Diritto internazionale

La prima metà di quest’anno 2025 è stata caratterizzata da una crisi multidimensionale del diritto internazionale, con sfide significative alla sua applicazione e al suo ruolo nel contesto globale. 

Le tensioni geopolitiche, i conflitti, la crisi economica e le violazioni dei diritti umani stanno mettendo a dura prova il sistema di regole che noi e ancora prima i nostri padri avevamo implementato, a fatica, dopo il secondo conflitto mondiale. 

Nella cosiddetta “comunità internazionale” cresce dunque la preoccupazione per il futuro di pace, per fortuna insieme alla consapevolezza della necessità di difendere i principi del diritto internazionale e di promuovere la cooperazione e il rispetto dei diritti fondamentali. 

Perché ne parliamo sui nostri giornali locali? Cos’ha a che fare tutto questo con la nostra bella terra tra i monti dove tutt’al più di solito discutiamo degli effetti dell’overtourism e del costo della vita che spinge i nostri giovani a trasferisti all’estero?

È presto detto. è stato proprio il diritto internazionale ad avere un ruolo cruciale nel definire il destino dell’Alto Adige. La cosiddetta “questione altoatesina”, nel contesto del diritto internazionale, ha infatti riguardato principalmente il riconoscimento e la tutela dell’autonomia della minoranza di lingua tedesca in Alto Adige/Südtirol, dopo che il territorio era passato all’Italia nel 1919. L’accordo De Gasperi-Gruber del 1946 e il successivo Pacchetto per l’Alto Adige hanno cercato di risolvere questa questione attraverso accordi internazionali che garantiscono diritti specifici per la minoranza, come l’istruzione in lingua tedesca e un’ampia autonomia. 

E nella costruzione della nostra autonomia fu cruciale, all’inizio degli anni ’60, proprio la decisione dell’Austria di portare la questione davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ottenendo risoluzioni che invitavano Italia e Austria a negoziare per risolvere le divergenze. 
Il percorso di mediazione trovò il suo compimento formale l’11 giugno 1992 con la cosiddetta “quietanza liberatoria”, l’atto formale con il quale, davanti all’ONU, si chiuse la vertenza internazionale dell’Alto Adige. 

Dunque la consapevolezza della necessità della difesa della presenza, del funzionamento e del rispetto del diritto internazionale è una questione che riguarda tutti noi. Sì, anche in Alto Adige. 

Autore: Luca Sticcotti

Un altoatesino fra i big della musica

Si è laureato pochi giorni fa in Tecnico del Suono al Conservatorio “Verdi” di Milano ed è solo la ciliegina su una torta succulenta, che negli ultimi anni l’ha visto lavorare con artisti italiani e internazionali. Giuseppe Federico, giovane meranese, di mestiere fa il produttore musicale, lavora principalmente nell’ambito hip hop, rap e trap ed è sempre alla ricerca di un suono personale e riconoscibile. Che lo porterà lontano.

Giuseppe Federico, dai primi passi a Merano fino alla Grande Mela: come nasce un produttore musicale, e di che cosa si occupa, nello specifico? 

Ognuno ci arriva in modo diverso, ma credo che alla base di ogni produttore musicale ci sia una cosa: la voglia di creare musica. Di qualsiasi genere, stile o forma, l’obiettivo è sempre dare vita a qualcosa che parli e faccia emozionare. Nel mio caso il lavoro del produttore è un mix di creatività, tecnica e tanta curiosità: significa comporre, arrangiare, sperimentare con strumenti sia digitali che analogici, e collaborare con artisti, etichette, editori, realtà che organizzano eventi… iInsomma, è un ruolo che sta un po’ a cavallo tra l’artista e il tecnico, e proprio per questo ogni progetto è diverso e stimolante. 

Immagino che con un papà musicista e direttore d’orchestra, in casa sua le sette note devono essere state pane quotidiano…

Assolutamente sì, la musica c’è sempre stata, in modo molto naturale. Mio padre è musicista, ma anche il resto della famiglia ha sempre avuto un legame forte con questo mondo: tra zii musicisti e parenti appassionati, era difficile starne lontano. È un qualcosa che mi ha accompagnato da sempre, anche se poi ho trovato un mio modo personale di viverla, la musica, un modo un po’ diverso da quello a cui erano abituati in famiglia. 

Però il suo strumento è il computer. Come lavora ai pezzi?

Non ho un metodo fisso, ogni pezzo nasce in modo diverso. A volte parto da un suono che mi colpisce o che creo io stesso, e da lì inizio a costruire: melodie, armonie, texture, effetti… Altre volte invece inizio pensando a un’atmosfera che possa funzionare per un artista, ma sempre mantenendo il mio stile. Una parte del mio lavoro oggi è legata soprattutto alla scrittura di melodie, che condivido con produttori in tutto il mondo. Se le trovano interessanti, le sviluppano, completano il beat e le propongono agli artisti con cui lavorano. Ma il mio obiettivo è quello di essere coinvolto in modo sempre più completo nei progetti, dalla prima idea fino alla produzione finale. 

Come è arrivato alle collaborazioni che sta portando avanti?

Tutto è nato grazie a Internet, soprattutto tramite Instagram. Tutte le collaborazioni internazionali a cui ho lavorato finora sono partite da lì. Ho conosciuto produttori da ogni parte del mondo semplicemente scrivendoci o condividendo la musica. In gergo si parla di “networking”, ma spesso poi diventa qualcosa di più: molte di queste connessioni si trasformano in vere amicizie. Incontrare di persona qualcuno con cui hai condiviso progetti e passione solo online è sempre una sensazione speciale. 

Qual è stata finora la sua più grande soddisfazione?

Probabilmente la soddisfazione più grande, finora, è stata riuscire a costruirmi un percorso da solo, partendo da zero dalla mia cameretta a Lagundo. Trovare qualcosa che avesse senso per me, in cui valesse la pena investire tempo, energie, sacrifici, notti. Non è sempre facile, ma riuscirci, con l’aiuto delle persone con cui lavoro e di chi mi sostiene, è quello che mi rende più orgoglioso.

E la più grande emozione?

La più grande emozione, finora, è stata scoprire di avere fornito la base per una canzone con uno degli artisti rap/hip hop più importanti a livello mondiale, che ha segnato davvero l’evoluzione del genere: Roddy Ricch. Ricordo che ero in metropolitana quando ho ascoltato per la prima volta quello che aveva registrato su una strumentale costruita a partire da una mia melodia. Qualche settimana dopo quel brano è uscito ufficialmente nel suo progetto. È stato un momento incredibile, che non dimenticherò. 

E non dimentichiamo la laurea, conseguita a Milano nei giorni scorsi. Qual è il titolo della tesi?

Il titolo della mia tesi è “Box Immersion”. “Box” è il nome del video sperimentale che ho trovato su YouTube e su cui ho deciso di lavorare per concludere il mio percorso triennale in Tecnico del Suono. Ho rimosso completamente l’audio originale e, partendo dal silenzio, ho costruito una nuova dimensione sonora, molto libera e personale. “Immersion” invece fa riferimento al tipo di ascolto che ho voluto creare, pensato per essere riprodotto su otto casse disposte attorno al pubblico, a formare un rettangolo, per un effetto immersivo e spazializzato. 

Se potesse scegliere fra gli artisti internazionali, con chi vorrebbe lavorare? 

Se potessi scegliere, direi sicuramente Future, Travis Scott e Young Thug, che sono in cima alla lista. Poi anche Gunna, Offset, Quavo, Lil Baby, Polo G… ce ne sono davvero tanti con cui mi piacerebbe collaborare. 

Dove possiamo ascoltare qualcosa di suo?

C’è una playlist su Spotify che raccoglie tutti i pezzi che ho prodotto fino ad ora, si chiama “Produced by B3”. Sul mio profilo Genius, B3 Productions, si trovano le tracce a cui ho lavorato, con più dettagli come collaboratori e crediti. E su Instagram (@1prodb3) pubblico spesso aggiornamenti, beats e i progetti a cui sto lavorando, è il modo più diretto per seguire quello che faccio.

Dove si vede Giuseppe Federico fra vent’anni?

Tra vent’anni mi immagino nella condizione di poter viaggiare e fare quello che mi piace, che sia produzione o magari anche altri interessi che nasceranno col tempo, ma sempre legati alla musica o all’intrattenimento. Al momento vivo a Milano e uno dei miei obiettivi è lavorare sempre di più a progetti musicali dal vivo qui in Italia. Allo stesso tempo, so che prima o poi vorrò passare un periodo negli Stati Uniti, anche solo per immergermi davvero in quella scena musicale da cui traggo tanta ispirazione.
E, ovviamente, spero che io, la mia famiglia, i miei amici e le persone che mi stanno accanto possiamo essere tutti in salute. è la cosa più importante. 

Autore: Luca Masiello

A caccia di super-terre

In questo numero incontriamo una giovane studiosa bolzanina specializzata in astrofisica. Dopo essersi formata in Italia, Claudia Danti ora sta svolgendo un dottorato di ricerca in Danimarca, dove si occupa in particolare dello studio dei grandi pianeti che si trovano in altri sistemi solari. 

Claudia Danti è un’astrofisica bolzanina. Si è laureata Fisica per la triennale e in Astrofisica e Cosmologia per quanto riguarda la magistrale; ora sta perseguendo un dottorato di ricerca a Copenhagen. La curiosità è una caratteristica che ha sempre avuto, portandola a essere affascinata dalla conoscenza e a essere desiderosa di imparare sempre di più.

L’INTERVISTA

Perché hai scelto questo ambito di studi?

Sin da piccola sono stata affascinata dalle stelle e dall’universo, sommergevo sempre mia nonna di domande a riguardo e le mie storie preferite erano quelle di avventure nello spazio inventate da mia madre.

Di cosa tratti nella tua ricerca?

La principale domanda che cerco di rispondere è perché il nostro sistema solare ha questa specifica architettura. Le nostre osservazioni sugli esopianeti — pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal Sole — mostrano che circa il 50% sono super-Terre: pianeti più grandi della Terra a distanze simili dalla loro stella. Al contrario, nel nostro Sistema Solare ci sono solo quattro pianeti rocciosi, e la Terra è il più grande. Ci chiediamo quindi se l’assenza di super-Terre sia legata alla presenza di Giove, che potrebbe aver sottratto materiale utile alla formazione di pianeti più grandi. La formazione dei pianeti è una teoria complessa che dipende da moltissimi fattori, io mi concentro su alcuni di essi studiando approfonditamente alcuni meccanismi, contribuendo al mio ambito confermando o meno se essi possono dare i risultati che osserviamo con i nostri telescopi. Si tratta di aggiungere dei pezzi di conoscenza a uno sforzo collettivo molto più grande.

Ritieni che il gender gap sia ancora presente nel tuo ambito?

Purtroppo la situazione è ancora lontana dalla parità. Nonostante gli sforzi per includere le donne nella scienza e incoraggiare le ragazze verso le materie STEM, la disparità resta evidente. Ad esempio, le donne sono più numerose degli uomini nei corsi universitari e di dottorato, ma salendo a posizioni superiori il trend si inverte, fino a essere drammaticamente sbilanciato quando si parla di professori universitari. La discriminazione esiste e spesso dalle donne ci si aspetta di più. È una generalizzazione, certo, ma le eccezioni non cambiano la tendenza. La differenza culturale tra Italia e Danimarca si sente: qui ci sono più iniziative per affrontare il problema, ma i doppi standard persistono, anche se più sottili. Per fortuna, nel mio gruppo di ricerca la situazione è positiva. Tuttavia, confrontandomi con altri colleghi, è chiaro che c’è ancora molta strada da fare per raggiungere una vera parità.

Cosa significa concretamente fare ricerca in astrofisica?

I teorici come me di solito passano il tempo a scrivere codici per fare simulazioni numeriche di processi fisici; passo la maggior parte del tempo a programmare il mio codice che mi permette di lanciare simulazioni di sistemi planetari per poi analizzarle. Una parte del lavoro è rimanere aggiornati sui lavori di altri gruppi di ricerca per evitare di fare le stesse cose e contribuire in modo significativo alla ricerca.

Qual è la parte del tuo lavoro che ti mette più alla prova?

Cercare di trovare un senso fisico ai risultati delle mie simulazioni quando mi trovo davanti qualcosa che non mi aspettavo. Prima di lanciare le simulazioni, basandomi sulle mie conoscenze, ho un’idea di quello che potrebbe risultare e spesso non ci sono troppe differenze, ma talvolta capita che, variando qualche parametro, i risultati cambino drasticamente e lì c’è il vero sforzo di un astrofisico teorico: cercare di mettere insieme il puzzle e capire come mai vediamo quello che vediamo. 

Come cambia il modo di vedere la realtà quando si studia l’universo?

Nel quotidiano, come scienziato, sei così concentrato sul tuo piccolo pezzo di ricerca e così abituato a trattare questo tema che non ci pensi veramente troppo. Poi ci sono quei momenti, quando, a una conferenza circondata da centinaia di persone brillanti che presentano la loro ricerca hai degli istanti di totale meraviglia e rimani affascinata da quanto siamo in grado di capire di un universo così vasto pur essendo così insignificanti se comparati su scala astronomica. In quei momenti si ti senti molto piccola, sono dei bellissimi momenti: pur essendo un tassello minuscolo nell’universo abbiamo la possibilità di investigarlo e scoprirlo ed è assolutamente magico!

Autrice: Anna Michelazzi

Simone Moro, una vita per l’alpinismo

Durante la sua lunga carriera ha scalato le vette più alte del mondo, affrontato condizioni estreme e sfidato i propri limiti. Eppure, nel racconto delle prime escursioni da bambino o del piacere di un tramonto in quota, si percepisce un’emozione genuina, che ne restituisce tutta l’umanità. Alpinista, esploratore, pilota di elicotteri da soccorso, Simone Moro è anche un testimone dei cambiamenti nei modi di intendere alpinismo. Recentemente incantato la cittadinanza di Egna durante una serata pubblica organizzata dal Cai.

// Di Daniele Bebber

Simone Moro, come ha scoperto la montagna?

Tutto è cominciato con le vacanze in famiglia. Una volta si alternava tra mare e montagna. Noi facevamo campeggio e andavamo a camminare, ma a un certo punto io, i miei fratelli e mio padre ci siamo un po’ stufati delle solite escursioni. Così abbiamo iniziato con qualcosa di “diverso”: le ferrate. I miei fratelli si sono fermati lì. Io, invece, ho sentito scattare qualcosa. Avevo sette, forse otto anni. Le prime arrampicate vere le ho fatte a 13 anni su una parete di roccia a Bergamo. È stato un percorso lento, graduale, molto diverso da quello che vedo oggi in tanti ragazzi che bruciano le tappe.

L’alpinismo cosa le ha dato? 

Un contatto profondo con la natura. La mia è una passione che nasce anche dalla contemplazione della bellezza della montagna, dei suoi odori, della luce all’alba o al tramonto. Questo imprinting non è solo sportivo, ma anche sensoriale e spirituale. Ancora oggi, al di là del risultato tecnico, è questo ciò che mi spinge a tornare in quota.

Che legame ha con l’Alto Adige? 

Sono nato a Bergamo, però ho sempre gravitato intorno a queste montagne. Una delle prime guide ferrate che ho comprato era sulle Dolomiti. Poi, con il tempo, il legame con l’Alto Adige si è rafforzato. Reinhold Messner, ad esempio, è stato il mio mentore spirituale. Leggevo i suoi libri, andavo alle sue conferenze e sognavo di diventare come lui. Ora siamo amici. Poi c’è la mia ex moglie, altoatesina, con cui ho un figlio che vive a Ora. Ogni settimana torno lì per lui. Un pezzo del mio cuore è rimasto tra queste montagne.

Ci vuole raccontare le esperienze sugli 8.000? 

Salire un 8.000 non è tecnicamente più difficile che scalare Cervino o Monte Bianco. La differenza è nell’altitudine: sono montange il doppio più alte. Lì capisci davvero cosa vuol dire avere dei limiti fisici. Il ritmo è lento, ogni passo va dosato, devi calcolare bene il tempo, perché tornare indietro è spesso la parte più delicata. È un gioco di resistenza, lucidità, autocontrollo.

Lei è anche pilota di elicotteri. C’è un filo che unisce volo e alpinismo? 

Sì, c’è una profonda affinità mentale. L’elicotterismo, soprattutto quello d’alta quota, richiede la stessa capacità di prendere decisioni sotto pressione, di controllare le emozioni, di leggere l’ambiente. Io mi sono specializzato proprio nei voli di soccorso in quota e l’esperienza in montagna mi aiuta tantissimo.

Com’è cambiato l’alpinismo rispetto a quando ha iniziato?

Tantissimo: dal 1992 al 2025 ho visto trasformarsi il modo di vivere e raccontare la montagna. Gli 8.000 oggi sono diventati meta di turismo organizzato. Molti salgono solo grazie a guide e ossigeno supplementare, senza sapere nulla della storia dell’alpinismo. Il 95% sono clienti, non alpinisti. I veri appassionati oggi sono una piccola minoranza.

Quali sono stati gli incontri più importanti per lei? 

Reinhold Messner è sicuramente la figura più significativa. Non è mai stato un maestro, ma un mentore. Quello vero, però, è stato Anatoli Boukreev, un alpinista russo eccezionale con cui ho condiviso spedizioni e momenti difficilissimi. È morto durante una missione invernale sull’Annapurna. Poi ho conosciuto anche Hans Kammerlander e altri grandi nomi.

Con Tamara Lunger ha condiviso momenti forti. Ci può raccontare? 

Tamara l’ho conosciuta quando era ancora giovanissima; era allieva della mia ex compagna, che insegnava educazione fisica. Già allora colpiva per resistenza e forza. Al ballo di maturità mi disse che sognava l’Himalaya. Ho capito subito che aveva stoffa. Le ho fatto da guida, poi ha fatto la sua strada. In una spedizione invernale, camminavamo legati in cordata. A un certo punto, mentre stava finendo la corda, sono precipitato in un crepaccio. Lei non ha avuto nemmeno il tempo di mettersi in posizione, ma ha avuto la prontezza d’afferrare la corda e attutire il colpo. È stato un momento drammatico, ma ne siamo usciti.

Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole diventare alpinista? 

Che non servono né sponsor né soldi per cominciare. Serve visione e amore per l’esplorazione. Sulle Dolomiti sono ancora tantissime le pareti non scalate. Non serve inseguire per forza gli 8.000. Prima delle grandi imprese ci sono quelle piccole: e sono fondamentali. L’alpinismo è un’arte che si impara con tempo, pazienza e capacità di rinunciare. La montagna non perdona chi vuole bruciare le tappe ad ogni costo.

Autore: Daniele Bebber

Il pronipote del Conte Dracula è sepolto a Bolzano

Vi proponiamo un’Intervista a Petra Überbacher, per lunghi anni presidente dell’associazione delle guide e degli accompagnatori turistici dell’Alto Adige, che recentemente si è dimessa dalla guida del sodalizio. Überbacher racconta il suo mestiere e regala anche un aneddoto curioso, che riguarda l’ultima dimora bolzanina di un discendente di… Dracula.

Ogni anno Bolzano accoglie migliaia di turisti, attratti dal suo fascino alpino, dalla sua storia ricca e stratificata, e da itinerari culturali che vanno ben oltre il classico centro storico. A raccontarcelo è Petra Überbacher, per lunghi anni presidente dell’associazione delle guide e degli accompagnatori turistici dell’Alto Adige, che recentemente si è dimessa dalla guida del sodalizio

“Esiste un giro classico che tutte le guide conoscono – spiega – ma spesso lo si adatta per evitare l’affollamento e per venire incontro agli interessi dei gruppi. Per esempio, se c’è molta gente in centro, si può deviare il percorso per offrire un’esperienza più tranquilla e personalizzata”.

Il tour tradizionale si snoda tra Piazza Walther e i Portici, passando per il Duomo, le chiese dei Domenicani e dei Francescani, Piazza delle Erbe. Ma non mancano richieste più particolari: “Recentemente ho accompagnato un gruppo di urbanisti olandesi – racconta Überbacher – interessati allo sviluppo urbano del Novecento. Li ho portati nella parte nuova della città, fino alla zona industriale. Ogni visita è un’occasione per raccontare una Bolzano diversa”.

La guida turistica, dunque, non è solo una voce narrante del passato, ma anche un ponte tra culture. “Chi arriva per la prima volta a Bolzano conosce poco del suo contesto storico-politico, soprattutto riguardo al Novecento – spiega. Se parlo dei Romani, tutti sanno qualcosa. Ma se chiedo perché l’Alto Adige sia diventato italiano, trovo spesso silenzio. Sta a noi spiegare anche queste cose, come l’autonomia o la coesistenza linguistica”.

E proprio durante una di queste visite, può capitare di imbattersi in una storia davvero insolita: quella di un principe moldavo, sepolto a Bolzano, che sarebbe nientemeno che il pronipote del Conte Dracula.

“Sì, è tutto vero – conferma Petra Überbacher –, si chiamava Petru Schiopul, ovvero Pietro lo Zoppo, principe di Moldavia nel XVI secolo. Era un uomo colto, poliglotta, amante della musica. Dopo essere stato deposto e aver trovato rifugio presso gli Ottomani, visse in esilio tra Ungheria e Grecia, prima di giungere a Bolzano, a Castel Novale, grazie all’intercessione del Landeshauptmann Kuepach, in rapporti con l’imperatore Rodolfo II”.

Petru morì a Bolzano nel 1594 e fu sepolto nel convento dei Francescani. La sua lapide, ancora oggi visibile a destra della grotta di Lourdes con la Madonna vicino all’ingresso della chiesa, mostra l’uro – antico bovino estinto simbolo della Moldavia – e un diavolo, entrambi elementi ricchi di suggestione.

Ma qual è il legame con il leggendario Conte Dracula? “Petru Schiopul era suo pronipote – precisa Überbacher. Il ‘vero’ Dracula, Vlad III l’Impalatore, fu reso celebre dal romanzo di Bram Stoker, che però trasformò una figura storica in un personaggio mitico, assetato di sangue. In realtà, Dracula era un nome reale, che lui stesso usava nei documenti dell’epoca. Deriva dal termine greco derkomai, che significa ‘guardare con occhi cattivi’, e da qui anche l’associazione con il diavolo”.

Così, accanto ai racconti delle guide turistiche su cattedrali, portici e autonomie, si affaccia anche la storia dimenticata di un principe dell’Est, colto e perseguitato, il cui sangue reale – e forse un po’ leggendario – scorreva dalle corti di Costantinopoli fino al convento dei Francescani di Bolzano, dove oggi una lapide ricorda il suo passaggio.

Autore: Till Antonio Mola

Ecologia integrale per tornare a sperare nel futuro

Il nostro non è più un mondo attento all’ambiente e preoccupato per i cambiamenti climatici, il contrasto ai quali richiede scelte politiche che l’economia non vuole. Non l’economia “normale”, che da sempre valorizza le risorse e placa i bisogni delle persone, ma l’economia che “uccide”.

Quella che uccide, disse papa Francesco, è l’“economia dell’esclusione e della inequità”. “Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole”.

A dieci anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato sì’ (2015) “sulla cura della casa comune”, alla cura si preferiscono il terrorismo, le guerre, i dazi, alla casa comune le patrie e le nazioni (da far diventare great again). L’immagine di casa che oggi ci offrono i mass media è quella sbriciolata nell’inferno di Gaza. Il diritto e le istituzioni internazionali sono neutralizzati dalla legge del più forte.

Pace e tutela dell’ambiente sono strettamente correlate. Guerra e crisi ambientale anche. Non a caso Francesco insisteva sul concetto di “ecologia integrale”, “dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale”.

Nel fare memoria dei quarant’anni della tragedia di Stava, il presidente Sergio Mattarella sottolinea che “qui non è stata la natura a distruggere, a uccidere”. La strage è stata “causata artificialmente dall’uomo”, “a determinarla fu l’indifferenza al pericolo per le persone. Sulla base di una errata concezione del rapporto uomo-ambiente, con quest’ultimo considerato risorsa da sfruttare e non da porre, doverosamente, in favore della comunità, come un valore al suo servizio”.

I costi umani, sociali, ambientali delle guerre e dell’economia che uccide sono sotto gli occhi di tutti. Ma sono occhi abbagliati, i nostri, dal fulgore delle esplosioni e delle scie dei missili che solcano i cieli del nostro immaginario. Le coscienze sono confuse. I grandi del mondo sono nani folli che giocano con la vita dei più poveri e indifesi, negando un pianeta vivibile alle prossime generazioni.

Mattarella cita Alex Langer, “personalità acuta e inquieta”, che “parlava di ‘conversione ecologica’ per indicare un processo che deve coinvolgere contemporaneamente cultura, istituzioni, economia, società”.

La musica? La trovate al Supermarket!

Il concetto è semplice, più semplice di quanto possa sembrare: il supermercato è il luogo dove si va a comprare tutto ciò di cui si abbisogna, da qui il nome scelto da una decina di musicisti bolzanini che per le loro particolari attitudini sono in grado di approvvigionare il fabbisogno musicale, sia nel caso della musica che sono loro stessi a produrre, sia che vengano coinvolti nelle produzioni di altri colleghi. Tutto è cominciato durante le limitazioni dovute alla pandemia, e nel 2023 ha dato origine ad una musicassetta autoprodotta a cui a fine giugno ne ha fatto seguito una seconda, intitolata significativamente Sympathia.

“Noi siamo sempre stati un gruppo di amici – ci spiega Cobølt, una delle quattro voci dei Supermarket –, molto prima di essere una formazione musicale. Semplicemente ad un certo punto ci siamo detti: siamo tutti musicisti, facciamo qualcosa insieme. Abbiamo condiviso tantissimo, cose belle e cose brutte, e questo ci tiene molto uniti. La definizione lessicale di Sympathia (concordanza di sentimenti, affinità sentimentale tra persone, partecipazione agli stati d’animo di qualcuno) ci si addice perfettamente. E piuttosto che band ci piace definirci collettivo”.

Scorrendo le note di copertina della nuova raccolta di otto brani in cui si mescolano canzone italiana, rap, prog, elettronica, si evince che nella composizione di ciascun brano vi siano collaborazioni a più livelli, più mani a scrivere i testi, più mani ad arrangiare e non sempre necessariamente le stesse. Ed è un po’ qui che si evince la quanto mai appropriata denominazione dei Supermarket: sugli scaffali c’è tutto. Serve un autore? Basta scegliere. Serve un fonico? Nel gruppo ce n’è più d’uno, che è naturalmente anche compositore. E tutti sono produttori e possono suonare più d’uno strumento.

“Non avendo partecipato come autore a questa cassetta – è il chitarrista/produttore Thomas Traversa a parlare–, ho potuto vedere dall’esterno come si sviluppi l’amalgama tra i miei amici. Tutto avviene con molta naturalezza e spontaneità, magari Cobølt e Bajo propongono una loro idea e altre due persone del gruppo nell’ascolto la elaborano secondo la loro visione: può essere che rimanga un testo con un unico autore che pensa ad un testo per altre voci ma può anche essere che gli autori diventino tre ed ognuno nel brano canti la sua parte; tutto fila alla perfezione come se fosse la cosa più normale del mondo”.

“È stata sicuramente la parte più complicata del percorso – specifica Cobølt –, siamo persone con gusti musicali differenti, ma c’è sempre la volontà di comprendersi a vicenda e il risultato alla fine funziona”.

Nell’economia sonora del gruppo ognuno è fondamentale, dalle sequenze computerizzate di Marco Distasio, alle tastiere di Bajo, alle due batterie, al basso, alle voci.

Sem, il bassista, pur partendo da una passione pura per l’heavy metal, si è adattato al formato Supermarket dimostrando una certa duttilità e adattabilità al progetto: “In principio era il classico basso elettrico. Poi considerando il genere musicale che suoniamo mi è sembrato opportuno mettere in pista anche il basso-synth. Quando l’ho comprato non avevo neppure idea di come funzionasse, poi ci siamo messi lì e con l’aiuto degli altri ne sono venuto a capo. Inizialmente doveva essere solo per fare il disco, ma ora anche dal vivo nella prima parte suono il basso elettrico e nella seconda quello sintetizzato. L’idea del disco era principalmente indirizzata verso la musica elettronica e mi serviva quindi uno strumento che avesse delle caratteristiche che il basso analogico non ha”.

Visti dal vivo, i Supermarket sfoderano poi una presenza scenica e delle sonorità che si discostano da quelle ascoltate nelle registrazioni, dando un’ulteriore prova delle loro capacità. 

“Riusciamo a tirare fuori un sound particolare – è il tastierista e fonico Bajo a parlare ora –, per il live i pezzi sono come riarrangiati perché il pubblico vuole una determinata situazione, vuole un tipo di energia e tu stesso vuoi dare quell’energia. Quando lavoriamo sulla dimensione live, cerchiamo un tipo di suono che stupisca, e siamo i primi a stupirci quando vediamo la risposta del pubblico”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale