Da sempre quando si avvicinano le festività di fine anno il mio pensiero va all’origine etimologica della parola auguri. Nell’antica Roma e fra gli Etruschi esisteva un tipo di sacerdote il cui compito era interpretare la volontà degli dèi dal volo degli uccelli. E proprio questi erano gli àuguri.
Leggere il volo degli uccelli… si tratta di un’immagine davvero piena di poesia.
E oggi, quando da millenni ormai nessuno più contempla il volo degli uccelli per trarne auspici, l’augurio rimane comunque un desiderio, una buona speranza che si esprime in occasioni speciali. Quasi come se già si conoscesse il volere delle divinità, corrispondente a ciò che si augura.
Il mio pensiero torna però lì: osservare il volo degli uccelli non ci farebbe male anche oggi. Ci servirebbe per liberare la mente da stress, ansie e – magari – pensieri negativi. Si tratterebbe di una sorta di meditazione che – facendoci volgere lo sguardo verso l’alto – potrebbe aiutarci a dimenticare, per qualche secondo, le miserie del nostro… “basso”.
In ogni caso fa impressione pensare che qui, proprio dove siamo adesso, persone come noi ma con credenze diverse ci abbiano lasciato in eredità idee e modi di dire così duraturi.
Questa cosa ci fa percepire – nell’augurare buon anno, o buon Natale – una radice profondissima. Facendoci rendere conto che le nostre parole non sono che l’antica sedimentazione di altre parole pronunciate da chi, tanti anni fa, condivideva la nostra stessa terra e… il nostro stesso cielo.
A ciò va aggiunto che l’etimologia della parola auguri nella nostra provincia si può inoltre combinare con quella dell’analogo verbo in lingua tedesca. Nello specifico “wünschen” sposta l’attenzione sul desiderio che ci anima quando facciamo gli auguri, compiendo una vera e propria “scelta” di fondo, legata – mi dicono – ad un termine Proto-IndoEuropeo che significa anche amare.
Il cerchio si chiude, insomma.
Buone feste!
Mese: Dicembre 2021
Quando si prescrive un credito?
La regola generale è che la prescrizione ordinaria di un credito è di 10 anni. Questo significa che trascorso tale periodo, nell’inerzia del creditore, il diritto di credito si prescrive, ossia “scade”. Tuttavia, esistono delle eccezioni.
Ad esempio, i crediti derivanti per il risarcimento di un danno, per canoni di locazione, per spese condominiali, per indennità conseguenti alla cessazione di rapporti di lavoro si prescrivono in 5 anni; quelli relativi ai compensi dei professionisti in 3 anni; quelli relativi al pagamento di bollette (luce e gas) in 2 anni; quelli relativi a rette scolastiche o premi assicurativi per polizze RC furto e incendio in 1 anno; quelli derivanti da attività che si occupano di offrire vitto e alloggio ai propri clienti come pensioni, hotel, b&b in 6 mesi.
Il tempo necessario alla prescrizione si calcola dal giorno in cui il credito è diventato esigibile (cioè dal giorno in cui poteva essere richiesto al debitore, ad es. allo scadere del termine previsto in fattura).
Il termine di prescrizione può però essere interrotto: il creditore deve trasmettere al debitore una intimazione di pagamento prima della scadenza. Per intimazione si intende qualsiasi atto a cui la legge riconduce la volontà del creditore di esercitare il proprio diritto di credito. In questi casi la prescrizione viene interrotta e la decorrenza viene azzerata: inizia, cioè, a decorrere un nuovo periodo prescrizionale.
Attenzione: non bastano semplici solleciti telefonici, ma occorre una vera e propria messa in mora (sollecito), ad esempio trasmessa tramite raccomanda A/R o PEC.
Oltre a questa ipotesi, la prescrizione è interrotta da ogni azione giudiziaria per il recupero del credito (atto di citazione, ricorso per decreto ingiuntivo) oppure quando il debitore abbia dichiarato espressamente di riconoscere il proprio debito.
Autore: Massimo Mira
Aprire la porta per accogliere
Da tempo, a causa della pandemia, sentiamo parlare di “chiusure” e non possiamo far finta che questo non abbia influenzato anche il nostro atteggiamento: siamo diventati più diffidenti verso l'”altro”. Eppure esistono ancora storie di chi, proprio in questi mesi, ha deciso invece di aprire le porte ed accogliere. Una di queste è quella di Edith Pramstrahler di Egna, che da ottobre scorso ospita Notis, un giovane ragazzo greco. Ci siamo fatti raccontare da lei la sua esperienza.
Da quasi due anni parole come “chiusura, stop, controlli” ci accompagnano quotidianamente. Parole a cui corrispondono situazioni e atteggiamenti che ci hanno condizionato, e ancora ci condizionano, nella vita sociale. Il nostro sguardo su l'”altro”è inevitabilmente cambiato e, soprattutto verso le persone che non conosciamo, sentiamo una istintiva diffidenza. In questo contesto, è più facile chiudere le porte che aprirle, anche se alla lunga questa forse non è la cosa più utile per noi. Stupisce quindi sentire la storia di chi, proprio in questi mesi, le porte ha deciso di aprirle. E non solo quelle materiali della propria casa, ma anche quelle più interiori.
La signora Edith Pramstrahler di Egna ha accolto infatti, dallo scorso ottobre, Notis, un ragazzo diciassettenne proveniente dalla Grecia, da Patrasso. Abbiamo chiesto alla signora di raccontarci la sua storia, e cosa l’ha spinta a fare un passo tanto generoso. “La mia amica Simonetta Albertini di Intercultura cercava una sistemazione per un ragazzo greco per qualche mese e io mi sono offerta spontaneamente, per darle una mano. Ma soprattutto mi piaceva l’idea di offrire a uno studente con genitori non benestanti la possibilità di fare un’esperienza all’estero e imparare un’altra lingua” ci ha detto la Edith Pramstrahler che, lo ricordiamo, offre l’ospitalità a titolo di volontariato.
Con commozione, ma anche coraggio, ci racconta della perdita improvvisa dell’amato compagno Fabrizio, nel marzo scorso.
In questo senso, il fatto che il ragazzo da ospitare fosse greco è stata una specie di segnale per Edith. “Ho sempre amato la Grecia, da quando ho vent’anni. Una passione che ho condiviso con Fabrizio: siamo stati praticamente ogni anno in Grecia. E conosco bene la mentalità greca: la calma e la lentezza, e l’amore per i bambini, che sono molto coccolati, se non viziati. Ma ugualmente, non potevo immaginare ciò a cui sarei andata incontro”.
Come è stato il primo impatto?
Sono andata a prendere Notis all’aeroporto di Verona e abbiamo subito fatto un giro ad Affi, volevo che si scegliesse una T-Shirt come pensiero di benvenuto in Italia. La prima sfida è stata la lingua: parliamo in inglese e non è sempre facile. Per me è un’occasione per migliorarlo, per Notis è una possibilità per imparare l’italiano.
E l’arrivo a Egna?
Ho una casa ampia, quindi ognuno ha i suoi spazi di autonomia. Ma le questioni all’inizio erano altre.

Tipo?
Gli spostamenti. Io abito a Villa, una frazione di Egna e i primi tempi non è stato facile raccapezzarsi con gli orari degli autobus per la stazione. Notis va a scuola a Bolzano, frequenta la quarta del liceo classico Carducci e ogni giorno lo andavo a prendere al ritorno da scuola. Un giorno ha insistito per tornare a piedi e si è perso, con il buio e la pioggia… un momento di crisi, ma per fortuna tutto si è risolto. Certo inizialmente i meccanismi della convivenza quotidiana vanno oliati e il passaggio da Patrasso alla Bassa e a Bolzano non è proprio immediato.
Come va la vita in comune?
Procede bene: Notis è molto dolce e tranquillo, non mi disturba mai.
La voce di Edith si fa morbida quando parla del ragazzo, che definisce un po’ “il suo angelo”. D’altro canto, non mancano gli “inciampi” a cui va inevitabilmente incontro chi si trova a vivere a stretto contatto con un adolescente. Un classico.

Aspetti negativi?
Ha sempre le cuffie, quello un po’ troppo. A volte è un po’ sulle nuvole e non so se studia abbastanza.
E la lingua?
Abbiamo fatto il giro della casa e abbiamo aperto i cassetti per imparare i nomi dei vari oggetti in italiano, ma Notis due volte a settimana già frequenta, nel pomeriggio, un corso di lingua a Bolzano, dopo la scuola. Torna a casa alle sette molto stanco.
Un programma bello pieno insomma, ma il giovane ha il pieno supporto di Edith, che lo delizia con la sua cucina: “Gli chiedo sempre cosa vuole da mangiare, so di viziarlo, ma non posso fare diversamente. Vivere in una terra straniera vuol dire anche conoscere le nostre usanze e la nostra cucina”, continua Edith, che comunque non bada solo al ragazzo, ma ha una vita molto attiva: “Ho ripreso a lavorare e continuo a correre. Ogni domenica mi alleno dalla mattina presto diverse ore e partecipo alle maratone”. Il sabato non manca mai un caffè in centro a Egna, insieme a Notis. I due trascorreranno il Natale insieme perché Notis non tornerà a casa per le feste: una momento di vera accoglienza, che ha portato e porterà i suoi frutti, perché, concludendo con una frase dello scrittore Saint Exupéry, “La meraviglia di una casa non sta nel fatto che vi ripara e vi riscalda, né nel fatto che ne possediate i muri. Ma bensì nel fatto che essa ha lentamente deposto dentro di noi provviste di dolcezza”.
Autrice: Caterina Longo
“Lana: un paese senza confini”
Un paese attivo, dove vive una comunità unita e senza confini: è così che il sindaco di Lana Harald Stauder definisce la sua città. E con lui, primo cittadino ormai dal 2010, iniziamo un ciclo di interviste alla scoperta dei comuni del Burgraviato.
Sindaco Harald Stauder, come sono i rapporti con il Comune di Merano? Ci sono cose che funzionano, cose che non funzionano, attriti o nodi da sciogliere?
Siamo i due comuni più grandi nella zona del Burgraviato ed abbiamo da sempre rapporti molto stretti e buoni. Ci sono diversi progetti che portiamo avanti insieme, come per esempio l’acquedotto delle sorgenti “Frigele” e naturalmente anche la gestione del traffico pubblico.
Parliamo degli spostamenti dei residenti: come funziona la mobilità da e per Merano e il resto della Provincia?
Tra Lana a Merano gli autobus hanno una frequenza diurna di 15 minuti. Guardando al futuro un punto per noi molto importante è la costruzione di una fermata ferroviaria a Sinigo/zona industriale di Lana: sarebbe un grande vantaggio per entrambi i centri. Sicuramente entreremo in contatto con la nuova giunta meranese per richiedere la loro disponibilità a portare avanti questo progetto: questa nuova stazione potrebbe essere un grande vantaggio sia per i pendolari come per tutti quelli che cercano un’alternativa alla mobilità individuale con la macchina.
La recente asse ciclabile che comincia a Maia Bassa e attraversa Marlengo, Cermes e arriva fino a Lana, poi, è un altro passo verso una mobilità sostenibile tra i due più grandi comuni del Burgraviato.

Lei ha dimostrato di avere un occhio attento alla questione dell’ambiente: quali sono i prossimi suoi passi, in questo senso?
Abbiamo una grande ambizione: acquisire nei prossimi anni la certificazione Casa Clima Oro. Un altro progetto molto importante è il Bikesharing, oltre a diverse iniziative insieme alle scuole sui temi dell’ambiente e la sostenibilità. Abbiamo imparato che i bambini, già in giovane età, sono sensibili alle tematiche ambientali e quindi li abbiamo coinvolti con i temi che riguardano il futuro. I risultati, nell’ottica della sostenibilità a medio e lungo termine, sono molto positivi. In particolare, pensando al traffico e alla sua riduzione nei pressi delle scuole, abbiamo ricevuto tanti buoni consigli da parte degli alunni, tramite progetti congiunti tra Comune e scuola. Un esempio: 600 bambini delle scuole elementari ci hanno disegnato i pericoli che incontrano durante il loro tragitto da casa a scuola. In collaborazione alle scuole poi abbiamo cercato i punti critici e siamo intervenuti per mitigare il pericolo. È impressionante come certe esigenze dei bambini siano così diverse da quelle degli adulti.
A Lana quali sono i rapporti tra le due comunità di madrelingua italiana e tedesca?
Dal primo giorno del mio insediamento a sindaco la questione della madrelingua non è stato un tema di discussione, non abbiamo mai avuto dei conflitti etnici. Le associazioni di tutti e due i gruppi linguistici collaborano molto bene e operano con iniziative per tutti. Un esempio molto significativo è il buon rapporto tra gli Schützen eil gruppo dell’Associazione Alpini, che si manifesta sempre durante la tradizionale “festa dell’incontro”.

A proposito di associazioni e di volontariato, quali sono le realtà più significative in paese?
Abbiamo più di 120 associazioni che lavorano in una serie di ambiti diversi. Le più grandi sono le associazioni sportive, le bande musicali ed i vigili del fuoco. Negli ultimi anni siamo riusciti a rinnovare quasi tutte le strutture sportive e questi investimenti producono i frutti sperati. Il Comune di Lana si è fatto un nome come organizzatore di eventi sportivi internazionali, soprattutto nell’ambito dell’atletica leggera. Abbiamo visto che la stretta collaborazione con le associazioni e l’appoggio – non solo in forma di contributi finanziari ma anche dal punto di vista organizzativo – è la miglior politica sociale che un Comune possa seguire. La partecipazione attiva nelle associazioni aiuta i giovani a crescere; ricevono il supporto forte della comunità e ciò dà un impatto molto positivo negli anni dell’adolescenza.
Il paese come ha vissuto il periodo del lockdown? Le attività ora sono riprese a pieno regime o si fa ancora un po’ di fatica a tornare alla normalità?
Tutte le organizzazioni ed associazioni stanno tentando di tornare alle attività pre-lockdown. Specialmente le associazioni che si occupano della generazione over 65 hanno ancora diversi problemi perché vedono che i loro iscritti e simpatizzanti hanno ancora paura di uscire da casa e di partecipare agli eventi. Purtroppo tutti gli altri programmano di settimana in settimana, visto che la situazione si evolve molto velocemente.
Ci descrive una tipica giornata del sindaco di Lana?
Direi che una tipica giornata in ufficio da me non esiste, l’andamento di ogni giornata dipende da diversi fattori. Un punto cruciale è il contatto molto stretto con la cittadinanza che siamo riusciti a mantenere anche durante il lockdown facendo delle udienze tramite i social media e le assemblee dei cittadini tramite Facebook o Zoom. Penso proprio che in questo ambito l’amministrazione di Lana sia stata un modello di come si possa mantenere attivo lo scambio con i cittadini, dando le informazioni sull’andamento della situazione.
Sul piano “privato”, da alcuni anni ho smesso a guardare la tv, uso il tempo così guadagnato per praticare sport: l’attività fisica mi aiuta tantissimo a tenermi in forma e mi serve per “bilanciare” il lavoro.
Autore: Luca Masiello
Politica e informazione per il bene comune
Il rimedio a un diffuso “scetticismo nei confronti della democrazia” non sta nella “nella ricerca ossessiva di popolarità” o “nella sete di visibilità”, ma sta nella buona politica. “Perché la politica è cosa buona e tale deve essere nella pratica, in quanto responsabilità somma del cittadino, in quanto arte del bene comune”.
Lo ha detto papa Francesco sabato scorso incontrando ad Atene le autorità e la società civile. Perché l’espressione “bene comune” non risulti eccessivamente astratta (mentre è molto concreta), Francesco ha chiarito che non c’è bene comune senza una particolare attenzione ai più deboli.
“Affinché il bene sia davvero partecipato, un’attenzione particolare, direi prioritaria, va rivolta alle fasce più deboli. Questa è la direzione da seguire, che un padre fondatore dell’Europa indicò come antidoto alle polarizzazioni che animano la democrazia ma rischiano di esasperarla”. Il riferimento è ad Alcide Degasperi che disse: “Si parla molto di chi va a sinistra o a destra, ma il decisivo è andare avanti e andare avanti vuol dire andare verso la giustizia sociale” (Discorso tenuto a Milano, 23 aprile 1949). Insiste Francesco: “Un cambio di passo in tal senso è necessario, mentre, amplificate dalla comunicazione virtuale, si diffondono ogni giorno paure e si elaborano teorie per contrapporsi agli altri. Aiutiamoci invece a passare dal parteggiare al partecipare; dall’impegnarsi solo a sostenere la propria parte al coinvolgersi attivamente per la promozione di tutti”.
La politica del bene comune e i cittadini attenti al bene comune non hanno paura di una casa di accoglienza, di un centro d’ascolto, di una mensa per persone in difficoltà. L’attenzione ai poveri dà la misura del livello di coscienza democratica. Naturalmente chi opera per la giustizia sociale dà fastidio al sistema di potere propugnato dalla società dei consumi, che promuove il populismo e l’individualismo per guadagnare consensi, lettori e denaro e attacca chi non si allinea senza esclusione di colpi.
Autore: Paolo Bill Valente
Condivisione e allineamento tra uomini e macchine #2
(continua)
Oggi continuiamo a parlare dell’apprendimento per rinforzo in intelligenza artificiale, in particolare per evidenziare il problema dell’allineamento dei valori tra uomini e macchine. Richiamiamo l’idea dell’apprendimento per rinforzo, di cui abbiamo parlato nello scorso numero: si tratta di fornire alla macchina la capacità di acquisire informazioni sullo stato corrente del mondo, di effettuare un’azione tra le varie disponibili, e di ottenere di un’indicazione numerica su quanto la scelta sia da premiare (o punire). Quest’ultimo aspetto, che dev’essere deciso dall’esperto umano che programma la macchina, è centrale: più azioni vengono fatte, più la macchina utilizza i premi ricevuti per ottimizzare sempre di più sulle scelte fatte, cercando di accumulare il premio totale più alto possibile. Quest’idea è stata ampiamente utilizzata nel contesto dei giochi: è alla base, ad esempio, di alphaGo, il software di google che nel 2015 è stato capace di sconfiggere il campione mondiale di Go (un gioco di strategia che presenta un numero di configurazioni enormemente più elevato degli scacchi, e che non si pensava potesse essere assolutamente alla portata dei computer). Ma cosa c’entra in tutto questo “l’allineamento dei valori”? C’entra perché non sempre quello che l’uomo vuole che la macchina impari coincide davvero con quello che la macchina imparerà davvero: non dimentichiamoci infatti che la macchina non sa davvero cosa voglia l’uomo: semplicemente usa i premi numerici ricevuti per ottimizzare le proprie decisioni. Tra i tanti esempi che ci mostrano quanto sia facile rompere questo allineamento, ne ho scelti due. Il primo: per insegnare a un robot cuoco che per cucinare i pancake bisogna evitare di tenerli troppo in padella, gli viene indicato un premio che è tanto maggiore quanto il pancake sta in aria. Invece di imparare a far saltare spesso il pancake in padella, il robot impara a fare un unico, lancio altissimo. Il secondo: per insegnare a un programma a giocare a un videogioco in modo esplorativo, l’esperto umano lo imposta indicando che qualunque azione faccia non restituirà nessun premio, tranne nel caso in cui l’azione porti al “game over” – in quel caso, il programma riceverà una punizione. Il programma così impostato impara, inaspettatamente, a mettere subito il gioco in pausa: in questo modo, non si raggiungerà mai il “game over”. Sono esempi curiosi, che ci insegnano però quanto è ancora lunga la strada nello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
Autore: Marco Montali
Ferrovia e turismo a Laives
Il 5 febbraio 1896, il giornale “Bozner Nachrichten”pubblica una curiosa corrispondenza da Laives intitolata semplicemente “Correspondenz”. Tema dell’articolo: i collegamenti tra Bolzano e Laives. L’anonimo corrispondente evidenzia i “grandi progressi di questo paese”, in particolare per quanto riguarda la salute pubblica. La regolazione dell’Adige e la bonifica della “Leiferer Au” hanno sconfitto il famigerato “Leiferer Tod”, come veniva chiamata la malaria.
Inoltre, grazie alla realizzazione, a metà del secolo, della ferrovia da parte della “Südbahn”, Laives è diventata una località turistica. Unico neo: la collocazione della linea ferroviaria al centro della valle anziché in prossimità degli abitati. Circostanza, questa, sgradita sia agli abitanti che ai potenziali turisti.
I bolzanini dell’epoca amavano dirigersi “verso meridione” nelle loro gite domenicali fuori porta. A Laives, diversi locali pubblici si attrezzarono per questa promettente attività, che portò in paese non solo singoli visitatori e famiglie ma anche diverse associazioni del capoluogo per i classici “Törggelen”.
Ma non mancano le note dolenti: in primis che la realizzazione della ferrovia “in mezzo alla valle dell’Adige a metà degli anni cinquanta, a quanto pare per contenere le periodiche alluvioni, deve ritenersi una vera e propria calamità. E ciò non solo per le piene stesse ma anche a causa della lontananza delle fermate e stazioni dai centri abitati.
Va detto – prosegue il cronista indignato – che nelle belle domeniche e festività centinaia di persone di entrambi i sessi si dirigono verso Laives per trascorrervi qualche ora lieta: chi per pedes apostolorum, chi in carrozza o a cavallo e infine chi sullo sbuffante cavallo d’acciaio. Cantori, sportivi, pittori, letterati e altri escursionisti raggiungono la “Pfleg”, dove li accoglie l’ospitale oste signor Ebner”.
Peccato però che “il cielo sia ancora inclemente con i Schneeschuhläufer”(sciatori), perché la Vallarsa sarebbe “un vero paradiso per gli sport invernali e lo sci in particolare, che notoriamente viene molto praticato dai signori e dalle signore di Bolzano. Ma c’è il problema della distanza della stazione dal paese”.
Il progetto di spostare la linea ferroviaria era stato abbandonato, malgrado ogni anno non meno di 2000 o 3000 pellegrini si recassero a Laives per poi raggiungere Pietralba.
“Costoro, quando non arrivano a piedi, sono costretti ad affrontare la noiosa marcia dalla stazione fino all’imbocco della Vallarsa mentre la realizzazione di una fermata in prossimità della romantica valle sarebbe di grande beneficio sia per la popolazione sia per i viaggiatori – nonché un buon affare anche la per la società ferroviaria, e ciò sia d’inverno che d’estate. Perfino la vicina Bronzolo ne trarrebbe grande profitto”.
Ma ci sarebbero voluti altri quarant’anni per vedere il tram (e non più il treno) arrivare in paese.
Autore: Reinhard Christanell
Rudolf Posch, giornalista, prete e Dableiber
100 anni di Athesia: l’anniversario della libreria, celebrato giorni fa, fa ricordare, tra i protagonisti dell’avventura editoriale e giornalistica, anche il sacerdote giornalista Rudolf Posch, al quale è intitolata la via tra il cimitero comunale e la zona sportiva Maso della Pieve. Nato a Trento il 13 settembre 1887, a Trento crebbe, studiò e maturò la vocazione al sacerdozio. Ordinato il 29 giugno 1911, iniziò il suo servizio come cooperatore a Laives e Bronzolo. Cappellano dei Kaiserjäger durante il primo conflitto mondiale, nel dopoguerra riprese la cura d’anime come cooperatore a Cortaccia, attivo anche nello scrivere articoli per giornali locali. Il 1° ottobre 1923, trasferito a Bolzano, divenne collaboratore del quotidiano “Der Tiroler”, che dovette cambiare nome divenendo “Landsmann”, ma fu soppresso nell’ottobre 1926. Al suo posto nel 1927 prese vita il “Dolomiten”. Come redattore di tale giornale don Rudolf Posch ebbe modo di mostrare straordinarie doti: facoltà di veloce comprensione, eccezionale memoria, straordinaria conoscenza delle lingue, stile facilmente comprensibile; dotato in fatto di cultura generale svolgeva il suo lavoro con grande accuratezza e scrupolosità. Nel 1935 Rudolf Posch ne divenne direttore, facendo del “Dolomiten” il principale giornale della provincia. Don Rudolf Posch, come il canonico Michael Gamper (vd. Qui Bolzano n.18/2019), fu un acceso oppositore delle opzioni. Ciò non fu senza conseguenze. Alle sette del mattino del 9 settembre 1943 degli emissari della Gestapo irruppero in redazione intimando a don Posch di seguirli. Condotto ad Innsbruck, nell’aprile 1944 fu trasferito a Landshut e il 24 giugno a Dachau, dove con il numero 74668 fu ospite del Blocco 26/2. Liberato il 29 maggio 1945, ritornò al Dolomiten, ricomparso dal 19 maggio. Si manifestarono presto le conseguenze della vita di privazioni e di stenti passata nel Lager. La sera del 9 dicembre 1948 morì vittima di un ictus. Alle solenni esequie si unì l’intera comunità sudtirolese.
Autore: Leone Sticcotti
Francesco Tancredi: da Brecht a Brassens, passando per Norbert C. Kaser
Ormai tutti lo sanno, il lungo lockdown che ha caratterizzato gli ultimi mesi dello scorso anno ed i primi di questo è stato fonte d’ispirazione per molti artisti, e non solo in campo musicale. Qualcuno ha cominciato a scrivere nuovo materiale, qualcun altro si è dedicato alla registrazione di musica già composta: per Francesco Tancredi, fiorentino di nascita ma altoatesino (e molto altro) d’adozione, il lockdown è stato l’occasione, vista l’impossibilità di fare musica dal vivo, di dedicarsi a quella che a lui piace definire “musica dal morto” e per mettere a punto un bel tributo ad uno dei suoi musicisti preferiti, il padre della canzone d’autore francofona Georges Brassens, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita.
“Ho sempre amato la canzone d’autore – ci racconta Tancredi – da piccolo i miei favoriti erano Jannacci e Dalla, sulle cui musiche mi cimentavo a rifare dei testi miei. Poi mi sono appassionato alla musica afro americana, dal soul al blues al jazz. Da lì al cominciare a suonare in piccole band il passo è stato breve, che fosse punk o rock. A diciott’anni ho fatto una produzione teatrale/musicale basata sull’Opera da tre soldi di Brecht, in collaborazione con Stefano Bollani, molto prima che lui diventasse famoso. Era il 1991, esattamente trent’anni fa, e siccome la traduzione dei testi che avevamo non ci soddisfaceva, Bollani ed io abbiamo riscritto tutti i testi.”
Negli anni successivi la vita ha portato Tancredi ad occuparsi di arte forme artistiche multimediali, facendolo trasferire per un certo periodo in Francia, dove è maturata la sua passione per Brassens che ci porta al suo recente lavoro musicale. Al suo ritorno in Italia ha ripreso contatto col mondo musicale, lavorando tra gli altri con Alfio Antico (già collaboratore di De André, Capossela, Eugenio Bennato) e dedicandosi alla produzione di uno spettacolo di musica/teatro ispirato alle ricette di Pellegrino Artusi; da oltre dieci anni l’Alto Adige, nella fattispecie Bressanone, è diventato la sua nuova terra.
“Dopo aver fatto un’esperienza musicale con Max Castlunger ed un musicista magrebino – prosegue Tancredi – mi sono imbattuto negli Opas Diandl, in particolare nella polistrumentista Veronika Egger, una musicista a trecentosessanta gradi che suona di tutto. Le ho proposto di lavorare insieme sulla musicazione delle poesie di Norbert C. Kaser. Sono stato totalmente conquistato da questo personaggio incredibile. Abbiamo poi inserito il nostro lavoro all’interno di un piccolo festival della canzone d’autore che ho organizzato per alcuni anni. Per questo lavoro abbiamo usato sia i testi originali che le bellissime traduzioni in italiano di Werner Menapace. È stata sicuramente una delle cose più belle che mi sia capitato di fare.”
Il progetto più recente del nostro, è, come annunciato in apertura, quello dedicato ai cent’anni dalla nascita di Georges Brassens, con un ritorno deciso a quella canzone d’autore che ha segnato l’origine della sua passione per la musica.
Il lavoro si compone di dieci canzoni postate una per settimana, sempre di venerdì su youtube: si è cominciato il 22 ottobre, il giorno della nascita dello chansonnier francese, con il brano Mourir pour des idées, che come le altre tracce postate in seguito si mette in evidenza per gli interessanti arrangiamenti orditi da Tancredi, che volutamente si è allontanato dall’impostazione classica, chitarra e voce, scegliendo tra l’altro di cantare tutto in francese.
“Brassens – ci dice il musicista – è conosciuto in Italia soprattutto per gli adattamenti, più che traduzioni, che delle sue canzoni ci ha tramandato De André, ma esistono anche delle vere traduzioni, dialettali però, realizzate rispettivamente da Nanni Svampa e Fausto Amodei . Al mio ritorno in Italia avevo anche tradotto alcune sue cose, prima di lasciare definitivamente la Toscana, ma per questo nuovo progetto ho preferito puntare sui testi originali. Ho suonato quasi tutto io, con l’eccezione del sax ad opera di Claudio Giovagnoli e del basso di Roberto Marangio. Per quanto riguarda la promozione, bisognerà vedere come si mettono le cose, qui in Alto Adige potrebbe concretizzarsi una serata al Dekadenz di Bressanone, ma per il momento l’unica certezza è che ci esibiremo a Parigi a febbraio, proponendo oltre ai dieci brani del disco, intitolato La soif des Dieux – La théologie de Brassens, anche delle traduzioni in italiano che avevo approntato appunto quando ancora stavo a Firenze.”
Autore: Paolo Crazy Carnevale
Torta di pane della nonna Rina
INGREDIENTI
Tortiera diametro 25 cm
280 g circa di pane raffermo
300 ml circa di latte tiepido (la quantità varia a seconda di quanto è secco il pane)
2 cucchiai di zucchero
di canna
3 mele
1 cucchiaio di cannella,
cardamomo (facoltativo),
uvetta (bagnata in acqua o rum)
pinoli
3 cucchiai di farina
2 cucchiai di olio evo
PREPARAZIONE
Mettete in un contenitore il pane con il latte e lo zucchero e lasciate che si ammorbidisca (non deve essere inzuppato ma deve rimanere un po’ appiccicoso).
Lasciate riposare e nel frattempo preparate in un’altra ciotola le mele tagliate a dadini, con l’uvetta rinvenuta nel liquido scelto, strizzandola un pochino, i pinoli, la cannella e il cardamomo.
Aggiungete le mele così preparate all’impasto del pane e amalgamate il tutto.
Versate la farina e un cucchiaio di olio evo.
Mescolate fino ad ottenere un impasto abbastanza omogeneo, un po’ appiccicoso, non molle.
Ponetelo nella tortiera precedentemente ricoperta da carta forno.
Livellate la superficie, distribuite un cucchiaio di olio evo sulla superficie e spolverate con lo zucchero di canna.
Infornate a 175 – 180 °C in forno ventilato per circa 35 – 40 minuti.
E la torta è fatta!