Città 30

La recente decisione della città di Bologna di istituire il limite di velocità generalizzato di 30 km sta facendo molto discutere.
Giova ricordare che tale limite fa riferimento, in realtà, a un nuovo modello di città denominato “Città 30” e che ha già preso piede in molte città del mondo e dell’Europa. Alla base delle critiche rispetto a questo nuovo modello c’è l’idea che tale limite “blocchi” la città, peggiorando la vita delle persone e limitando la loro “libertà” di muoversi rapidamente. Niente di più sbagliato, dicono le indagini che le varie Città 30 hanno commissionato, prima di scegliere di cambiare progressivamente paradigma. Il comune di Bologna, nello specifico, ha calcolato che i nuovi limiti comportano un ritardo di 12 secondi per ogni viaggio, a fronte di benefici molto grandi. Quali sono? Molti e significativi. Innanzitutto si aumenta la sicurezza stradale. Bruxelles nei primi mesi di sperimentazione ha visto un calo degli incidenti del 22% e delle vittime del 50%, con grandi miglioramenti anche per quanto riguarda l’inquinamento acustico. A Barcellona è stato calcolato che sono più di 600 le morti premature che sono state scongiurate attraverso la diminuzione dell’inquinamento atmosferico e che l’aspettativa di vita di ogni persona è aumentata in media di circa 200 giorni. La diminuzione della velocità massima consentita permette di promuovere la mobilità sostenibile, perché in definitiva le persone sono incentivate a lasciare a casa la macchina e utilizzare i mezzi pubblici, la bicicletta o andare a piedi. Il risultato di tutto ciò è una città “diversa” in cui finalmente lo spazio pubblico torna ad essere di tutti e non solo delle auto. Non tutti sanno, infatti, che le strade, nelle nostre città, rappresentano ben l’80% dello spazio pubblico. Uno spazio spesso occupato dalle auto, ferme o in movimento.
La Città 30 dunque non è solo un limite di velocità ma un modello che punta a rivoluzionare la nostra concezione degli spazi urbani, riorganizzandoli. Un modello che agisce anche attraverso “urbanisimo tattico” all’insegna di una sostenibilità “civica”.
In Italia il percorso delle Città 30 è appena all’inizio. Dobbiamo ricordare che si tratta in primis di un discorso culturale. Un tema di dibattito pubblico, prima ancora che amministrativo. Ci sono città che stanno già nella fase del “come”, e ben altre 60 dove la fase è quella del “quando”.
Sul sito fiabitalia.it è stato pubblicato un vademecum, che spiega bene di cosa si tratta. Chi è interessato può andare a sfogliarlo, magari cercando di capire se i vantaggi previsti sono “desiderabili” anche nelle nostre piccole città, incastrate nei fondovalle tra i monti.

Autore: Luca Sticcotti

Le pietre d’inciampo di Gunter Demnig

Il ruolo dell’arte oggi è spesso dibattuto insieme al quesito se essa debba esprimere bellezza o piuttosto irritazione e portare il fruitore a indignarsi, discutere, riflettere. Ebbene: lo scultore Gunter Demnig ha saputo trovare la propria risposta a questi quesiti amletici, facendo della Memoria la sua opera più importante e riconosciuta. 

Nato a Berlino nel 1947 ha fatto suo il concetto del Talmud secondo cui una persona viene dimenticata solo quando si scorda il suo nome. Nel 1992 creò e posizionò la prima delle sue pietre d’inciampo nella sua città natale e a tutt’oggi sono più di settanta mila le pietre che ricordano in tutta Europa altrettante vittime della Shoah. Si tratta di pietre cubiche molto simili a sanpietrini sulla cui sfaccettatura superiore viene fissata una lamina di ottone di 10 x 10 cm, con incisi il nome, l’anno di nascita, la data e il luogo della deportazione, il luogo e la data della morte della vittima.

Il 28 marzo 2014 anche a Merano furono collocate le pietre d’inciampo. L’idea di questo importante progetto fu della scuola alberghiera Savoy che contattò e tenne i contatti con l’artista; il lavoro di ricerca così come la lista dei nomi e degli edifici che furono l’ultimo domicilio degli ebrei meranesi dove sarebbero state posizionare le pietre, fu effettuata dagli studenti di due classi del Gymme e del Gandhi che lavorarono insieme per due anni scolastici, prima presso l’Archivio storico e poi a scuola per realizzare le biografie inedite e il libro che ne scaturì. Il progetto ha avuto come obiettivo il non lasciar cadere nell’oblio tutte quelle donne, quegli uomini e quei bambini che vissero e operarono in città e la mattina del 16 settembre 1943 furono strappati dalle loro case, deportati e uccisi nei campi di sterminio del Reich.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Am dam des. La conta linguistica del 2024

“Tu conti” è il nome assegnato alla fase forse un po’ sperimentale del “censimento per il calcolo della composizione percentuale dei tre gruppi linguistici” attualmente in corso in provincia di Bolzano. Ma gli altoatesini hanno davvero compreso di che si tratta? Finora la risposta della cittadinanza sembra assai debole.

Il direttore dell’Istituto provinciale di statistica (ASTAT) parla di “risultato intermedio soddisfacente” anche se “c’è ancora margine di miglioramento”. Per “migliorare” c’è tempo fino al 29 febbraio (per fortuna l’anno è bisestile). Dal 4 dicembre alla settimana scorsa aveva partecipato alla rilevazione online solo il 18,3 per cento dei residenti con punte del 43,3 per cento a Tires e del 9,1 a Fortezza. 

Non si tratta di pura curiosità statistica. In ballo c’è la distribuzione dei posti nel pubblico impiego, la ripartizione dei fondi provinciali, la rappresentanza dei gruppi in alcuni organi collegiali provinciali. L’assegnazione di posti, fondi e poltrone avviene in base alla consistenza dei cosiddetti gruppi linguistici che dunque deve essere calcolata (e non solo sondata o stimata). Per qualcuno, dunque, l’appello a contare (“tu conti”) ovvero a contarsi, potrebbe suonare come una “chiamata alle armi”.

I nostri politici, ma soprattutto gli storici, sanno bene che le “conte linguistiche” sono cose da maneggiare con estrema prudenza. È così da almeno un secolo e mezzo. Mentre la madrelingua delle persone è un fatto oggettivo (per quanto ci siano molte persone cresciute in ambiente multilingue), l’appartenenza a un “gruppo linguistico” è un costrutto politico-ideologico. Un conto è parlare, altro è “appartenere”. Un conto è parlare francese, altro è “essere” francese, ad esempio. Le lingue aprono, le appartenenze escludono.

Nelle FAQ disponibili sul sito dedicato al censimento non si spiega come alla fine saranno calcolate le percentuali, dal momento che non tutti risponderanno al conteggio on line. Si specifica tuttavia che la dichiarazione è obbligatoria e che chi non l’avrà effettuata online, “avrà la possibilità di partecipare al censimento dei gruppi linguistici compilando la dichiarazione in forma cartacea a partire da aprile 2024”.

A quel punto il “tu conti” sarà forse riferito solo ai rilevatori che andranno di casa in casa. Una cosa è contare, altra è essere contati.

Autore: Paolo Bill Valente

Cambiare vita

Lo scrittore e giornalista Marco Pontoni è bolzanino di nascita, ma da diversi anni la sua professione lo ha portato a trasferirsi in Trentino, dove resterà ancora per poco per realizzare, insieme alla sua compagna, il classico cambio vita.

“Sono un bolzanino doc, cresciuto in Via Dalmazia. Terminati gli studi a Bologna, la mia vita si è spostata in Trentino, dove ho lavorato come giornalista in diversi uffici stampa, iniziando da quello dell’Istituto Trentino di Cultura, oggi Fondazione Bruno Kessler, passando poi a quello della Provincia di Trento e poi a quello del Parco Naturale Adamello Brenta, per il quale tuttora lavoro.”

Lei è anche uno scrittore. Nel 2023 ha pubblicato “Tra noi uomini” edito dalla casa editrice Nutrimenti. Di cosa si tratta?

La mia passione per la scrittura ha un ruolo importante nelle mie recenti scelte di vita. “Tra noi uomini” è un romanzo che ruota attorno a tre personaggi maschili. Due di loro sono amici dai tempi della scuola e le loro vicende proseguono fino alla soglia della terza età. Il terzo protagonista è il padre di uno di loro; è un personaggio carismatico e sopra le righe, un pittore anarchico che in realtà ha dei problemi di relazione con il figlio, ma invece è in grado di affascinare e catturare l’attenzione dell’amico del figlio. Il romanzo segue i percorsi di queste amicizie che si allacciano e si sciolgono; non si tratta di amicizie idilliache, non sono l’amicizia cameratesca raccontata per esempio dai film di Salvatores. Sono amicizie complicate dai rapporti che questi uomini hanno con le donne, complicate dal loro bisogno d’amore e dai loro desideri che sono molto forti. Quella del racconto è un’amicizia che prosegue nel tempo e porta i miei personaggi da Bolzano a Roma, poi in parte anche in Umbria e anche in Argentina e in altri Paesi dove si trovano a vivere.

Il libro è stato selezionato per il Premio Latisana…

Si tratta di un premio internazionale che riguarda la letteratura “mitteleuropea”, quindi italiana, austriaca e anche dell’area balcanica. Mi ha fatto molto piacere essere selezionato tra i 5 libri finalisti. Anche perché nel 2013 vinsi con un racconto un altro premio di questo tipo. Si trattava del premio Frontiere-Grenzen, che veniva organizzato in Trentino ma al quale partecipavano autori di area mitteleuropea e di varie lingue. Il concorso aveva in giuria anche autori importanti come Helena Janeczek. Per quanto riguarda il Premio Latisana vedremo come andrà; la premiazione finale ad aprile.

Il libro quando è uscito?

All’inizio dell’estate del 2023 ed è un po’ che lo presento, sia qui in Trentino Alto Adige che in altre parti d’Italia, tra cui in Umbria, nel mio comune d’adozione, dove ho avuto modo di presentarlo al Marsciano Book Festival, cosa che mi ha fatto molto piacere. Con l’editore Nutrimenti ho un contratto per due titoli, per cui adesso sto lavorando al prossimo romanzo.

Perché definisce Marsciano suo comune di adozione?

Qui devo fare un passo indietro, al lockdown del 2020. Sui giornali si è scritto che questo lockdown che ci ha chiusi in casa, ha avuto un effetto particolare sulle coppie, portandole a dei comportamenti a volte un po’ bizzarri. Si diceva che le coppie o scoppiavano perché non riuscivano più a gestire questa situazione, oppure al contrario si immaginavano in una nuova vita. Ecco nel caso mio e della mia compagna Manuela vale la seconda ipotesi. In quelle settimane abbiamo iniziato a ragionare sulla possibilità di fare il classico cambio vita, quello a cui molti di noi pensano ad un certo punto del proprio percorso. Nel nostro caso l’idea è stata quella di aprire una struttura ricettiva, un bed and breakfast, che fosse anche una sorta di piattaforma da utilizzare per fare alcune attività nei campi che ci piacciono e ci interessano di più. E questi campi sono la scrittura e i libri. Con un gioco di parole abbiamo allora deciso di chiamare la nostra struttura Bed & Bookfast, immaginando un luogo dove tutto ruota intorno ai libri e dove, per esempio, anche le camere avranno dei nomi ispirati ad alcuni titoli famosi come Il Nome della Rosa o Cime Tempestose. 
La struttura si trova nella frazione Mercatello di Marsciano, a una ventina di minuti da Perugia e una ventina di minuti dal lago Trasimeno.

Come vive e vivete queste settimane prima del cambio di vita?

Abbiamo un po’ di batticuore, anche perché io ho fatto il giornalista per quasi 30 anni, ed è questo il lavoro che conosco. Però penso anche che qualche cambiamento importante nella vita ci possa stare. Manuela è un architetto di formazione ed ha un’esperienza di lavoro in un agriturismo; quindi, lei sa molto più di me su come si gestisce una struttura di questo tipo. Insieme speriamo di riuscire a creare attorno a questa struttura tutta una serie di attività culturali di animazione del territorio e ci auguriamo che in molti ci verranno a trovare. 
La prima impressione è molto positiva – insomma sono tre anni che ci stiamo lavorando, perché abbiamo ristrutturato questa casa che abbiamo acquistato e adesso ormai siamo quasi in fondo per cui speriamo di poter aprire per la fine della primavera.

Cosa intende esattamente con “animazione del territorio”?

Abbiamo trovato un tessuto culturale molto vivace. L’idea è quella di offrire anche camminate nella natura insieme a persone che spiegano. Sono cose che io visto fare e che ho anche accompagnato in questi anni nel Parco Adamello Brenta. Abbiamo notato che sono proposte già presenti in Umbria e noi ci auguriamo di infilarci un po’ anche in questo filone che comprende pure presentazioni di libri da parte degli autori, l’organizzare dei gruppi di lettura e quant’altro possa incontrare l’attenzione delle persone. 
Qualche anno fa ho frequentato la Scuola Holden a Torino, per cui ho preso anche un po’ di ispirazione da quella esperienza.
La scrittura è un’attività molto solitaria, ma ritengo che potere ogni tanto rompere questa bolla di solitudine e lavorare insieme agli altri può essere bello e interessante. Sono convinto che la nostra proposta possa funzionare.

Autore: Till Antonio Mola

Aldo Mazza: cinquant’anni fra libri e intercultura

Si chiude un’epoca per quell’ “alieno” venuto dal Sud a insegnarci cosa vuol dire stare insieme. Lo ha fatto così bene che può vantare di aver ricevuto dal Land Tirol la Croce al Merito per il suo impegno concreto per la convivenza tra gruppi linguistici in Alto Adige. Edizioni Alpha Beta confluisce in Edition Raetia, ma lui sarà ancora lì sulla tolda a seguire la sua nave che va.

“Arrivò in Alto Adige/Südtirol da Salerno oltre cinquant’anni fa poco più che ragazzo. Di questa terra sapeva poco o nulla e certamente non immaginava che proprio la sua particolarità di terra di frontiera, di incontro e scontro tra culture, sarebbe diventata il centro del suo impegno”. Così il risvolto di copertina di “Impegno miteinander” curato da Toni Colleselli e Lucio Giudiceandrea per i tipi di Edizioni Alpha Beta Verlag, introduce il personaggio Aldo Mazza “un illuminista pragmatico che è andato a cercare e a provare sul campo le soluzioni a questo problema: come creare confidenza con l’altra lingua e cultura, come favorire la comunicazione e l’incontro”. Il volume racconta l’impegno e il percorso di Aldo Mazza in questi cinquant’anni ed è stato pubblicato nel 2023, in occasione del suo 75esimo compleanno, mentre si stava compiendo il percorso di cessione o forse meglio dire fusione, tra la casa editrice da lui fondata e diretta fino ad oggi, e le Edizioni Raetia. Finita anche questa fatica, incontriamo Aldo Mazza all’inizio di un anno in cui potrà cominciare a godersi la pensione anche se l’impegno per la sua creatura non verrà meno, anche se lo eserciterà in altra forma.

Aldo, cominciamo dalle origini. A Merano ci sei arrivato per amore. Giusto?

Eh sì, era il 1968 quando sulla spiaggia di Salerno conobbi Ulli (Zipperle ndr) quella che sarebbe diventata mia moglie, una di quelle tipiche conoscenze estive che di solito si esauriscono ben presto. Nel nostro caso non fu così, il nostro incontro era destinato a durare nel tempo e così decisi di seguirla a Merano. 

Non facili gli inizi, vero?

Ero piombato in una famiglia che seguiva le regole non scritte, non espresse, ma fortemente radicate che volevano che i “tedeschi” non dessero confidenza agli “italiani” se non per ragioni di lavoro. (una situazione descritta molto bene dalla stessa Ulli nel primo capitolo del libro ndr).

E poi?

Cominciai a studiare il tedesco, ad approfondire la storia di questo posto per capire dove mi trovavo e le ragioni dell’altro, ed insegnai italiano nelle scuole tedesche. Poi per due anni lo feci anche in Somalia, già con Ulli assieme a me e divenni anche coordinatore didattico del programma di italiano “lingua veicolare” presso l’Università di Mogadiscio.

Al rientro a Merano sboccia poi l’idea di Alpha Beta Piccadilly, una scuola di lingue.

Sì. Avevo maturato una certa esperienza nel settore e così nel 1987 con un gruppo di amici fondammo la Cooperativa Alpha&Beta. Eravamo convinti che fosse necessaria un’iniziativa concreta che cercasse di rompere il clima di separazione e fornire strumenti di conoscenza e comunicazione reciproca per favorire il contatto.

E qui cominciò, in embrione, la fase della casa editrice…

All’inizio erano pubblicazioni per l’apprendimento linguistico, testi di glottodidattica e sull’interculturalità in stretto contatto con l’attività della scuola di lingue. Poi pensammo che la casa editrice andasse ulteriormente sviluppata come strumento che supportasse a tutto campo il lavoro (inter)culturale: promuovendo libri per creare conoscenza, curiosità, e per passare dal vivere vicini quasi ignorandosi alla voglia di superare quel confine che c’è tra italiani e tedeschi. Contribuendo così alla realizzazione di una “casa comune” che non abolisse le differenze, ma consentisse uno scambio reciproco consapevole.

Con quale spirito e obiettivo, si diede vita ad Alpha Beta?

Lo scopo, sia della scuola di lingue che della casa editrice, è sempre stato quello di creare un ponte tra le due culture, il dialogo, la conoscenza reciproca. Per l’editoria prima con i libri per la didattica e poi con narrativa e saggistica. Questo secondo aspetto, in ottica “glocal”, si è sviluppato a partire dal 2008 con una casa editrice che non voleva essere né italiana né tedesca e con un desiderio di sconfinare continuamente tra una cultura e l’altra. Ad esempio, partendo dalla convinzione che se non conosci la letteratura dell’altro di fatto non lo conosci, abbiamo sviluppato con la Collana TravenBooks, il lavoro di trasporto di molta letteratura da una lingua all’altra. Il tutto nella convinzione che l’Alto Adige/Südtirol fosse il territorio ideale per l’incontro di due grandi culture come quella tedesca e quella italiana. 

Quali sono le pietre miliari di questi anni di editoria?

In questi anni abbiamo pubblicato più di 300 libri a cui sono molto legato. Se devo isolarne alcuni, mi viene in mente uno degli ultimi, quello dedicato alla trasposizione dell’opera omnia di Willhelm Busch da parte di Giancarlo Mariani con il determinante contributo di Ulrike Kindl e Dominikus Andergassen, e poi la Collana “Zeitworte/Parole del tempo”, quella “Territorio/Gesellschaft” con ad esempio “Stella aliena” di Lucio Giudiceandrea in coppia con “Die Bluten der Macht” di Hans Heiss che sono un modo di guardare la stessa realtà, quella della Volkspartei, con la prospettiva di un autore italiano e uno tedesco. Particolarmente orgoglioso sono anche della Collana 180 – Archivio critico della salute mentale, molto apprezzata a livello nazionale, che ha prodotto 26 titoli sul tema del disturbo mentale a partire dall’esperienza dell’approccio di Franco Basaglia, indagando un altro tipo di confine: quello tra salute e malattia.

Della collana Territorio/Gesellschaft fa parte il volumetto “Stare insieme è un’arte” che hai scritto a quattro mani con Lucio Giudiceandrea.

È il tentativo di far capire come lo stare insieme tra persone di lingua e cultura diversa non sia naturale, ma sia un percorso a volte faticoso che richiede rinunce e compromessi, da parte di tutti, ma è anche ricco di soddisfazioni per gli individui e le società che intendono affrontarlo. Se ignoriamo la storia, la cultura, la sensibilità e la lingua dei nostri vicini, sarà difficile superare le contrapposizioni. Il punto è che bisogna volerlo.

Cosa lega tra loro tutte queste opere?

Il filo rosso è dato dal fatto che vogliono guardare alla complessità del nostro territorio e non chiudersi in uno dei due mondi che lo compongono. È la teoria dello sconfinamento di cui dicevo prima, in un territorio dalla grande potenzialità: il confine visto non come limite, ma come risorsa. Come il vino, le mele e il bel paesaggio, la nostra terra ha infatti da offrire una particolare competenza che è quella del sapersi muovere dall’interno di due grandi culture.

Ci siete riusciti?

Difficile dirlo. Se l’obiettivo era quello di guardare le cose con una prospettiva che non fosse solo italiana o solo tedesca, ma vedesse il tutto cercando di fare sintesi, credo che abbiamo dato un contributo significativo.

Un rammarico?

Abbiamo fatto il possibile per fornire strumenti di conoscenza, occasioni di dialogo e contatto, ma guardando alla realtà di oggi, credo ci sia ancora molto da fare.

E da oggi in poi?

Seguirò da dietro le quinte il percorso di Edizioni alphabeta Verlag in Raetia e spero di avere più tempo per me, per trascorrerlo in seno alla famiglia e anche nella mia isola croata a leggere e… guardare il mare, come facevo a Salerno. Sono abbastanza sereno, ma anche curioso di vedere come reagirò a questa mia nuova fase della vita.

Autore: Enzo Coco

La strada dedicata a Grazia Deledda

Nel quartiere Firmian, nell’angolo verso il tratto finale di viale Druso, tra viale Giacomo Puccini e via Resia si trova, tra alti edifici, via Grazia Deledda. È omaggio ad una donna piccola di statura ma grande per imponente opera letteraria, con cui diede lustro all’Italia ma si fece conoscere anche all’estero, tanto da essere insignita nel 1927 del Premio Nobel. Nata a Nuoro il 27 settembre 1871, frequentò le elementari fino alla quarta, proseguì poi con lezioni private di italiano, latino e francese. Continuò a formarsi da autodidatta, leggendo qualsiasi libro le capitasse, iniziando con i primi esercizi poetici e narrativi. A  15 anni iniziò a pubblicare novelle; il suo talento fu compreso da altri scrittori, ottenendo il sostegno di studiosi di tradizioni popolari e di critici letterari. Fu intensa l’attività letteraria giovanile, con la pubblicazione di racconti e romanzi, collaborando con riviste sarde e continentali. Il 22 ottobre 1899 si trasferì a Cagliari, dove l’11 gennaio 1900 sposò Palmiro Madesani, che divenne suo agente letterario. Ebbero due figli, Franz e Sardus.  Trasferitasi a Roma, i salotti della capitale accolsero benevoli e incuriositi la giovane scrittrice di provincia, la quale di anno in anno consolidò una crescente popolarità. I suoi romanzi incontrarono favore critico  e giusto del grande pubblico. La scrittrice intrattenne rapporti significativi con molti scrittori e artisti del tempo. Fu assidua la sua presenza nella redazione della rivista letteraria “Nuova Antologia”. Anche le vacanze a Cervia sull’Adriatico servirono a  stabilire amicizie artistiche. Fu stimata anche all’estero. Anche Maxsim Gorkij raccomandò la lettura delle sue opere. Fu memorabile il discorso di Grazia Deledda di ringraziamento per il Premio Nobel, conferitole nel dicembre 1927. Quasi dieci anni dopo il conferimento, la scrittrice morì, per un timore al seno di cui soffriva da tempo, tra il 15 e il 16 agosto 1936.

Autore: Leone Sticcotti

I fari nella notte

Anticipato da un singolo uscito lo scorso autunno, nelle ultime settimane del 2023 è stato messo online sulle piattaforme di streaming il disco di debutto della cantautrice bolzanina Alice Ravagnani, un EP composto di brani nuovi, rispetto a quelli registrati e postati nel 2022, intitolato Fari nella notte e frutto della collaborazione tra la giovane artista ed il produttore Mathis Carion.

“Con Mathis – racconta Alice – siamo entrati in contatto sin dalla nascita in realtà perché siamo amici di famiglia, in ambito musicale invece è stato tutto molto casuale. Ci siamo risentiti dopo tantissimo tempo perché volevo fargli un’intervista per BzNews24 per una rubrica dedicata ai giovani e al mondo del lavoro (intervista mai uscita perché ne avevo già fatte troppe in quel periodo, scusa Mathis ti voglio bene), scoprendo così che si occupava di musica. Da lì poi gli ho proposto di lavorare al mio progetto. Si tratta del mio primo EP e la sua realizzazione è stata bella impegnativa! Era la prima volta che provavo a scrivere in italiano e avevo quindi molte aspettative, oltre che ansie, riguardo ai testi che sarebbero poi nati per questi pezzi. Spesso mi capitava di buttare giù delle frasi e poi strappare il foglio e ricominciare tutto daccapo. Soprattutto WEH, da questo punto di vista è stata la canzone più complessa da realizzare, sia a livello di testo, sia a livello di linea vocale. Non riuscivo proprio a trovare una quadra, tant’è che ad un certo punto avevo anche pensato di lasciarla perdere e lavorare su qualcos’altro. Poi in realtà non so cosa sia successo, però son riuscita a far tornare tutto e a terminarla e ne sono davvero felice perché la adoro”.

Il brano in questione prende lo spunto da un brano di Whitney Houston e il titolo è poi l’acronimo del nome compreso di middle name dell’artista afroamericana, una delle fonti d’ispirazione di Alice Ravagnani, per sua stessa ammissione la più importante, ma non l’unica visto che non esita a mettere nella sua classifica personale anche la canadese Celine Dion, Nirvana, Patti Smith, Giorgia, Pink, Depeche Mode, Ernia, Elton John, Bryan Adams, Billy Joel, tanto per dire solo pochi e diversissimi nomi. La musica è senza dubbio, insieme al teatro, la passione principale di Alice, ma anche la danza ha la sua importanza, pur non avendola mai esplorata a fondo: è stata Valentina Furegato l’input che le serviva per avvicinarcisi. Valentina infatti, oltre ad aver ballato all’interno del videoclip di WEH (realizzato da Edoardo Giuriato, come tutti gli altri videoclip dell’EP) assieme a Sara Alice Ridolfi e alla stessa Alice, si è anche occupata di realizzarne la coreografia.

Ma la realizzazione dell’EP ha visto anche il coinvolgimento di altri amici e artisti.

“Ho chiesto al rapper trentino Malogrido di fare un pezzo assieme – prosegue a raccontarci – perché apprezzo molto il suo modo di porsi nei confronti della musica che produce, un po’ sperimentale diciamo. Occupandoci di due generi differenti non sapevo cosa potesse venire fuori, ma alla fine sperimentando è uscito un pezzo che comunque sento rappresenti una parte di me che forse se non fossi stata un po’ influenzata dal suo modo di fare musica, non sarebbe emersa. Ci sono poi Tea Ducato e Monika Callegaro, il loro contributo è stato sia un supporto morale, sia musicale. Oltre ad essere due persone a me care, sono anche due artiste che stimo moltissimo e quindi mi sono affidata a loro nei momenti in cui mi ritrovavo ad avere dubbi su qualche linea vocale o a livello di testo in alcuni pezzi. Diciamo che il loro contributo più sostanzioso è stato appunto per il brano Senza Cadere, in cui mi hanno aiutata a sistemare i cambi di tonalità e i passaggi vocali presenti all’interno del pezzo. Vocalmente credo sia quello più articolato e complesso del disco e i loro consigli sono stati fondamentali”.

Il disco viene presentato giovedì 25 gennaio con un release party live al PippoFoodChillStage, a Parco Petrarca. Alice sarà accompagnata da una super band composta da David Altieri, Mattia Mochen, Filippo Chiocchetti e Sara Alice Ridolfi. “Faremo sia pezzi miei – conclude –, sia cover che mi sono care e nel corso del concerto saliranno sul palco assieme a me alcuni ospiti: Tea Ducato, Valentina Furegato, Chiara Bega e Malogrido. Ad aprire la serata che inizierà alle 20.30 ci saranno alcuni giovani cantanti di MusicaBlu: Ethan Asper, Kamila Azizaj, Pietro Bonadio e Giorgio Maiorano. Non vedo l’ora!”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Tutta la passione per treni e ferrovia

Correva l’anno 2014, quando otto amici legati da una passione comune decisero di fondare l’attuale gruppo dei “Ferroamatori” di Salorno,  una realtà associativa che conta oggi una cinquantina di soci e che il prossimo anno compirà dunque i suoi primi dieci anni dalla fondazione. 

Quello dei dieci anni è un traguardo del quale il presidente, Diego Romanelli, va davvero fiero: “La nostra attività si divide in vari settori, a partire dallo storico, particolarmente importante per la costruzione del nostro plastico modulare, per adesso arrivato a 65 metri di tracciato”. 

Presidente Romanelli, qual è il fil rouge che vi lega all’interno di questa realtà? 

Senza dubbio è la nostra passione comune verso il mondo ferroviario in tutte le sue sfaccettature, dalla storia dei treni alla riproduzione dei modellini. Nel nostro gruppo qualcuno è del mestiere, ma la maggior parte sono simpatizzanti, interessati alla tecnica che c’è dietro al mondo ferroviario. Tant’è che abbiamo recuperato documenti, manufatti e pure dei cimeli: i primi libri che abbiamo nella nostra biblioteca associazionistica sono datati 1934 – 35.

Cosa intende quando parla di manufatti e cimeli? 

Si tratta di attrezzi storici utilizzati in questo mestiere, quali vecchi trapani, contachilometri e bilance non più in uso, ma che sono stati parte della storia delle ferrovie. Abbiamo anche biglietti di diverse epoche, come pure dei berretti e delle divise.

Dei molti oggetti, qual è il più pregiato all’interno della collezione? 

Il banco di guida della prima locomotiva elettrica a corrente continua italiana, realizzata attorno al 1927. È un oggetto di grande pregio e piuttosto datato, appartenente alla “E 626”: la prima locomotiva elettrica delle Ferrovie dello Stato.

E l’attività di modellismo? 

È una grande fetta della nostra attività associativa. Partecipiamo annualmente a varie fiere nazionali, come a Verona, dove siamo presenti con un nostro spazio da ben otto anni. Abbiamo riprodotto diverse linee locali e vari settori della ferrovia del Brennero, ci siamo dilettati anche nella realizzazione di modelli che riproducono stazioni quale quella di Salorno così com’era negli anni Ottanta. Ma ci siamo occupati anche dei “diorami”, ovvero riproduzioni modellistiche di quelle ferrovie oggi scomparse quali la Bolzano – Caldaro.

La vostra passione verso il mondo ferroviario attrae anche i giovani? 

Quando siamo partiti eravamo un gruppo di soli giovani. Adesso la nostra associazione spazia fra le varie fasce d’età: abbiamo anche degli iscritti che frequentano le scuole medie. È un particolare decisamente importante, perché uno dei nostri obiettivi è proprio trasmettere la cultura ferroviaria, nonostante il fatto che questa in Trentino Alto Adige non sia presa in debita considerazione. 

Progetti per il futuro? 

A brevissimo ci sarà l’apertura della nuova sede nell’ex magazzino merci della stazione di Salorno. Ma non sarà una semplice sede, sarà anche un luogo espositivo, nel quale vorremmo mettere in mostra parte del patrimonio modellistico e del materiale storico su cui possiamo contare. 

Autore: Daniele Bebber

Il paese di Egna tra Romani e Baiuvari

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la Val d’Adige è rimasta “romanizzata” anche dopo la scomparsa dell’impero romano d’occidente nel V secolo. Se da Bolzano in su avevano lentamente preso piede popolazioni germaniche come i Baiuvari – che poi gradualmente si sarebbero “allargati” anche verso la Bassa Atesina, parte dell’Oltradige e la Piana Rotaliana governati dai Longobardi “trentini” – nella parte meridionale della regione per sei o sette secoli non vi fu un vero e proprio ricambio di popolazione e lingua. 

Proprio la lingua è uno degli elementi cardine per rilevare con relativa certezza il passaggio da un’epoca e da una cultura all’altra. I nomi dei paesi, i microtoponimi, i nomi delle famiglie ci svelano chi fosse la gente insediata in un determinato territorio. 

Questi passaggi sono quasi sempre avvenuti con estrema lentezza e gradualità, nel senso che spesso popolazioni – e lingue – assai diverse condividevano uno spazio comune nel reciproco rispetto o, anche, disinteresse. Era soprattutto la disponibilità di terra da coltivare e di lavoro ad attirare nuove famiglie ed in quel periodo l’economia locale non offriva grandi opportunità.

I Romani, memori delle sanguinose battaglie con le popolazioni retiche, avevano condannato la Bassa Atesina a una situazione piuttosto precaria.

I pochi villaggi vivevano essenzialmente in funzione delle importanti strade di transito come la Claudia Augusta. Perciò anche secoli dopo il ritiro dei Romani i paesi rimasero piccoli e insignificanti e la valle una zona di transito e presidio militare. Dopo l’anno 1000 le cose iniziarono a cambiare piuttosto repentinamente. I nuovi “padroni”, ossia i vescovi trentini, favorirono lo sviluppo del territorio e soprattutto i commerci sia con l’aria germanica sia con l’Italia settentrionale. 

Poiché le strade erano quel che erano, ossia quasi inservibili per gran parte dell’anno, non rimaneva che la risorsa del fiume Adige, navigabile tra Bronzolo e Verona. Già un millennio prima il fiume era stata la via principale degli scambi commerciali tra Etruschi e popolazioni alpine ed il porto principale allora si trovava a sud di Bronzolo in località Laimburg. Qui sorgeva anche un importante emporio commerciale da cui partivano merci di ogni genere e soprattutto prodotti artigianali verso l’Etruria.

Lungo l’Adige, che divenne il motore dello sviluppo economico di un’intera regione, si svilupparono i villaggi, attirando persone da ogni dove e attività utili al sistema economico. Accanto a Bronzolo e in parte Laives, specializzata nel trasporto dei beni tra il fiorente mercato di Bolzano e il porto fluviale, crebbero in maniera significativa Ora e soprattutto un borgo completamente nuovo, fondato proprio dai vescovi trentini: Burgum Novum de Egna. 

Era l’anno 1189 e il fondatore del nuovo borgo nell’antico plebatus, a cui appartenevano Villa, Ora e alcuni masi sparsi, fu il vescovo Corrado di Trento. Egna era il nome del luogo da secoli, di chiara derivazione romanico-latina, e nei primi documenti in lingua tedesca veniva spesso tradotto come Enne o Enn. Nel 1216 Egna appare come importante sede doganale e commerciale sul fiume Adige e nel 1309 le sue prerogative mercantili furono ulteriormente ampliate. Nel 1222 l’Adige distrusse completamente il borgo e i vescovi lo fecero ricostruire sempre con il nome di Burgum Egne, nome che non mutò fino al XV secolo. Ciò conferma che in questa parte della Bassa Atesina era sempre insediata la vecchia popolazione romanica e si parlava un idioma latino volgare simile all’odierno ladino. In diversi documenti del XII e XIII secolo compare anche il nome Enne o Enn, ed è probabile che per alcuni secoli due popolazioni e due lingue coesistessero nel borgo e nelle altre località limitrofe. 

Nel 1260 appare finalmente il nome di Novum Forum, che si potrebbe tradurre con il moderno Neu(er) Markt, fatto che testimonia il graduale passaggio verso una situazione che poi si cristallizzerà definitivamente soltanto nel XV secolo, con la netta prevalenza della popolazione di lingua e tradizioni tedesche. 

Autore: Reinhard Christanell

Una nuova Via Crucis per la parrocchia

La chiesa parrocchiale di Laghetti avrà presto una rinnovata Via Crucis per mano dell’artista cembrano Marco Arman, che in questi giorni sta esponendo il proprio lavoro nell’aula San Giovanni della Cattedrale di Trento. 

Quattordici tele dallo stile fortemente originale e molto contemporaneo, nonostante il tema: fatto che connota una continua ricerca della creatività da parte dell’artista. “I rapporti con la parrocchia di Laghetti risalgono a più di vent’anni fa – ha spiegato Marco Arman- Avevo visto la vecchia Via Crucis, mi avevano colpito alcune immagini e a queste mi sono ispirato: l’ho voluta riadattare, andando a rappresentare soltanto le figure essenziali che ogni stazione evoca”. 

“Un dinamismo narrativo davvero efficace nella sua ricercata essenzialità, profonda spiritualità ma anche evidenti note di tenerezza e compassione nel narrare il doloroso cammino di Cristo verso il Golgota” è quanto scrive Nicoletta Tamanini nel descrivere il lavoro di Marco Arman. 

La nuova chiesa parrocchiale si arricchisce dunque di una nuova opera d’arte che va ad unirsi all’altare e all’ambone, realizzati dall’artista gardenese Paul Moroder. Con l’aumento della popolazione, l’antica chiesa  di San Lorenzo divenne troppo piccola, così negli anni trenta don Angelo Tecini, originario della Valle di Non,  diede il via ai lavori di costruzione in centro paese della “nuova chiesa”, dedicata all’Immacolata Concezione di Maria Santissima.

L’attuale parroco Don Pierluigi Tosi rivela come fu determinante il coinvolgimento e la collaborazione della popolazione che, pietra dopo pietra, portò a termine la costruzione, poi consacrata il 17 giugno del 1946 dall’arcivescovo Carlo De Ferrari di Trento. “Nel recente passato si sono svolti lavori di sistemazione, manutenzione e adeguamento, e ci accorgemmo della necessità di sostituire i quadri della Via Crucis – afferma il sacerdote -. All’inizio del 2023 si decise di incaricare l’artista Marco Arman. Il segno eloquente della passione del Signore, non solo durante la Quaresima, può sostenere e accompagnare la Comunità nella pratica della Via Crucis e integrarsi nella vita di tutti i giorni. Ancora una volta i parrocchiani e gli enti locali hanno risposto con generosità, permettendo quindi di realizzare queste tele – evidenzia don Tosi -, che contribuiscono ad arricchire la nostra chiesa non solo di opere d’arte contemporanea, ma soprattutto di segni concreti della fede e dell’amore dei cittadini per la loro chiesa”.

Autore: Daniele Bebber