la sera del San Martino.

Tra le cime delle Odle

Molti anni al Papperlapapp; ha organizzato tanti concerti ed eventi, ha tenuto workshop di graffiti in tutta la provincia, è stato busker in mezza Europa, pasticciere a Tenerife e fondatore e gestore del Moskito per otto anni. Per 15 anni è stato consigliere comunale. Ha lavorato come cuoco in Groenlandia e ha vissuto avventure in Alaska, in Mozambico, a Buenos Aires e ai piedi del Cerro Torre in Patagonia. Da sei anni gestisce l’Ahoi Minigolf a Bolzano.

Il mio principale difetto.

A volte non riuscire a dire di NO.

Il mio momento più felice

Se tutto va bene, penso proprio che sarà… a fine marzo.

La mia occupazione preferita.

Godermi i vari festival musicali in giro per la provincia, ad esempio Rock im Ring.

Il luogo dove vorrei vivere.

D’estate nel sud della Svezia e d’inverno a Tenerife.

Il mio piatto preferito.

Tanti, ma l’importante è che non manchi il dessert.

Non sopporto…

L’intolleranza e il razzismo, la freddezza sociale, e il consumo cieco.

Per un giorno vorrei essere…

Un roadie a Woodstock nel 1969.

Nel mio frigorifero non mancano mai…

Gli ingredienti per farmi delle tartine improvvisate.

Se fossi un animale sarei…

Una taccola che vola tra le cime delle Odle.

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Quando abbiamo inaugurato il nuovo skatepark “Platza”.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Quando la mia compagna e il navigatore non erano della mia stessa opinione 😉

Il mio attore preferito.

Sean Penn e Christoph Waltz.

Il superpotere che vorrei avere.

Sapere tutte le lingue del mondo.

ll mio sogno ricorrente.

Fondare un centro culturale multifunzionale a Bolzano con sala concerti, bar, skatepark indoor, sale prove, officine, atelier, ecc.

La disgrazia più grande.

In generale nessuna, a livello politico forse essermi piazzato per due volte di seguito primo non eletto alle elezioni provinciali 😉

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

La potenzialità (spesso sottovalutata) del bilinguismo.

Il mio motto.

“DAI DAI DAI” o anche “stay wild – stay free!”

La massima stravaganza della mia vita.

Tra le altre cose, aver unito in matrimonio più di 250 coppie.

Il mio primo ricordo.

Non me lo ricordo più.

Adolescenza

Lo scorso 20 novembre si è celebrata la giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Non dobbiamo dimentiche che in molti casi è grazie alla Dichiarazione dei diritti del fanciullo approvata dall’Onu nel 1959 e alla successiva Convenzione sui diritti dell’infanzia (1989) che in molti paesi del mondo è stata data una forte spinta affinché tutti i minori potessero –  indipendentemente dal loro background – avere l’opportunità di crescere e raggiungere il loro pieno potenziale nel rispetto dei loro diritti, la loro dignità e la loro nobiltà in quanto esseri umani. 

Molte sono state le iniziative, anche a livello locale, dedicate a questa tematica. Ma a me in questo frangente preme mettere l’attenzione non tanto sull’infanzia quanto sull’adolescenza che – spesso – viene messa per così dire in secondo piano. A mio avviso l’adolescenza è, invece, una fascia d’età che meriterebbe una maggiore considerazione, sotto tutti i punti vista. Gli adolescenti in Italia oggi sono più di 5 milioni (circa 40 mila in Alto Adige) e quindi rappresentano anche dal punto di vista numerico un gruppo di individui molto significativo. Gli adolescenti sono poi – a ben vedere – gli adulti del prossimo futuro. Ci siamo mai domandati cosa pensano loro del loro percorso di vita, di noi e più in generale del mondo che hanno intorno e che stanno per ereditare? 

La mia esperienza personale è che – molto spesso – gli adolescenti sono molto meno “bambini” di come li consideriamo. Potenzialmente, ma anche nella pratica – molti lettori genitori o insegnanti me lo potranno confermare – gli adolescenti possono diventare, in modi anche molto inaspettati, un fondamentale specchio in cui possiamo osservare il nostro essere adulti. 

Può anche capitare che i ruoli si invertano, con gli adolescenti che – saggiamente – ci segnalano i nostri comportamenti adolescenziali, invitandoci per così dire a… crescere e a diventare degli adulti migliori. 

Ecco: dagli adolescenti immersi nella loro transizione tra infanzia ed età adulta forse il miglior insegnamento che possiamo trarre è che la vita è un percorso continuo, in cui ciascuno di noi è chiamato man mano a evolvere e mostrare una maturità crescente. Insomma: frequentare gli adolescenti ci fa bene. Molto bene.

Autore: Luca Sticcotti

Penne nere di Ora: cuore in servizio in Emilia Romagna

Nel silenzio di un piccolo abitato emiliano, dove la natura ha fatto la voce grossa, il canto della solidarietà ha riecheggiato dall’Alto Adige grazie agli Alpini di Ora, ancora una volta in grado di ricordare che la vera grandezza umana sta nella volontà di tendere la mano a chi ha bisogno.

Ci sono gesti che riescono ancora a restituire fiducia nell’umanità. È il caso di questa storia, in cui un atto di concreta solidarietà è stato in grado di portare un raggio di speranza ad una famiglia colpita dalla devastazione. 

Ripercorrendo quanto raccontato da Giorgio Cavalli, socio e interlocutore del Gruppo alpini di Ora, la storia ha origine fra il 17 e il 20 ottobre dell’anno scorso, giorni in cui una violenta ondata di maltempo si è abbattuta sull’Emilia Romagna. 

Le piogge incessanti hanno causato frane ed esondazioni, lasciando dietro a sé dei danni considerevoli, oltre ad una buona e comprensibile dose di paura. Tra chi si è trovato nell’epicentro dei colpiti nel corso di quelle giornate, c’è la famiglia Rossi, residente in un paesino alle porte di Bologna. “La sera del 19 ottobre 2024 io e mio figlio eravamo in casa – racconta Norma Rossi, madre del piccolo Enea di appena un anno e mezzo agli alpini e ai presenti sulla soglia di casa sua, ancora danneggiata dal maltempo – Fuori pioveva a dirotto, ma sembrava tutto tranquillo. Poi, all’improvviso, la montagna ha ceduto. Fango e alberi hanno distrutto una nostra parete al piano terra e hanno raggiunto anche il primo piano, sfondando i vetri. Siamo riusciti a uscire giusto in tempo. Pensavamo che tutto ci crollasse addosso”. In altre parole si è trattato di una tragedia sfiorata e d i un evento che comunque ha lasciato la famiglia con una casa e una vita da ricostruire. 

Ma il karma ha voluto che a un anno di distanza, quello stesso destino abbia voluto intrecciare questa storia a quella degli Alpini di Ora, gruppo fondato nel 1932, costituito da oltre un centinaio di membri attivi e guidato da Andrea Tava. “Chiedevamo solo un piccolo aiuto, un gesto d’amore per poter ricominciare – le parole commosse di Norma -. Quello che abbiamo ricevuto è molto di più, è stato un segno che ci dà forza. Quindi grazie di cuore a tutti gli Alpini e a chi ha creduto in noi”.

L’INTERVISTA

Presidente Tava, ci può raccontare qualcosa in più sulla consegna fatta? 

Durante l’evento “Militari alla Torre” abbiamo consegnato alla famiglia Rossi un assegno, simbolo tangibile della vicinanza del nostro gruppo. Parte dei fondi proveniva dalla tradizionale “Maccheronata in Piazza”, che organizziamo ogni anno con il contributo volontario di cittadini e sostenitori.

Oltre voi ha contribuito qualche altro ente a questa buona causa?

Si, la società Viaggi Markus Reisen di Egna ha voluto dare il proprio contributo, mettendo gratuitamente a disposizione il pulmino per la trasferta e poi partecipando alla donazione. Voremmo sottolineare un ringraziamento alla famiglia Ansaloni, promotrice dell’evento “Militari alla Torre” che ha fattoo sì che questo incontro fosse possibile.

Come avete appreso della richiesta d’aiuto lanciata da questa mamma per la sua famiglia?

Abbiamo saputo di questa situazione attraverso una rete di contatti e ci è sembrato abbastanza naturale intervenire. Del resto la solidarietà fa parte del nostro Dna. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a chi, come loro, ha perso tutto.

Come siete entrati in contatto con lei?

è stato grazie a un nostro socio appassionato di collezionismo. Era ad una fiera a Bologna e – penso tramite contatti che ha giù – è venuto a conoscenza della situazione di questa famiglia. Ha portato la storia in direttivo e ci siamo mobilitati.

Parlando della maccheronata, è l’unico evento solidale che promuovete?

No, ne facciamo tante, ma la maccheronata è la nostra iniziativa di punta!

Autore: Daniele Bebber

Natale e Capodanno a teatro con il Centro S. Chiara

Come ormai tradizione, anche quest’anno in occasione del periodo natalizio il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento vi aspetta a teatro con un ricco cartellone di spettacoli dedicati alle famiglie che accompagnerà il pubblico dentro la magia che solo il Natale è in grado di regalare a grandi e piccini. Un’occasione unica per trascorrere le Festività a teatro all’insegna del divertimento e delle grandi emozioni.

Si comincia il 7 dicembre dal Teatro Sociale con uno spettacolo che porterà i più piccoli nell’incanto dell’evento più atteso dell’anno con “Quando arriva Natale?” della Compagnia Teatrale Stilema. A seguire, il 14 dicembre, un altro appuntamento per bambini all’Auditorium S. Chiara con La conta di Natale di Claudio Milani. 

Il 21 dicembre toccherà ad un classico del balletto come “Lo Schiaccianoci”, proposto all’Auditorium S. Chiara di Trento (in doppia replica) dal Balletto di Mosca: un cast di stelle del balletto russo-ucraino per una fiaba senza tempo. (Lo spettacolo verrà replicato anche il 22 dicembre al Teatro Comunale di Bolzano).

Dal 23 al 25 dicembre sarà invece possibile trascorrere il Natale all’Auditorium S. Chiara in compagnia di Kataklò Athletic Dance Theatre, punto di riferimento per le performance dal vivo grazie ad uno stile inconfondibile, unico e coinvolgente, che sarà sul palco con “Aliena”, il nuovo lavoro nato dalla visionaria coreografa Giulia Staccioli. In settanta minuti di pura immersione visiva, i danzatori Kataklò si muovono in uno spazio essenziale, disegnato da luci e ombre, tra costumi cangianti dalle texture ibride che trasformano il corpo in un paesaggio in continua metamorfosi. I loro corpi, caratterizzati da muscolature estreme e movimenti fluidi ma inconsueti, si plasmano e si rimodellano costantemente insieme a elementi scenici originali, diventando opere d’arte effimere che esplorano i confini tra forma e contenuto. Un invito a celebrare la diversità in tutte le sue forme.

Dopo Natale, spazio ad un appuntamento dedicato al pubblico dei più piccoli e non solo. Dal 26 al 28 dicembre il palco del Teatro Sociale ospiterà la compagnia Teatro Necessario con “Nuova Barberia Carloni”, un coinvolgente spettacolo tra circo, musica e giocoleria per tutta la famiglia, in cui tre clown sono pronti a restituire ai fasti di un tempo una antica barberia. L’idea portante dello spettacolo diretto da Mario Gumina è ricreare l’atmosfera di quei tempi non troppo lontani in cui il barbiere cantava, suonava, serviva da bere, consigliava. In una parola, intratteneva i suoi ospiti. E, naturalmente, faceva barba e capelli.

Per concludere l’anno a teatro, l’appuntamento è al Sociale di Trento (31 dicembre e 1 gennaio) con una tra le opere più famose di William Shakespeare come Romeo e Giulietta, portata sul palco dalla compagnia vicentina Stivalaccio Teatro, per la regia di Marco Zoppello. giovane ed emergente attore, autore e regista, nonché fondatore della compagnia stessa, da sempre impegnata nella valorizzazione del teatro popolare e della Commedia dell’Arte. Non fa quindi eccezione “Romeo e Giulietta – L’amore è saltimbanco”, con cui Marco Zoppello presenta sul palco una sorta di “prova aperta” della più grande storia d’amore di tutti i tempi, abbattendo la “quarta parete” e facendo diventare il pubblico parte integrante e integrata dello spettacolo

Domenica 4 gennaio toccherà invece ad un volto noto come Nino Frassica, sul palco dell’Auditorium S. Chiara con Nino Frassica & Los Plaggers Band – Tour 2000/3000: accompagnato da una band formata da sei formidabili musicisti, l’artista siciliano porterà la sua inesauribile verve comica con uno show originale che proietterà il pubblico in un coinvolgente viaggio musicale tra concerto e cabaret. Una grande festa, un’operazione di memoria musicale con un repertorio formato da oltre cento brani rivisti e corretti, in cui canzoni famosissime, pur mantenendo la propria identità, sono tagliate e ricucite alla maniera di Frassica.

La programmazione di Natale proposta dal Centro S. Chiara non si limiterà tuttavia al solo capoluogo trentino, ma farà tappa anche nei teatri di Pergine, Mezzolombardo e Bolzano con spettacoli di danza di grande livello. A cominciare da un classico del balletto come “Il lago dei cigni”, celebre titolo portato in scena dal Balletto di Siena, su musiche di Ciajkovskij, in programma al Teatro Comunale di Pergine (13 dicembre), al Teatro S. Pietro di Mezzolombardo (15 dicembre) e al Teatro Cristallo di Bolzano (18 dicembre). Il 28 dicembre si torna al Teatro S. Pietro di Mezzolombardo con “Lo Schiaccianoci” di Ciajkovskij, in una versione pensata per bambini e famiglie proposta da Egribianco Danza, mentre il 7 gennaio la eVolution Dance Theater approderà al Teatro Comunale di Bolzano con “Cosmos”, un viaggio danzato attraverso mondi sconosciuti, in cui scienza e comprensione cedono il passo all’immaginazione. 

(inserzione pubblicitaria)

Abolire l’Avvento? Meglio liberarlo dagli abusi

Comincia fra pochi giorni l’Avvento, il periodo che conduce al Natale. Nelle città dell’Alto Adige sono già allestiti i mercatini, ovunque sistemati gli addobbi e accese le luminarie. Ma perché? Si investe sul Natale per motivi religiosi, per ragioni economiche, per dare sfogo ai buoni sentimenti o per un imperativo identitario?

Ci sono almeno due buone ragioni per abolire l’Avvento e il Natale, non perché essi siano qualcosa di cattivo, tutt’altro, ma proprio per liberarli da abusi e strumentalizzazioni.

La prima ragione è quella economica. L’Avvento è stato trasformato in una fiera del consumismo. La logica del dono è rimpiazzata da quella del profitto. Questo avviene proprio ricordando le vicende di una madre che, non trovando posto in altri alloggi, aveva dovuto partorire suo figlio in una stalla. Naturalmente non vanno demonizzati i mercatini né la tradizione dello scambio di doni. Ma senza rimuovere il senso profondo del Natale.

La seconda ragione è di ordine ideologico. Il Natale e i suoi simboli, come il presepio, sono da un lato messi in contrapposizione con la laicità di una società pluralista, dall’altro sono branditi come arma identitaria per urlare i presunti valori delle “nostre tradizioni”. Bello che l’Avvento duri quattro settimane. Il tempo necessario per capire, volendo, che la culla “al freddo e al gelo” resterà vuota se se ne perde il messaggio di pace, riconciliazione tra cielo e terra, prossimità, accoglienza e impegno personale.

Va sottolineato, a onor del vero, che il Natale – benché si collochi in un tempo, quello del solstizio d’inverno, caro anche ad altre tradizioni religiose – è una festa cristiana. Ciò non può e non deve offendere nessuno. Bello anzi poter rileggere, per descriverne il significato, le prime parole di un documento, intitolato Gaudium et spes, che il Concilio Vaticano II approvò proprio nei primi giorni dell’Avvento di esattamente sessant’anni fa: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

In questo spirito si potrebbe continuare a vivere l’Avvento e il Natale anche senza abolirli.

A tutte e tutti un buon periodo di Avvento, accomunati da ciò che “vi è di genuinamente umano”.

Autore: Paolo Bill Valente

Quando il gioco fa bene (anche alla testa)

“Sei sempre davanti allo schermo. I videogiochi fanno male!” È un rimprovero che si sente spesso, sospeso tra il ricordo dei pomeriggi passati in cortile e la fatica di capire che cosa ci sia di così affascinante in un joystick o in uno smartphone. Per provare a orientarci tra paure e possibilità, si può partire dalla storia di Lorenzo Tondo. È cresciuto a Bolzano e, arrivato alla fine delle superiori, ha deciso di andare a studiare progettazione di videogiochi nei Paesi Bassi. Lì ha scoperto un mondo in cui il gioco non è solo intrattenimento, ma diventa anche strumento educativo, di formazione, perfino di prevenzione.

Una prima distinzione aiuta subito: il videogioco in sé non è né buono né cattivo. È uno strumento. Come un coltello da cucina: può servire a preparare il pranzo per la famiglia o può fare danni, se usato male o senza attenzione. Così il gioco digitale può diventare isolamento in camera per ore, ma può essere anche un modo per restare in contatto con gli altri, per misurarsi con sfide alla propria portata, per dare forma a emozioni difficili da dire a parole.

Qui entra in scena il gioco in generale, non solo quello digitale e per parlarne incontriamo un esperto, Piergiorgio Mandarano, docente di pediatria all’università di Bergamo. Mandarano sottolinea che il gioco è uno dei primi modi con cui una bambina o un bambino impara a staccarsi un po’ dalla madre senza sentirsi in pericolo. Il peluche, la bambola, la macchinina: sono piccoli “ponti” tra il mondo sicuro delle braccia dei genitori e tutto il resto. Nel gioco si può sperimentare, sbagliare, ricominciare. È una palestra in miniatura della vita reale.

Questa esperienza non riguarda solo i bambini. Capita a molte persone di mettersi a giocare a carte, a seguire un lavoro a maglia, a curare l’orto e accorgersi che il tempo è volato. La mente è concentrata, il resto del mondo si fa un po’ più lontano. Gli psicologi chiamano questa condizione “flusso”.

Per tanti ragazzi e ragazze, oggi, quel “flusso” passa dai videogiochi. Un gioco ben progettato chiede attenzione, fa fare tentativi, invita a riprovare. Non sempre questo è un male: sentire di “farcela”, passare un livello dopo vari tentativi, può rinforzare la fiducia in sé. Il problema nasce quando il gioco diventa l’unico posto in cui una persona si sente così.

Sei un tarassaco o un’orchidea? Nei suoi libri il professor Mandarano usa un’immagine semplice per spiegare quanto l’ambiente sia importante. Ci sono bambine e bambini che assomigliano ai fiori di tarassaco: crescono un po’ ovunque, si adattano, se un gioco li annoia o li mette a disagio smettono e passano ad altro. Altri invece somigliano alle orchidee: bellissime, ma molto sensibili a ciò che li circonda. In un clima confuso, aggressivo o troppo solitario, rischiano di soffrire molto di più degli altri; in un ambiente buono fioriscono in modo sorprendente.

Trasportato nel mondo del gioco, questo significa che per alcuni un videogioco poco sano è solo una parentesi; per altri può diventare una vera fuga dal resto. Ma vale anche il contrario: in un contesto positivo (un gioco cooperativo, per esempio) proprio i ragazzi più sensibili possono trovare un luogo sicuro in cui allenare le relazioni, la gestione delle emozioni, la capacità di affrontare piccoli fallimenti.

Non è un’idea astratta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, in alcuni programmi dedicati agli adolescenti, ha inserito attività basate sul gioco (in particolare il gioco di ruolo) per rafforzare le competenze emotive e sociali e per prevenire ansia e depressione. Giocare, quindi, è una parte della cura.

Resta una domanda concreta: come capire se il gioco sta facendo bene o male?

Un segnale rassicurantevien da lfatto che chi gioca mantiene altri pezzi importanti della propria giornata: va a scuola, vede amici, partecipa alle attività in famiglia, riesce a spegnere senza scatti di rabbia quando è ora di fare altro. In questo caso il gioco è una parte della vita, non il suo intero centro.

Diventano invece campanelli d’allarme le situazioni in cui la persona è quasi sempre chiusa in camera, salta i pasti, smette di interessarsi a cose che prima amava, si agita molto quando qualcuno chiede di interrompere il gioco. In questi casi può essere utile parlarne.

E il ruolo degli adulti? Il bolzanino di aodizione Lorenzo Tondo insiste su due parole: presenza e curiosità. Non serve diventare esperti di tecnologia, ma è prezioso fare domande, farsi spiegare che cosa si sta giocando, provare ogni tanto a guardare una partita o a partecipare addirittura. Altrettanto importante è fissare limiti chiari su tempi e modalità, come si fa con la televisione, il telefono o i dolci.

Il professor Mandarano dal canto suo ricorda che si impara più dagli errori che dai compiti perfetti. Il gioco, anche digitale, può essere una palestra in cui si perde, ci si arrabbia, ci si rialza e si riprova.  L’importante è che intorno ci siano adulti che osservano, incoraggiano e, ogni tanto, ricordano che è ora di spegnere.

Prendere sul serio il gioco, in fondo, è un modo concreto per prendere sul serio la salute mentale: quella dei più giovani e anche un po’ la nostra.

Autore: Marco Valente

Marco Perrone: quando la musica è un affare di famiglia

Per chi bazzica, o ha bazzicato, la scena musicale bolzanina, quello di Marco Perrone è un nome che difficilmente risulterà sconosciuto, soprattutto a chi ha vissuto anni creativi e propositivi come quelli di fine Settanta, tutto il decennio degli Ottanta e quello dei Novanta.

Marco Perrone era un ragazzino quando insieme all’ancor più giovane Nando Nuresi si è ritrovato nella Stanza, una delle formazioni faro di quegli anni, al fianco di ragazzi più grandi intenti a creare un suono originale, riuscendoci. Da allora i gruppi si sono succeduti, Perrone è stato sempre un punto di riferimento sia all’interno di band con un suono autonomo e personale, sia in cover band come Westbound che al fianco di cantautori quali Davide Marciano: non solo, si è sempre distinto per la ricerca sonora e per aver creato un vero e proprio stile nell’ambito soprattutto di quello che un tempo veniva chiamato jazz-rock o prog ma che ora sconfina anche altrove.

Non ci stupisce quindi vederlo tornare proprio in questi giorni con un disco fisico, digitale, accreditato ad un Marco Perrone Project, registrato con turnisti pescati in rete e con qualche artista e amico locale, intitolato No Distance e nato dopo una gestazione particolarmente lunga.

“Sicuramente – ci racconta – all’origine di tutto il lavoro c’è un viaggio fatto ormai quasi vent’anni fa. Un viaggio reale, tangibile che poi si è sviluppato ed è continuato come viaggio interiore. Nel 2007, stavo attraversando un periodo un po’ tormentato, mi sentivo inadeguato, fuori luogo, ed ho sentito la necessità di stare con me stesso. Una possibilità era affidarmi ad uno psicologo, come alternativa ho deciso di partire, da solo, per un posto che non conoscevo, di cui non conoscevo nemmeno la lingua. Così mi sono ritrovato a New York, girandola in lungo e in largo, potendo confrontarmi solo con me stesso. È stato un viaggio importante, era anche la prima volta che salivo su un aeroplano; al ritorno raccontando questa esperienza a mia moglie sono uscite le prime idee per i contenuti dei brani che ora compongono il disco”.

A conferire al disco l’atmosfera familiare, oltre alla presenza di Daniela, moglie di Perrone, che si è occupata delle liriche, dei cori e molto altro, c’è anche la presenza in alcuni brani della preziosa e inconfondibile chitarra di Nando Nuresi, suo compare di pentagramma sin dall’adolescenza e poi via, via anche in gruppi chiamati Cela Aguai, Logo, DNA. Familiare, si è detto, ma non per questo poco professionale: Perrone mette in mostra tra le quindici tracce il suo gusto musicale, rimasto inalterato per tutti questi anni, maturato magari, ma intatto. Fusion, funk e prog colto si mescolano ricreando alla perfezione le suggestioni newyorchesi che stanno alla base del disco, il basso del titolare fa da filo conduttore, per le tastiere e gli arrangiamenti (orditi partendo dai suoi demo casalinghi che non smette mai di registrare ogni qualvolta le idee cominciano a piovergli addosso) si è avvalso dell’aiuto del musicista siciliano Gabriele Agosta, conosciuto via internet nel periodo del covid, come buona parte degli altri qui coinvolti.

“Pensa – prosegue –, che persino Evi Mair l’ho contattata tramite una piattaforma online in cui è possibile trovare musicisti e cantanti disponibili per progetti del genere. Non la conoscevo e solo dopo ho scoperto che viviamo nello stesso posto! Qualcuno ha collaborato dall’Argentina, qualcuno dagli Stati Uniti, soprattutto tutti sono bravissimi. In particolare però vorrei citare la mia amica Libby Byers, pittrice americana, bolzanina d’adozione. Purtroppo ci ha lasciati qualche anno fa, ma sono orgoglioso di essere riuscito a farle recitare il testo del brano Wandering in The Night, uno dei più suggestivi del disco, in cui si racconta di una lunga passeggiata notturna attraverso i meandri di Manhattan.”

Un’altra voce bolzanina presente del disco è quella di Francisco Belmondo Bridi, anche lui uno di famiglia per Perrone, più noto per i suoi trascorsi come armonicista blues e country: nel brano You Call Me Love, sfodera una voce insospettabile che calza a pennello per la musica, una voce intrisa di sfumature davvero inattese e profonde. Il viaggio di Perrone si alterna tra brani cantati e strumentali, snodandosi con gusto ed eleganza. Sotto il nome di Marco Perrone Project qualche traccia è rinvenibile su youtube, qualche altra su Spotify, ma il disco intero in forma fisica a Bolzano è disponibile tra gli scaffali di Musik Import e a Trento tra quelli della Viaggeria.

Autore: Paolo Crazy Carnevale