Votare per riaffermare il nostro percorso di pace

I recenti tragici fatti in Israele mi hanno fatto venire in mente un articolo che scrissi più di 9 anni fa e che prendeva spunto da una semplice applicazione web che consentiva di confrontare la dimensione della striscia di Gaza a qualsiasi altro territorio a livello globale. L’applicazione è ancora online, si chiama Gaza Everywhere, e già allora mi aveva consentito di fare alcune considerazioni che voglio riprendere. La prima riguarda il fatto che la striscia di Gaza è perfettamente sovrapponibile alla nostra Bassa Atesina (il solo fondovalle), sia come estensione che addirittura come “inclinazione” sulla mappa. Ma naturalmente le analogie si fermano qui, essendo le due situazioni sociali assolutamente agli antipodi. Com’è noto la striscia di Gaza oggi ha più di 2 milioni di abitanti (nel 2014 erano 1.640.000). Riusciamo ad immaginarci cosa accadrebbe se una popolazione pari a 4 volte quella altoatesina andasse ad abitare tutta in Bassa Atesina? Anche da noi si verificherebbe inevitabilmente una concentrazione umana tra le più alte del mondo. Un altro aspetto che non è mai abbastanza evidenziato dalle cronache è il fatto che nella striscia di Gaza il 41% della popolazione ha meno di 14 anni. Stiamo parlando in sostanza di 890.000 bambini. è una demografia che ancora una volta ci pone agli antipodi. Ma perché a Gaza ci sono così tanti bambini? Già all’epoca un articolo pubblicato dalla rivista Wired aveva avanzato a questo proposito un’ipotesi che non sappiamo se considerare incoraggiante o meno. “In una situazione in cui l’impotenza, la sottoccupazione e l’emarginazione hanno lasciato poche opportunità per l’espressione della propria identità, la riproduzione è una delle poche libertà che resta, e contribuisce anche al più ampio obiettivo di aumentare il popolo palestinese.” 

L’efferato attacco terroristico compiuto da Hamas e le sofferenze provocate da questa organizzazione sulla popolazione palestinese e le conseguenze dei bombardamenti e dell’assedio di Gaza da parte di Israele possono essere un importante monito, anche per noi che il prossimo 22 ottobre ci recheremo alle une per le elezioni provinciali. I conflitti possono essere gestiti solo attraverso percorsi democratici all’insegna del compromesso. La memoria del percorso di pace compiuto nel nostro territorio non può dunque che essere rinnovata attraverso la partecipazione al voto. Dobbiamo sentirlo anche come un dovere, oltre che un diritto.

Autore: Luca Sticcotti

Intingoli di fine stagione

L’estate appena conclusa, in attesa delle proposte musicali autunnali (l’autunno è sempre stato, tradizionalmente, il momento delle uscite discografiche da lanciare in vista del Natale imminente) ci ha consegnato una manciata di nuovi singoli che è opportuno tenere d’occhio, anche perché in più d’un caso si tratta di anticipazioni riguardanti lavori più completi.

Imperdibile è il nuovo singolo di Hubert Dorigatti, Talking Down (youtu.be/iow6Dw4q31Q): il chitarrista pusterese, tra un concerto e l’altro, oltre a dedicarsi alla costruzione della sua casa, sempre documentata via social, ha registrato questo singolo rispolverando per l’occasione la denominazione Bayou Side, usata per il suo ottimo disco del 2017. L’intuizione molto interessante di Dorigatti, è stata quella di usare come strumento di complemento alla sua sempre apprezzata chitarra, anche uno strumento atipico come la tuba: per l’occasione è stato coinvolto il musicista austriaco Christian Deimbacher mentre la batteria è stata suonata da Matthias Bäuerlein. Il risultato è un brano di blues dalle atmosfere funky che ricorda esperimenti analoghi fatti oltre cinquant’anni fa dal grande Taj Mahal. Esperimenti che agli occhi di Dorigatti, che oltre che un chitarrista sopraffino è anche un filologo della materia, non potevano passare inosservati. E mentre stiamo pubblicando queste righe, la notizia bomba è che il nostro, con la band al completo si trova a Nashville per registrare un EP sotto la produzione di Zach Allen, esperto producer che ha lavorato con Keb Mo’, pochi anni fa titolare di un disco proprio con Taj Mahal, ecco così che il cerchio con perfezione si va a chiudere.

Su un fronte musicale decisamente diverso troviamo la piacevolissima sorpresa del nuovo singolo degli Skankin’ Drops, una delle più interessanti formazioni reggae della nostra regione. Aizzate è il loro brano disponibile da circa metà estate (skankindrops.bandcamp.com/track/aizzate) ed è la conferma della sempreverde vena creativa di questa formazione. Il singolo, prodotto dai loro amici Shanti Powa (il sassofonista salentino Angelo Ippati è da qualche tempo in entrambe le band), è un contagioso brano in dialetto napoletano che è già diventato un highlight nei concerti degli Skankin’ Drops, grazie al suo ritmo dondolante, con assoli di chitarra e sax che contornano un testo non casuale che è un’incitazione a svegliarsi, alzarsi, reagire. In linea con l’impegno che non è mai mancato alla musica di questo gruppo in costante crescita artistica.

Blues Lee (youtu.be/p6HWp1N72co) e Mi manchi (youtu.be/nkG_Hm8gmuA) sono invece i nuovi singoli (rigorosamente in formato video) dei But Beautiful, trio pop rock dalle interessanti idee: costruito su una base musicale molto essenziale su cui i componenti si destreggiano cantando e dedicandosi a tutti gli strumenti. Uscite a poche settimane di distanza le due canzoni offrono una buona panoramica del raggio d’azione del gruppo che può contare sull’eterea e originale voce di Elisabeth Pichler, sulle tastiere di Carl Pfeil e su chitarra e batteria di Andreas Mair. Questi ragazzi dimostrano di essere a proprio agio cantando in qualunque lingua e le loro composizioni risultano del tutto convincenti.

Concludiamo con la segnalazione del nuovo video di Alice Ravagnani che torna con un nuovo brano intitolato Senza cadere (youtu.be/mBAEyy2ksvk) pubblicato a fine settembre. La cantautrice (ma non solo) bolzanina, dopo le prime canzoni prodotte con l’aiuto di Mattia Mariotti, sta da un po’ lavorando con Mathis Carion e c’è in vista la realizzazione di un EP a cui parteciperanno anche diversi musicisti locali, anche se i nomi non sono ancora stati resi pubblici. Le premesse promesse da questo singolo dal testo molto personale creano comunque grandi aspettative.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Capaci di vivere insieme nelle differenze

Questa domenica 432.156 altoatesine e altoatesini sono chiamati a rinnovare col loro voto il Consiglio provinciale e, di conseguenza, la metà del Consiglio regionale. Si sono presentate 16 liste che propongono 488 candidate e candidati. Quale lettura del passato, del presente e del futuro danno queste forze politiche?

Ma possiamo davvero ancora parlare di politica, ovvero dell’arte di costruire insieme il bene comune? Il bene comune va definito tenendo conto del contesto. Se ci guardiamo intorno – ma ci guardiamo intorno noi abitanti del villaggio di Asterix? – che cosa vediamo?

A poche ore di macchina da noi infuria una guerra che da oltre un anno e mezzo mina gli equilibri geopolitici europei e globali e produce morti, feriti, profughi, distruzione, miseria. Prima che scoppiasse il conflitto in questa forma, esso era già presente nell’incapacità delle popolazioni di quelle terre di trovare le ragioni e i modi di una convivenza dai tratti umani.

Ai margini d’Europa, nel Nagorno Karabakh, un’intera minoranza etnica è stata costretta, sotto gli occhi impotenti e forse complici della cosiddetta “comunità internazionale” ad abbandonare la propria terra.

Al di là del nostro mare – divenuto peraltro il cimitero di decine di migliaia di disperati – si è infiammato un conflitto tra popoli che perdura da decenni e che ha le sue radici nell’incapacità del cosiddetto Occidente e della vecchia Europa di trovare soluzioni creative ed efficaci a una situazione che sempre sarà presente: la convivenza di diverse culture, lingue, tradizioni.

In questo contesto nel villaggio di Asterix il tema che papa Francesco ha definito “capacità di vivere insieme nelle differenze” è diventato un tabù. Anzi si fa appello – senza dirlo – alla compattezza etnica (Zusammenhalten), che sola avrebbe portato al successo dell’autonomia.

L’autonomia senza la valorizzazione delle differenze però è una parola vuota e la “capacità di vivere insieme nelle differenze” non si sviluppa e non si mantiene con gli appelli alla compattezza, ma con l’esercizio dell’ascolto e del rispetto e facendo sì che ognuno possa sentirsi/essere a casa. In Alto Adige come in tutto il resto del mondo.

Autore: Paolo Bill Valente

La via dedicata a Michael Gaismair

Tra Via Roen e Viale Druso, si trova, non distante da piazza Tribunale, Via Michael Gaismair. Chi era e cosa fece? Nato nel 1490 a Tshöfs (Ceves), presso Vipiteno, da famiglia contadina, dopo la scuola di latino frequentò la scuola del duomo di Bressanone. Ebbe modo, dinanzi al fasto e alla sontuosità della corte vescovile, e a quanto faceva parte della vita quotidiana ecclesiale, di acquisire man mano un atteggiamento sempre più critico nei confronti del ruolo della Chiesa. Preso servizio come scritturale presso la miniera di Schwaz, divenne portavoce dei minatori, che si sentivano sfruttati, nella presentazione di una petizione all’imperatore.  Fu poi scrivano nella cancelleria di Leonhard von Völs, capitano dell’Adige. Nei sei anni di servizio apprese molto sulle lotte per il potere, su corruzione e imposture della nobiltà. Passato alla cancelleria vescovile, tra lettere  e documenti conobbe meglio la vita politica del Tirolo, con i contadini alle prese con  numerosi balzelli. Alle loro proteste fu risposto con arresti, torture, esecuzioni capitali.  Fu il caso Passler ad accendere talmente gli animi da scatenare la rivolta; condannato a morte il 9 maggio 1525, Passler fu liberato da contadini, servi e artigiani in rivolta. La rivolta si estese, con vari saccheggi a parrocchie e masi, a partire dal monastero di Novacella. Michael Gaismair riuscì a  calmare gli animi. A Merano fu convocata una “Dieta contadina”, con la redazione di un “ordinamento regionale”, una “Magna Charta per el populo minuto”. Il 12 giugno a Innsbruck centinaia di contadini chiesero all’arciduca Ferdinando una serie di concessioni.  La risposta fu l’arresto, l’11 agosto, di Gaismair; riuscì a fuggire il 7 ottobre. Riparato in Svizzera, redasse la “Tirolische Landesordnung”. Senza successo altre imprese, riparò in territorio veneziano, a servizio del Doge. Nell’agosto 1527 si ritirò in una tenuta nel padovano. C’era una taglia sulla sua testa. All’alba del 15 aprile 1532 Michael Gaismair, tratto in inganno, fu trafitto nella stalla da 42 pugnalate.

Autore: Leone Sticcotti

Un libro in aiuto dei familiari dei malati

Una professionista che si occupa di demenza da oltre 30 anni; un volumetto semplice, per imparare a convivere il più serenamente possibile con un familiare affetto da demenza senile e un folto pubblico, per la presentazione alla biblioteca Dante Alighieri di Ora.

Almeno una sessantina le persone che nel tardo pomeriggio di lunedì 2 ottobre scorso hanno affollato la sala della biblioteca Dante Alighieri di Ora. Numeri non facili da segnare per la presentazione di un libro, soprattutto nelle piccole biblioteche di provincia, ma il motivo era chiaro: a venir presentato è stato il libro: “Ma lei dove dorme? 24 ore accanto all’anziano affetto da demenza”. A redigere il libro, e a discuterne i contenuti, la dottotressa Cinzia Siviero, fisioterapista e operatrice di cura, che si occupa di demenza dal lontano 1990.

Dottoressa, da cosa è nata l’idea di questo libro? 

L’idea c’era già da tempo, ma l’occasione è venuta grazie a una notevole mole di materiale audio-video accumulato durante gli incontri in videoconferenza che ho tenuto durante il periodo del covid per l’Associazione milanese “Al Confine” , i cosiddetti Alzheimer cafè, che in quel periodo appunto, non potevano più essere tenuti in presenza. 

Quali sono i contenuti di questo piccolo libro? 

Ho cercato di divulgare e di rendere accessibile a tutti, anche attraverso un linguaggio semplice e diretto, il metodo Validation, di cui sono insegnante certificata dal 2005, per aiutare i familiari di persone affette da demenza a convinvere con la patologia il più serenamente possibile nell’arco delle 24 ore.

In cosa consiste questo metodo? 

Per spiegarlo con parole semplici, si tratta di un processo di comunicazione globale, quindi sia di tipo verbale che non verbale, per riuscire ad aprire un canale relazionale con la persona affetta da demenza. Perchè si parla sempre della solitudine dei familiari – che è senz’altro presente e importante – ma è la persona stessa affetta da demenza a essere sola, poichè, appunto, non è più in grado di comuncare con il mondo attorno a sè.

All’incontro erano presenti i volontari dell’Alzheimer Cafè di Laives, operatori di settore ma, come prevedibile, molti familiari. Dottoressa, qual è la difficoltà più grande di cui più spesso le chiedono conto? 

La stanchezza. Chi convive e assiste queste persone raggiunge livelli di stanchezza così elevati da non riuscire più ad avere la pazienza necessaria e questo li preoccupa, ovviamente. Perciò il mio consiglio è sempre quello di chiedere aiuto, per poter trovare tempo per se stessi e scaricare lo stress.

Nel libro si parla in particolare della gestione del rapporto col malato quando egli si trova ancora a casa. Ma cosa accade nel momento in cui ci si rende conto di doversi appoggiare a una struttura? 

Questo è un passaggio cruciale, dove il familiare si sente molto in colpa. Proprio per questo, l’ultima parte del libro, dedicata al passaggio in struttura, è stata redatta dalla dottoressa Rita d’Alfonso, un’esperta in questo campo.

Un contributo importante quindi, quello portato dalla dottoressa Siviero, non solo alle persone presenti nella serata del 2 ottobre, ma per tutti coloro che si trovano quotidianamente a combattere con una patologia in cui, per dirlo con le parole della dottoressa, a dominare sono appunto la stanchezza, la solitudine e il senso di impotenza. Preziosa in questo senso, la mano tesa in aiuto degli Alzheimer Caffè proposti regolarmente il giovedì mattina dal Centro Don Bosco di Laives.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Johannes Zwerger, il vescovo di Guggal

Uno dei personaggi più straordinari nati nel comune di Altrei / Anterivo (e precisamente nella sperduta frazione di Guggal) è indubbiamente Johannes Baptist Zwerger. Per inciso, il cognome Zwerger è uno dei più diffusi e antichi della piccola comunità ai confini della Val di Fiemme. Pare sia originario della Baviera, e precisamente della località di St. Margarethen am Walchensee, da dove i primi Zwerger sono partiti per diversi paesi europei.

In Alto Adige il cognome compare ufficialmente per la prima volta nel 1348, quando un tale “Zwaerger” acquista un cavallo dal signor Engelmar di Villandro. Nel 1611 un Martin Zwerger, bavarese, viene registrato come cittadino di Bolzano. Nei documenti in lingua latina, all’epoca assai comuni, il cognome veniva spesso trasformato in “parvus” (il piccolo, il nano – traduzione letterale di Zwerg), tanto che un Ancillus Parvus compare nel 1468 proprio tra i contadini di Anterivo. Ovviamente nel paese esiste un antichissimo Zwergerhof, maso Zwerger, che in origine portava il nome di Sligartshof. 

Nel 1949 ad Anterivo si trovavano ben 16 famiglie di cognome Zwerger. 

Ma torniamo al nostro Johannes B. Zwerger. Costui nacque proprio ad Anterivo il 23 giugno1824 da una famiglia di contadini. Da ragazzo, riconosciute le sue spiccate doti intellettuali, i genitori lo mandarono al ginnasio dei Padri Francescani di Bolzano. Dopo la maturità si trasferì prima ad Innsbruck per studiare filosofia, successivamente a Bressanone e Trento per studiare teologia. Il 14 dicembre 1851 fu ordinato sacerdote e inizialmente prestò servizio nella parrocchia di Caldaro. Dopo soli due anni, grazie alle sue notevoli qualità, fu ammesso all’istituto di Sant’Agostino di Vienna dove ottenne la laurea in teologia. Intraprese quindi la carriera di docente a Trento ma dopo un paio di anni fu richiamato a Vienna. Nel 1865 gli fu affidata la parte tedesca della diocesi di Trento, un compito prestigioso e delicato che svolse con grande devozione.  Inaspettatamente, nel 1867 l’arcivescovo di Salisburgo lo nominò arcivescovo di Seckau in Austria. Intraprese subito una strenua battaglia contro le leggi liberali e anticlericali di quegli anni. Al centro della sua attenzione si trovavano in particolar modo “il matrimonio cristiano” e la scuola cristiana, per lui due dogmi intoccabili. Per ben 27 volte intraprese pellegrinaggi a Roma in compagnia di altri fedeli della diocesi.

Zwerger morì a Graz il 14 agosto 1893. Nella sua lunga carriera arcivescovile pubblicò numerose lettere pastorali e molti altri scritti tradotti in varie lingue. Più volte si parlò anche di una sua beatificazione. Nel corso del suo mandato, pur essendo considerato un una persona inflessibile e poco disposta ai compromessi, visitò per ben tre volte ogni singolo paese della sua diocesi e fece costruire o rinnovare  numerose chiese. 

Dunque, l’umile e taciturno bambino, che già in tenera età aveva svolto scrupolosamente la sua attività di pastore di mucche sui pascoli di Anterivo, venne ben presto considerato il figlio più illustre della comunità di Anterivo. In occasione del centenario della sua morte, nel 1993, varie iniziative hanno ricordato la sua vita e la sua opera di arcivescovo di Seckau. 

Curiosamente, anche un altro Zwerger di Anterivo raggiunse una notevole fama.  Era un nipote dell’arcivescovo, il professor Alois Zwerger, noto scultore. Nacque nel 1872 in umili condizioni ma lo zio ne riconobbe presto il talento e lo mandò a perfezionare l’arte presso vari maestri del tempo, tra cui il noto Demetz di Ortisei. Successivamente divenne professore di scultura a Hallein.

Ad Anterivo al noto vescovo sono dedicate la scuola elementare e una piazza, al nipote la via “Prof. Alois Zwerger”. Nella città di Graz al vescovo di Anterivo è dedicata la piazza antistante la chiesa del Sacro Cuore di Gesù.

Autore: Reinhard Christanell

Una festa dedicata all’amore per i nonni

Giochi e merende di una volta, la benedizione di don Walter, e soprattutto tanti nonni con i loro nipotini: è stata un successo la Festa dei Nonni dell’Oratorio Santiago, una giornata che è stata capace di portare gioia nei cuori di grandi e piccini.

I nonni come degli alberi: alberi che custodiscono storia e saggezza e seminano amore per i propri nipoti, che porteranno a loro volta avanti la storia. 

Questo il tema della Festa dei Nonni organizzata dall’Oratorio Santiago di San Giacomo in occasione appunto della Festa dei nonni, che in Italia si celebra il 2 ottobre. 

E proprio lunedì 2 ottobre scorso quindi, nonni in compagnia dei propri nipotini hanno potuto trascorrere un pomeriggio spensierato e, soprattutto, dedicato a loro. La giornata infatti è stata organizzata proprio in ricordo dei loro tempi, con una sana merenda “di una volta” a base di pane burro e zucchero, oppure pane e olio o, ancora con marmellata o conserva di pomodoro. 

All’insegna dei vecchi tempi anche le canzoni e i giochi, dove la tradizionale tombolata si è svolta rigorosamente coi fagioli!

Il momento più toccante è stato però quando i nipotini hanno consegnato ai nonni dei bigliettini decorati a mano, realizzati da loro nel corso del laboratorio creativo del venerdì precedente.  

Ogni bigliettino conteneva dei semi, che i nonni potranno quindi piantare nell’orto o in un vaso, simbolo della vita che continua e che loro trasmettono ai nipoti. L’atmosfera di tutta la giornata è stata all’insegna dell’allegria creata dai bambini, dei ricordi e dei racconti dei loro nonni, naturalmente commossi dalle attenzioni loro riservate.

La festa è stata preceduta dal saluto e dalla benedizione del decano di Laives e parroco della chiesa di San Giacomo, don Walter Visintainer.

Autrice: Raffaella Trimarchi

“lasecondaluna”: uno sguardo sull’arte

Quella dell’associazione “lasecondaluna” di Laives è una storia giovane in ogni senso: nata nel 2019 dalle ceneri di un omonimo premio gestito dal Comitato Premio Internazionale Arti Visive “Città di Laives”, l’obiettivo principale, di ieri e di oggi, è soprattutto quello di avvicinare la cittadinanza alle arti visive. Anche incitando e supportando i giovani artisti trentini ed altoatesini.

Fu Denis Isaia, attualmente curatore al Mart a fondare questo premio che raccoglieva tutte quelle personalità che non trovavano casa nelle tradizionali categorie artistiche. L’archivio di opere che si è venuto a creare ha portato il Comitato a trasformarsi in associazione, conservando il nome “lasecondaluna” come omaggio all’originalità, al pensiero alternativo e alla creatività. “Il nostro presidente Giorgio Cattelan ha accompagnato la creazione e la crescita dell’associazione”, spiega Amanda Filippi, direttrice generale del sodalizio.

Direttrice Filippi, quali sono le prime proposte messe in campo per “farsi conoscere”?

Le nostre attività si svolgono soprattutto in Bassa Atesina, in un’ottica di decentramento dell’offerta culturale rispetto alle maggiori città della regione, Bolzano e Trento. Per questo organizziamo ogni anno una stagione di mostre che si inserisce in una cornice più ampia, un tema biennale di cui ogni esposizione offre una diversa chiave interpretativa. Altra mission che ci siamo posti fin dall’inizio è valorizzare gli artisti residenti in Trentino e Alto Adige, con particolare attenzione alle nuove generazioni, cercando d’essere un valido supporto nello sviluppo del loro lavoro anche in ottica professionalizzante.

I tempi sono cambiati e, sbirciando nel sito, l’offerta sembra essersi fatta più ampia. 

Abbiamo avviato dei corsi d’arte a Laives e da poco è stato messo in atto il progetto “Arte & Benessere | Umanizzazione degli spazi: la sala d’aspetto del reparto psichiatrico di Bolzano”. In collaborazione con “Chiron”, abbiamo aperto una call per realizzare un’opera d’arte visiva nel corridoio del reparto di psichiatria dell’Ospedale di Bolzano. Un altro importante progetto che stiamo portando avanti con il Cedocs di Bolzano è “Quo vadis? Festival delle culture e delle lingue”, ogni anno dedicato a cultura, storia e arte di un diverso paese del mondo.

Quante persone fanno parte del sodalizio?

Attualmente 66 soci. Il direttivo è composto da sette persone. Ci sono poi molti collaboratori che, grazie alle loro competenze specifiche, lavorano insieme a noi sui vari progetti.

Quali sono le proposte e le mostre significative messe in campo quest’anno? 

La nostra stagione espositiva è iniziata a marzo nella Sala Espositiva di Laives, con “Otherwordly Women” dell’artista Daria Akimenko, a cura di Margherita Cestari. Ci siamo poi spostati a Vadena con la collettiva fotografica “Architecture of Fragments”. A giugno siamo tornati a Laives con “Corpo Sospeso / Suspended Body” di Valentina Cavion, a cura di Nicolò Faccenda. Il 6 ottobre abbiamo poi inaugurato una personale di Italo Bressan. Con l’autunno sono ripartiti i corsi d’arte con un workshop per bambini e uno di ricamo creativo.

L’aspettativa per il futuro? 

Sicuramente continueremo a ideare e realizzare progetti artistici e di sviluppo territoriale, proseguendo a stimolare il dialogo attorno alle arti visive. Nei prossimi anni ci concentreremo inoltre nel ricercare una collocazione definitiva che permetta di svilupparci ulteriormente e di incrementare il contatto con il pubblico attraverso nuovi servizi e uno spazio aperto e frequentabile. Un altro obiettivo è far rivivere il ricco archivio del Comitato Premio Internazionale Arti Visive “Città di Laives”. Vorremmo recuperare tutto il materiale e renderlo fruibile: si tratta di un patrimonio davvero particolare, con testimonianze artistiche al di fuori delle categorie canoniche.

Autore: Daniele Bebber

Clean up day, raccolti 50 chili di rifiuti

“Non rassegnatevi al brutto, continuate ad impegnarvi per avere cura del vostro paese e tenerlo pulito”: è l’appello di Petra Laner, referente locale di Plastic Free all’indomani del “clean up day”, azione di pulizia delle strade di Sinigo durante la quale sono stati raccolti oltre 50 chili di rifiuti. 

Cinquanta chilogrammi di rifiuti vari, soprattutto lattine e bottiglie di plastica, ma anche una batteria di auto: questo il risultato del “clean up day”, la giornata ecologica di pulizia promossa dall’associazione Plastic Free nella zona di Sinigo. 

Una dozzina i partecipanti all’iniziativa, che hanno perlustrato gli spazi verdi del rione a caccia di immondizie abbandonate con il duplice intento di rimuovere i rifiuti gettati nelle aree pubbliche e di sensibilizzare la cittadinanza sulla tema della tutela dell’ambiente e in particolare sui rischi dell‘inquinamento da plastica. 

“È stata una bellissima giornata, moltissime persone si sono unite al nostro gruppo e alla fine tutti ci hanno ringraziato – spiega la referente Petra Laner – purtroppo, però, abbiamo notato che molti residenti del posto sembrano essere rassegnati, come se ormai si fossero abituati a vivere in questa situazione di degrado e sporcizia. Eppure abbiamo visto che ci sono moltissime persone volenterose, che lavorano nell’ombra per tenere pulita Sinigo: noi con la nostra presenza vogliamo incoraggiarli a continuare così, e a coinvolgere tutta la cittadinanza”. Ulteriori informazioni sulle iniziative promosse da Plastic Free onlus sono disponibili sulla pagina Facebook e sulla pagina Instagram dell’associazione.

Autore: Luca Masiello

La villa del medico in stile modernista

Nel 1934 i coniugi Diessbacher fecero costruire la propria villa in via Maia, a poca distanza dalla Casa Littoria che aveva preso il posto della vecchia e fatiscente costruzione dell’ospizio annesso alla chiesa di Santo Spirito. Primo edificio della via Maia, la villa affacciava anche su via Roma. 

Mattheus Diessbacher fu medico assai noto in città e, nell’arco della sua lunga vita, sempre apprezzato per le sue doti umane. Durante la Prima guerra mondiale Matthaeus stava frequentando il liceo dei Benedettini e avrebbe dovuto assolvere all’esame di maturità nel 1917 ma, approfittando della possibilità di sostenere la cosiddetta “maturità di guerra”, si licenziò un anno prima, nel 1916. Entrato subito nel servizio militare, servì la patria nel II. Reggimento dei Kaiserjäger. 

Come capitano fu impiegato sul fronte tirolese e poi su quello del Pasubio da dove prese parte all’offensiva austriaca in Italia settentrionale. Finita la guerra – e autofinanziandosi dando lezioni private – iniziò gli studi di medicina all’Università di Innsbruck, dove si laureò con la lode nel 1922. L’anno seguente, nell’ambito della cosiddetta Piccola Opzione, egli compare nell’elenco delle persone che nel mese di aprile ottennero la cittadinanza italiana dalla Regia Prefettura di Trento. 

Ultimata anche la specializzazione in otorinolaringoiatria nel 1925, rientrò subito a Merano per aprire il proprio ambulatorio specialistico. L’anno seguente sposò Sidonie Kinz, originaria di Kufstein e sorella della famosa attrice Franziska Kinz.

Nel 1934 i coniugi Diessbacher fecero costruire la propria villa in via Maia rivolgendosi agli ingegneri Augusto Rovighi e Walter Nörden che realizzarono una villa funzionale e nel segno dello stile modernista. 

La villa si articolava su tre piani: al piano interrato trovavano posto oltre a quattro cantine, una cucina e due stanze. Al pian terreno la sala d’attesa, l’ambulatorio e il “lavatorio”, la stanza e il bagno per la cameriera. Al secondo piano trovavano posto la cucina, un wc e un bagno, e tre stanze; stesso schema per il secondo piano. Fino al 1978 il dottor Dissbacher visse e tenne ambulatorio nella villa. Sulla facciata spiccano un ingresso elegante, un vistoso bovindo tondeggiante, e l’affresco poderoso di Paul Mathias Padua, realizzato nello stesso anno della costruzione dal pittore salisburghese e raffigurante i santi Cosma e Damiano. 

Il cancello d’ingresso è sovrastato da un arco di ferro battuto sul quale troneggia il simbolo della medicina: il caduceo di Hermes e il serpente, stesso simbolo che peraltro campeggia anche sul frontone della Kurmittelhaus.  Durante la seconda guerra mondiale il dottor Diessbacher esercitò anche come medico condotto a Lauregno e Proves. 

Subito dopo il conflitto, vista la sua bontà d’animo ma anche il suo carattere aperto e amichevole, fu invitato a far parte del Rotary Service Club fin dal 1950 quando ancora esso aveva sede solo a Bolzano. Nel 1962 fu tra i fondatori della sede meranese del Rotary e il primo fra i membri meranesi ad essere insignito con la più importante onorificenza rotariana: il “Paul Harris Fellow”.   

Il desiderio di voler sempre essere aggiornato sui progressi e sulle evoluzioni legate alla sua specializzazione lo portava a frequentare numerosi corsi di aggiornamento Innsbruck, Zurigo, Monaco, Freiburg, Kiel, per citarne solo alcune. 

Nel 1963, però, la sua vita fu sconvolta all’improvviso: in un incidente automobilistico presso Colma mori la moglie Sidonie. Per eternarne la memoria egli istituì una borsa di studio che veniva consegnata ogni anno a Natale.

Autrice: Rosanna Pruccoli