Polemiche? Perché?

Queste righe, normalmente, nascono dall’attualità. Ovvero da uno spunto, una notizia, un avvenimento, una tematica che genera confronto e discussione. Di solito dopo una sorta di ballottaggio, alla fine un argomento viene prescelto e sviluppato, articolando una serie di considerazioni e – spesso – un’opinione. Questa volta però a chi scrive preme uscire dalla consuetudine, partendo dall’osservazione che – in realtà – le tematiche più significative in questo periodo sono risultate polemiche al livello di opinione pubblica, più o meno (molto più che meno) amplificate dai mass media. 

Cosa fare della guerra in Ucraina, a un anno dal suo innesco? Come non gettare nel panico milioni di cittadini committenti e imprese alle prese con lo stop improvviso alla cessione del credito per quanto riguarda il superbonus edilizio? Per poi, per scendere sul locale: come conciliare la necessità di moltiplicare le colonnine di ricarica per le auto elettriche senza togliere troppi parcheggi in città? E come risolvere l’emergenza casa nei principali centri che oggi contrappone gli interessi soprattutto dei giovani con quelli dei proprietari di immobili? Poi: come conciliare il problema dei genitori che durante l’estate con gli asili chiusi non sanno a chi affidare i loro figli con quello della carenza degli insegnanti che vengono pagati troppo poco e hanno diritto alle loro ferie?

Infine: come fare per non mettere sullo stesso piano gli attivisti che hanno vestito di rifiuti la fontana del Nettuno in piazza Erbe a Bolzano con gli individui che ancora oggi si divertono a imbrattare con svastiche i monumenti?

Ebbene: a mio avviso occorrerebbe partire dal presupposto che la polemica, di per sé, non porta mai da nessuna parte. Nemmeno se consente di vendere qualche copia in più dei giornali o di avere maggiori ascolti, follower, ecc. ecc. 

Anche in questo caso basta andare all’origine della parola per capire che non c’è nulla di maturo, dal punto di vista sociale (e politico) nello spostare il dibattito su questo livello. Se infatti il termine polemica di per sé significa “controversia, piuttosto vivace, tra persone che hanno diversità di vedute”, è dal suo significato estensivo che occorre porsi al riparo. Se infatti il confronto tra diverse visioni e opinioni diventa “contrasto e discussione portati avanti per inveterata abitudine a contraddire gli altri, spesso attraverso atteggiamento di critica preconcetta” naturalmente rischiamo di non andare da nessuna parte. Non credete?

Autore: Luca Sticcotti

Due chiacchiere con… l’intelligenza artificiale

Negli ultimi tempi hanno preso piede in maniera esponenziale alcune nuove tecnologie legate all’intelligenza artificiale, basate sui modelli generativi. Non si tratta più dunque di modelli in grado solo di analizzare un testo o delle richieste fatte da un umano, ma si tratta di sistemi in grado loro stessi di generare contenuti. Sul nostro giornale abbiamo già parlato della vera e propria moda che ha riguardato la generazione di immagini virtuali; ora invece ci troviamo di fronte al passaggio alle reti neurali che sono in grado di generare linguaggio e testo. Sono state soprattutto le cosiddette chat Gpt a portare due grandi novità: innanzitutto hanno migliorato di molto i precedenti sistemi facendoli divenire più interattivi, ma soprattutto sono state aperte al pubblico soprattutto per raccogliere ulteriori dati e “allenare” i sistemi stessi.

La vera rivoluzione è la flessibilità, che porta questi sistemi ad interpretare le richieste degli utenti, generando testi plausibili. Se pensiamo a sistemi come Alexa che agiscono attraverso un’interpretazione del linguaggio davvero molto primordiale, arrivando spesso a causare frustrazione negli utenti, la tecnologia chat Gpt potrebbe avere davvero effetti rivoluzionari per questo tipo di utilizzo. Nella domotica a breve potrebbero dunque esserci sviluppi davvero importanti. Ora si dice che Google potrebbe perdere molto del suo appeal rispetto a questi sistemi. Ma in realtà si tratta di sistemi chiusi e definiti. Una possibile evoluzione allora potrà proprio essere quella di integrare l’interfacciamento evoluto con l’utente con motori di ricerca che vadano a cercare le informazioni su internet. Al momento si dice che le chat Gpt potenzialmente potrebbero passare degli esami universitari. Il punto è vedere quali esami e quale grado di certezza ci sarebbe, nella possibilità di superarli. Questi sistemi al momento vengono chiamati, scherzosamente, pappagalli stocastici. Quindi forse c’è ancora un po’ di strada da fare in questa direzione. Ma ci torneremo su.

Autore: Marco Montali

Guerra o pace?
Sviluppi dai confini imprevedibili

Ricorre in questi giorni (24 febbraio) il primo anniversario dello scoppio della guerra in Ucraina. Fin da subito il mondo si è trovato di fronte a una doppia urgenza: ristabilire il diritto e ritrovare la pace. La violazione dei confini tra stati sovrani rappresenta un precedente che la comunità internazionale non può accettare.

La guerra in Ucraina, al di là delle troppe vittime civili e dei caduti sui vari fronti di combattimento, ha prodotto una seria emergenza umanitaria. Circa 17.7 milioni di persone hanno bisogno di assistenza. Oltre 5.9 milioni gli sfollati interni – di cui un milione i minori – e 7.9 milioni i rifugiati nei Paesi confinanti. In tutto 13 milioni i profughi all’estero, di cui circa 170mila in Italia.

Ma il problema fondamentale resta la guerra in sé. Essa appare sempre più un vicolo cieco dal quale è assai difficile uscire. Tornando indietro si giustifica un’aggressione. Andando avanti si perpetua la tragedia umanitaria e si rischia una deriva nucleare.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel discorso di fine anno, aveva posto l’accento sull’aspetto più critico nella dinamica guerra-pace: “Pensiamoci: se l’aggressione avesse successo, altre la seguirebbero, con altre guerre, dai confini imprevedibili”. La questione è centrale. Che cosa è più importante, nell’ottica del bene comune: la fine immediata del conflitto o il ripristino del diritto internazionale e dei diritti delle persone? Il Presidente mette chiaramente in guardia rispetto alla tentazione di accettare l’ingiustizia per sfinimento.

Pochi giorni prima Mattarella, rivolgendosi a una conferenza di ambasciatori, aveva detto: “L’aggressione brutale della Federazione russa ai danni dell’Ucraina ha messo in discussione le regole sulle quali abbiamo fondato la nostra pacifica convivenza. Un ordine basato sul rispetto del diritto internazionale”. Al centro del sistema di valori su cui si fonda quest’ordine “vi è la dignità umana e il rispetto della persona, che oggi vediamo invece in tante parti del mondo calpestato”.

Guerra o pace? Domanda destinata a rimanere senza risposte semplici, ma che chiama all’impegno. Sapendo che le premesse per una pace giusta e duratura vanno costruite prima che scoppi il conflitto. Quando la bomba è esplosa la politica del bene comune è tragicamente impotente. Non resta che sperare, credere nell’impossibile (continuando a lavorare e pregare per la pace).

Autore: Paolo Bill Valente

La Kongrua del curato di Laives

Per garantire ai curati, parroci e cappellani impegnati nelle parrocchie dell’impero austro-ungarico un “minimo vitale”, a partire dal XVIII secolo e precisamente con la riforma di Giuseppe II fu introdotta la cosiddetta “Kongrua”, chiamata anche “portio canonica”. 

Con legge del 28 aprile 1724 si stabilì che le nuove parrocchie fossero dotate di una portio canonica o kongrua a carico dell’erario. Insomma, i sacerdoti che non disponevano di un reddito minimo annuo avevano diritto a vedersi integrato lo stesso dall’amministrazione pubblica. Il minimo vitale fu inizialmente fissato in 300 Gulden. Ovviamente si discusse molto sui cespiti che dovevano essere considerati reddito e quali no: ma questo non riguarda la nostra storia. Particolarmente dibattuti erano i cosiddetti diritti di stola bianca o nera, ossia le somme spettanti al prete per la celebrazione di matrimoni, battesimi e funerali. In quanto introiti incerti erano inizialmente esclusi dal computo della congrua.

Altro tema rilevante era ovviamente l’ammontare della congrua spettante al prete. I parroci e curati “autonomi” (selbständig) avevano diritto ad un importo maggiore, gli ausiliari, dipendenti da un’altra curazia o parrocchia, ad uno minore. Giuseppe II ritenne il mantenimento del clero un compito dello stato, per cui istituì un apposito fondo religioso che doveva elargire agli aventi diritto le somme spettanti. Nel 1840 si stabilì che gli introiti da stola dovevano essere computati solo se superiori ai 50 fiorini, mentre gli “Inzerten” come offerte e lasciti vari non venivano conteggiati.

Un caso curioso che destò un certo scandalo fu quello del curato e cittadino onorario di Laives Thaddäus von Elzenbaum, che nel 1892 intentò causa al Ministero del culto e della pubblica istruzione per vederrsi riconosciuti arretrati di “kongrua” per un ammontare complessivo di 738 fiorini. Il curato fu difeso dall’avvocato viennese Viktor von Fuchs, il Ministero dal cavaliere Johann von Spaur. Gli anni oggetto della contestazione andavano dal 1887 al 1892 e oltre all’importo il curato chiese gli interessi del 5%. Il tribunale accolse la sua richiesta e il Ministero fu costretto a pagare.

Secondo la difesa del curato, egli aveva diritto all’integrazione del minimo vitale in quanto le prebende a suo favore esistenti nella parrocchia di Laives ammontavano complessivamente a 441 fiorini annui. Il Ministero, al contrario, ritenne che l’integrazione non gli spettasse in quanto il suo atto di nomina lo qualificava come ausiliario della parrocchia madre di Bolzano e la stessa curazia di Laives era stata istituita nel 1710 come “sede distaccata” della parrocchia bolzanina. 

Il curato contestò in toto l’esposizione del rappresentante del Ministero. Sostenne infatti che il proprio decreto di nomina prevedeva l’esercizio delle sue funzioni in piena autonomia, come confermato anche dalla nota del principe-vescovo di Trento. In altre parole, egli era autorizzato a celebrare battesimi, matrimoni e funerali e teneva sotto la propria esclusiva responsabilità i registri delle nascite, morti e matrimoni. Inoltre il curato curava personalmente la corrispondenza con tutte le istituzioni statali e ecclesiali e il fatto che fosse tenuto a osservare obbedienza al parroco di Bolzano non era da considerare una limitazione delle sue funzioni. 

La sentenza, come detto, accolse in toto la tesi del curato von Elzenbaum e gli riconobbe, secondo la legge del 1885, una kongrua di 600 fiorini annui, l’equivalente di 9288 € attuali.

Autore: Reinhard Christanell

Un ritorno alla terra per i diversamente abili

“Cercasi piccolo terreno a Laives e dintorni per avviare un progetto di orticoltura per persone con disabilità”: Questo l’annuncio giunto nella redazione del QuiBassaAtesina qualche giorno fa. Un testo che nella sua semplicità racchiude un nobile intento, quello di avvicinare gli ospiti del Gruppo Natura della Comunità comprensoriale alla coltivazione della terra e compiere un passo in più verso l’indipendenza dei diversamente abili.

“In questi ultimi anni si sente sempre di più il bisogno di tornare a vivere la natura, specialmente nell’ambito del sociale. Così abbiamo pensato di lanciare un appello per trovare un angolo del nostro paese da coltivare come un orto, magari rivalutandolo per il bene della comunità e dei nostri ospiti”. A parlare è Filippo Manara, educatore responsabile del Gruppo Natura,un centro diurno per persone con disabilità medio – lieve. È sua l’idea, concordata con i vertici della struttura, di avviare un progetto che potrebbe portare i diversamente abili a coltivare un proprio orto.

Filippo Manara, da cosa parte questa iniziativa?

Il nostro gruppo è stato fondato una decina di anni fa, e – come spiega eloquentemente il nome – ha a che fare con il verde: è uno dei laboratori del Comprensorio Oltradige – Bassa Atesina che un tempo aveva in gestione parco Marconi ed altri spazi pubblici. Oggi stiamo aiutando il Comune gestendo gli spazi verdi di cinque asili; tagliamo l’erba, raccogliamo le foglie, svolgiamo compiti di manutenzione ordinaria. Negli ultimi tempi abbiamo notato che molti dei nostri utenti hanno manifestato l’intenzione di coltivare la terra: alcuni di essi hanno frequentato la scuola agraria di Laimburg o di Ora, così ho pensato che potrebbe essere interessante avviare un progetto di orticoltura da affiancare a quello che stiamo svolgendo al fianco del Comune. 

In quanti siete?

Questo gruppo ospita oggi tre persone seguite da due operatrici socio-assistenziali e da me, ma la Comunità comprensoriale riesce a creare una grande rete fra le varie realtà, per cui abbiamo un gruppo molto ben più ampio con cui collaborare. Il numero del Gruppo Natura si è sfoltito solo ultimamente, perché molti dei nostri ospiti sono riusciti ad integrarsi nel mondo del lavoro.

È questo uno dei vostri intenti?

Anche, certo. Nel nostro gruppo arrivano persone giovani intenzionate ad entrare nel mondo del lavoro, anche se spesso mancano loro alcune competenze: li seguiamo con l’intento di spingerli verso un lavoro integrativo. Molti restano con noi un anno o due, poi trovano un impiego come magazziniere in un supermercato o come bidello nelle scuole, giusto per fare degli esempi.

Torniamo al progetto dell’orto. I tempi stringono, fra un po’ è già periodo di semina…

Non abbiamo fretta, non vogliamo averne: noi saremmo felici anche se riuscissimo ad avere un pezzetto di terra a luglio, vorrà dire che semineremo ortaggi estivi. Coltivare la terra è sano, si sta a contatto con la natura, è salutare per il corpo e per lo spirito. Il mio sogno sarebbe partire con un progetto di integrazione, trovare una sorta di sinergia con qualche altro ente o associazione. Un progetto che non sia solo con i diversamente abili, ma che faccia entrare in relazione diverse sfere della società di Laives. E la mia speranza è di riuscire a creare questo orto in uno spazio magari abbandonato a se stesso, non un terreno già coltivato da affittare, ma uno spazio abbandonato da rivalutare, che possa essere utile a tutto il paese.

E cosa pensate di fare con il raccolto, in futuro?

Il Gruppo Natura ha già la sua bancarella al mercato del giovedì di Laives, vende degli accendifuoco che vengono realizzati con il legname di scarto delle falegnamerie: sarebbe bello riuscire ad ottenere una produzione sufficiente da portare al mercato. Nel frattempo l’idea è di utilizzare la verdura all’interno dei Gruppi Abitativi della Comunità comprensoriale. Gli ospiti sono autosufficienti, fanno la spesa da soli, si fanno da mangiare, quindi avere frutta e verdura di stagione e a chilometro zero potrebbe essere una marcia in più. 

Qual è il suo sogno, a riguardo del progetto?

La mia utopia sarebbe quello di creare una fattoria sociale. È difficile, lo so, ma bisogna anche sognare, ogni tanto, no?

Autore: Luca Masiello

Laives nel gotha dei carnevali

Laives come Viareggio, Cento e Venezia: la tradizionale kermesse carnevalesca che da 44 anni è diventato un simbolo per tutta la provincia potrebbe ottenere il riconoscimento di “Carnevale Storico” previsto dal Ministero della cultura, introdotto dalla Legge di Bilancio 2022 e finalizzato alla tutela e alla valorizzazione della funzione svolta dai carnevali storici. “Sarebbe bello, anche se non ce la sentiamo di confrontarci con i grandi carnevali italiani: noi diamo il massimo con i mezzi che abbiamo ovvero fantasia, manualità e pochi soldi”, commenta il presidente del gruppo organizzatore, Cesare Zenorini.

La notizia ha fatto il giro della provincia in un attimo, un po’ perché l’edizione 2023, la numero 44, ha registrato un boom di presenze impressionante, un po’ perché il carnevale di Laives è nel cuore di tutti gli altoatesini, da Brennero a Salorno. Ciò che fa nascere una certa ilarità è che neanche i responsabili dell’organizzazione ne sapevano nulla, e si sono lasciati sorprendere pochi giorni prima di domenica 12 febbraio, quando un fiume di maschere ha attraversato la zona della Bassa; un corteo festoso di cui pubblichiamo alcuni scatti a pagina 17 di questo giornale.

Presidente Zenorini, come ci si sente ad essere affiancati a grandi realtà quali il carnevale di Venezia?

Io non mi immagino neanche che cosa possa voler dire confrontarsi con quelle grandi realtà (ride, ndr). La nostra è una grande passione che ci portiamo nel cuore da quasi mezzo secolo, e tutto quello che facciamo viene realizzato da persone normali che utilizzano la propria manualità e fantasia per portare della gioia in paese. E lo facciamo con i mezzi che abbiamo a disposizione, con le nostre mani e spendendo meno possibile. Venezia e Viareggio, per fare due esempi, hanno più mezzi a disposizione, anche e soprattutto economici.

Eppure potreste entrare a far parte del gotha dei carnevali italiani. Come è successo?

A sorpresa, ecco, potremmo dire così: mentre stavanmo sbrigando le pratiche burocratiche per l’organizzazione della manifestazione ci siamo incontrati a Bolzano con i vertici dell’Ufficio cultura in lingua italiana. Ed è stato il direttore Antonio Lampis a lanciare l’idea. Noi non sapevamo neppure che avremmo potuto avere i requisiti, e infatti saranno loro a raccogliere tutte le informazioni e le documentazioni da sottoporre al Ministero per avviare l’iter. 

Questo sarebbe il secondo riconoscimento nazionale…

Esatto, qualche anno fa siamo stati inseriti fra le “Mille meraviglie italiane”; ma anche in quell’occasine noi non abbiamo fatto niente. Era stato l’allora assessore comunale Volani a proporci al Forum nazionale dei giovani: con i ragazzi delle scuole medie aveva scritto agli uffici competenti e poi ci hanno insignito a sorpresa di questo riconoscimento. 

Quest’anno pare sia andata addirittura meglio degli altri anni. Che cosa avete cambiato?

In realtà nulla, ma è vero che c’è stata davvero una grande adesione; credo che sia l’effetto del post pandemia. Ho avuto la possibilità di vedere dall’alto tutta la manifestazione, perché sono stato su un carro con gli amici Franz e Bepi e ho notato il desiderio e la necessità delle persone di potersi finalmente riappropriare della libertà che da due anni era stata negata. Un desiderio semplice, ma che credo sia alla base della nostra esistenza, poter godere della vicinanza di famigliari ed  amici, il rivedere persone care o semplici conoscenti in un contesto gioioso e spensierato come la sfilata dei carri. E lo spettacolo dei bimbi mascherati che ci hanno accompagnato durante tutto il tragitto, fatine, gnomi, streghe, uomo ragno, maghi, cowboys, indiani, tutti desiderosi di lanciare i coriandoli e di riceverne una manciata in cambio ha riempito i cuori di tutti. 

C’era anche una nutrita schiera di personalità…

Per noi non è una grande novità: l’ex presidente Luis Durnwalder è un ospite fisso, come l’onorevole Luisa Gnecchi, che però quest’anno non è potuta venire a causa di un impegno a Roma. Noi mandiamo l’invito a tutti, e ogni volta sottolineiamo che la loro presenza deve essere alla pari del semplice cittadino, fuori dai canoni di ufficialità e formalità. E infatti ho scorto un presidente Kompatscher rilassato e felice, mi ha fatto piacere e mi piace pensare che abbia potuto trascorrere una giornata di svago.

Autore: Luca Masiello

La via dedicata a Anna Ruedl Zagler

Da via Sorrento si può percorrere, costeggiando l’Istituto tecnologico “Max Valier” e la Scuola Media “Anna Negri”, la via Anna Ruedl Zagler, tra viale Druso e viale Europa. Chi era e cosa fece? Anna Ruedl, nata nel 1785 a Caldaro, sposatasi nel 1802 con un medico di Lana, nel 1860 fondò presso la propria abitazione una “casa per domestici”, per offrire un alloggio gratuito alle domestiche anziane, malate e prive di mezzi. L’idea era venuta al figlio della signora Anna, Joseph Zagler, il quale, divenuto Padre Franz Xaver Zagler, si impegnò molto nel campo sociale. La signora Anna Ruedl Zagler dispose che alla propria morte (avvenuta nel 1872) la sua abitazione (in vicolo dei Muratori, ora via dei Vanga), venisse adibita a “Dientsbotenhaus”, ospizio per domestiche. L’ospizio, che offrì alloggio e assistenza fino agli anni ‘50, occupava una vecchia costruzione a due piani, parzialmente danneggiata durante la guerra. Non si trattava però di una vera e propria casa di riposo, poiché le sue ospiti erano pur sempre a servizio presso famiglie bolzanine, dove provvedevano a pulizie o altre faccende di casa. L’istituzione era riservata a “domestiche che abbiano prestato servizio a Bolzano per almeno 15 anni”. Allo scopo venne istituita una Fondazione, che si occupò del collocamento di domestiche disoccupate o inabili. Va ricordato l’aiuto che alla “Casa per domestici” fu dato anche da un’altra benefattrice, la signora Wilhelmine Grätzl, vedova del medico dott. Josef von Kofler. Il 17 dicembre 1987 la Fondazione divenne l’Associazione “Haus der geschützten Wohnungen” (Casa degli alloggi protetti), avente come obiettivo l’assistenza e la protezione per le donne che si trovano in situazione di violenza. La “Casa degli alloggi protetti”, ora del KFS (Katholischer Familienverband Südtirols – Associazione sudtirolese famiglie cattoliche), fu a livello nazionale una delle prime strutture per donne in situazione di violenza.

Autore: Leone Sticcotti

Un inverno caldo e secco

Il cambiamento climatico è sotto i nostri occhi. In tutte le località dell’Alto Adige in questi mesi invernali sono risultate evidenti le temperature sopra la media e la scarsità di precipitazioni. Per un’analisi della situazione ci siamo messi in contatto con un esperto meteorologo.

In città sono in molti a preferire il sole che splende, le temperature miti e un assenza pressoché assoluta di precipitazioni. E questo in tutte le stagioni, specie in inverno. La situazione non cambia in montagna dove in questo caso sono i turisti a farla da padrona, desiderando un bel cielo azzurro a coronare il paesaggio. In montagna, però, d’inverno, è necessaria la neve, sia essa naturale o prodotta artificialmente per alimentare le piste da sci. E in questo caso a venire in aiuto sono la tecnologia e le basse temperature notturne, quando ci sono. Altro discorso è quello che riguarda l’ecosistema che, come sappiamo, ha bisogno che le stagioni facciano ognuna il proprio mestiere. Che – per quanto riguarda l’inverno – vuol dire neve e freddo. Ovvero proprio gli elementi che in questa stagione 2022/2023 paiono maggiormente scarseggiare. 

L’INTERVISTA

Dieter Peterlin, cosa possiamo dire sulle temperature che sono state registrate durante questo inverno?

Il clima è stato troppo caldo in tutti e tre i mesi invernali. In dicembre poco più caldo, ma molto più caldo poi soprattutto in gennaio e anche adesso in febbraio. A fine febbraio potrebbe essere che le temperature diminuiscano, ma il mese comunque si chiuderà sopra media. La media di tutto l’inverno è stata più o meno un grado sopra il livello degli ultimi 30 anni. 

Un grande tema è poi quello della siccità…

Sì. Ha piovuto e nevicato meno rispetto agli ultimi anni. La siccità ha riguardato gran parte del territorio, ma soprattutto ha riguardato l’ovest e il sud della provincia. L’eccezione, ovvero l’unico posto in cui siamo un po’ sopra la media, è la Valle Aurina dove a inizio febbraio ha fatto una grande nevicata. In dicembre come precipitazioni siamo stati appena sotto la media, ma la siccità si è fatta sentire anche in questo caso soprattutto in gennaio e febbraio. La siccità di quest’anno non è un fatto eccezionale, due anni fa in questo senso abbiamo avuto un vero e proprio record. In dicembre un po’ di precipitazioni ci sono state e anche a Bolzano città ha nevicato. 

In che senso allora dovremmo ora preoccuparci?

L’inverno scorso è stato abbastanza asciutto, poi non abbiamo avuto molte precipitazioni neppure nelle stagioni seguenti, e poi abbiamo avuto ora questo inverno povero di precipitazioni. è un trend che prosegue e potrebbe diventare poi un problema nella prossima bella stagione. Ancora non sappiamo cosa succederà. Se in primavera arriverà qualche bella perturbazione allora saremo a posto, ma se questo non accade… In ogni caso due inverni di seguito con poca neve non sono la migliore premessa.

I ghiacciai come stanno?

Male. Il trend è assolutamente negativo. Lo scorso anno è stato drammatico, il peggiore mai visto. Per i ghiacciai è proprio una catastrofe. 

Poca neve vuol dire problemi nel approvvigionamento idrico e non dimentichiamo che la sofferenza dei ghiacciai mette in discussione l’intero ecosistema dell’alta montagna, anche sotto il profilo della flora e della fauna specifiche. Il turismo invernale invece va a gonfie vele, nonostante il clima…

Con la neve artificiale si può fare tutto. 

Anche se in realtà le temperature sono molto elevate.

Sì, ma basta qualche giorno freddo e allora fanno tutta le neve che serve sulle piste. Che poi rimane anche se le temperature sono più alte di 5 gradi. 

Gli sciatori arrivano anche se la neve ce l’hanno solo sulle piste, ormai è appurato.

Sì, e nei prossimi anni probabilmente questa sarà una cosa normale. In ogni caso quest’anno ha nevicato il 9 dicembre in tutto l’Alto Adige e poi ancora il 15 dicembre. La stagione non era iniziata male. 

Con l’aspetto idrico come siamo messi? Anche in Alto Adige i fiumi sono davvero ridotti al minimo come portata…

Sì, siamo molto al di sotto della media. Siamo vicini alla primavera quando la neve si scioglie e quella fase non è ancora iniziata. Bisogna vedere cosa succederà nei prossimi giorni. Il 2023 è iniziato male, speriamo che le cose cambino nelle prossime settimane. 

Sappiamo che ogni previsione meteo oltre i 5 giorni è comunque sempre molto azzardata. Ma davvero non si può ancora dire nulla a proposito di quello che potrebbe succedere nel mese di marzo?

Il modello europeo di previsione dice che fino a metà marzo resteremo comunque sotto media, per quanto riguarda le precipitazioni. Grandi cambiamenti a questo proposito non dovrebbero essercene. 

Sull’approvvigionamento idrico ci sono stati già dei problemi in alta Venosta, nella zona di Burgusio…

Io posso parlare solo come meteorologo e posso dire che le zone più penalizzate dalle precipitazioni sono state l’ovest e il sud della provincia. La Val Venosta è sempre stata caratterizzata da precipitazioni meno abbondanti rispetto al resto del territorio, ma in questo caso l’effetto è ancora più accentuato. In Venosta, Val d’Adige, Bolzano e Bassa Atesina è piovuto davvero molto poco negli ultimi mesi. Nel nord della provincia e in Pusteria la situazione invece è più o meno nella media. 

Nell’ultimo anno almeno non ci sono stati fenomeni atmosferici devastanti, come successo qualche tempo fa con Vaia. è una magra consolazione?

Il 2022 è stato abbastanza tranquillo, ma sono mancati gli eventi estremi. Solo a livello locale abbiamo avuto qualche situazione critica, come ad esempio in Val Badia. Ma in questo caso si tratta di normalità. 

Qual è la situazione della fiducia della popolazione nei confronti delle previsioni meteo? Negli ultimi anni è cresciuta?

Quando ho iniziato le previsioni erano una cosa molto diversa da quelle attuali. Oggi sono molto più affidabili: ci sono molti più satelliti e stazioni meteo…

I cittadini sperimentano con mano insomma che quello che prevedete spesso effettivamente accade…

Sì, lo vediamo anche dagli accessi al nostro sito e alla nostra App, che aumentano di anno in anno… Lo vediamo anche dalla reazione della popolazione quando ci capita di sbagliare. Sono molti di più quelli che si lamentano, perché ora spesso le persone organizzano la propria vita proprio sulla base delle previsioni meteo. 

Le vostre previsioni specifiche per i comprensori sono molto utili. Non sarebbe però il caso di localizzarle ancora di più? Il territorio altoatesino è molto grande e molto diversificato a livello climatico, spesso nell’arco di pochi chilometri la situazione può cambiare e anche di molto…

Anche noi incontriamo questa difficoltà. Restando ad esempio sulla Val Venosta, spesso la situazione a Naturno è completamente diversa rispetto a Resia. Per questo vi posso dire in esclusiva che è in programma nelle proprie una update della nostra App con la quale sostituiremo le previsioni per comprensorio con una previsione per ogni singolo comune del territorio provinciale. è un modello che abbiamo sviluppato con l’Università di Innsbruck e che stiamo testando già da qualche anno. Le previsioni per comprensorio le facevamo noi meteorologi manualmente, ora invece passeremo ad un sistema automatizzato. 

Mappa delle stazioni meteo e radar precipitazioni resteranno invece invariate?

Le stazioni resteranno quelle, ne abbiamo un numero record rispetto al resto dell’arco alpino. Sul Macaion invece a fine estate o in autunno, speriamo venga realizzato finalmente un nuovo radar molto più affidabile e all’avanguardia. 

Si tratterà anche in questo caso di una struttura che verrà utilizzata, insieme, dalle province di Bolzano e Trento?

Sì, certo, è un progetto regionale.

Avete anche altre forme di collaborazione con i territori limitrofi? Il meteo per definizione si disinteressa dei confini politici…

A livello di Euregio abbiamo poi un progetto di collaborazione per la prevenzione delle valanghe.  
E rimane un collegamento molto stretto con Innsbruck, dove noi tutti abbiamo studiato. Lì viene fatta la ricerca, sulla quale ci basiamo. Del cambiamento climatico invece qui da noi si occupa Eurac. Con il bellunese abbiamo anche una forma di collaborazione, specialmente con Arabba. Con loro ci attiviamo in particolare se ci sono degli eventi nelle Dolomiti, così forniamo delle previsioni localizzate, in occasione di manifestazioni sportive internazionali o altro. 

Autore: Luca Sticcotti

Shanti Powa go America

Il sogno americano è un mito che ha attratto musicisti di ogni generazione e di ogni parte del mondo. E la nostra regione non è certo esente da questa fascinazione.  Lo scorso dicembre è toccato agli Shanti Powa calcare le assi dei palchi americani, per due concerti legati ad un’importante manifestazione.

Pensiamo ai Dedy Cemm che fecero per sei mesi la spola tra New York e le Bermuda sulle navi da crociera, o a Enrico Micheletti e Klaus Tengler, entrambi in California a fine anni settanta (il primo a L.A. dove pare abbia incrociato la chitarra con membri della band di Larry Coryell, il secondo a Frisco, dove frequentò gente come Mike Bloomfield e Jorma Kaukonen ed incise persino un disco) e poi, in tempi più vicini a noi, come non ricordare le puntate di George McAnthony a Nashville, il massacrante tour dei Graveworm, quello autogestito dei Nolunta’s, fino alle recenti scorribande di Hubert Dorigatti.

Come dicevamo – lo scorso dicembre è toccato agli Shanti Powa calcare le assi dei palchi americani, per due concerti legati ad un’importante manifestazione.

“Tutto è cominciato un paio di anni fa – ci racconta Thomas Maniacco, trombettista e portavoce del gruppo – abbiamo partecipato ad un contest organizzato da JM International, una ONG legata all’ONU che organizza eventi per i giovani, il risultato è stato che ci siamo ritrovati tra i gruppi vincitori e avremmo dovuto esibirci alla fine del 2020 in Corea del Sud, che quell’anno ospitava la manifestazione. Tutto è saltato per colpa del Covid, e il nostro concerto lo abbiamo filmato a casa ed è stato trasmesso poi in streaming sul sito di JM International. Grazie però al piazzamento ottenuto siamo diventati, e continuiamo ad esserlo, ambasciatori della Fair Play Music nel mondo”.

Parimenti al concorso Busoni, il contest vinto dalla formazione altoatesina non è detto debba avere per forza un vincitore: è quello che è accaduto con l’edizione 2022 che avrebbe dovuto ospitare i vincitori nella capitale americana così gli organizzatori hanno avuto la bella pensata di invitare quindi gli Shanti Powa e altri musicisti legati al loro contest.

“Il materiale musicale di chi partecipa al contest – prosegue Maniacco – deve avere dei testi contro la corruzione, l’oppressione, divulgare l’idea di unione e comunità e noi sembravamo fatti apposta per questo tipo di evento. Nella fattispecie, a Washington si è tenuta l’International Anti Corruption Conference, a cui erano presenti tutte le ONG legate al circuito a cui appartiene JM International e proprio in quest’ambito siamo stati invitati ad esibirci”.

Impossibilitati a recarsi tutti in America, gli Shanti Powa sono così partiti in sei per l’avventura oltreoceano, hanno passato qualche giorno in una sala prove di Washington per testare la formazione ridotta (Bertrand J. Risè, Florian Gamper, Lukas Pichler, Fabian Pichler, Jonas Tutzer e Thomas Maniacco) a cui si sono uniti sul palco anche altri tre artisti invitati all’IACC: il congolese Alesh, Faith Mussa dal Malawi e Lain, della band indiana Rain in Sahara. 

“La prima situazione in cui ci siamo esibiti – è il cantante Berti Risè a parlare – è stata strettamente legata all’evento, con un pubblico formato ovviamente dalle ONG partecipanti, ma anche da diversi Segretari di Stato, incluso quello americano. Un’esibizione in stile unplugged per giornalisti, speaker, politici e addetti ai lavori”.

Il giorno successivo invece il gruppo si esibito al 9:30 Club, il locale più in voga della capitale americana, particolarmente caro a Dave Grohl (Nirvana, Foo Fighters) che lo definisce il suo locale preferito, facendosi apprezzare dai frequentatori abituali.

 “Si è trattato di un’esperienza molto importante – conclude Berti, suonare e portare la nostra musica in America era un sogno. Devo dire che è stata anche una cosa commovente per me, ho pianto di felicità. È stato un peccato non poterci essere con la band al completo, ma in compenso siamo riusciti a stabilire un legame molto forte con gli altri partecipanti, ci sono già dei brani che stanno nascendo in collaborazione con loro: l’idea è di averli nel nostro prossimo disco e suonare ancora dal vivo con loro”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Scrivere poesie, sull’amore e sulla vita

Varcando l’ingresso della palestra gestita da Antonino Massimo Rugolo, si percepisce un’energia particolare e diversa, lontanissima dal luogo comune che vorrebbe le palestre anche e soprattutto come ambienti di esposizione per fisici scolpiti. Dobbiamo questa particolare atmosfera a Max, come lo chiamano amichevolmente quasi tutti, preparatore atletico e imprenditore di successo, impegnato a lavorare sulla motivazione e su fisico dei suoi iscritti. Pochi sanno che lui è anche un appassionato scrittore e poeta. Pensate che il suo libro “Sulle ali della tenerezza”, edito da Laruffa nel 2007, contiene racconti e poesie, di cui una negli anni passati è stata erroneamente attribuita a Luigi Pirandello.

Prima di parlare del presente, può brevemente raccontarci un po’ della sua vita? Come è finito a Bolzano?

Sono calabrese, da giovane sono stato giocatore professionista di basket a Reggio Calabria; successivamente mi sono trasferito a Bologna a studiare, ma prima di arrivare a Bolzano sono stato in Francia e in Inghilterra. Ho poi vissuto in Islanda, dove ho visto posti straordinari, e negli Stati Uniti, dove ho cominciato a lavorare come Life coach, una professione che mi ha portato a vivere quasi in simbiosi con i miei clienti – due nel periodo statunitense. Il life coaching è una disciplina fondata sul miglioramento della performance, sulla motivazione e sulla capacità di generare emozioni positive.

E che sensazioni le ha lasciato quell’esperienza?

Per me è stata una cosa elettrizzante, che mi ha fatto crescere molto.  Solo successivamente sono arrivato a Bolzano, di cui mi ha colpito la natura e la gentilezza delle persone. Mi ha particolarmente colpito l’atteggiamento dei ragazzi che attraversando il passaggio pedonale quasi salutano con un cenno gli automobilisti che li fanno passare.
A Bolzano ho cercato una palestra a cui associarmi ed ora eccomi qui…

Di cosa scrive?

Scrivo in special modo su ciò che è l’amore e il suo entusiasmo, su ciò che è la vita e la sua voglia di vivere. Con la mia scrittura vorrei far capire che dobbiamo fare del mondo un posto migliore.

Lei è una persona molto impegnata, con una agenda fittissima, come riesce a ritagliarsi il tempo e la calma per scrivere?

Le rispondo citandole un estratto dalla più famosa delle mie poesie, quella a suo tempo erroneamente attribuita a Pirandello, in cui scrivevo ‘E l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno’, allo stesso modo le rispondo che non serve il tempo per parlare di amore.

Può spiegarci com’è successo che la poesia che ci ha citato sia stata attribuita a Pirandello?

L’ho scritta diverso tempo fa, trovando un riscontro quasi immediato sulla sua bellezza, in chi leggeva. Successivamente lo scrittore Agostino Frau mi scrisse, facendomi notare che la poesia, pubblicata nel mio libro del 2007, veniva attribuita erroneamente a Pirandello ed esortandomi a far valere le mie ragioni. Da quel momento in poi, ho cominciato a fare le mie ricerche, ma ho scoperto presto che gli utenti del web si stavano attivando per attribuire la poesia alla mia persona. Un ultimo riconoscimento mi è arrivato da Dacia Maraini, che nel suo libro, “Il diritto di morire”, in cui affronta il tema dell’eutanasia, riproduce per intero la mia poesia firmandola con il mio nome.

Autore: Till Antonio Mola