Ecco le opere dei ragazzi di Artivism

Giulia Buonerba intervista i giovani ragazzi e ragazze che hanno preso parte alla mostra Artivism, allestita presso Via Sassari 13 negli spazi culturali di COOLtour.

Appena entro nello spazio espositivo della mostra Artivism, la sensazione è quella di trovarsi dentro una dichiarazione. Non una semplice esposizione, ma un’affermazione: “Ehi, guarda qui. Ascolta. Resta.”

La mostra nasce all’interno del progetto “Il mondo è donna”, che organizza eventi e interventi artistici per sensibilizzare sui temi di parità di genere e diritti delle donne. Artivism è un grido condiviso, modulato da pennelli, grafica, collage e voci giovani che non hanno paura di dire cose scomode.

Il primo quadro mi inchioda. Letteralmente. Il volto di una donna bellissima emerge da uno sfondo monocolore. Due squarci profondi le attraversano il viso. L’autore è Alex, che mi accoglie con un’aria gentile da filosofo punk. Mi racconta che l’opera è ispirata a Lucio Fontana — sì, proprio quello degli squarci — ma con un’intenzione diversa:

“Ho pensato alla donna più bella che avessi mai visto. Volevo raffigurarla nel suo massimo splendore… e poi rovinarla. Ma non rovinarla davvero, capito? Volevo mostrare il dolore che provoca la bellezza, e quello che vive dentro la bellezza. Quelle lacrime che sgorgano dai solchi… sono squarci. E quegli squarci contengono l’incontenibile. Non solo delusioni d’amore, come vorrebbe chi tende a banalizzare il dolore delle donne. E poi guarda: lei è bellissima. La sofferenza non la sfigura, non la rovina. Questo è anche un modo per rispondere all’odioso ‘sorridi che sei più bella’.”

Il secondo artista con cui parlo si chiama Albert e ha 14 anni. Il suo lavoro lo ha presentato all’esame di terza media. Il quadro è pieno di rosso: dominante, acceso, irruente.

“È la rabbia,” mi dice. “Quando ho pensato a cosa rappresentare, mi è venuta in mente subito la storia di mia cugina, che, dove lavorava prima, veniva pagata molto meno dei colleghi maschi pur facendo lo stesso lavoro. Non è giusto, e non ha nessun senso.”

Lo dice con la naturalezza di chi non ha bisogno di spiegare l’ovvio. Forse perché lo è davvero.

L’ultima artista che incontro è Anita, graphic designer. Il suo lavoro è composto da tante piccole illustrazioni, tutte allineate, come tessere di un domino sociale.

“L’idea mi è venuta durante la presentazione del Gender Report a Bolzano,” mi racconta.

“Ho pensato che ogni disuguaglianza è una piccola crepa. Ma se le metti tutte insieme… diventa un crollo.”

La sua opera è delicata ma potente. Ogni disegno racconta qualcosa: disparità salariale, rappresentanza politica, aspettative sociali. L’effetto d’insieme è una dichiarazione chiara: le cose si possono cambiare, anche a partire da ciò che sembra minimo.

“Un’illustrazione da sola è poco,” dice. “Ma cento illustrazioni insieme… sono una rivoluzione.”

Esco dalla mostra con ancora negli occhi i rossi di Albert, gli squarci di Alex, le miniature parlanti di Anita. Artivism dimostra che la rabbia, il dolore, l’ingiustizia possono essere tradotti in immagini, condivisi, trasformati.

E che a volte basta davvero un’opera — una sola — per cambiare lo sguardo di chi guarda.

E cambiare lo sguardo significa cambiare la narrazione, spezzare un pregiudizio, aprire una possibilità.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba COOLtour

La strada dedicata a Giovanni Segantini

Tra le vie della circoscrizione Gries San Quirino dedicate a pittori, come Michael Pacher e Martin Knoller, vi è via Giovanni Segantini, sul quale diamo qualche notizia. Nato ad Arco (TN) il 15 gennaio 1858, trovò lavoro a Milano presso la bottega dell’artigiano decoratore Luigi Tettamanzi; dal 1873 lavorò come garzone in quella del fratellastro Napoleone; frequentò poi a Milano circa tre anni i corsi dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Iniziò a dipingere e già nel 1879, durante l’esposizione di Brera, ottenne i primi riconoscimenti. Con Luigia Bigatti, detta Bice, conosciuta nel 1880, si trasferì a Pusiano, in Brianza. Poté dedicarsi a soggetti riguardanti la vita agreste, il lavoro nei campi, il pascolo, la tosatura e la filatura. Pittore delle montagne, nei suoi quadri i soggetti protagonisti sono i paesaggi, i villaggi, le malghe, il bestiame ed i riti quotidiani delle genti di montagna. Non mancarono i riconoscimenti, come la medaglia d’oro per il dipinto “Ave Maria a trasbordo”, durante l’Esposizione Internazionale di Amsterdam. Nel 1886 con Bice e i quattro figli si trasferì a Savognino, nel Canton Ticino. Nel 1894 passò a Maloja, in Engadina, piccolo villaggio in cui visse sino alla morte, avvenuta il 28 settembre 1899. Fu intenso l’itinerario artistico di Segantini, nelle numerose opere, tra i 132 dipinti ad olio delle tappe di vita, Milano (1878-1881), Brianza (1881-1886), Savognino (1886-1894), Maloja (1894-1899), ma anche dei 110 disegni e pastelli, il tutto sapendo coniugare verismo, simbolismo e divisionismo. Convertito alla teoria scientifica della scomposizione dei colori, così Segantini definiva e giustificava la sua famosa “maniera”: “Più puri saranno i colori sulla tela, meglio condurremo il nostro dipinto verso la luce, l’aria e la verità”. Su vita e opere di Segantini è stato prodotto un film-documentario “Segantini-Ritorno alla Natura” di Francesco Fei (2016).

Autore: Leone Sticcotti

Che perduri la tranquillità

Coltiva la passione della fotografia da quando, quattordicenne, girava per la bella Firenze, dov’era ospite degli zii. Ama fotografare le cose che lo colpiscono e quindi dà spazio al paesaggio, alla natura, alla macro, alla foto d’azione ai concerti musicali. Lo fa dapprima col bianco/nero, e poi col colore, visto che la natura per fortuna ce li fa percepire. Ha avuto modo di conoscere molti musicisti e sportivi anche a livello internazionale, alcuni di loro diventati amici.

La cosa di me che mi piace di più.

La tenacia. 

Il mio principale difetto.

A volte divento caparbio. 

Il mio momento più felice.

Sono più di uno! La nascita delle mie tre figlie, del nipotino e l’attesa per l’arrivo di una nipotina.

Da bambino sognavo di diventare…

Astronauta. 

Il luogo dove vorrei vivere.

Sono già in un paradiso… 

Il mio piatto preferito.

Il pesce. 

Non sopporto…

La maleducazione. 

Per un giorno vorrei essere…

Un gabbiano, per vedere il mondo da un’altra prospettiva. 

Nel mio frigorifero non mancano mai….

Le olive. 

Sono stato orgoglioso di me stesso quella volta che…

Sbagliando mi sono poi rimesso in gioco ripartendo da zero. 

La prima cosa che faccio al mattino.

Mi pettino, anzi più che altro li cerco… 

Il superpotere che vorrei avere.

Calmare la cattiveria nel mondo, prima che degeneri. 

Il mio sogno ricorrente.

Che perduri la tranquillità. 

Il mio ultimo acquisto.

Un impianto stereo.

Cosa apprezzo di più nel luogo in cui vivo..

L’integrazione culturale.

Amo il mio lavoro perché…

Sono libero di organizzarmi e sono sempre a contatto con le persone. 

La persona che ammiro di più.

Quella che non ha i miei difetti. 

Il mio motto.

Guardare sempre il bicchiere mezzo pieno.

La massima stravaganza della mia vita.

Scendere dall’auto per fotografare un leone in primo piano.

La mia maggiore paura.

Il ripetersi delle cose fino alla monotonia.

Il mio colore preferito.

Il bianco.

Il mio primo ricordo.

In piedi tra le gambe del papà sulla Vespa.

Rotolo al papavero con panna ai mirtilli rossi

Ingredienti

Preparazione:
circa 35 minuti
Per 1 rotolo
(circa 12 fette)

Rotolo al papavero
3 tuorli
40 g miele
4 albumi
1 p. sale
20 g zucchero
70 g semi di papavero, macinati finemente
20 g farina
1 b. zucchero vanigliato
1 p.c. cannella

Ripieno
200 ml panna
2 C zucchero
150 g confettura di mirtilli
rossi
zucchero a velo

Preparazione

Per il rotolo al papavero sbattere i tuorli con il miele a bagnomaria, poi continuare a sbattere togliendo il recipiente dalla fonte di calore.
Sbattere leggermente gli albumi con il sale, aggiungere lo zucchero e montare a neve ferma.
Incorporare il composto di tuorli e miele agli albumi montati a neve.
Mescolare i semi di papavero, la farina, lo zucchero vanigliato e la cannella e incorporarli al composto.
Stendere l’impasto fino allo spessore di un dito su una teglia rivestita di carta da forno e cuocere nel forno preriscaldato a 180 gradi per circa 5 minuti.
Sformare su un panno da cucina cosparso di zucchero e rimuovere delicatamente la carta da forno.
Montare la panna e incorporarvi lo zucchero e la confettura di mirtilli rossi.
Infine spalmare la panna ai mirtilli rossi sul pan di Spagna al papavero e arrotolarlo ben stretto su sé stesso servendosi del panno da cucina.
Tagliare a fette il rotolo, cospargere di zucchero a velo e servire.

Variante

Rotolo di grano saraceno: sostituite i semi di papavero con della farina di grano saraceno a grana fina.

Vacanze…

Il mese di luglio, chissà perché, mi porta a pensare a tutti coloro che si mettono a disposizione degli altri per aiutarli in qualche modo o per prendersene cura. Lo feci già l’anno scorso, pensando al comparto sanitario che fa sempre più fatica a venire incontro alle esigenze dei pazienti. Ma anche ricordando i preti di quartiere di una volta, che erano un punto di riferimento anche solo per chiacchierare, come diceva anche Adriano Celentano nel suo “Ragazzo della via Gluck”.
In quest’estate torrida – in cui anche i rari fronti freddi valgono ormai solo come eccezione che conferma la regola – in realtà sono molte di più le categorie di persone che si prendono cura di qualcuno. Senz’altro me ne dimenticherò qualcuna. I nonni dei nipoti, i figli dei genitori, le badanti dei tantissimi nostri anziani sempre più anziani. Poi ci sono i tanti educatori e animatori, spesso adolescenti, che fanno giocare i bambini nelle tante iniziative estive che oggi sostituiscono i cortili di una volta. A prendersi cura degli altri sono anche tutti coloro che si relazionano con dei clienti e utenti, siano essi negozianti, artigiani che installano condizionatori e altro, forze dell’ordine, addetti ai servizi al pubblico nei più diversi modi.
Di questo mondo di persone che si mettono a disposizione degli altri fanno parte tutti coloro che organizzano iniziative di animazione per gli anziani ancora autosufficienti e che hanno bisogno di refrigerio e – sicuramente – anche di un po’ di compagnia. Ci sono poi i vigili del fuoco, che intervengono nelle più varie emergenze: incendi, incidenti stradali anche tragici, ma anche semplici disinfestazioni da nidi di vespe e altro. In montagna a vigilare c’è poi il soccorso alpino, sempre pronto ad intervenire.
Mi piace (ci piace?) però pensare anche che durante l’estate tutti noi siamo disposti a dare una mano, in caso di bisogno, a un vicino in difficoltà, a un bambino molto piccolo che momentaneamente non trova la mamma, o a un anziano disorientato alla fermata del bus. Spesso anche solo una telefonata o un messaggio sullo smartphone possono cambiare la giornata ad una persona in difficoltà o anche solo triste e sola.
Vacanza, forse, allora è anche fermarsi un attimo, smettere di correre per guardarci intorno e vedere se qualcuno ricerca un nostro gesto gentile, un sorriso. Scoprendo che non occorre andare chissà dove o fare chissà cosa per sentirci meglio perché abbiamo contribuito a far stare meglio qualcun’altro.
Buonismo? No, è umanità.
Teniamocela stretta.

Autore: Luca Sticcotti

“Elezioni comunali? Nel complesso pochi i cambiamenti”

A distanza di due mesi dalle elezioni di maggio, la quasi totalità delle amministrazioni comunali altoatesine si è rinnovata. Ci sono alcuni cambiamenti significativi che riguardano i centri principali e alcune linee di tendenza, che abbiamo pensato di analizzare con il politologo Günther Pallaver.

In maggio i cittadini elettori della provincia sono tornati alle urne per rinnovare sindaci, consigli comunali e giunte. Se n’è parlato molto a livello locale e anche i nostri giornali hanno accolto inserzioni elettorali da parte dei principali candidati. Ora che ogni Comune può contare su un nuovo governo, abbiamo pensato di proporre ai nostri lettori una sintesi di quanto è avvenuto, partendo dal primo dato saltato all’occhio, ovvero l’ulteriore crescita dell’astensionismo. Molta curiosità ha suscitato anche il grande cambiamento avvenuto a Bolzano con la vittoria del nuovo sindaco civico di centrodestra Corrarati, che governerà con l’SVP, e l’elezione a Merano della giovane esponente della Volkspartei Katharina Zeller. Ne abbiamo parlato con Günther Pallaver, nato e residente a Bronzolo, professore universitario emerito di scienze politiche all’Università di Innsbruck.

L’INTERVISTA

Il primo dato da commentare è l’afflusso alle urne. Com’è andata?

Sono stati molto meno a votare, soprattutto italiani. Le elezioni comunali di solito sono caratterizzate da tre elementi: fiducia, identità e soprattutto vicinanza. Ma alle comunali l’afflusso è stato più basso che alle provinciali. Siamo arrivati in media al 60% che diventa il 52% a Bolzano (e il 42% al ballottaggio). A partire dalle comunali dal 2015 abbiamo perso il 5% in ogni tornata elettorale. Si tratta di una grande erosione, che alla base ha sicuramente tutta una serie di macro motivi (individualismo, trasformazione della società, ecc.). 

Quali sono gli altri elementi salienti di questa tornata elettorale?

Abbiamo sempre meno competizione perché ci sono sempre meno attori politici che si mettono a disposizione. Nel 2015 abbiamo avuto 21 comuni con una lista sola, che sono diventati 28 nel 2020 e quindi 36 con un solo candidato sindaco nel 2025. Con un candidato unico e una lista unica non c’è una scelta e non si tratta quindi di una vera e propria elezione. Questo non può che penalizzare la partecipazione al voto. Dobbiamo anche dire che c’è stato un cambiamento anche per quanto riguarda le liste civiche, che sono diminuite. Si tratta di un problema non solo altoatesino, ma europeo: la gente si mette a disposizione sempre meno e lo vediamo anche dal fatto che le liste sono sempre più corte. Sono due cose collegate: se non vai a votare è ovvio che non ti metti nemmeno a disposizione. 

Gli “italiani” come sono andati?

Per quanto riguarda il gruppo linguistico italiano possiamo dire che per motivi demografici è sempre meno presente nelle valli. Il resto lo fa la frammentazione: la sinistra italiana non si mette insieme con la destra italiana e quindi non si riesce a raggiungere il quorum per eleggere rappresentanti nei consiglio comunali. Potrebbe cambiare qualcosa con la recente riforma dell’autonomia, che prevede il diritto di voto non dopo 4 anni di residenza ma dopo 2. 

Occorrerebbe vedere quanti sono stati quelli che non hanno potuto, rispetto a quelli che non hanno voluto votare.  

In ogni caso notiamo che a livello comunale la impermeabilità elettorale è minore rispetto al livello provinciale. Impermeabilità è la tendenza di un gruppo linguistico a votare esclusivamente partiti che lo rappresentano. Ebbene: a livello provinciale c’è circa un 2% di elettori di lingua tedesca che votano partiti di lingua italiana. Questa percentuale sale al 10% per quanto riguarda gli elettori di lingua italiana che votano partiti di lingua tedesca. A livello comunale, come detto, questa tendenza è meno significativa. Poi: alle provinciali nelle liste dei partiti italiani si trovano sempre candidati di lingua tedesca, mentre questo non avviene con la SVP perché il loro statuto non lo prevede. Questo è vero a livello provinciale ma meno vero a livello locale, dove nelle liste della SVP infatti si trovano sempre più spesso candidati italiani. Nel momento in cui si perde consenso, si cercano candidati che consentano di invertire la tendenza. Si tratta di meccanismi irreversibili: una volta che incominci poi non riesci più a tornare indietro. In ogni caso notiamo che la logica etnica a livello comunale è molto diminuita. Lo abbiamo visto a Dobbiaco con Bocher, votato ed eletto per anni perché bravo. Ma è successo anche a Vadena, Salorno e adesso Laives. L’appartenenza etnica non è più un problema insormontabile. 

Com’è andata con la presenza politica femminile nei comuni?

Possiamo dire che c’è stato un piccolo miglioramento, anche se non rivoluzionario. Nel ‘95 avevamo 2 donne sindache e ora ne abbiamo 16. Nei consigli comunali nel 2020 la percentuale femminile era circa del 40%, oggi siamo arrivati al 43/44%. Un dato di fatto è che nei voti di preferenza non succede che le donne votino automaticamente le donne. 

La SVP come sta?

Rimane il partito dei comuni. Su 116 comuni solo 12 non sono della Volkspartei. E non è solo l’attrazione emanata dal partito a fare la differenza, ma anche una questione strutturale. è l’unico partito che ha appunto una struttura in ogni paese. Altrimenti anche a livello locale la SVP deve registrare una erosione, ma grazie anche al fatto che a livello locale gli altri partiti  sono meno presenti, alla fine la Volkspartei vince. 

Ecco. Che fine hanno fatto liste civiche, Freiheitlichen e Südtiroler Freiheit?

Le liste civiche sono diminuite, i Freiheitlichen quasi spariti, gli unici ad aumentare sono stati gli esponenti di Südtiroler Freiheit.  

Stiamo parlando però solo di una presenza, nessuno dei loro candidati sindaci ha potuto pensare di impensierire i candidati della SVP?

Proprio così. L’unica eccezione è stato Villandro dove il candidato, consigliere provinciale, è arrivato al 44%. 

La SVP poi è riuscita a riconquistare Merano e a conquistare Laives, dicevamo…

Sì, è un grande risultato. Ma la SVP non si capisce più bene dove va. A Bolzano sono blockfrei, ma poi governano con la destra anche se la maggioranza del loro elettorato aveva votato per il candidato del centrosinistra Andriollo. A Merano invece il PD è andato con la Zeller, mentre appunto la Zeller faceva propaganda per Andriollo su Bolzano. Anche il segretario del partito Steger ha confermato che nel partito esiste un problema con i valori e senza quelli la gente non sa più come orientarsi. 

Forse è il risultato di una politica fatta con continui e alternati colpi al cerchio e alla botte, mentre poi in definitiva a prevalere sono le questioni economiche. 

Sì, e si tratta di un problema che rischia di crescere in futuro. 

A Bolzano poi c’è il cambiamento epocale, con la destra al governo.

Sì. è epocale appunto perché il centrodestra governa per la prima volta. Ma se andiamo a vedere i numeri in sostanza il centrodestra è tornato sui livelli di consenso che aveva già raggiunto a suo tempo con il sindaco Benussi, che però non riuscì a fare la giunta e si dimise.  

Fratelli d’Italia è davvero erede del MSI di una volta? Sembra un partito molto più moderato…

Guardando i programmi elettorali di Fratelli d’Italia vediamo che si tratta di un partito completamente diverso. Non si trova più nulla di antiautonomistico e nessuna riga sulla scuola bilingue che una volta invece era un cavallo di battaglia. Ci sono ancora dei momenti identitari, con Galateo che sfila con Casapound, ma si tratta solo di messaggi lanciati a una parte dell’elettorato. 

L’elettorato di centro a Bolzano dov’è andato?

Probabilmente con la civica di Gennaccaro, ma in parte probabilmente proprio con Fratelli d’Italia. A livello provinciale l’elettorato italiano vota meno di quello tedesco per una percentuale del 20%  e questo si vede anche a Bolzano. Ma ora il fatto che la destra governi a Bolzano potrebbe dare una spinta anche a quei loro elettori che finora sono stati delusi dalla condanna all’opposizione. Vedremo… La SVP ha ottenuto tutto quello che voleva e personalmente sono convinto che il centrodestra a Bolzano riuscirà a governare per questi cinque anni. Lavoreranno senz’altro su alcune iniziative simboliche, ma i simboli non bastano. Se gli autobus non funzionano fai ben poco con i simboli. 

Come vede il sindaco Corrarati?

Lui è un centrista. E il fatto che abbia convinto Salvadori a lasciare dopo lo scivolone social su Goebbels è un buon segno. 

Interessante è la presenza in giunta di un nuovo cittadino “storico” con Tritan Myftiu, di origine albanese. 

Sì, per Bolzano si tratta del il primo assessore con background migratorio. Senz’altro lui non potrà battere il ferro dell’italianità, essendo albanese. La sua presenza in giunta è un passo in avanti non solo per il suo partito, ma per tutta la comunità.

Per il prossimo futuro cosa ci possiamo aspettare?

Secondo me la Volskpartei potrebbe assestarsi sul 30%, rimanendo comunque di gran lunga il partito più votato. Basta guardare la provincia: con il 35% dei consensi sono riusciti comunque a fare una giunta in cui hanno quasi l’80% degli assessori, come quando avevano la maggioranza assoluta. è comunque indubbia un’erosione dell’elettorato tedesco e sappiamo che Kompatscher se ne andrà alla fine di questa legislatura. Vedremo chi arriverà. A me preoccupa l’avanzamento della destra di lingua tedesca (Südtiroler Freiheit), perché potrebbe riaccendere i conflitti etnici. Penso inoltre che Fratelli d’Italia manterrà questo livello di consenso. Nei prossimi anni quindi non vedo in arrivo grandi cambiamenti. Centrale sarà come sempre la Volkspartei che però, come detto, è disorientata. Non si sa in quale direzione si muova. E in un sistema politico in cui questo partito è così importante, davvero è essenziale capire dove va e se è capace di mantenere la sua coesione. Kompatscher cerca di uscire dalla sua esperienza politica con la riforma dell’autonomia. Ma di questa riforma, sventolata come una grande riforma, in realtà rimane poco. è tanto fumo e poco arrosto. Qualche mese fa abbiamo avuto un meeting con insigni giuristi costituzionali e loro hanno detto la stessa cosa. 

Autore: Luca Sticcotti

Da settant’anni col cappello alpino

Era il 1955, quando un gruppo di reduci di guerra di Laghetti decise di riunirsi nel preciso intento di convincere Antonio Piffer a fondare la sezione alpini del paese. Da allora sono trascorsi settant’anni, ma lo spirito di solidarietà, servizio e fratellanza che animava quel gruppo è rimasto lo stesso.

Nella lunga storia degli Alpini di Laghetti, è doveroso ricordare i momenti di profondo impegno, come l’aiuto prestato durante il terremoto del Friuli, o la costruzione del monumento ai caduti; ma anche quell’occhio particolare nei confronti di chi, in paese, si trova in difficoltà. 

Così, per celebrare l’importante traguardo dei settant’anni, nei giorni scorsi è andata in scena una grande festa in località Pinara, alla quale ha partecipato un’ampia rappresentanza dei gruppi Ana altoatesini e del vicino Trentino. 

Tra gli ospiti d’onore, le penne nere di Collalbrigo a rappresentare la sezione di Conegliano (Treviso).

“Con loro abbiamo un legame sincero e profondo – racconta Claudio Toniatti, capogruppo a Laghetti da vent’anni -. Ci siamo conosciuti all’adunata di Bolzano del 2012 e ci siamo ritrovati a Trento. Solo una settimana fa eravamo loro ospiti per il centenario.”

Durante la festa in paese, un momento speciale è arrivato dal premio a sorpresa conferito a Johannes Bortolotti, comandante della compagnia degli Schützen di Laghetti, con i quali gli Alpini hanno instaurato un rapporto di collaborazione ormai consolidato. “Sia Johannes che io ricopriamo lo stesso ruolo da vent’anni – racconta Toniatti – e ogni anno ci aiutiamo reciprocamente nelle rispettive feste sociali. È nata una bellissima sinergia che ci impegniamo a portare avanti anche nel futuro”.

Non poteva mancare un tributo a chi, da decenni, è parte integrante della vita del gruppo: e dunque il direttivo ha voluto consegnare un attestato di riconoscimento ai soci Floriano Pellegrin, Claudio Defrancesco e Bruno Cristofori (detto Gigelo), consiglieri da oltre 40 anni nel sodalizio. 

Dunque la solidarietà, così come l’amicizia e la tradizione, sono i valori che, ieri come oggi, guidano gli Alpini di Laghetti. Sono meno le forze rispetto al passato, ma la determinazione è la stessa di sempre nell’essere una presenza attiva, discreta e preziosa per il prossimo.

L’INTERVISTA

Capogruppo Claudio Toniatti, secondo lei lo spirito alpino dei nostri giorni è cambiato tanto rispetto a quello di un tempo? 

Non penso sia cambiato, se mai sono cambiati altri fatti: i gruppi sono sempre più vecchi da quando la naja è stata abolita, quindi nuove leve non ce ne sono più. Chi ha fatto il servizio militare negli alpini e poi si è iscritto alle nostre associazioni va avanti con la mentalità che ci distingue. 

Qual è lo stato attuale del vostro gruppo parlando di soci e di simpatizzanti? 

Come gruppo Laghetti, ultimamente, siamo una trentina di soci e un paio di amici degli alpini.

Quali sono le attività che proponete, o all’interno delle quali collaborate, per supportare la vostra comunità? 

Nell’iniziativa “Paese Pulito” promossa dal Comune di Egna ci occupiamo di preparare il pranzo ai volontari. In questi ultimi anni sono sempre un’ottantina che partecipano al pulire vie, strade, argini. Noi, appunto, prepariamo il pranzo. Da un paio d’anni organizziamo poi una piccola festa in piazza Dürer, proponendo il piatto tipico Erengrestel.

L’anno scorso abbiamo anche partecipato al sabato in piazza, evento che viene proposto ogni anno e parte del ricavato va in beneficenza. 

Il 6 gennaio organizziamo poi la festa della Befana. Una volta si faceva in canonica, adesso i bambini in paese sono pochi e in questi ultimi anni l’abbiamo accorpata al nostro pranzo sociale.

Per un compleanno così, solitamente, si augurano altrettanti anni di vita, quindi cosa vi augurate per il futuro? 

Sperando che i soci attuali stiano sempre in salute, quindi fin che possiamo andare avanti… andiamo avanti! Poi, chi lo sa… staremo a vedere, magari arriveremo al punto che dovremmo fondare un gruppo più grande.

Autore: Daniele Bebber

L’isola che non c’è ma che potrebbe esserci (almeno un po’)

Nel 1525 – proprio 500 anni fa – il Tirolo fu sede di una rivolta contadina scoppiata sull’onda di quanto stava accadendo in altre parti d’Europa. Nel mirino anche fatti più contingenti, come lo stile di governo del vescovo di allora, ritenuto arbitrario, e le disuguaglianze di una società ancora divisa in caste.

Riuniti a Merano nel mese di giugno 1525, sotto la guida di Michael Gaismair, i contadini rivoltosi stesero una lista di 64 articoli – scritti in tedesco e in italiano – che chiedevano tra l’altro l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e la stesura per questo di un codice di norme, come è normale in uno stato di diritto. Poi l’eliminazione dei privilegi della nobiltà. L’elezione dei giudici e la loro indipendenza, da garantire attraverso uno stipendio e non con le entrate legate alla gestione dei processi. Sull’onda della Riforma protestate si chiedeva l’abolizione del potere temporale della chiesa e l’elezione dei pastori da parte delle comunità. Infine, le decime, raccolte in chiesa, si sarebbero dovute destinare a interventi caritativi e di carattere sociale.

Fatte le dovute contestualizzazioni storiche, si può capire che queste richieste furono respinte definitivamente non appena le circostanze lo permisero e anche Michael Gaismair fu presto dimenticato – o fatto dimenticare – anche perché nel suo programma non stavano Gott, Kaiser und Vaterland (Dio, imperatore e patria) a differenza di altri personaggi assurti invece a eroi, presunti combattenti per la libertà. Naturalmente quando fu il tempo sia Michael che Andreas furono tirati per la giacchetta da questo o da quel movimento politico come si fa in questi casi.

A Gaismair e ad altri protagonisti delle Guerre dei contadini si associa spesso la parola “utopia”, nome assegnato da Tommaso Moro, proprio in quegli anni, all’isola che non c’è. Le società ideali, infatti, non esistono se non nei trattati dei filosofi e negli statuti dei rivoluzionari. Però esistono le società reali. Quanto esse si possano avvicinare a un ideale di giustizia e pace, quanto esse siano rispettose dei più deboli, eque nella distribuzione delle risorse, attente a valorizzare i talenti di tutti i loro cittadini, dipende in gran parte proprio dalle cittadine e dai cittadini stessi e dal loro grado di consapevolezza e di partecipazione. Sapendo che – come sembra insegnare il destino di un Gaismair o di un Moro – ci sono sempre dei rischi da correre.

È più comodo convincersi che l’isola della pace e della giustizia non c’è e non ci potrà mai essere.

Autore: Paolo Bill Valente

Mirko Giocondo alla guida dell’ultima corsa per Chinatown

È un musicista eclettico e prolifico Mirko Giocondo, uno a cui piace percorrere vari sentieri: che si tratti della musica contagiosa e scanzonata della Homeless Band, del rock d’autore dei Ferbegy?, delle canzoni di una band gloriosa e rodata come la Spritzband di Andrea Maffei o di quelle essenziali di Ariel Trettel. E qualunque musica suoni, Mirko lo fa con lo stesso entusiasmo e trasporto, mettendoci l’anima.

“In tutte le band in cui suono – ci spiega – non mi interessa essere un singolo, io mi metto a disposizione, e questo probabilmente è il motivo per cui poi quando indosso i panni del compositore faccio cose molto differenti e le faccio da solo, perché quello che voglio esprimere sono le mie idee. Farei fatica a scrivere a quattro mani, mi metto volentieri al servizio della musica altrui, ma lo faccio in quanto me stesso. Con la mia musica invece scrivo, scrivo, metto giù spartiti che magari in quel momento mi sembrano funzionare e poi il giorno dopo non mi paiono più così riusciti. Credo che per essere compositore sia necessario non divenire vittime dell’ispirazione, quanto piuttosto essere una specie di artigiano della composizione, e come un artigiano fare qualcosa ogni giorno, qualcosa che funzioni”.

Ad appena un anno dal suo lavoro precedente, una sorta di sinfonia concept d’ispirazione science fiction, Mirko Giocondo ha messo in rete, tramite le consuete piattaforme, un nuovo lavoro il cui titolo, Last Race For Chinatown, trae origine dalla passione dell’autore per il Tao, di cui è studioso al punto di collezionarne diverse edizioni e traduzioni. Si tratta di una sorta di suite in dodici movimenti, ciascuno col suo titolo in cui, con certosino lavoro di ricerca per quanto riguarda gli strumenti da usare, Giocondo veste di Cina una musica distante da quel mondo, una musica legata anche alla sua passione per le roboanti colonne sonore di Hans Zimmer.

“Non so se ci sono riuscito – ci confida –, ma ho cercato di spaccare un confine in quello che è l’abito della musica cinese, usando strumenti tradizionali, talvolta molto antichi, come l’erhu, e mettendoli però fuori dal contesto della musica cinese abbinandoli ad un’orchestra. Ho diviso la torta in tre parti: quella con gli strumenti della tradizione, un’altra con l’orchestra usata in maniera ancor più epica, spogliata di qualche elemento, ma ingrandita sul fronte archi/ottoni, e un’ultima con un largo uso di sintetizzatori”. 

L’erhu, uno strumento cordofono tipo violoncello che si suona però strofinando l’archetto verso l’esterno, spingendo le corde verso il vuoto, il cordofono a percussione yangqin, il similare gudzeng che si suona però con le dita, flauti che rispondono ai nomi di bawu e koudi, sono i protagonisti della nuova fatica del musicista bolzanino. Mescolando il tutto all’approccio futuristico dei synth, si crea l’idea della Chinatown del titolo, che come l’autore stesso ci tiene a precisare, non è Cina, ma è una comunità cinese all’interno di una metropoli occidentale.

“La musica cinese – prosegue Giocondo – è molto ferma, non ha alcun tipo di grande costruzione armonica, è tutta concentrata sulla timbrica, quasi sempre costruita su una scala pentatonica, il suo pregio sta tutto nel fascino che può esercitare sull’ascoltatore. Il mio esperimento consiste nel dire: sì siamo qui con la testa ma spacchiamone le regole, via quel vestito. E ci sono voluti dieci mesi per arrivare alla conclusione da quando ho cominciato a lavorare al progetto. Volevo tirare in ballo la grandezza dell’antica Cina, volevo metterci i miei studi sul Tao, che cerca di non dare didascalie ma di fornire metafore per arrivare alla conoscenza. Proprio come la musica, secondo me, che riesce ad esprimere cose che la parola non riesce a comunicare. Il tutto utilizzando l’epicità di una grande orchestra, il fascino degli strumenti tradizionali, e condurre l’ascoltatore a fare un viaggio. La mia musica non usa la forma canzone e non è neppure concepita come commento sonoro a delle immagini, quanto piuttosto ad un viaggio, a delle storie che si dipanano nella mia mente”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale