Lotta alla ruggine su tutti i lampioni

Il colpo d’occhio è poco gratificante per l’immagine della città, ma anche dal punto di vista della sicurezza quelle macchie di ruggine che incrostano i pali dell’elettricità di Laives non sono un ottimo biglietto da visita. Così fino alla metà di marzo verranno effettuati controlli a tappeto sulla stabilità di tutta la rete di illuminazione pubblica nel territorio municipale di Laives, da parte dei tecnici incaricati dal Comune.

Nel territorio comunale di Laives ci sono complessivamente quasi 2.400 punti luce pubblici. Già nel 2022 è partito da parte dell’amministrazione comunale il progetto di sostituzione delle vecchie lampade con quelle a led, al ritmo di circa 350 lampade l’anno, con lo scopo di ottenere un notevole risparmio energetico che si traduce – in concreto – anche in un risparmio economico per le casse pubbliche. 

In molti casi si tratta semplicemente di sostituire le vecchie lampadine, ma – nonostante i numerosi interventi di riqualificazione avvenuti negli ultimi anni nel territorio comunale, dalla nuova piazza e quartiere residenziale a San Giacomo alla zona Toggenburg a Pineta, per citarne alcuni – è spesso necessario anche sostituire i pali di sostegno.  

I pali dell’illuminazione e dei semafori sono infatti molto esposti al fenomeno della corrosione, dove la normale ossidazione dell’acciaio viene accelerata da fattori come le condizioni atmosferiche, l’inquinamento e gli escrementi animali. 

Per questo motivo, dallo scorso 15 gennaio e fino al prossimo 15 marzo, i tecnici incaricati dal Comune provvederanno a verificare la stabilità di tutti i pali di età superiore ai 10 anni, attraverso una tecnologia non invasiva. L’intervento è necessario per garantire la sicurezza degli utenti stradali. L’intervento avverrà su tutto il territorio comunale, da San Giacomo a Laives passando per La Costa e Pineta. 

Per la maggior parte, come detto, l’illuminazione pubblica è già stata sostituita in anni recenti in molte zone ma, in particolare nelle vie interne, capita ancora di incrociare qualche triste palo dalla base visibilmente arrugginita. Così, ad esempio, i residenti di via Maso Hilber a San Giacomo accolgono con favore la notizia dell’ispezione e della molto probabile, successiva, sostituzione di alcuni lampioni destinati alla pensione. Ma anche lungo la Via Kennedy a Laives capita di imbattersi in evidenti tratti di ruggine. La sistemazione – o sostituzione – degli stessi permetterà quindi di guadagnare non solo in sicurezza ma anche in estetica, il che davvero non guasta mai.

L’accesso ad alcuni dei pali da controllare dovrà avvenire attraverso proprietà private; per questo motivo il Comune – attraverso i tecnici incaricati Centrotest s.r.l. identificabili attraverso tesserino di riconoscimento e un’ordinanza del vicesindaco – si metteranno in contatto porta a porta con i rispettivi proprietari o amministratori di condominio per i terreni interessati, per richiedere l’accesso. L’amministrazione comunale chiede pertanto collaborazione da parte dei cittadini, per permettere questi controlli assolutamente essenziali per la sicurezza pubblica.

Per qualsiasi domanda o informazione è possibile contattare l’Ufficio Lavori Pubblici al Numero di telefono 0471 595792.

Autrice: Raffaella Trimarchi

45 anni di festeggiamenti

Sono trascorsi 45 anni dalla prima edizione di quella kermesse che ogni anno permette a Laives e circondario di “insanire”, una festa che da quasi mezzo secolo colora le strade della Bassa Atesina. E domenica 4 febbraio inizieranno i festeggiamenti che, come tradizione impone, si protrarranno ben oltre il martedì grasso.

“Tutto è nato da un’ iniziativa di alcuni genitori di Pineta, un carro trainato da un asinello, Stanlio e Ollio, con bimbi dell’asilo a seguire, fatine e cowboys, Zorro, fiori e funghetti: semplici travestimenti, ma che divertimento!”. Trapela commozione dalle parole di Cesare Zenorini, presidente del comitato organizzatore, nel ricordare gli esordi di questo evento che è ormai diventato un appuntamento fisso per tutta la regione. 

Presidente Zenorini, 45 anni sono un bel traguardo: come pensate di festeggiarlo? 

Con il consueto divertimento, ma non abbiamo pensato di celebrare il giubileo: quando abbiamo “compiuto” quarant’anni abbiamo allestito un tendone in Pineta, e probabilmente per i cinquanta organizzeremo qualcosa di particolare. Intanto godiamoci questa festa: abbiamo faticato parecchio per fare in modo che anche quest’anno il carnevale laivesotto sia una grande festa.

Da quanto tempo vi state preparando per l’evento? 

Dallo scorso martedì grasso (ride, ndr): scherzi a parte, per noi del comitato organizzatore il lavoro non finisce mai: alla fine di ogni edizione andiamo alla “Mostra mercato dei carnevali d’Italia” a Castelnovo di Sotto, in provincia di Reggio Emilia, dove vengono esposte figure in cartapesta utilizzate per le feste più importanti di tutta Italia, e ci occupiamo già da subito di progettare il carro per l’anno successivo. E poi ci sono tantissimi altri aspetti che dall’esterno non si vedono, come semplicemente gestire la burocrazia per l’organizzazione della festa: per me la parte più impegnativa  e meno divertente del tutto. 

Ma ne vale la pena, no?

Certo, sempre: l’anno scorso, per esempio, ho vissuto una giornata emozionante e coinvolgente; era la prima volta che salivo sul carro d’apertura, non mi aspettavo uno spettacolo del genere. Vedevo la folla da sopra, non riuscivo a scorgere nemmeno un centimetro di marciapiede.

Quante persone si occupano dell’organizzazione?

Siamo una decina di affiliati al Gruppo carnevalesco, poi nel nostro laboratorio arrivano i membri di altre associazioni a cui diamo una mano: forniamo loro il materiale e i consigli su come lavorarlo; controlliamo anche che sia tutto in regola, perché la sicurezza è basilare in queste occasioni, non si può essere approssimativi né improvvisare.

Cosa bisogna aspettarsi da domenica 4 febbraio?

Alle 10 si allestiranno i carri lungo la via Kennedy, da via Diaz fino all’Eurospar. Alle 13, poi, partirà la sfilata, che attraverserà tutto il paese fino a Pineta, dove verrà allestito un castello gonfiabile e sono stati organizzati giochi e intrattenimento per i più piccoli. Alle 16 in piazzetta avverrà la premiazione dei gruppi, con musica e ristoro fino alle ore 18. Ci sarà anche un trenino – navetta che effettuerà il servizio di trasporto gratuito e continuo sulla tratta Laives – Pineta, fino al termine della manifestazione.

Autore: Luca Masiello

Walter Götz e il difficile compito di ricostruire la Comunità ebraica

La guerra era finita, la città contava i suoi morti, i danni inferti agli alberghi occupati dalle truppe e dai soldati feriti. L’edificio della sinagoga era ancora in piedi ma l’interno era stato completamente distrutto e gli oggetti sacri erano spariti. E i suoi membri? Le famiglie che avevano cercato per tempo un rifugio sicuro si preparavano a rientrare, mentre coloro che erano stati catturati e deportati non avrebbero fatto ritorno.

Fra i primi a tornare in città dopo la Liberazione fu Walter Götz. A Merano aveva lasciato i genitori, troppo anziani e sofferenti per scappare a piedi attraverso i monti come avevano fatto lui e suo fratello Rudi. Avvertita la sera prima del rastrellamento del 16 settembre 1943 la famiglia si era interrogata e aveva preso una decisione grave. I due figli, sarebbero scappati e avrebbero tentato di mettersi in salvo, i genitori sarebbero rimasti. 

Così Walter e Rudi, preparati due zaini presero la funivia per Avelengo, dove trascorsero la notte in un fienile. L’indomani, a piedi, attraverso le montagne, ridiscesero a Bolzano e, superato con astuzia un posto di blocco nazista, raggiunsero la stazione ferroviaria, quindi Milano e da lì, sempre a piedi, riuscirono ad arrivare in Svizzera dove furono internati in un campo di lavoro. 

Vi restarono fino alla fine del conflitto, ma purtroppo senza riuscire mai ad avere notizie  dei propri genitori. 

Trascorsi quasi due anni di dubbi e incertezze appena fu possibile Walter affrontò i ritorno e la realtà che lo attendeva. Proprio nulla era più come prima: nella loro casa viveva qualcun altro, i loro mobili e tutte le loro cose erano sparite, della Comunità non c’era nessuno, e infine scoprì che i genitori erano stati arrestati con gli altri ebrei la mattina dopo la loro fuga e condotti nella Casa della Gil e infine deportati ed uccisi ad Ausschwitz. 

Poco dopo il rientro a Merano il sindaco Arvino Moretti nominò Walter Götz Commissario prefettizio con il compito di occuparsi della ricostruzione della Comunità. 

Il 5 luglio 1945 infatti il Moretti aveva comunicato alla Prefettura di Bolzano la volontà degli ebrei rientrati in città di ricostituire la Comunità e di ottenere indietro i beni sequestrati. Prima della fuga in Svizzera Walter aveva lavorato con i familiari nel negozio di generi alimentari di proprietà. Non aveva mai ricoperto una carica in seno alla Comunità ma ora bisognava lottare per salvare il salvabile, in attesa del rientro delle altre famiglie ebree meranesi.

La sua attività si svolse in un ufficio che il sindaco gli mise a disposizione nella ex Casa del Fascio di via Roma. I problemi dovette affrontare erano molteplici: degli uffici della Comunità non esisteva più nulla, il cimitero era restato in un prolungato stato di abbandono, il sanatorio ebraico era ancora occupato dalla Wehrmacht, mentre il tempio, saccheggiato degli arredi sacri, era stato adibito a magazzino.  

Götz, in virtù della sua carica, si affannava anche nella ricerca di recuperare quanto più possibile dei beni rubati agli ebrei. Girava nei campi e nei depositi dell’Arar, dove riuscì a recuperare molti arredi sacri frodati a molte sinagoghe italiane e poi abbandonate a Merano dai nazisti e prese in consegna dal sunnominato ente italiano. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

La città di Merano fra antisemitismo e deportazione

La “Giornata della Memoria” è un evento di grande rilevanza e un atto di civiltà. A maggior ragione lo è per una città come Merano che fin dall’Ottocento ha tratto sviluppo e fama dai suoi concittadini ebrei, ma poi ne ha permesso la persecuzione, i soprusi e la deportazione. 

All’indomani della Prima Guerra Mondiale il Tirolo del Nord e i territori di quello che era stato il Tirolo del Sud, furono percorsi da una veemente ondata di antisemitismo. Non ci furono fatti di sangue ma una propaganda denigratoria di stampo cattolico serpeggiava a più livelli e in numerosi ambienti. Spesso le teorie antisemite venivano veicolate dalle associazioni sportive, come ad esempio l’Alpenverein, e da quelle studentesche che, a partire dal 1921 introdussero l’Arierparagraph, ossia una clausola che impediva agli ebrei iscriversi e far parte dell’associazione. La Comunità ebraica cittadina contava all’epoca centoventi famiglie iscritte per un totale di circa trecento persone. Con l’avvento del fascismo la Comunità visse un breve periodo di crescita numerica e imprenditoriale, ma a partire dal 1936 le cose iniziarono ad aggravarsi per precipitare nell’ottobre del 1938, con l’emanazione delle Leggi razziali. 

Dopo le leggi razziali

Su tutto il territorio nazionale, esse vietavano agli ebrei le attività professionali, ma anche che i nomi degli ebrei comparissero nell’elenco telefonico e i necrologi sui quotidiani. Le pubblicazioni di autori ebrei furono tolte dalle biblioteche, dalle scuole e università. I bambini ebrei furono allontanati dalle scuole, dai parchi, dalle piscine. Alle famiglie bree fu vietato di frequentare luoghi di villeggiatura, i teatri, i caffè, possedere una radio, un’autovettura o una bicicletta. Il 12 marzo 1939 fu la data fissata per gli ebrei stranieri per lasciare l’Italia. Degli ebrei censiti a Merano nel 1938 solo 113 risultarono essere di nazionalità italiana mentre la maggior parte possedevano cittadinanze straniere e provenivano ad esempio da Germania, Austria, Polonia, Cecoslovacchia, Lituania, Lettonia, Olanda, Spagna, Turchia, Francia, Stati Uniti, Nicaragua. Espulsi dalla provincia di Bolzano cercarono rifugio in vari luoghi fra cui Francia, Svizzera, Palestina e negli Stati Uniti. 

Degli ebrei rimasti in città molti erano anziani, malati o invalidi, ciò nondimeno furono chiamati al lavoro coatto e sottoposti a pesanti mansioni. 

Dopo l’8 settembre 1943

All’indomani della Dichiarazione di Armistizio annunciata dal Generale Pietro Badoglio, Himmler inviò in Alto Adige il Brigadenführer delle SS Karl Brunner. Egli attivò tutte le locali organizzazioni naziste e ordinò loro di arrestare tutti gli ebrei. A Merano arrivò il feroce gruppo al comando di Luis Schintlholzer con il compito di organizzare la deportazione. Gli ebrei furono denunciati da vicini, conoscenti, concorrenti, ed arrestati dagli uomini della Gestapo e della SOD, condotti poi nei sotterranei dell’allora “Casa del Balilla”. 

Qui furono tenuti senza cibo né acqua, interrogati e schedati, quindi condotti al lager di Reichenau presso Innsbruck. Qui furono raggiunti da altri ebrei catturati a Bolzano e in altre località della provincia. Questa del 16 settembre 1943 fu la prima deportazione degli ebrei in Italia. Altri ebrei meranesi furono catturati nelle località dove si erano rifugiati e deportati. Reichenau, Mauthausen, Auschwitz i luoghi della loro morte. 

Solo la Baronessa Walli Hoffmann, cittadina del Lichtenstein, deportata dietro denuncia del suo panettiere, riuscì a fare ritorno a Merano. Parte delle sue proprietà le ritrovò in casa dei suoi concittadini. Di regola infatti i beni degli ebrei andavano incamerati dai nazisti e dai loro collaboratori.

Il lager di Bolzano

Dieci mesi rimase attivo il Lager di Bolzano costituito dai Nazisti nel luglio del 1944 col trasferimento in riva al Talvera del Campo di transito di Fossoli di Carpi. 

Quello di Bolzano doveva essere un campo di transito, ma fu un campo di concentramento a tutti gli effetti dove violenza gratuita, punizioni esemplari, uccisioni, erano la quotidianità per quei 11.116 reclusi che vi transitarono. Si trattava di oppositori politici, ebrei, zingari, militari italiani, disertori e i famigliari dei disertori. Il campo era una stazione intermedia, prima dell’inferno dei campi di sterminio cui tutti erano destinati.  Il lager era in mano ai violenti criminali ucraini Otto Sein e Misha Seifert e ai due feroci comandanti Titho e Haage. Inesorabili furono anche le guardiane soprannominate “le belve” per le orribili cose di cui erano capaci, Else Lechert, Anne Schmidt, Lydia Heise. Tredici furono gli ebrei qui torturati ed uccisi.

La parola “Shoah”

La parola Shoah proviene dalla Bibbia e significa “tempesta devastante”, e la si può leggere ad esempio in Isaia 47, 11. Con questo termine si indica lo sterminio del popolo ebraico durante il Secondo conflitto mondiale. Questo vocabolo è preferito a olocausto che, seppur ancora molto diffuso, è errato poichè allude all’idea sacrificio al Signore. La Shoah è piuttosto un genocidio, ovvero un’azione criminale che, attraverso un complesso e preordinato insieme di azioni, è finalizzata alla distruzione di un gruppo etnico, nazionale, razziale o religioso. Ben sei milioni furono gli ebrei giovani, vecchi, neonati e adulti, che furono uccisi dalla violenza nazista. La parola Shoah venne usata per la prima volta nel 1938 durante una riunione del Comitato Centrale del Partito Socialista nella Palestina sottoposta al Mandato britannico, riferendosi al pogrom della cosiddetta “Notte dei Cristalli”. La Shoah si sviluppò in cinque diverse fasi:
la privazione dei diritti civili dei cittadini ebrei; la loro espulsione dai territori della Germania; la creazione di ghetti circondati da filo spinato, muri e guardie armate nei territori conquistati a est dal Terzo Reich, dove gli ebrei furono costretti a vivere separati dalla società e in precarie condizioni sanitarie ed economiche; i massacri delle Einsatzgruppen (squadre di riservisti incaricate di eliminare ogni oppositore del nazismo nei territori conquistati dell’Ucraina e della Russia) durante le azioni di rastrellamento; la deportazione nei campi di sterminio in Polonia dove, dopo un’immediata selezione, gli ebrei venivano o uccisi subito con il gas o inviati nei campi di lavoro e sfruttati fino all’esaurimento delle forze, per essere poi comunque eliminati.
Queste tappe possono essere suddivise in due periodi storici: dal 1933 al 1940, quando il nazismo vide la soluzione della questione ebraica nell’emigrazione; – dal 1941 al 1945, quando venne attuato lo sterminio.

La giornata

Il 27 gennaio è la Giornata della Memoria, una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, della Shoah e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati. La data è stata scelta perché ricorda il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim, scoprendo il campo di concentramento e liberandone i pochi superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazista.

Autrice: Rosanna Pruccoli

L’arte come stile di vita

Elisabetta Vazzoler, bolzanina, si è formata dapprima a Venezia dove ha frequentato i corsi di Storia del Teatro e del cinema all’Università Ca’ Foscari e maturando esperienze nel settore del restauro; quindi, trasferitasi in Sicilia si è diplomata presso l’Accademia di Belle Arti di Catania. È l’artista nota per i suoi dipinti che ritraggono ambienti eleganti, privi però di ogni suppellettile atto a connotarne chi li abiti. 

La cosa che mi piace di me.

La perseveranza. 

Il mio principale difetto.

L’umore altalenante. 

Il mio momento più felice.

La nascita di mio figlio. 

La persona che ammiro.

Mio padre.

Un libro sull’isola deserta.

Avviso ai naviganti. 

La mia occupazione preferita.

La pittura. 

Il paese dove vorrei vivere.

In Irlanda. 

Il mio piatto preferito.

La pizza. 

Non sopporto…

Il caldo. 

Per un giorno vorrei essere.

Un uomo.

La mia paura maggiore

Il buio. 

Nel mio frigo non manca…

Il parmigiano. 

Se fossi un animale sarei…

Un cane. 

Mi sono sentita orgogliosa quando…

Ho terminato l’Accademia di belle arti. 

Il mio motto.

Vivere di giorno in giorno.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.

Un albergo a 5 stelle.

Il giocattolo che ho amato di più.

Barbie. 

I miei poeti preferiti.

Alcuni testi di Lucio Dalla. 

I miei pittori preferiti.

Gerhard Richter e Daniele Galliano.

Il dono di natura che vorrei avere.

La memoria.

Non sopporto…

Il rumore.

Dico bugie solo…

Se sono costretta.

Dove mi vedo fra dieci anni.

Da sola, con strumenti per dipingere e un pianoforte. 

Il colore che preferisco.

Il verde. 

L’ultima volta che ho perso la calma.

Mi succede spesso, ultimamente. 

Da bambino sognavo…

Di fare la ballerina.

Autrice: Rosanna Pruccoli

Campione europeo assoluto a 22 anni

Storica vittoria nel chilometro da fermo per Matteo Bianchi che fa registrare il tempo di 1’00’’272. Ai campionati europei di ciclismo su pista che si sono disputati due settimane fa a Apeldoorn (Olanda), Bianchi fa qualcosa di incredibile: mai nella storia l’Italia era riuscita a conquistare l’oro in questa disciplina agli Europei. Oggi andremo un po’ a scoprire la sua storia e il suo rapporto con il territorio.

Ciao Matteo, raccontaci un po’ chi sei…

Sono Matteo Bianchi, un normalissimo ragazzo nato a Bolzano nel 2001 che ha frequentato il liceo scientifico Rainerum. Sono da sempre stato un grande appassionato di sport, infatti ho iniziato come sciatore. Mi sono avvicinato al mondo del ciclismo in quinta elementare, perché come sciatore era necessario fare qualcosa durante l’estate come preparazione atletica e degli amici nella città di Laives mi hanno coinvolto. Così ho iniziato a pedalare, prima solo per passione, poi mi sono iscritto in una squadretta e ho iniziato a fare gare, fino a che, in prima superiore, ho deciso di dedicarmi solamente al mondo del ciclismo.

Hai iniziato direttamente con il ciclismo su pista?

Non ho iniziato subito con la pista; tutti i ciclisti partono dalla strada, con la bici da corsa (in Italia purtroppo non c’è molta cultura del ciclismo su pista), poi ci sono degli enti regionali che portano i ragazzi a provare nelle varie piste in giro per l’Italia. Io mi sono fatto un po’ prendere, mi piaceva e ci andavo volentieri, fino a quando ho raggiunto un primo risultato: un podio ai campionati italiani nella categoria allievi. Da lì mi sono appassionato sempre di più e ho deciso che quella sarebbe stata la mia strada.

La città di Bolzano ti ha aiutato nel raggiungimento dei tuoi obiettivi?

Una parte del mio allenamento consiste in pedalate su strada e la città di Bolzano e i suoi dintorni sono degli ottimi territori dove allenarsi, con una grande presenza di ciclabili e molte strade libere. Questo fa la differenza, la qualità dell’allenamento si sente.

Ti saresti mai aspettato di diventare campione europeo assoluto alla tua giovane età?

No, sinceramente non me lo aspettavo… andavo a questi europei convinto di poter fare bene, la condizione era buona ma nelle mie previsioni non c’era la possibilità di vincere, soprattutto vedendo la lista degli avversari. Mi aspettavo di trovarli in una condizione migliore, ma è anche vero che non è mai facile preparare un appuntamento così presto nell’anno. Però insomma, io ci sono riuscito bene e ho dimostrato di essere in una migliore forma rispetto ai miei avversari. 

Che emozioni si provano nel raggiungere questi livelli?

In realtà è molto particolare la mia situazione, sono molto soggettivo, io in primis sono uno che non si fa trasportare molto dalle emozioni, sono abbastanza cinico. Provo moltissima gioia nel portare a casa un risultato del genere, sicuramente, ma essendo in un tunnel di gare e allenamenti, faccio quasi un po’ fatica a godermi i risultati che ottengo. Ho la testa sempre dietro ai prossimi appuntamenti stagionali.

Quante volte a settimana ti alleni e quanti sacrifici ci sono dietro a tutto questo?

Ci alleniamo tutti i giorni della settimana tranne la domenica che solitamente facciamo riposo. Svariati giorni durante la settimana facciamo doppia sessione, in base al periodo dell’anno e della preparazione. I sacrifici sono sempre direttamente proporzionali al risultato che ottieni. Più ti sacrifichi, più impegno ci metti, più dedizione, più cura del dettaglio, e più hai possibilità di arrivare ad ottenere un risultato di alto livello.

Autore: Niccolò Dametto

Cani

Nella pittoresca cittadina altoatesina di Valle Verde/Grüntal, la pacifica convivenza è turbata da un problema crescente di escrementi canini non raccolti. Viene introdotta una legge rivoluzionaria: il test del DNA obbligatorio per tutti i cani residenti. Lassie, vivace e intelligente Collie, vive con la famiglia Kessler. Quando il giovane Franz scopre una traccia sospetta nei boschi circostanti, Lassie si mette in azione. Con il suo fiuto affinato e la sua deduzione, la fedele cagnolina svela un intricato mistero di rivalità e segreti che fa tremare la Provincia, dimostrando che i veri escrementi non sono quelli per terra.

Autore: Roberto Tubaro

Un Maestro di scacchiin portineria Athesia

Joško Mukić lavora da oltre quindici anni nella portineria dell’azienda Athesia di Bolzano Sud. Nato in Croazia, è un campione internazionale di scacchi e uno dei migliori giocatori dell’Alto Adige. Ad oggi ha una scuola di scacchi, una memoria di ferro e una conoscenza perfetta di cinque lingue. Gli scacchi hanno cambiato il suo modo di vivere, oggi andremo a scoprire il perché.

Ciao Joško, raccontaci un po’ chi sei… 

Sono Joško Mukic, sono nato nel 1962 nella ex Jugoslavia, sono qui in Alto Adige da più di 27 anni, lavoro come portiere presso la sede di Athesia e ho una scuola di scacchi. Ogni venerdì scrivo per il giornale Dolomiten dove ho il mio angolo scacchistico che si chiama “Schachecke”.

Come ti sei avvicinato al mondo degli scatti?

È sempre stata una cosa di famiglia. Mio padre quando ero piccolo mi ha insegnato come si gioca, lui aveva imparato da mio nonno e mio nonno dal bisnonno. Solo che loro non erano così forti come me (ride n.d.r.).

Scacchi solo per passione?

Quando ero giovane era la mia professione, per otto mesi l’anno andavo in giro per tornei in tutto il mondo, ho vinto anche un titolo: “Maestro Internazionale” un titolo che si guadagna giocando bene contro i giocatori più forti. Ho girato davvero tanto con gli scacchi.
Adesso tengo lezioni di scacchi, tanti giocatori che adesso sono maestri di scacchi erano miei allievi. Un mio allievo di 17 anni adesso ha il titolo di “Maestro Italiano” di scacchi, Casadio Niccolò, è uno degli allievi di cui sono più fiero.

Ci giochi ancora?

Prima giocavo tanto, ultimamente invece ho tanti allievi e quindi principalmente insegno. Ogni tanto mi diverto a giocare agli scacchi giapponesi online, gli Shogi, ho imparato a giocarci qualche annetto fa.

A Bolzano c’è una cultura degli scacchi? 

Sì! Assolutamente. Cento anni fa i migliori giocatori di scacchi al mondo giocavano a Merano e negli anni 80 hanno addirittura giocato un match per il campionato del mondo proprio qui.

Come sei arrivato qui in Alto Adige?

Per caso… se esiste il caso. Tempo fa facevo l’interprete per una ditta austriaca in lingua ungherese (parlo anche l’ungherese oltre all’italiano, il tedesco, il croato, il russo e lo spagnolo) e abbiamo fatto tappa a Bolzano per una cena, vicino a ponte Talvera. Ho sentito che si parlava anche in tedesco (all’epoca non conoscevo la storia dell’Alto Adige e nemmeno l’italiano), questa cosa mi aveva incuriosito molto e allora ho detto al mio collega “sai che cosa? Io rimango qui”. Se avessimo fatto la sosta cento chilometri più avanti, sarebbe stata tutta un’altra vita la mia (ride n.d.r.).

Quali sono le caratteristiche per diventare un forte giocatore di scacchi?

Per prima cosa ci vuole il talento, poi ci vuole il carattere e avere la capacità di saper lavorare tanto. Gli scacchi si studiano, solo giocando si ripetono gli stessi errori e non ci si migliora, bisogna studiare molto. Il miglior giocatore del mondo studia otto ore al giorno.
Poi ci vuole la passione, grande passione, ma la passione c’è solo se c’è il talento. 

Perché consiglieresti gli scacchi?

Gli scacchi fanno bene alla salute, si sviluppa la memoria, la fantasia, si migliorano le capacità di calcolo e di logica. Poi diversi studi hanno anche dimostrato che aiutano le persone a recuperare dopo un ictus o un infarto. Fanno bene alla memoria, non solo per i bambini, ma anche per gli anziani. Un po’ di tempo fa mi è stata consegnata una rubrica telefonica qui in portineria dove lavoro, circa una trentina di pagine piene di numeri. Alcuni giorni dopo la ho restituita, non mi serviva più, li sapevo tutti a memoria. A 62 anni, direi che la mia memoria – grazie agli scacchi – è molto buona (ride ancora n.d.r.).

Autore: Niccolò Dametto

Supermarket, un progetto di gruppo

Sapete cosa si nasconde dietro all’incontro quando c’è musica e passione? Una grande potenzialità e un’occasione unica per affermarsi. E nei meandri della nostra città c’è un gruppo che incarna tutti gli ideali del fare musica insieme. Ma di chi si tratta? In realtà ne abbiamo già parlato, nella nostra rubrica La Scena Musicale, qualche settimana fa. Ma ci sono delle novità, in merito, che dobbiamo proprio comunicarvi. 

SUPERMARKET è il nome del collettivo musicale bolzanino nato nel 2021 dall’idea di Thomas Traversa e Dixta. Nel corso degli anni, il gruppo ha continuato a crescere ed evolversi raggiungendo ora circa quindici membri tra cantautori, rapper, dj e musicisti di diversi generi musicali.

I componenti del collettivo sono giovani, tutti tra i 20 e i 25 anni, e si dedicano alla produzione musicale, all’organizzazione di concerti ed eventi, nonché al sostegno e valorizzazione di giovani artisti emergenti.

Di recente, nel novembre 2023, i ragazzi hanno partecipato con entusiasmo alla diciottesima edizione del contest musicale “Suoni Universitari” organizzato da Opera Universitaria e Centro Musica Trento.

Grazie alla loro passione e al loro talento, il collettivo ha superato le preselezioni e – a sorpresa di tutto il gruppo – si è aggiudicato il primo posto alla finale tenutasi il 6 dicembre presso il Teatro Sanbàpolis di Trento. Questa vittoria ha aperto nuove possibilità al gruppo che avrà la possibilità di aprire la diciannovesima edizione di “Suoni Universitari” nel 2024. Inoltre, tra i premi ottenuti, i ragazzi avranno a disposizione 16 ore nello studio di registrazione presso il Centro Musica del Comune di Trento.

Questa piccola vittoria ha dimostrato ai membri di avere un enorme potenziale e conferma che le loro capacità possono essere apprezzate anche al di fuori dei confini cittadini di Bolzano.

Nel futuro, SUPERMARKET ambisce ad espandersi ulteriormente continuando a produrre musica ed organizzare eventi sperando di diventare un’etichetta discografica in grado di promuovere giovani artisti nel mondo della musica.

Con il loro entusiasmo, talento e determinazione il collettivo si prospetta di avere una carriera promettente. Il 2024 è da poco iniziato eppure sono già numerosi gli eventi pianificati. Il prossimo, al quale i ragazzi parteciperanno, è “SOUND ARENA”, una competizione che li vedrà sfidarsi contro il collettivo Beat Coin. A chiudere la serata ci sarà il dj set di Drone126, componente della crew romana LoveGang. L’evento si terrà il 27 gennaio alle ore 22:00 al Pippo Stage.

E a noi non resta che fare un grande in bocca al lupo a tutti i componenti di SUPERMARKET e invitare tutti i nostri lettori ad andare a gustarsi la loro incredibile musica!

Autrice: Sanaa El Abidi COOLtour

Giornata della memoria: una mostra per ricordare chi siamo

In vista della giornata della memoria abbiamo incontrato Antonio Viganò per parlare della mostra “Prove di sterminio” che verrà inaugurata in un evento gratuito proprio il giorno 27 gennaio presso il Teatro Cristallo a Bolzano. Un tema molto sentito anche da noi di COOLtour quello della memoria, che ci ha portato a quest’incontro.

Com’è nato il progetto di questa mostra?

Il progetto della mostra nasce in concomitanza con l’allestimento dello spettacolo “Impronte dell’anima” che tratta il tema del processo di eugenetica. Prima e durante l’allestimento abbiamo fatto delle indagini per cercare dei materiali utili e a Genova abbiamo trovato una cooperativa sociale di persone con handicap che aveva questa mostra e abbiamo chiesto di poterla condividere. L’abbiamo quindi ristampata e la accompagniamo ai nostri spettacoli. In questo modo resta una traccia del lavoro svolto e dà la possibilità di poter leggere e approfondire questo tema.

I ragazzi sono stati coinvolti nella realizzazione della mostra?

Con i ragazzi abbiamo approfondito e studiato il tema facendo un percorso volto a realizzare lo spettacolo. La mostra è stata un supporto e un implemento da cui trarre lo spettacolo. Nella mostra, infatti, ci sono delle cose scritte che noi poi riportiamo nello spettacolo, la connessione è evidente.

Come affrontate l’argomento del genocidio con i ragazzi?

La affrontiamo attraverso lo spettacolo che è il nostro linguaggio. La difficoltà iniziale era condividere con le famiglie dei nostri attori questa tematica. Inoltre è successo che durante le prove un’attrice ha deciso che non voleva più interpretare quel ruolo. Il fatto che non volesse più farlo per noi è stato un segnale importante perché ci ha confermato la sua consapevolezza di quello che stavamo facendo e coscienza del fatto che loro erano strumenti e attori di una storia che li toccava da vicino. Al tempo della guerra le loro erano vite non degne di essere vissute.

Questo pensiero nazista secondo lei è ancora attuale?

Questo pensiero non ha più quella radicalità che ha avuto in quel momento storico. Quando c’è una crisi profonda e si comincia a pensare che non ci sono soldi per tutti, e forse bisogna fare una scelta a chi dare e a chi non dare, in quel caso è possibile che qualche barriera crolli e che si sdoganino cose che prima non si dicevano. Più la crisi è profonda e più questi ostacoli morali crollano.

Quanto è importante occuparsi ancora di memoria?

Il tema della memoria oggi è ancor più necessario di prima perché chi è stato testimone di quei tempi tra un po’ non ci sarà più e la paura è che quello che è stato uno dei peggiori orrori della storia possa in qualche modo scomparire dalla nostra memoria. Il tenerlo in vita e farci riflettere su cosa è successo e come è potuto accedere è molto importante. Noi lo facciamo attraverso la mostra e lo spettacolo.

Autori: Redazione COOLtour