In piazza contro la violenza

Nel giorno di San Valentino la città ha rinnovato, per il 13esimo anno consecutivo, la propria adesione a One Billion Rising, la più grande mobilitazione mondiale contro la violenza sulle donne e sulle bambine. Centinaia di cittadini si sono messi in marcia dal Castello Principesco fino in piazza Terme, dove si si è svolto il flash mob. Ecco alcuni scatti del maestro Karlheinz Sollbauer.

Una scuola “nuova”

Nelle scorse settimane a Bolzano si è molto parlato del destino del nuovo edificio scolastico che si sta costruendo nel quartiere Don Bosco. Per anni il progetto della scuola era stato presentato come un esempio di modernità, sia dal punto di vista architettonico / funzionale che sociale, prevedendo la prosecuzione degli esperimenti che la nostra provincia sta portando avanti per creare connessioni virtuose tra scuola in lingua italiana e scuola in lingua tedesca, quali quelli in atto ad esempio nelle scuole Langer del rione Firmian bolzanino o le nuove scuole di San Giacomo nel comune di Laives. Punto chiave era la coabitazione nello stesso edificio di sezioni di lingua italiana e lingua tedesca ed è proprio questo aspetto – fino a pochi mesi fa dato per scontato – ad essere stato messo in discussione. 

Le perplessità – per quanto ci è stato dato di capire – provengono soprattutto dalla parte di lingua tedesca, ora dubbiosa sull’opportunità di aprire delle proprie sezioni in quel rione a due passi dal parco delle Semirurali, in coabitazione con classi italiane. 

Le motivazioni addotte per giustificare tali nuove perplessità sono state, sinceramente, deprimenti. Si è parlato delle difficoltà degli insegnanti di spostarsi in quella sede, in quanto si tratterebbe di sezioni distaccate di altri complessi scolastici. Si tratta di un problema che prima,  per anni, mai era stato sollevato. Da parte italiana c’è stato invece chi si è fregato le mani al pensiero di poter avere un edificio nuovo di zecca a propria esclusiva disposizione. C’è stato addirittura chi ha parlato di spreco di denaro pubblico, vista la progressiva e inesorabile diminuzione della materia prima, ovvero di “veri” bambini di madrelingua italiana o tedesca da ospitare. 

Forse sarebbe il caso di smettere i paraocchi e cominciare a guardare la realtà per quella che è. Nel nostro territorio la società è diventata sempre più compenetrata e multietnica ed è giusto che alle nostre più giovani generazioni venga data l’opportunità di frequentare una scuola in cui al muro sempre più virtuale tra le due lingue (e culture) principali vengano sostituite piuttosto delle porte girevoli, che consentano magari anche di “vedere” anche i nostri più giovani nuovi concittadini, con la loro storia e le loro storie. Questo (finalmente) per imparare incontrandosi, crescendo (in tutti i sensi), e costruendo un mondo di domani che – a ben vedere – nei contesti lavorativi è già qui. 

E’ davvero nell’interesse di tutti.   

Autore: Luca Sticcotti

Mobilità: rivoluzioni possibili e città vivibili?

Per ripensare la mobilità non bisogna essere Parigi (che in dieci anni ha ridotto le emissioni di CO2 dal traffico stradale del 35%), né Pontevedra in Spagna (che è passata da 80.000 a 7.000 veicoli al giorno, registrando zero morti stradali tra 2011 e 2018). Basterebbe un Alto Adige che investa nel trasporto pubblico e metta al centro le persone. Facile, no? Di questo tema ne abbiamo parlato con Madeleine Rohrer (consigliera provinciale dei Verdi), Barbara Hölzl (assessora alla mobilità del Comune di Merano) e Daniel Alfreider (assessore alla mobilità della Provincia di Bolzano). Tre prospettive diverse, politica di opposizione, amministrazione comunale, esecutivo provinciale, per capire dove si può intervenire, a quale livello e con quale coraggio.

Guardando all’Alto Adige, qual è la priorità politica più urgente sulla mobilità oggi?

Madeleine Rohrer – Serve un cambio di rotta: il trasporto pubblico deve diventare la priorità. Oggi si investe nella ferrovia, lo dimostrano l’elettrificazione della ferrovia della Val Venosta o la variante ferroviaria della Val di Riga, che ridurrà notevolmente i tempi di percorrenza per la Val Pusteria. Gli investimenti nelle strade, però, restano tuttora i più consistenti, finendo così per vanificare questi sforzi. Strade più larghe significano più auto e, inevitabilmente, una qualità della vita peggiore per chi vive nelle vicinanze.

Barbara Hölzl – Guardando a Merano, la priorità politica più urgente in tema di mobilità è una scelta chiara a favore di una città a misura di persona. Questo significa innanzitutto rafforzare il ruolo dei pedoni, puntando su percorsi brevi, continui e sicuri, che rendano il centro e i quartieri facilmente accessibili nella vita quotidiana.

Parallelamente, è fondamentale continuare ad ampliare e migliorare la rete ciclabile e promuovere in modo più deciso la mobilità in bicicletta come vera alternativa all’auto, soprattutto per gli spostamenti brevi e medi. Un altro elemento centrale è il costante potenziamento del trasporto pubblico urbano, che deve essere semplice da usare, affidabile e ben integrato.

Daniel Alfreider – La priorità è offrire un’alternativa che funzioni davvero, ogni giorno. Non si tratta di andare contro chi usa l’auto: molti continueranno a guidare, perché l’autobus non può raggiungere ogni luogo ad ogni ora o perché certe necessità lo fanno obbligatorio. Ma in città come Bolzano e Merano dobbiamo rendere più semplice scegliere il trasporto pubblico, con il treno come spina dorsale, perché quando il servizio è affidabile si guadagna tempo, si riduce lo stress e si vive meglio.

Se si potesse avviare subito una misura concreta (una sola) che migliorerebbe la vita quotidiana di chi si sposta, quale potrebbe essere?

Madeleine Rohrer – Abbiamo proposto in Consiglio provinciale un abbonamento da 100 euro all’anno per treni, autobus e funivie. Alla fine, la giunta provinciale ha scelto invece una tariffa annuale di 250 euro. Sicuramente è conveniente per chi viaggia molto, ma per chi utilizza il trasporto pubblico solo saltuariamente resta una soluzione troppo costosa e poco attrattiva. Per avere meno auto sulle strade, il trasporto pubblico deve diventare interessante proprio per quelle persone che oggi lo utilizzano poco.

Barbara Hölzl – Se avessi una bacchetta magica, anticiperei la realizzazione del Centro della Mobilità di Merano, in modo che potesse entrare in funzione contemporaneamente all’apertura della circonvallazione nord-ovest. Sappiamo già oggi che su questo fronte siamo in ritardo e, per quanto l’apertura della circonvallazione sia molto attesa, siamo anche consapevoli che nella fase iniziale continueranno a verificarsi criticità e colli di bottiglia nell’area del nodo della stazione ferroviaria, finché il Centro della Mobilità non sarà completato.

Daniel Alfreider – Il secondo binario tra Bolzano e Merano. Quando lo avremo realizzato, viaggeranno più persone in treno e questo significherà, soprattutto, meno auto a Bolzano.

C’è una scelta “difficile”, potenzialmente impopolare, che ritenete necessaria per fare un salto di qualità?

Madeleine Rohrer – Per rendere i centri urbani più attrattivi, a misura d’uomo e di donna, e quindi anche più sicuri per chi si muove a piedi e in bicicletta, è necessario limitare l’accesso alle auto di chi non ci abita. Questo vale innanzitutto per chi arriva da fuori, come i turisti. Non tutti devono poter entrare nei centri delle nostre città con la propria auto.

Barbara Hölzl – In questo momento Merano si trova di fronte a un vero e proprio punto di svolta. Con l’apertura della circonvallazione nord-ovest abbiamo un’opportunità concreta per trasformare in modo sostenibile la mobilità cittadina. Questo comporta anche la necessità di prendere decisioni difficili e, in alcuni casi, potenzialmente impopolari, che non saranno immediatamente comprensibili o condivise da tutti. Per migliorare la qualità urbana sarà indispensabile ridurre il traffico individuale nel centro cittadino e rendere più tranquille alcune delle principali assi viarie. Allo stesso tempo dovremo ripensare, insieme ai Comuni limitrofi, il tracciato e l’organizzazione di tutte le linee di autobus che attraversano Merano, con l’obiettivo di rendere il trasporto pubblico più efficiente, attrattivo e competitivo.

Daniel Alfreider – Sì. Nelle aree urbane lo spazio è limitato e va gestito meglio. Questo significa dare priorità a soluzioni che muovono più persone con meno ingombro, quindi trasporto pubblico e intermodalità. Allo stesso tempo, è giusto dirlo chiaramente: continuiamo a investire anche su sicurezza e resilienza delle infrastrutture stradali, perché non tutti possono rinunciare all’auto. Le due cose non si escludono: si completano.

Ha in mente una buona pratica vista altrove (in Italia, in Europa o nel mondo) che sarebbe davvero replicabile in Alto Adige? Quale e perché?

Madeleine Rohrer – Quello che ci accomuna è una cosa molto semplice: siamo tutte e tutti pedoni. Lo siamo quando andiamo alla fermata dell’autobus o in stazione, quando raggiungiamo il parcheggio per salire in auto e persino quando prendiamo la bicicletta. In ogni comune esistono esempi di spazi pensati prima di tutto per le persone: luoghi che invitano a fermarsi, con superfici piacevoli, marciapiedi ampi e alberi che offrono ombra, sempre più preziosa nelle estati rese calde dal cambiamento climatico. A Merano, per esempio, via Leopardi combina un marciapiede largo, una ciclabile con asfalto chiaro e l’alberatura. Non si tratta nemmeno di inventare qualcosa di nuovo: già chi ha progettato le nostre città in passato aveva chiaro quanto fossero importanti spazi pubblici ampi, alberati e accoglienti. È una visione che abbiamo già sotto gli occhi e che oggi dovremmo semplicemente estendere a tutto il territorio.

Daniel Alfreider – Sono stato a Copenaghen per studiare la mobilità ciclistica. È una città modello, però la lezione più utile è che non hanno cambiato tutto subito: hanno lavorato in modo coerente, pezzo a pezzo, strada per strada, dando più spazio e più sicurezza a bici e mobilità pedonale. È un approccio replicabile anche da noi, perché in Alto Adige esiste già una base solida: la rete ciclabile intercomunale supera i 500 km e negli ultimi anni abbiamo messo in campo investimenti record. Dal 2022 al 2024 la Provincia ha stanziato 67,8 milioni di euro, con quasi 60 km di nuove ciclabili o miglioramenti in corso, grazie a un mix di risorse provinciali, fondi UE e PNRR.

Guardando al futuro, tra 15–20 anni, che tipo di mobilità vorrebbe per la provincia?

Madeleine Rohrer – Tra 15–20 anni vorrei una mobilità in Alto Adige che renda l’auto privata non più necessaria. Treni frequenti, comodi e veloci — a partire dal collegamento ogni 15 minuti tra Merano e Bolzano —, percorsi pedonali e ciclabili sicuri, continui e ben progettati: così muoversi senza macchina diventa naturale e conveniente. I soldi che oggi spendiamo per carburante, parcheggi, manutenzione o per acquistare una seconda auto potrebbero restare nelle nostre tasche, riducendo la pressione economica sulle famiglie e aumentando la libertà di tutti.

Daniel Alfreider – Vorrei che, soprattutto a Bolzano e Merano, il trasporto pubblico fosse la scelta più naturale: treni frequenti dove serve, stazioni comode e accessibili, e nodi intermodali che rendono semplice cambiare mezzo. E la mobilità funziona davvero quando è anche facile da capire e conveniente: per questo sono importanti tariffe chiare, come il pass a prezzo fisso Fix365 a 250 euro l’anno e l’opzione Fix30 a 39 euro al mese, che rendono più semplice scegliere ogni giorno treno e autobus.

Nella transizione, chi rischia di restare penalizzato, e come evitarlo?

Madeleine Rohrer – Già oggi, purtroppo, la mobilità non è democratica né giusta: al contrario, penalizza soprattutto i gruppi più fragili. Chi oggi non si sposta in auto vede spesso limitata la propria libertà personale. Pensiamo ai giovani o alle persone anziane senza patente, costretti a dipendere dall’offerta del trasporto pubblico o dalla disponibilità di parenti e amici muniti di auto. Investire nel trasporto pubblico, dunque, è un atto di equità che aumenta la libertà di tutti.

Daniel Alfreider – Rischiano di restare indietro le persone che hanno meno alternative: chi vive lontano dalle stazioni, chi ha orari rigidi, anziani e persone con disabilità. Per questo servono misure pratiche: stazioni e mezzi accessibili, collegamenti bus affidabili verso le stazioni, e soluzioni mirate dove una linea tradizionale non è efficiente. Anche l’aspetto economico è decisivo: tariffe semplici e sostenibili aiutano a non lasciare indietro nessuno. Per i senior, ad esempio, il 65+ Pass arriva a 5 centesimi al giorno per chi ha più di 75 anni.

Alla fine, il punto non è solo tecnico, né solo ambientale. È anche una questione sociale e di libertà quotidiana. Come lo dice Rohrer: “oggi, purtroppo, la mobilità non è democratica né giusta: al contrario, penalizza soprattutto i gruppi più fragili. Chi oggi non si sposta in auto vede spesso limitata la propria libertà personale. Investire nel trasporto pubblico, dunque, è un atto di equità che aumenta la libertà di tutti.”

Ci vediamo nel 2046.

Autore: Marco Valente

Remigrazione. L’homo insipiens e le sue non-parole

Negli Stati Uniti si parla apertamente di “deportazione”. “Le deportazioni di massa stanno migliorando la qualità della vita degli americani” (dal sito della Casa Bianca). In Europa, dove la memoria del recente passato è ancora viva in qualche angolo delle coscienze, “deportazione” è un concetto tabù. Per questo si dice “remigrazione”.

Il termine è sbucato in Francia, negli ambienti dell’estrema destra identitaria, per passare poi all’area di lingua tedesca, dove è stato adottato dall’AfD (Alternative für Deutschland), il movimento fondato su posizioni che, come dichiarano i vescovi tedeschi, sono incompatibili con i valori cristiani. Nel 2023, in Germania, “Remigration” è stato dichiarato “non-parola dell’anno” (Unwort des Jahres).

In Italia la non-parola non è ancora in tutti i dizionari, ma compare già come titolo di manifestazioni e summit, nonché di un disegno di legge di iniziativa popolare: “Remigrazione e riconquista”.

Alla base dell’idea di “remigrazione” stanno visioni dichiaratamente identitarie, implicitamente razzistiche ed etnocentriche. Niente di nuovo sotto il sole. Sono frutto di quel populismo nazionalista, mascherato da patriottismo, che ha preso piede nell’800 per giungere a piena maturazione nella prima metà del ‘900. Pareva aver esaurito la sua stagione mortifera col nuovo millennio, invece ecco la nuova fioritura, soprattutto in Europa e in America, legata ai noti politico-climatico-culturali.

L’idea di remigrazione si fonda sulla convinzione che la terra appartenga a questo o quel popolo. Ma ogni gruppo umano e ogni persona è, di fatto, migrante o discendente di migranti. Ognuno di noi ha un luogo dove poter remigrare. Alzi la mano chi non ha antenati migranti. Andando a ritroso ci ritroveremmo tutti in Africa, da dove l’homo sapiens ha cominciato a migrare nella notte dei tempi, diffondendosi in tutti i continenti e trasformandosi pian piano in homo insipiens.

Certo che la presenza umana sui territori ha bisogno di regole (ci sono già, si facciano rispettare). La questione delle migrazioni però non si affronta a colpi di slogan, ma rimuovendo le cause che negano alle persone il diritto a rimanere nella propria terra.

Fintanto che il sistema-mondo si fonda su enormi disuguaglianze, fintanto che i potenti perseguono unicamente i propri interessi, i deboli avranno tutto il diritto di migrare.

Autore: Paolo Bill Valente

Una chitarra solidale riprende a vivere

Eugenio Pennini è una vecchia gloria della scena musicale bolzanina. Sul finire degli anni Sessanta calcava i palchi della regione coi suoi Wat 69, che in tempi recenti, anziché appendere la chitarra a un chiodo ha cominciato a portare un po’ di musica nelle RSA, con lo scopo di animare i pomeriggi degli anziani ospiti. Proprio in una di queste strutture il suo percorso si è incrociato con quello di Roberto Loperfido, che di un’ospite della RSA è amministratore di sostegno.

“A casa – racconta Roberto – avevo una chitarra che non avevo mai imparato a suonare del tutto. Era lì, accantonata ed impolverata e avendo incontrato Eugenio in casa di riposo, ho pensato di chiedergli se avesse idea di cosa si poteva fare con quella chitarra dimenticata”.

“Spesso – prosegue Eugenio – accade che chi va in casa di riposo come ospite, finirà lì i suoi giorni, è per questo che invece di andare ancora a cercare ingaggi negli alberghi per serate musicali, ho deciso di suonare come volontario per queste persone. La musica è un grande veicolo per solidarizzare, spesso e volentieri può avere effetti terapeutici, può aiutare a placare gli animi agitati e dare gioia a chi suona uno strumento”.

Così a Eugenio è venuto in mente che c’era un modo di riciclare in modo creativo e utile la chitarra di Roberto e a questo punto è entrato in ballo Erion Zeqo, operatore sociale e musicista noto anche come Zio Cantante. Eugenio aveva letto qualche anno fa, che Erion aveva fatto una raccolta di strumenti musicali dismessi o abbandonati, per organizzare un laboratorio creativo all’interno della casa circondariale.

Inutile dire che Erion ha raccolto con entusiasmo l’idea di accogliere anche la chitarra di Roberto.

“Due anni fa – ci spiega Erion –, ho fatto una campagna per raccogliere strumenti usati e portarli all’interno del carcere per creare un laboratorio musicale. Abbiamo sempre bisogno di strumenti, nuovi strumenti, altri strumenti, insomma, anche per cercare di occupare il tempo di queste persone con delle attività che siano ricreative ma allo stesso tempo che possano far del bene a loro, perché quando fanno musica poi, inevitabilmente, c’è una sorta di benessere di ritorno, e c’è anche una motivazione più importante perché li aiuta ad affrontare le difficoltà che ci sono in quel contesto. Perché la cosa principale che può accadere all’interno di un carcere è che una persona perda le motivazioni, perdendo anche l’abitudine alla quotidianità abituandosi a una quotidianità che è quella dell’istituzione, cioè data dei ritmi e dei tempi dell’istituzione, e quindi se tu prima ti alzavi a una certa ora, facevi una certa cosa, facevi una camminata, facevi una chiacchierata, andavi al bar a giocare a carte con gli amici, coltivavi i tuoi hobby, oltre al lavoro, perché il lavoro è una cosa, ma quello che riempie la nostra vita, anche da un punto di vista delle passioni, degli interessi, è l’imparare qualcosa di nuovo, spendere del tempo anche in modo creativo. Questa cosa in carcere viene quasi annullata del tutto. E ci sono pochi strumenti che ci permettono di progredire in questo senso. Uno, diciamo, di questi sicuramente può essere la musica, poi c’è anche altro, come il disegno, il teatro, la lettura, la scrittura e via dicendo. Quindi due anni fa cosa abbiamo fatto? Con altri colleghi che lavorano con me come insegnanti, come educatori in carcere, abbiamo, tra virgolette, occupato uno spazio, noi facciamo come quelli che non solo occupano uno spazio ma gli danno poi una finalità utile, una finalità sociale”. 

Addirittura, non avendo all’inizio un luogo in cui ritagliare questo spazio, Erion e i suoi collaboratori hanno potuto usare l’appartamento della direttrice ad interim che lei non occupava e quello è diventato il loro laboratorio musicale.

Così nel corso di un simbolico incontro in RSA, Roberto, in presenza di Eugenio, ha consegnato a Erion la sua vecchia chitarra, con l’obiettivo di donarle una nuova vita, utile.

“Non abbiamo soltanto le chitarre – conclude Erion – ma anche la fisarmonica, strumenti a fiato, a corda, tastiere, persino una batteria. Il momento più bello è quando qualcuno viene e chiede di poterla suonare cinque minuti. Sanno di fare un casino incredibile, ma scaricano l’adrenalina, anche senza rendersene conto. Sai che beneficio ne traggono? Sai che gioia provano? La ciliegina sulla torta sarebbe che qualcuno gli insegnasse a suonarla, la batteria”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Quel “buio” universale iniziato nel 536

Ci si interroga spesso su quali siano i fattori che innescano i grandi cambiamenti storici di una regione. Guerre, crisi politiche e invasioni giocano senza dubbio un ruolo centrale, ma accanto a questi eventi visibili e narrabili dalle fonti vi è un protagonista più silenzioso e costante: il clima. Le sue trasformazioni, lente nella maggior parte dei casi ma talvolta improvvise e violente, possono produrre effetti profondi e traumatici sui territori e sulle popolazioni, mettendo in crisi equilibri economici, sociali e ambientali costruiti nel corso dei secoli.

Tra il V e il VI secolo d.C. anche la valle dell’Adige sopra e sotto la Chiusa di Salorno fu teatro di una successione di sconvolgimenti senza precedenti. Al declino dell’Impero romano d’Occidente, culminato alla fine del V secolo, seguirono l’arrivo dei Goti, la lunga e devastante guerra gotica tra bizantini e eredi di Teodorico (535–553), il progressivo collasso delle strutture amministrative e fiscali romane e, infine, la peste di Giustiniano, attestata in Italia a partire dal 541, che colpì duramente un tessuto demografico già molto indebolito. A tutto ciò si aggiunse un evento ancora più inquietante, percepito come inspiegabile dai contemporanei: il cosiddetto “buio” universale iniziato nel 536. 

Le fonti antiche descrivono un sole offuscato, stagioni instabili, freddo persistente e raccolti falliti. Procopio di Cesarea riferisce che “il sole emetteva la sua luce senza splendore, come la luna, per tutto l’anno”, mentre Cassiodoro, scrivendo dall’Italia ostrogota, osserva che “non si vedono le ombre dei nostri corpi a mezzogiorno” e che “la forza del calore solare appare indebolita”. Oggi la ricerca scientifica attribuisce questo fenomeno a una serie di grandi eruzioni vulcaniche avvenute tra il 536 e il 539, che immetterono nell’atmosfera enormi quantità di aerosol, riducendo l’irraggiamento solare per diversi anni. Non a caso, il 536 è stato definito da alcuni studiosi “l’anno peggiore per essere vivi”. 

Anche l’Italia settentrionale e l’arco alpino risentirono fortemente di questa crisi climatica. Nella valle dell’Adige, tra Trento e Bolzano, territorio di transito e di frontiera già in età romana, l’impatto fu probabilmente amplificato dalla fragilità dell’economia agricola montana. Le comunità tardoantiche vivevano di un equilibrio delicato tra colture di fondovalle, allevamento e sfruttamento dei boschi: un abbassamento delle temperature e l’accorciamento delle stagioni agricole bastarono a metterlo in crisi. 

L’archeologia conferma una fase di contrazione insediativa tra la fine del V e la metà del VI secolo: abbandono di ville rustiche, ridotta manutenzione delle infrastrutture e rarefazione delle sepolture. Le stime più accreditate indicano una perdita demografica compresa tra il 40 e il 60 per cento. Non si trattò di un collasso improvviso, ma di un lento logoramento che rese il territorio meno densamente abitato e più permeabile ai mutamenti successivi. 

Quando, a partire dal 568, i Longobardi entrarono in Italia attraverso il Friuli, trovarono una valle estremamente indebolita ma strategica. Trento, che di lì a poco ebbe un vescovo illuminato come Agnello, divenne un nodo fondamentale di controllo religioso, politico e militare, mentre ampie aree rurali rimasero sottoutilizzate. Parallelamente, tra la seconda metà del VI e il VII secolo, dai territori alpini settentrionali gruppi bavari iniziarono una lenta e progressiva espansione verso sud, favorita proprio dalla minore pressione demografica e dall’ampia disponibilità di terre. 

Non si trattò di una sostituzione della popolazione romanza locale, ma di una sovrapposizione graduale. Le comunità romanizzate sopravvissero, inserite però in un contesto profondamente mutato, in cui nuovi assetti sociali, politici e linguistici presero forma. La crisi climatica del VI secolo non fu dunque la causa diretta delle migrazioni, ma un fattore strutturale che accelerò processi già in atto. Nella valle dell’Adige essa rappresenta una vera “cesura silenziosa”: l’inizio di quella lunga trasformazione che avrebbe ridisegnato il volto umano e culturale del territorio per i secoli successivi.

Autore: Reinhard Christanell

I Balog e l’omonimo Sanatorio: una villa dall’architettura straordinaria

Quando nel 1894 il dottor Ludwig Balog, specialista ungherese di medicina interna, già assistente del consigliere aulico Prof. Stiller, decise di aprire il proprio sanatorio nella città da poco divenuta località di cura, scelse di costruire un edificio solido e raffinato allo stesso tempo.

La zona scelta per l’ubicazione fu la quella di espansione ottocentesca che dalla piazza del Teatro si sviluppava verso la stazione ferroviaria, fulcro in quegli anni del turismo di cura cittadino. 

In quella stessa zona erano sorti via via infatti i grandi alberghi di lusso e la Kurmittelhaus, ossia il centro fisioterapico cittadino provvisto di piscina e sala Zander. 

Villa Balog fu disegnata e costruita dall’architetto Pietro Delugan (Zanolin di Ziano 1854 – Merano 1923) che realizzò un corpo di fabbrica a quattro piani dall’alzato neorinascimentale con timpani a sovrastare finestre e portefinestre, balconcini per ogni stanza ma non abbastanza profondi per  consentire la Liegekur ma certamente utili per passare qualche ora all’aria aperta, un trend questo che a Merano era molto in voga. m. e un erker a torretta di grande fascino, sorretto da un telamone e una cariatide. Due particolari architettonici assai rari fra le architetture cittadine. La struttura però che ha fatto di Villa Balog un unicum a Merano è l’erker che, dal pian terreno si inerpica fino all’altezza del tetto spiovente ed è sorretto da due imponenti telamoni. I telamoni erano una citazione greca che il Rinascimento e lo stile neorinascimentale li avevano riutilizzati come nell’antichità come colonne o per sostenere architravi o balconi.

I telamoni infine simboleggiavano forza, sopportazione e la potenza virile che regge il sacro.
Ludwig Balog era nato nel 1869, figlio di Adolf Balog e Antonia Friedmann. Era medico e direttore sanitario del proprio sanatorio, Villa Balog, che si trovava nell’allora Andreas-Hofer-Str. 4, proprio a fianco di quello che nel 1907 sarebbe divenuto il Kurmittelhaus, ossia il cosiddetto Istituto Idroterapico come veniva definito negli anni Trenta. Come specificava un depliant pubblicitario il sanatorio curava, convalescenti e malati non infettivi, quindi non i malati di tubercolosi. Garantiva assistenza e sorveglianza medica continua da parte del medico di casa, il dottor Ludwig Balig. Le stanze erano provviste di termosifone, condutture d’acqua calda in ogni piano, un ascensore, impianto per l’assorbimento della polvere, ventilatori.

Era sposato con era sposato con Josefine Freund, nata a Edelény, città ungherese situata nella contea di Borsod-Abaúj-Zemplén nella valle del Bódva, nel 1874. Josefine era figlia di Gisela Taswith e di Adolf Freund. Nel 1911 dal matrimonio nacque la figlia Susanne. 

Quando all’alba del 16 settembre 1943 Gisela e Ludwig furono rastrellati e portati nella Casa del Balilla, avevano 74 e 69 anni. Nel tardo pomeriggio furono trasferiti al campo di transito di Reichenau, vicino ad Innsbruck e alcuni mesi dopo, nel marzo del 1944 furono trasferiti ad Auschwitz dove furono uccisi al loro arrivo. La figlia Susanna era sposata Kiss e come la madre era casalinga e si salvò nascosta in Vaticano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli