“Interessiamoci anche ai mondi digitali dei nostri figli”

Uso scorretto dei social media e disturbi del comportamento alimentare in età adolescenziale. Un connubio sempre più evidente per chi – come Raffaela Vanzetta, pedagogista e psicoterapeuta, coordinatrice di Infes, il Centro per i Disturbi del Comportamento Alimentare del Forum Prevenzione – da molti anni è attivo nella riabilitazione e prevenzione di patologie come l’anoressia o la bulimia. Il libro “Social Fame”, curato assieme a Laura della Ragione, ha l’intento di fare luce su un fenomeno preoccupante e che, troppo spesso, coglie impreparate le famiglie.

// Di Nilo Ruggeri

Partiamo dal titolo. A cosa si riferisce “Social Fame”? 

È un gioco di parole che ci sembrava racchiudesse l’essenza del nostro lavoro di ricerca su un fenomeno che è estremamente attuale, ovvero dei disturbi alimentari che sono alimentati e, a volte, incoraggiati da messaggi distorti che viaggiano sui canali dei social media. “Fame”, oltre al significato italiano, in inglese significa fama, notorietà, cui tendono, consapevolmente o meno, gli adolescenti che cadono vittime di una ricerca di affermazione di sé legata al loro corpo e a quello che mangiano o non mangiano per avvicinarsi ai modelli – o influencers – con cui vengono a contatto nelle loro relazioni virtuali. 

Come è nato il libro e per chi è pensato? 

È un’opera collettiva di persone che, a vario titolo, si occupano di adolescenti, mezzi di comunicazione e disturbi alimentari e che è nata riflettendo insieme a Laura Della Ragione – una luminare nel campo della cura dei disturbi dell’alimentazione – sullo sviluppo recente dei disturbi di questo genere. In particolare, abbiamo tentato di sistematizzare gli interventi di tanti colleghi con cui sono in contatto nel resto d’Italia che, ai convegni, segnalano come la rete in cui i ragazzi e le ragazze vivono e si incontrano sia diventata una piattaforma per la diffusione di modelli nocivi del rapporto col proprio corpo e con il cibo. Il libro non è solo per specialisti ma, al contrario, punta a portare a conoscenza di famiglie, insegnanti, educatori il rischio che molti adolescenti stanno correndo. 

I social vanno evitati? Sembra difficile poter proibire quello che per molti giovani è uno spazio di intimità e socialità irrinunciabile… 

No, sia chiaro che i social non vanno demonizzati. Non sono negativi di per sé se, ad esempio, se qualcuno posta una fotografia di un piatto o un alimento. Quello che è importante è insegnare ai ragazzi e alle ragazze a farsi delle domande sia rispetto al proprio comportamento che rispetto a quello degli influencer che seguono. Perché si pubblica una foto? Qual è il messaggio che ci manda? L’immagine del cibo e del corpo che viene trasmessa è vera e reale oppure è artificiale e costruita per venderci qualcosa? Dobbiamo incominciare, come genitori, ad interessarci di più a chi i nostri giovani frequentano online, allo stesso modo in cui il genitore responsabile vuole sapere con chi esce e chi incontra il figlio o la figlia nella vita reale. Teniamo presente che la media di ore trascorse in rete da un adolescente ogni giorno è di cinque o sei.  

Cosa manca per contenere questo fenomeno? 

Certamente avvertiamo la necessità di un intervento regolativo, normativo, a livello europeo, direi. Le piattaforme social sono enormi aziende con grandi interessi economici e gli stessi influencer sono mossi dall’obiettivo di monetizzare i loro contenuti. Come si sono regolamentate sostanze come il tabacco, il gioco d’azzardo o l’alcol, lo stesso si può fare con l’uso di internet e dei social, per spingere verso un uso consapevole della rete. 

Come Infes, quali sono le attività che proponete? 

I miei colleghi ed io lavoriamo proponendo attività di sensibilizzazione nelle scuole. Stiamo lavorando anche all’idea di una sorta di “patentino” per l’uso di internet che consista in una formazione all’uso consapevole. Il coinvolgimento sia della scuola che delle famiglie è fondamentale.  

Se un genitore sospetta che il figlio o la figlia abbia problemi alimentari, cosa deve fare?  

Può rivolgersi a noi per una consulenza gratuita. Se nota una perdita o un aumento di peso consistente, un’attenzione esagerata alle forme del corpo e all’alimentazione, prendiamo appuntamento e analizziamo insieme la situazione.  

Il Covid ha aggravato questi fenomeni? 

Sì, si calcola che i disturbi alimentari siano aumentati del 30% nell’epoca della pandemia. Adesso i numeri si stanno normalizzando ma quello che osserviamo è un’età più giovane di chi si rivolge ai servizi. Ci sono bambine di 11 o 12 anni che arrivano a perdere anche 10 chili nel giro di poco tempo. Si tratta di una grande sfida per chi si occupa di adolescenti e bisogna attrezzarsi. Speriamo di dare un contributo concreto anche con questo volume.

Il libro “Social Fame. Adolescenza, social media e disturbi alimentari” verrà presentato a Bolzano il giorno 2 maggio nella floricoltura Schullian di via Merano a Bolzano. Maggiori informazioni su www.infes.it oppure 0471 970039. 

Badanti per la politica

Nei giorni scorsi i responsabili dell’Associazione Alzheimer Alto Adige hanno lanciato un grido d’allarme, portando allo scoperto un problema che meriterebbe senz’altro una maggiore attenzione da parte dell’opinione pubblica. In sintesi: le famiglie altoatesine che hanno nel proprio nucleo un malato di demenza – più di 13mila – sono oggi in grande difficoltà. Il motivo? In realtà sono tanti. In primo luogo c’è l’erogazione dell’assegno di cura che negli ultimi anni spesso non è stato sufficiente a coprire le spese o è arrivato in ritardo a causa di carenze di personale per effettuare gli accertamenti preliminari. Mentre quest’ultimo problema recentemente è stato parzialmente risolto, permane per le famiglie il problema del reperimento delle badanti. Come sappiamo molte di loro sono ucraine e – durante la pandemia e poi il successivo scoppio della guerra – l’apporto di molte di queste signore è venuto a mancare, con una sostituzione solo parziale da parte di altre signore moldave, rumene, e provenienti da altri paesi del mondo.
L’associazione Alzheimer Alto Adige dunque è tornata, con grande forza, a richiedere la formazione di un registro provinciale, un albo a cui fare riferimento per il reperimento di questa forza lavoro e, anche, per ufficializzare una volta per tutte il ruolo sociale di queste figure professionali, cruciali nell’Alto Adige del terzo millennio, sempre più caratterizzato da un’età media elevata della popolazione.
A proposito delle badanti in quanto lavoratrici – e anche per tutelare le numerose donne che oggi lasciano il lavoro per restare a casa ad occuparsi dei “loro” anziani, con il rischio di finire successivamente in povertà una volta divenute anziane anche loro – sono intervenuti anche i sindacati. Fornendo altre cifre che indicano come priorità assoluta un piano per riorganizzare i servizi e i sostegni per gli anziani che, in provincia di Bolzano, sono ora 100mila e che nel prossimo 2030 saranno 140mila, su una popolazione di mezzo milione di abitanti.
Urge anche una responsabilizzazione nei confronti delle badanti che, si apprende, oggi in provincia di Bolzano sono completamente “in regola” solo nel 50% dei casi, sulle ben 11mila (undicimila!) attive, con un “nero” che riguarda quasi 3mila di loro, secondo le stime.
Le elezioni provinciali sono alle porte e ci aspettiamo che i candidati mettano questi temi ai primi posti nei loro programmi. E’ chiedere troppo?

Autore: Luca Sticcotti

Delia, una vita per il Brasile

Delia Boninsegna – nata a Merano ma ormai da 52 anni in Brasile – si racconta: la sua passione per la scuola dell’infanzia, la scelta radicale di cambiare vita, la missione in Brasile e l’associazione Paolo Tonucci, oggi conosciuta come Apito.

// Di Chiara Caobelli

Oggi Delia ha 77 anni ed è molto attiva nella comunità della città di Camaçari, nello Stato della Bahia. In Brasile non è solo presidente di associazione, ma svolge varie attività, come corsi di macramé e di lingua italiana, organizzando e partecipando ad eventi culturali e sociali, battendosi ogni giorno per cercare di superare le molte ingiustizie di cui il popolo brasiliano è vittima.

Delia, tua hai una grande passione per la scuola dell’infanzia: come è iniziato tutto?

Sin da piccola il mio sogno era quello di diventare una maestra d’asilo, così dopo un anno di corso a Trento ho conseguito il diploma in puericultura. Successivamente ho avuto l’opportunità di trasferirmi in Svizzera, nella periferia di Berna, per lavorare in un asilo dedicato ai figli degli immigrati italiani che lavoravano durante il giorno. Dopo alcuni anni sono tornata in Italia e mi sono diplomata a Verona diventando maestra d’asilo. È iniziata così la mia avventura, dando il via a una serie di tirocini in varie scuole dell’infanzia di Merano e Gargazzone.

Come mai il Brasile?

In quegli anni frequentavo gruppi di giovani e durante un campo estivo a Spello ho conosciuto un sacerdote di Firenze che si stava preparando per andare in Brasile per una missione. Mi ha invitato a seguirlo e io senza dubitare ho deciso di frequentare un corso preparatorio di tre mesi e in seguito sono partita.

Salvador, la capitale dello stato di Bahia, è stata la tua meta: quando e come è iniziata questa avventura?

Nel gennaio del 1971 sono partita: un viaggio in nave fino a Rio De Janeiro e poi 28 ore di autobus fino a Salvador, nel nord-est del paese. Avevo poche informazioni, non sapevo a cosa sarei andata incontro e soprattutto non avrei mai pensato di rimanerci per sempre. Ho iniziato così a lavorare nella parrocchia della comunità tenendo corsi di alfabetizzazione, occupandomi della catechesi e prestando servizio sociale. Intanto gli anni passavano e diventava per me sempre più difficile tornare in Italia: la mia vita ormai era lì.

Poi è arrivato il tuo incontro con don Paolo Tonucci…

Sì, nentre ero a Salvador ho incontrato questo  prete diocesano di Fano, venuto in missione in Brasile convinto di dedicarsi agli ultimi, mettendosi a disposizione per cercare di risolvere le esigenze del popolo. Realizzò una scuola professionale per operai, la scuola Primo Maggio, sede non solo della formazione di molti bambini e ragazzi, ma anche centro di incontri e di dibattiti politici, luogo di solidarietà e resistenza. Condividevo molto le idee e i valori di Paolo: avevamo la stessa missione, quella di lavorare affinché la gente locale prendesse coscienza, conquistandosi autonomia, libertà e i diritti fondamentali che ogni essere umano dovrebbe aver garantiti. Ricordo che il Brasile in quegli anni era sotto una forte dittatura, il popolo era oppresso e c’erano grandi disuguaglianze sociali.

Perché da Salvador a Camaçari?

Nel 1981 volevamo cambiare e così abbiamo deciso di spostarci nella città di Camaçari, a 40 km dalla capitale dello stato di Bahia. Si tratta di una città sorta negli anni Settanta in funzione della costruzione del polo petrolchimico. Considerata una città dormitorio, è stata costruita dai lavoratori che prestavano servizio nella realizzazione del polo. Una volta terminata la costruzione del polo, le uniche professionali ad essere richieste erano quelle relative a persone altamente specializzate, e quindi tutti coloro che avevano lasciato le loro terre per cercare fortuna in città, si trovarono senza lavoro e a vivere in condizioni pietose. Da qui l’inizio di una grande crisi, fame e povertà.
Il nostro lavoro dunque era quello di cercare di aiutare le famiglie in difficoltà. Avevamo istituito un gruppo di donne all’interno della comunità che si impegnavano a visitare le famiglie e a indicarci quelle più bisognose, le quali ricevevano beni di prima necessità, ma soprattutto un’educazione alla vita. Ci impegnavamo ad insegnare l’importanza dell’igiene, di una sana alimentazione, del valore della scuola e della formazione: il tutto con l’obiettivo di formare cittadini brasiliani più consapevoli, responsabili e autonomi in un futuro prossimo.

Nel 1994 scompare Paolo Tonucci. Negli anni seguenti però nasce la scuola dell’infanzia Apito dedicata proprio a lui.

Grazie al suo operato Paolo era conosciuto in tutto il Brasile e in gran parte dell’America Latina, e proprio per tener vivo il suo animo abbiamo voluto realizzare un qualcosa in suo nome. A quel tempo davamo assistenza a più di 400 famiglie e l’aiuto era principalmente rivolto alle donne, le quali non solo si occupavano dei figli, ma al tempo stesso lavoravano. Il problema maggiore dunque, era dove lasciare i bambini durante il giorno. Gli asili pubblici erano rari ed erano più che altro dei depositi di bambini e non delle scuole. Abbiamo realizzato così nel centro di Camaçari la scuola dell’infanzia Apito, grazie al contributo della Provincia Autonoma di Bolzano, del Comune di Merano, della parrocchia di Santa Maria Assunta e tutti gli amici di Paolo di Fano. Si tratta di una scuola gratuita, su misura di bambino, sicura, bella, e che non solo garantisce un’educazione di qualità, ma anche una sana alimentazione e una buona formazione alle famiglie dei bambini. Un grande successo di cui andiamo molto fieri e di cui il prossimo anno festeggeremo i 25 anni.

Dopo la scuola è nata l’Associazione Paolo Tonucci, oggi conosciuta come Apito. Cosa significa “apito” in portoghese?

Apito vuol dire fischietto, un oggetto simbolico che vuole richiamare l’attenzione sui problemi che il Brasile sta affrontando. Vuole dunque farsi sentire e urlare al mondo che oggi questo paese si trova in grande difficoltà. Più della metà della popolazione non ha garantiti i tre pasti al giorno e più di 33 milioni di persone ne possono consumare solamente uno. La violenza è ai massimi livelli, il traffico di droga regna, la miseria è alle stelle e il tutto in un clima di paura e incertezza. I giovani, ormai senza sogni, vivono la giornata senza sapere cosa succederà domani, senza avere il diritto di pensare a prospettive per il futuro, umiliati e abbandonati dalle istituzioni. Pregiudizi, razzismo e violenza sulle donne e sulle persone di colore sono all’ordine del giorno. Come può un paese vivere così?

Qual è la missione di Apito oggi?

Garantire i diritti umani incoraggiando la collettività attraverso l’educazione e la cultura, mirando sempre a far prevalere la giustizia. Per fare ciò la scuola dell’infanzia non è sufficiente, perché una volta terminati i tre anni, ci siamo resi conto che i bambini escono dalla scuola e le prospettive di vita offerte dalla realtà sono tutt’altro che buone. Abbiamo organizzato così attività extra curricolari, come ad esempio attività sportive, corsi di lingua, di robotica, di percussioni, nei quali non vengono solo insegnate varie discipline, ma soprattutto vengono coltivati i valori del rispetto, della libertà, della giustizia, offrendo luoghi protetti, sicuri, in cui crescere per diventare cittadini di domani migliori. Il nostro obiettivo non è quello di mantenere il Brasile un paese che chiede l’elemosina; noi vogliamo che sia un paese formato, capace, autonomo per potersi riscattare e creare un futuro migliore.

Dov’è Apito in Italia?

La sede dell’associazione Paolo Tonucci è a Merano, ma ha una filiale anche nella città di Fano, nelle Marche. Quando torno a Merano il mio collegamento principale è la comunità del Cenacolo. A Fano l’associazione opera con diversi progetti sul territorio, lavorando con i migranti, i poveri, con la clownterapia negli ospedali e con la scuola dell’infanzia Collodi di Fano. L’associazione permette di sostenere gran parte dei progetti e la scuola dell’infanzia qui in Brasile e nonostante gli alti e i bassi avuti negli anni, siamo molto orgogliosi di quello che siamo diventati. Una delle nostre pecche però, è che negli anni l’associazione non si è rinnovata molto e quello che ci manca sono le cosiddette “nuove leve”: giovani volenterosi, determinati e formati che credono nei nostri valori e che ci aiutino a portare avanti la nostra missione.

Quale messaggio ti senti di lanciare ai tuoi amici meranesi?

Vorrei far loro una domanda: avete mai conosciuto dei ricchi felici? Beh, io no, ma in 52 anni qui in Brasile ho conosciuto centinaia e centinaia di poveri felici. Vorrei farvi riflettere che oggi viviamo in un mondo sempre più connesso e non solo grazie alle nuove tecnologie, ma anche tra di noi come esseri umani: le sorti di uno dipendono dalle coscienze di tutti. Con questo voglio dire che ognuno di noi può fare la differenza per rispettare meglio il nostro pianeta, per superare le disuguaglianze, per far sentire la propria voce di fronte alle ingiustizie senza nascondersi dietro allo scudo dell’indifferenza. Dobbiamo apprezzare quello che abbiamo rendendoci conto di quanto siamo fortunati, ma se non proviamo tutti insieme a cambiare la coscienza a livello mondiale, prima o poi tutti andremo a fondo.

Autrice: Chiara Caobelli

I meleti ghiacciati

Un’ampia saccatura nord-atlantica, seguita da aria fredda, ha apportato precipitazioni abbondanti su tutto il Nord, tornato quasi subito, però, ostaggio delle correnti settentrionali; quest’impulso, infatti, è scivolato velocemente verso le regioni meridionali innescando, nel bacino del Mediterraneo, forte maltempo con episodi grandinigeni e nevosi a media-bassa quota. In molte zone l’agricoltura è stata danneggiata ed i rincari di frutta e verdura non tarderanno a farsi sentire. Una settimana prima invece, precisamente il 5 e 6 aprile, una gelata aveva fatto scattare l’allarme antibrina nelle campagne dell’Italia settentrionale fino alla Toscana. Mentre per i vigneti si utilizzano sarmenti accatastati, secchi colmi di cera, candele a vento (fino a 300 per ha), fiaccole e (accessoriamente) reti antigrandine, per gli alberi da frutta lo strumento più efficace è l’irrigazione antibrina; il principio fisico è quello che si basa sulla proprietà dell’acqua di liberare, passando dallo stato liquido allo stato solido, una certa quantità di calore che viene rilasciata nell’ambiente (pari a 80cal/g, ciò significa che per fondere un 1g di ghiaccio bisogna fornirgli 80 calorie). È infatti soprattutto la trasformazione dell’acqua in ghiaccio che libera energia sotto forma di “calore latente di solidificazione” ed impedisce alla temperatura di scendere ulteriormente o eccessivamente. Così, quando l’acqua solidifica in ghiaccio, il calore latente diviene sensibile e la temperatura dell’aria ne beneficia aumentando. Questo è il motivo principale dell’irrigazione antibrina, che in questo processo dovrà mantenersi continua; il beneficio secondario è che all’interno dell’involucro di ghiaccio che si forma, la temperatura tende a rimanere intorno agli 0°C, insomma una specie di piccola guaina protettiva, ma il procedimento di gran lunga più importante e decisivo è il primo. Ringrazio il Prof. Pierluigi Randi, Meteorologo e Presidente AMPRO per la spiegazione. Volevo però aprire una riflessione. Durante la gelata – in cui in Alto Adige lo stato di siccità era già stato acclarato con la chiusura dei cannoni sparaneve – quanta acqua è stata utilizzata per evitare di perdere parte del raccolto di mele nelle due giornate? I benefici del riciclo dell’acqua alle falde, con un deficit idrico annuo di 300-400mm a seconda delle zone, è stato minimo se non inesistente e gli erogatori, lungo i 32 km di ferrovia tra Bolzano e Merano, non erano uniformemente tarati e tutti funzionanti all’unisono; per esempio i microsprinkler erogano massimo 40litri/h e funzionano a pressione minima di 1,6 bar. Quelli attualmente in uso sono all’avanguardia? E quanto consumano, considerando tutta la superficie della Provincia?

Autore: Donatello Vallotta

Clown per amore

La passione per il “naso rosso” ce l’ha da sempre, ma a un certo punto della sua vita ha capito che fare il clown non gli bastava più. Così Francesco Pizzino, bolzanino con radici siracusane, è entrato a far parte dell’associazione “Sos smile” di Laives: un sodalizio di clown terapeuti che porta sorrisi nelle case di riposo.

Il nome del gruppo parla chiaro: “Sos Smile”, quasi uno slogan per questo gruppo di volontari che entra di peso nelle vite di chi ha bisogno di un sorriso e lo travolge con l’allegria e la gioia di vivere. “E oggi più che mai sono in tanti ad averne bisogno”, confida Francesco Pizzino, nome d’arte Clown Chicco, membro del direttivo, e una delle tante anime dell’associazione laivesotta. Francesco durante la settimana è un padre di famiglia che lavora come impiegato, ma il sabato si “trasforma” in Chicco, un clown che cerca di donare il suo magico “chicco di sorriso”, un piccolo seme che farà nascere nel cuore di chi lo ricevere l’albero della felicità.

Francesco Pizzino, come è nata la sua passione per la clowneria? 

Credo affondi le sue radici nella mia prima infanzia; poi da adulto ho fatto parte di un’associazione che mi permetteva di fare il clown. Solo che a un certo punto non mi bastava più, avevo bisogno di qualcos’altro, e non sapevo bene cosa. Poi – era il 2019 – ho letto su Facebook l’annuncio che “Sos Smile” di Laives  organizzava un corso di clownterapia. È stata la mia famiglia ad iscrivermi, come regalo a sorpresa per il mio compleanno, e da lì ho iniziato questo nuovo cammino che mi ha appassionato così tanto che oggi faccio anche parte del direttivo. 

In quanti volontari siete? Di che cosa vi occupate? 

In novembre abbiamo organizzato un nuovo corso e adesso siamo in quindici: un ottimo risultato.  “Sos Smile” è un’associazione di volontariato con una missione unica: portare gioia. Siamo volontari, uomini e donne, che mettono a disposizione il loro tempo prestando servizio presso strutture pubbliche e private nel territorio provinciale indossando un naso rosso, un camice colorato e scegliendo un nome d’arte che ci rappresenta. Operiamo principalmente nelle case di riposo di Bolzano, Laives e Ora, e di solito entriamo in scena il sabato pomeriggio: cerchiamo di donare un momento di svago ai tanti ospiti anziani. 

Devono essere momenti piuttosto  intensi…

Lo sono, sono molto emozionanti, soprattutto quando scorgiamo un certo bagliore negli occhi degli ospiti più anziani, quelli quasi non reagiscono ad alcuno stimolo. È questo che ci dà la forza di andare avanti, perché le difficoltà sono tante, non sempre si riesce a far combaciare la propria vita privata con l’attività di volontariato.

Di che cosa si occupa il clown Chicco nella vita reale?

Nella vita reale sono un impiegato tecnico, gestisco un centro assistenza per un’azienda e cerco di portare anche nella mia vita privata quell’ottimismo che mi porta a guardare il bicchiere sempre mezzo pieno. Sono sposato e padre di famiglia.

A proposito: cosa dicono sua moglie e i suoi figli di questa sua passione e del suo impegno?

Chiaramente mi appoggiano: è stato grazie a loro se sono entrato a far parte del sodalizio. Mia figlia di 15 anni, inoltre, si sta appassionando a questo mondo: scatta le foto per noi e crea dei video, ci segue in casa di riposo e durante gli allenamenti.

Gli allenamenti?

Già, le nostre uscite non sono mai improvvisate, c’è dietro tanto studio: prima di ogni attività ci incontriamo per gli allenamenti, facciamo degli esercizi di comunicazione, ma anche anche fisici, per riscaldarce mente e corpo, aggregare il gruppo e stare bene insieme. Dobbiamo creare quel filo trasparente che ci lega e diventare un tutt’uno con gli altri fratelli clown. 

Quali sono i vostri prossimi progetti?

Oltre ad occuparci delle case di riposo stiamo portando avanti un progetto  contro il bullismo: poco tempo fa abbiamo preso parte ad un evento di sensibilizzazione organizzato da Unicef e Polizia di Stato per i ragazzi delle scuole; abbiamo proposto uno spettacolo mimato per spiegare cos’è il bullismo e come può colpire le persone che ne sono vittime. 
È andata bene, tanto che ci hanno chiesto di presentarlo anche nelle scuole. 
Ci resta un sogno: poter svolgere servizio in ospedale; la strada è in salita, ma ce la faremo.

Autore: Luca Masiello

Piccoli cambiamenti? No, occorre ripensare il sistema

Si celebra sabato 22 aprile la 53a Giornata mondiale della Terra, importante manifestazione per la salvaguardia del pianeta, proposta la prima volta nel 1970 negli Stati Uniti e fatta propria dall’ONU nel 2009 con una risoluzione dell’Assemblea generale. È organizzata dal movimento ambientalista “Earth Day Network”.

La “vita sulla terra” è il titolo dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile numero 15 dell’Agenda 2030: “Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre, gestire sostenibilmente le foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del terreno, fermare la perdita di diversità biologica”.

Un tempo sarebbe stato sufficiente un approccio conservativo: non inquiniamo di più, limitiamo i consumi, comportiamoci meglio e così via. Oggi ci si rende conto (con grave ritardo) che non basta frenare, bisogna invertire la rotta. È necessario cambiare sul serio. La Terra non va solamente tutelata, essa va guarita. È malata, in certi casi in modo grave.

Una forte richiesta di cambiamento è emersa dal recente incontro organizzato dall’ASviS (l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile) e dal Club di Roma. Sandrine Dixson-Declève, copresidente del Club di Roma, ha chiarito bene i termini della questione. “Sappiamo che la riduzione delle emissioni attraverso un efficientamento graduale dei sistemi di produzione e consumo non sarà sufficiente per affrontare la crisi climatica che è già in atto e rischia di andare fuori controllo. Piccoli cambiamenti all’interno dell’attuale sistema economico non risolveranno la crisi delle risorse, della biodiversità e non affronteranno le ingiustizie tra i Paesi e all’interno dei Paesi”. Quindi: “Dobbiamo ripensare completamente il sistema attuale e crearne uno adatto alle sfide e alle opportunità del ventunesimo secolo. Al centro di questa trasformazione c’è la necessità di ridefinire le relazioni tra Europa e quei Paesi che storicamente hanno fornito le risorse che alimentano i nostri stili di vita, attualmente non sostenibili. Transizione energetica e Green deal europeo vogliono dire molto più che sostituire i combustibili fossili con le energie rinnovabili: sono opportunità concrete per porre fine a un sistema che premia sproporzionatamente i ricchi a spese dei più poveri”.

Autore: Paolo Bill Valente

La Via dedicata alla partigiana Laura Conti

Tra via Castelfirmiano e via Camponuovo c’è via Laura Conti, via in mezzo al verde di prati e campi, colore giusto per una paladina della natura e dell’ambiente. Nata a Udine il 31 marzo 1921, dopo l’infanzia a Trieste passò a Verona e infine a Milano, dove si iscrisse a Medicina; la lettura della biografia di Marie Curie le aveva fatto nascere la passione per la scienza. Entrata nel gennaio 1944 nella Resistenza, fu incaricata di fare attività di proselitismo tra i militari. Arrestata il 4 luglio 1944, dal carcere milanese di San Vittore fu trasferita al campo di transito di Bolzano, assegnata al Blocco F, numero di  matricola 3786. Non rimase inoperosa; in collegamento con la Resistenza esterna, fu attiva in quella interna. Liberata il 30 aprile 1945. laureatasi in Medicina, alla professione di medico affiancò l’attività politica e l’impegno culturale. Nel 1951 passò dal PSI al PCI; dal 1960 al 1970 fu consigliera provinciale, dal 1970 al 1980 consigliera regionale; tra il 1987 e il 1992 alla Camera dei Deputati. Circa l’impegno culturale, sono diversi gli ambiti in cui Laura Conti diede il meglio di sé, come la Casa della Cultura di Milano, l’Associazione “Gramsci”, la Lega per l’ambiente, la “Medicina democratica” (Centro di controinformazione sulla salute e sulla nocività in fabbrica). Fu intensa anche l’attività di divulgatrice scientifica, con numerosi libri e articoli, per far riflettere sulla “sostenibilità” ambientale  e sociale delle scelte industriali, economiche e politiche. Considerata la madre dell’ecologismo italiano, anche nel lavoro politico richiedeva l’analisi dei problemi ambientali, la valutazione della documentazione disponibile e il coinvolgimento della popolazione. Fu così che si regolò anche nel 1976, durante l’emergenza nube tossica a Seveso. Dal 1985 ebbe problemi di salute, ma continuò a diffondere la consapevolezza dei problemi ambientali. Le condizioni di salute peggiorarono alla  fine del 1992, ma continuò nel suo lavoro; morì improvvisamente, mentre progettava un nuovo libro, il 25 maggio 1993.

Autore: Leone Sticcotti

Andrea Brillo: la passione di un collezionista dylaniato

Lo scorso 29 marzo, il bolzanino Andrea Brillo ha dato alle stampe un prezioso volume in lingua inglese da lui stesso compilato, risultato di una certosina ricerca relativa alle registrazioni effettuate da Dylan nel suo eremo di Woodstock nel 1967, registrazioni note come Basement Tapes (i nastri della cantina) che costituirono nel 1969 l’ossatura del primo disco illegale della storia del rock, intestato appunto a Dylan.

L’universo che si muove attorno al mondo musicale non comprende solo i musicisti: certo loro sono un po’ il sole della situazione, ma attorno a loro girano altre persone, moltissime: dai fonici di palco, ai tecnici di studio, ai cronisti delle loro gesta, ai fotografi che li ritraggono, ai designer che creano le copertine dei dischi. Non ultimi i collezionisti.

Il bolzanino Andrea Brillo ha cominciato a collezionare Bob Dylan una cinquantina di anni fa più o meno con l’uscita del disco intitolato Planet Waves, rimanendo folgorato irreversibilmente un anno dopo dall’epocale Blood On The Tracks. Da allora ha cominciato a collezionare i dischi del musicista americano andando in cerca non solo di edizioni differenti del medesimo vinile ma dando la caccia anche a tutta quella serie di dischi per così dire clandestini come il whisky che durante il proibizionismo veniva distillato al chiar di luna per essere venduto sottobanco.

E sottobanco venivano venduti anche i dischi in questione, con copertine artigianali ma dal fascino quasi pari a quello del contenuto dei solchi di quei vinili.

Lo scorso 29 marzo, Andrea Brillo ha dato alle stampe un prezioso volume in lingua inglese da lui stesso compilato, risultato di una certosina ricerca relativa alle registrazioni effettuate da Dylan nel suo eremo di Woodstock nel 1967, registrazioni note come Basement Tapes (i nastri della cantina) che costituirono nel 1969 l’ossatura del primo disco illegale della storia del rock, intestato appunto a Dylan.

“Sono quasi cinquant’anni che colleziono Bob Dylan – ci racconta l’autore – e in particolare negli ultimi anni mi sono concentrato sul riascolto delle canzoni che fanno parte di questo monumentale corpus musicale risalente al ritiro di Dylan dalle scene all’indomani dell’incidente motociclistico dell’agosto 1966 in cui qualcuno lo aveva addirittura dato per morto. Si tratta di un mondo affascinante in cui non è né semplice né automatico districarsi. Nel mercato discografico clandestino sono circolati almeno una trentina di bootleg in vinile, ristampati in modo altrettanto illegale, magari anche con lievi cambi di scaletta. Solo l’ascolto attento, l’identificazione di rumori di sottofondo, di brevi interludi parlati più che differenze nell’esecuzione, mi hanno consentito di stabilire di che versione dei brani si trattasse”.

La luce che si accende negli occhi di Andrea Brillo mentre parla del suo lavoro non dev’essere differente da quella che risplendeva negli occhi di Heinrich Schliemann quando scavava in Asia minore in cerca delle rovine di Troia. Lo spirito del collezionista di vinile, nello specifico di un collezionista come Brillo (tout court possessore di una delle più complete raccolte di materiale dal vivo di Dylan e di vinili clandestini dello stesso) non è dissimile dalla passione dell’archeologo.

Oltre a raccogliere i dischi in questione, spesso differenti solo per via di un codice inciso quasi primitivamente laddove finiscono i solchi del vinile, o per via di una minuscola iscrizione o di un timbro sul cartoncino dell’anonimo packaging, il collezionista bolzanino ha raccolto anche tutto quanto gli è stato possibile trovare a livello di letteratura sulla materia. Oltre ai due fondamentali libri dedicati da Greil Marcus e Sid Griffin all’analisi delle liriche spesso non semplici di queste canzoni, c’è anche una lunga serie di articoli apparsi sui giornali e nel web dal 1968 ai giorni nostri.

“Sono particolarmente soddisfatto del lavoro – conclude Brillo – e soprattutto sono orgoglioso dell’introduzione che mi ha scritto Alessandro Carrara, docente all’università di Houston e traduttore in italiano dell’opera omnia di Bob Dylan. Quando mi è stato suggerito di mandargli la mia ricerca non speravo davvero che mi avrebbe scritto un’introduzione così bella!”

Il volume di Andrea Brillo, ampiamente illustrato con riproduzioni a colori delle molteplici versioni dei dischi, delle copertine e delle etichette, è intitolato, Basement Tales (Bob Dylan – The Basement Tapes On Disc 1968-2014) ed è disponibile su tutte le librerie online, da Feltrinelli a Mondadori, fino al classico Amazon. L’autore è contattabile via email all’indirizzo portarossa57@gmail.com

Autore: Paolo Crazy Carnevale