Il Santiago saluta l’estate con le sette note

Dopo un anno intenso e ricco di soddisfazioni, con una comunità paesana che si è dimostrata compatta nell’apprezzarne le proposte, l’Oratorio Santiago di San Giacomo – ormai punto di riferimento locale per l’aggregazione delle persone del posto ma anche di più lontano – ha salutato in musica la propria affezionata comunità in una splendida giornata di sabato con un concerto davvero speciale. Sì, perchè il gruppo protagonista della serata, i “Breeze of sound”, è composto da artisti e musicisti tutti originari di San Giacomo e Pineta. 

Sulle note di bossanova, swing e jazz, molte sono state le persone che hanno deciso di godersi la frescura della sera a suon di musica.

Le attività dell’Oratorio riprenderanno in settembre e per l’occasione è prevista una grande festa di apertura alla quale sarà difficile mancare.

Nel frattempo il piazzale della parrocchia di San Giacomo sarà allietato dalla festa campestre degli alpini: il gruppo delle penne nere locali compie infatti quest’anno la bellezza di 70 anni, e per celebrare il giubileo al meglio sono state organizzate diverse iniziative. La prossima sarà appunto nel piazzale della parrocchia nel fine settimana del 26 e 27 luglio. Oltre alle prelibatezze della della cucina tradizionale proposte dagli Chef Giorgio Nardelli e Alessandro Grezzani, sabato si ballerà con la musica di Enzo Allegri, e domenica con Devis Ballerini. Tutta la cittadinanza è invitata a partecipare.

Autrice: Raffaella Trimarchi

I Baiuvari tra il Tirolo, il Trentino e il Veneto

Le migrazioni sono tra i fenomeni più profondi e duraturi della storia dell’umanità. In certi casi si trattò di invasioni violente (come quelle degli Ostrogoti o dei Longobardi, che occuparono gran parte della penisola italiana); in altri si tratto invece di insediamenti graduali e pacifici, che modificarono in profondità la struttura demografica, linguistica e culturale delle regioni alpine.

Uno degli esempi più rilevanti – e per certi versi ancora poco indagati – fu la migrazione dei Baiuvari che tra il VI e l’VIII secolo riguardò un territorio compreso tra l’attuale Baviera, il Tirolo austriaco, il Trentino-Alto Adige e parte del Veneto settentrionale. I Baiuvari nacquero probabilmente tra il IV e il V secolo d.C. dalla fusione di residui elementi romanici e germanici. 

Furono alleati dei Franchi merovingi, e poi, nel 788, vennero incorporati nell’Impero Carolingio da Carlo Magno, che costrinse il duca Tassilone III della dinastia degli Agilolfingi (tra l’altro parente di Carlo da parte di madre e marito della figlia dell’ultimo re dei Longobardi Desiderio) ad abdicare. Questo evento segnò l’inizio di un’espansione  franco-bavarese verso sud. Singolare la circostanza che qualche secolo dopo, nel 1027, anche i primi conti di Bolzano fossero di origine bavarese. 

Dalla metà del VI secolo, gruppi baiuvari cominciarono a migrare verso le Alpi e oltrepassarle. Le motivazioni principali furono, a parte il desiderio di nuove terre coltivabili e pascoli, il declino delle strutture tardo-romane e ostrogote e  la necessità dei Franchi di presidiare le vie di comunicazione strategiche, come il passo del Brennero, il Resia e il Monte Croce Comelico.

Nel Tirolo settentrionale, i Baiuvari si insediarono nella valle dell’Inn e nelle valli laterali. Nel Tirolo meridionale (oggi Alto Adige) e in Trentino, gli insediamenti furono inizialmente più frammentati, ma comunque significativi. I Baiuvari si stabilirono in zone montane e periferiche (ma anche a Bolzano), spesso integrandosi con i Longobardi, a loro volta “fusi” con l’antica popolazione romana. 

Tra le aree più importanti troviamo l’Oltradige e la Bassa Atesina, le valli di Non e di Sole, l’Alta Valsugana, le Giudicarie, l’Altopiano di Pinè (Miola, Faida, Montagna e Rizzolaga), il Fersental (Val dei Mocheni) con località come Persen, Palù (Palau), Vignola, Frassilongo (Florutz), Roveda (Gereut), gli Altipiani cimbri con Lavarone (Lafraun), Luserna, Folgaria (Filgreit), Vallarsa (Brandtal), Terragnolo (Latal), Val Ronchi (Rauttal) e Roncegno (Rundscheiner Berg) sopra Borgo. 

I migranti germanici in queste zone vennero spesso chiamati Teutonici o Teutisci (todeschi), nomi generici che solo dal basso medioevo si trasformarono in Cimbri (senza alcun legame diretto con gli antichi Cimbri storici). A lungo, corsi d’acqua come l’Avisio (Eveys) furono considerati confini naturali tra il mondo linguistico latino e quello germanico. 

Lo stesso vale per il Noce (Ulz), che segnava la linea di separazione politica e culturale tra la Contea del Tirolo e il Principato vescovile di Trento, quest’ultimo inserito nel Sacro Romano Impero di Nazione Tedesca dal 1027 al 1803.

I Baiuvari non si fermarono al Trentino. Giunsero, seppur in misura minore, anche nel Veneto alpino, soprattutto nel Bellunese, sugli altipiani vicentini e nelle montagne veronesi, dove la lingua tedesca si conservò fino al XV secolo e oltre.

I Baiuvari contribuirono in modo decisivo alla germanizzazione delle Alpi centro-orientali, lasciando una traccia linguistica, toponomastica e culturale che si riflette ancora oggi nella toponimia, nei dialetti e nella cultura alpina. La loro presenza fu fondamentale per la formazione dell’identità tirolese, che si consolidò solo nei secoli successivi, quando nel 1027 l’Imperatore Corrado II concesse in feudo al vescovo di Trento i territori montani, riconoscendo formalmente una realtà già esistente “de facto”.

Autore: Reinhard Christanell

Antonio Manfredi: poeta, pittore, critico d’arte e cinematografico

La presenza di Antonio Manfredi a Merano fu un prezioso apporto alla vita culturale in città. Con i suoi numerosi contatti riusciva a far giungere in questa contrada molto di quanto si andava producendo nei maggiori centri intellettuale italiani: idee, tendenze, libri, personaggi. È Mary de Rachewiltz a mettere a fuoco la sua figura e il suo spessore con la sapienza dell’intellettuale e l’affetto di chi ebbe modo di conoscerlo e frequentarlo: “Per quarant’anni non si è mai lasciato sfuggire un libro importante per l’Italia, con ciò, pur senza cattedra, a gente come noi sperduti nei remoti angoli della provincia, maestro e guida silenziosa”.  Poeta noto ed apprezzato a livello internazionale, le sue raccolte di poesie erano state pubblicate dalle case editrici più prestigiose.

Era nato a Viareggio il 10 agosto del 1912 da una famiglia che, proprietari di cave, avevano subito un tracollo finanziario di proporzioni importanti con la crisi del Ventinove. Nipote del noto scultore Emanuele Baratta, ne ereditò la creatività e il bisogno di bellezza. Ottenuta la laurea in legge, la necessità impellente di trovare un lavoro lo condusse a lasciare la propria città natale per trasferirsi a Merano, dove si impiegò in Comune in qualità di archivista. Trovò dimora presso Frau Pircher in via Zingerle, dove abitava anche Anton Frühauf, e vi restò sino al 1967 quando sposò Lidia Borin. 

Parallelamente allo studio, prima, e al lavoro, poi, aveva sempre coltivato le sue due più grandi passioni: la poesia e la pittura. Nel 1947 giunse il primo riconoscimento internazionale: vinse il Premio Internazionale di Poesia “Libera Stampa” di Lugano. Il premio gli permise di essere economicamente autonomo decidendo di lasciare l’impiego in comune. Per un certo periodo insegnò anche Italiano Seconda Lingua nelle scuole tedesche. Qualche tempo dopo gli proposero di lavorare alla COMIT a Milano. Gli anni milanesi non furono sempre facili giacché quel lavoro non era di suo gradimento, ma l’ambiente intellettuale effervescente gli offrì importanti sollecitazioni. Numerose furono le amicizie colte che lì poté stringere e che si mantennero vivide e profonde nel corso degli anni: da Sereni a Solmi, da Borlenghi a Erba, Morlotti, Scheiwiller, Fortini. Per non dimenticare la figura politicamente complessa e culturalmente poliedrica del banchiere mecenate Raffaele Mattioli. Presto giunse anche una nuova proposta di lavoro da parte della Radio Svizzera Italiana, un incarico come corrispondente letterario per il Nord-Est d’Italia, che egli accettò con entusiasmo. Si trattava, infatti, di inviare settimanalmente pezzi per la radio di Lugano: un lavoro che lo impegnò per più di un intenso trentennio. Era Eros Bellinelli la persona di riferimento col quale Manfredi si confrontava sui testi che inviava e che divenne poi un caro amico. Questo incarico conviveva con la sua quotidianità meranese e la arricchiva. Nel corso degli anni collaborò pure con numerose riviste letterarie fra le quali “Letteratura”, “Approdo Letterario”, “Il Mondo”, “La rassegna d’Italia”, “Letteratura moderna”, “La Chimera”, “Almanacco dello specchio”, “Paragone”. 

A Merano fu amico di Giuseppe Maviglia, Luigi Serravalli, Boris e Mary de Rachewiltz, Bruno Iori per citare solo alcuni fra gli intellettuali e i promotori culturali cittadini. Nell’amicizia, come ebbe a scrivere Mary de Rachewiltz, Manfredi era “l’amico che tutti sognano: discreto, gentile, costante e puntuale”. Partecipò attivamente alla vita culturale meranese collaborando all’organizzazione di mostre, scrivendone recensioni o veri e propri cataloghi, come fu per le personali di Marcucci, Morlotti, Birolli e Kuperion, pubblicati per i tipi di Scheiwiller “All’insegna del pesce d’oro”. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Il disegno nell’anima

Valentina Stecchi è una disegnatrice, nell’anima e nel corpo. È una persona entusiasta e molto curiosa. Non esce mai di casa senza il suo blocchetto da disegno e una matita.

La cosa che mi piace di me.

Ascoltare una bella storia.

Il mio principale difetto.

Se mi indigno o mi entusiasmo per qualcosa sono molto chiassosa.

Il mio momento più felice.

Quando riesco a far ridere qualcuno.

Non sopporto… 

L’indifferenza.

Per un giorno vorrei essere…

Di nuovo bambina: per fare un sacco di monellate.

Se fossi un animale sarei…

Una lepre.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…

Mi sono detta “basta, mollo il lavoro e faccio solo la mia vera professione: la disegnatrice”.

Dove mi vedo fra dieci anni.

In questo mondo e con qualche ruga di saggezza in più.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Ieri davanti al Tg… probabilmente accadrà anche oggi.

La prima cosa che faccio al mattino.

Stiracchiarmi.

Il superpotere che vorrei avere.

Una bacchetta magica, perché contiene un sacco di altri superpoteri.

Il mio sogno ricorrente.

Perdere il treno.

La disgrazia più grande.

Perdere il treno… no scherzo, perdere la speranza.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

Le persone a cui voglio bene.

Amo il mio lavoro perché…

È quello che sognavo.

L’errore che non rifarei.

Tutti gli errori sono occasioni.

L’ultima volta che ho pianto.

Ieri per un libro e oggi dal ridere.

Il mio motto.

“E dove hai fatto Natale fai Pasquetta!”

La massima stravaganza della mia vita.

Inventarmi parole e modi di dire, tipo “e dove hai fatto Natale fai Pasquetta!”

Il mio colore preferito…

Direi il rosso, ma non vorrei che gli altri colori si offendessero.

Autore: Marco Valente

Uno spettacolo “a tempo determinato”

Al Parco delle Semirurali, nel cuore del quartiere Don Bosco, la serata curata da Contro Tempo Teatro ha coinvolto e provocato il pubblico con ironia e riflessione. Diletta La Rosa e Flora Sarrubbo hanno guidato gli spettatori in un dialogo diretto e sorprendente sul tempo e le gabbie della vita quotidiana. Riviviamo la serata grazie alle foto di Niccolò Dametto.

Sotto le tende del Don Bosco

Il Campo Tenda del Centro Don Bosco di Laives, nato nel ‘50 dalla volontà di Don Luigi Simoni e Gino Coseri, spegne 75 candeline. Erano ben 52 i partecipanti al primo turno, che ha visto la vittoria dei Falchi, tra proposte laboratoriali, scenette teatrali, bivacchi, camminate e la buona cucina degli chef mensa scolastica comunale. Ecco alcune immagini del Campo.

“Il floorball mi ha fatto viaggiare, ma anche crescere e cantare l’inno”

Da Bolzano alla nazionale italiana, passando per la Svezia e l’Austria: a soli 24 anni, Vincent Manzardo è un esempio di passione, disciplina e internazionalità. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il suo percorso, tra studio e sport, e per scoprire da vicino il mondo ancora poco conosciuto del floorball.

Raccontaci in breve chi sei… quanti anni hai, dove sei cresciuto.

Sono nato il 17 marzo 2001 a Bolzano, dove sono cresciuto in una famiglia numerosa, con tre fratelli, e ho completato lì tutto il mio percorso scolastico. È una città che mi è piaciuta molto come luogo in cui crescere. A 19 anni mi sono trasferito in Svezia, a Malmö, dove ho giocato per il Malmö Floorball Club e ho iniziato gli studi in relazioni internazionali all’università.

Dove ti trovi adesso e cosa stai facendo?

Attualmente vivo a Vienna, dove gioco nel Wiener Floorball Verein e studio all’Accademia Diplomatica. Vienna è una città fantastica, e anche l’ambiente universitario è perfetto per me. La squadra in cui gioco è composta soprattutto da studenti austriaci, e sono stati tutti molto accoglienti, il che ha reso facile ambientarmi.

Quando ti sei avvicinato al floorball?

A 15 anni. Fino a quel momento praticavo ciclismo, ma durante la pausa invernale sentivo il bisogno di fare qualcosa di diverso per mantenermi in forma. Un amico mi ha invitato a provare un allenamento di floorball e… non sono più tornato indietro.

Chi ti ha portato a provarlo e cosa ti ha colpito?

È stato Alessandro Russo, difensore dell’SSV Bolzano/Bozen e ancora oggi un mio grande amico. Fin da subito ho percepito un bellissimo equilibrio tra serietà e divertimento: ogni allenamento era divertente. E poi era il mio primo sport di squadra: mi sono subito innamorato di tutto ciò che ruota intorno a una squadra – dalle trasferte alle cene insieme.

Cosa ti piace di più di questo sport?

La velocità del gioco e la fisicità. Con 15 giocatori disponibili, i cambi sono continui e il ritmo resta sempre altissimo per tutti i 60 minuti.

Con che squadra giocavi a Bolzano? Com’è la cultura del floorball qui?

A Bolzano ho giocato con l’SSV Diamante Bozano/Bozen, la squadra più titolata d’Italia. In generale, in Italia il floorball è ancora uno sport di nicchia, ma in Alto Adige è leggermente più conosciuto, anche grazie alla popolarità dell’hockey su ghiaccio. 

Quali sono le principali differenze tra il floorball e l’hockey su ghiaccio?

Nel floorball si gioca con una pallina in plastica forata, non con un disco. La stecca è più corta e leggera, e si gioca con scarpe da ginnastica. Il campo è più piccolo e, tranne il portiere, non ci sono protezioni. Le balaustre nel floorball sono più basse, quindi non ci sono cariche come nell’hockey, ma il contatto corpo a corpo c’è eccome.

Hai indossato la maglia della nazionale più volte: che emozioni si provano?

Emozioni fortissime, ogni volta. Fin da piccolo sognavo di cantare l’inno e rappresentare l’Italia. Il floorball mi ha dato questa opportunità. A febbraio scorso abbiamo sfiorato la qualificazione al mondiale per un solo gol nella differenza reti. Una delusione che però mi motiva ancora di più a riprovarci.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Dal punto di vista sportivo, riconfermare la vittoria del campionato austriaco con la mia squadra e continuare il percorso in nazionale. A livello personale, voglio godermi appieno l’ultimo anno da studente e poi entrare con entusiasmo nel mondo del lavoro.

Autore: Niccolò Dametto

Le lettere di Kafka, scritte a Maia Bassa

A 101 anni dalla morte di Franz Kafka, ripercorriamo la sua vita – non solo pubblica ma anche intima – attraverso le lettere che scrisse alla sua amata Milena tra il 1920 e il 1923, molte delle quali risalgono al periodo altoatesino dell’autore. Uscite per la prima volta in italiano nel 1988 a cura di Ferruccio Masini, l’edizione da cui partiamo è quella del 2021, pubblicata da Mondadori nella collana “Oscar moderni. Cult”.

Franz Kafka nacque nel 1883 a Praga, in Boemia, una regione storica della Repubblica Ceca all’epoca sotto il dominio asburgico, ed è stato uno degli autori in lingua tedesca più importanti del Novecento. Nel 1919 conobbe a Praga Milena Jesenská, giornalista scrittrice e traduttrice ceca. Tra i due nacque un grande amore, certamente complesso, difficile, a volte incomprensibile, a volte febbrile, ma sempre totalizzante. Franz aveva trovato in Milena “Un fuoco vivo come non ne ho mai visti prima”.

Con lei ebbe un intenso carteggio, testimone di questo amore, di cui purtroppo conserviamo solo le lettere che lui scrisse a lei, circa centotrenta dall’aprile del 1920 al dicembre del 1923 (Lettere a Milena, pubblicate in italiano per la prima volta nel 1988, a cura di Ferruccio Masini). Sei mesi dopo Kafka morì in un sanatorio per una malattia polmonare che da anni lo stava consumando. Lo scambio di lettere con il suo fuoco vivo è di fondamentale importanza non solo per ricostruire gli ultimi anni di vita di uno dei più importanti esponenti della letteratura europea del XX secolo, ma anche per percorrere i profondi e tormentati corridoi della sua anima, in quegli anni legata indissolubilmente a quella di Milena. Basti pensare che fu proprio a Milena che Franz, o Frank come lo chiamava lei con gli altri, affidò nel 1921 quindici grandi quaderni che formavano i suoi Diari. 

È interessante evidenziare che è proprio dall’Alto Adige, dalla pensione Ottoburg di Maia Bassa (Merano) che partì il più grande numero di lettere che Franz indirizzò a Milena. Durante la primavera del 1920 lo scrittore stava alloggiando lì per motivi di salute e scriveva a Milena praticamente tutti i giorni, spesso più volte al giorno. Milena era capace di calmare le angosce esistenziali che non lasciavano dormire Kafka, così vicino alla verità della vita da sentirsi lontano e incompreso nel mondo che abitava (“La cosa più importante è evidente: nella cerchia intorno a me è impossibile vivere umanamente”). Le lettere pacifiche di Milena lo rendevano felice e riuscivano a dare sollievo alle sue angosce e paure: “ai piedi di queste lettere potrei sedere, felice oltre misura, questa è pioggia sulla testa che arde”. 

Lo scambio epistolare fu ricchissimo, meno frequenti invece i difficili incontri tra i due amanti che all’epoca erano impegnati in altre relazioni amorose. Si trattava di incontri fugaci che seguivano a molte ore di treno, ma erano comunque abbastanza: “Be’, domenica saremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi”, così Kafka in una lettera a Milena.

Una raccolta di lettere fondamentale per ricostruire la vita di due figure importantissime del Novecento e della loro storia d’amore. Un invito a ricordare che l’amore è la via più immediata, anche quando tormentata, per scoprire il profondo di se stessi:

“Sembra un’idea bislacca, ma è così. […] amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”.

Autrice: Lidia Tecchiati

Lena Wild, la Svezia e l’intelligenza artificiale

Lena Wild è la giovane ricercatrice altoatesina che, in Svezia, si sta facendo strada in campo Stem. Sono l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni ad interessarla. Lena Wild non rinuncia neppure alla scrittura; ha infatti da poco pubblicato un libro. 

Lena Wild, che tipo di percorso universitario l’ha portata ad occuparsi di applicazioni di intelligenza artificiale?

Ho studiato filologia classica, filosofia e fisica tecnica a Vienna. Nell’ambito di un progetto, sono finita in un gruppo che lavorava sulla fisica delle particelle al Cern. Ho poi svolto la mia tesi di laurea magistrale in fisica nello stesso gruppo all’indirizzo, anche se mi sono occupato meno di fisica delle particelle e più di machine learning per la fisica delle particelle. Dopo il master, volevo rimanere in quest’area dell’intelligenza artificiale, ma volevo cambiare campo perché la fisica delle particelle di era un po’ troppo lontana dai problemi concreti per me. Per caso, ho ottenuto un posto di dottorato in Svezia, all’indirizzo, dove ora sto svolgendo ricerche sull’intelligenza artificiale nel traffico stradale e sulla guida autonoma.

Se capiamo bene, la sua ricerca riguarda l’ideazione di una intelligenza artificiale che possa guidare i mezzi pesanti?

Esattamente. Stiamo lavorando a sistemi di formazione che utilizzano l’intelligenza artificiale per “capire” la strada in modo che il veicolo possa guidare in sicurezza.

Può spiegarci in maniera semplice cosa produrrà la sua ricerca?

Nella nostra ricerca, addestriamo le reti neurali a comprendere la strada in modo indipendente dai dati dei sensori, come per esempio le telecamere senza alcuna assistenza umana. Si tratta di un aspetto importante per le auto a guida autonoma, che hanno bisogno di un’immagine estremamente accurata della strada per navigare in sicurezza. Forniamo alla nostra Intelligenza artificiale tutti i dati raccolti sulla strada negli ultimi e li facciamo controllare: cos’è ancora corretto? Cosa è cambiato? E migliora queste informazioni in modo comprensibile, passo dopo passo. È come un navigatore satellitare con un cervello: pensa da solo e impara costantemente.

Lei ha appena pubblicato un romanzo può spiegarne i contenuti?

Il protagonista del romanzo, un fisico delle particelle al Cern, vive un’esperienza chiave, che sconvolge la sua intera visione del mondo. È il preludio di una corsa sfrenata, nel corso della quale l’assurdità della vita gioca un ruolo centrale.

Cosa l’ha spinta ad occuparsi di una ricerca tanto complessa?

Sono più o meno scivolata in questo campo. Ora penso che sia stata una coincidenza fortunata, perché la ricerca sull’IA è più o meno nel selvaggio West in questo momento. 

Tutto è nuovo, tutto cambia rapidamente. Un lavoro pubblicato sei mesi fa è già obsoleto oggi, il che a volte è difficile, ma può essere molto interessante soprattutto per un giovane ricercatore, perché semplicemente non ci sono vecchi esperti di lunga data in molte aree.

A che punto stanno le sue ricerche?

Sono circa a metà del mio dottorato.

Lei vive in Svezia per ragioni di studio o private?

Qui vivo, studio e lavoro.

Conta di ritornare a vivere e lavorare in Alto Adige?

Non nel futuro a breve e medio termine, perché probabilmente lì non avrei le opportunità e le risorse di che potrei avere qui. A lungo termine, non so assolutamente nulla e non sto nemmeno pianificando nulla.

Come donna, addentrarsi in questo ambito scientifico le ha causato difficoltà o addirittura discriminazioni?

Naturalmente, come molti campi tecnici, la ricerca sull’Intelligenza artificiale è dominata dagli uomini. Questo non rende necessariamente le cose più facili. Tuttavia, non ho necessariamente scelta: se voglio lavorare in questo campo, e lo voglio, non posso lasciare che queste condizioni di quadro mi fermino. Per questo motivo mi ricordo spesso di un’affermazione che ho sentito una volta durante una conversazione: Una donna deve fare almeno il doppio per ottenere lo stesso lavoro di un uomo. Ma per fortuna non è troppo difficile.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La forza come fragilità, attraverso l’obiettivo di Stefania

Giulia Artemisia Buonerba intervista Stefania Accettulli, giovane regista di Bolzano.

Stefania ha i capelli corti e uno sguardo che osserva e ascolta come fa cinema: attento, diretto, mai distratto. Se le chiedi qual è il suo biscotto preferito, ti guarda in un modo che ti fa rivalutare tutta la tua infanzia. Regista emergente tra Roma e Bolzano, ha iniziato al liceo Pascoli partecipando al Festival Studentesco. Da lì non si è più fermata: laurea in Linguaggi Multimediali a Bologna, poi corti scritti e diretti a Roma, ora in giro per i festival.

L’ho intervistata con il mio solito tono da caffè e brioche, e lei ha risposto con la precisione di una regista in fase di montaggio. Abbiamo parlato di cinema, set, donne forti (ma fragili), intelligenza artificiale… e canzoni.

Da dove è cominciato tutto?

Al Festival Studentesco. Lì ho capito quanto mi piacesse raccontare per immagini. Da allora non ho più smesso.

Nei tuoi lavori scegli sempre la fiction. Perché non documentari?

Mi affascina creare ciò che non esiste. La fiction è come scrivere un mondo e poi entrarci dentro con la macchina da presa. Mi dà un senso di controllo: creativo, emotivo, narrativo.

Come nasce un film, dall’idea al prodotto finito?

Si parte da un’intuizione. Poi si scrive il soggetto, si sviluppa la sceneggiatura, si cercano produttore, budget, distribuzione. Se va bene, due anni. Ma spesso ne passano cinque. O più.

Il set è davvero stressante e iper-gerarchizzato?

Lo è ma non solo. è vero che si lavora anche 13 ore al giorno, ma è una macchina collettiva bellissima. Ognuno ha un ruolo essenziale. Anche chi porta il caffè può compromettere una scena. Funziona solo se tutti rispettano tutti.

Le protagoniste dei tuoi corti sono spesso donne in ambienti maschili. È un tema che senti tuo?

Mi interessa la fragilità da cui nasce la forza. Le mie protagoniste fanno judo o sono nell’esercito, ma il centro è la loro vulnerabilità. È da lì che parte tutto.

Guardando al futuro, cosa ti spaventa?

L’intelligenza artificiale. Oggi può generare spot interi con attori virtuali e movimenti di macchina credibili. Ho mostrato un video AI a delle persone: nessuno ha capito che non c’erano attori veri. È un rischio enorme per chi lavora nel cinema.

E nel presente? Il prossimo obiettivo?

Un lungometraggio. Finora ho lavorato solo su corti: l’ultimo si chiama Aura, è in giro per i festival di Cinema.

Continui a muoverti tra Roma e Bolzano. Cosa ti fa tornare?

L’aria. E lo spazio mentale. Roma è intensa, ma ti riempie troppo. A Bolzano trovo il vuoto necessario per respirare. E respirare è la base per creare.

Ultima domanda: se fossi una canzone, in questo momento, quale saresti?

Anchor, di Novo Amor.

Perché?

Mi ispira tenerezza, quella che trovi dove non te l’aspetti. E nostalgia per qualcosa che hai vissuto. Sono emozioni che cerco spesso. Anche nel quotidiano.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour