Un Sanremo per beneficenza

Il primo evento Live Muse dell’anno ha visto una grande partecipazione di pubblico e una squadra di musicisti che ha dato il meglio di sé per interpretare i più grandi successi della storia di Sanremo e raccogliere fondi per l’associazione Endometriosi Alto Adige. Ecco alcune immagini del concerto viste dall’obiettivo di Edoardo Tomasi (www.edoardotomasi.it)

Neve

Solo qualche giorno fa ho scoperto che esiste la Giornata Mondiale della neve. La cosa per me ha un significato particolare, dato che da sempre amo la neve in tutte le sue forme. Questo tipo di passione ha anche una sorta di nome, nivofilia, e tutti coloro che la condividono sono accomunati da un forte sentimento di attesa che dura tutto l’inverno, simbolicamente rappresentato dalla comune ricerca di un lampione ove poter scrutare, nelle più frequenti ore di buio che caratterizzano la stagione, sperando di veder cadere prima o poi i primi radi e piccoli fiocchi, rinnovando la magia.

Giusto domenica scorsa, personalmente ho di nuovo alimentato la mia passione, recandomi sul Colle, l’unica montagna della conca bolzanina che fa parte del territorio del capoluogo. Lì è bastato compiere qualche passo verso il bosco, partendo dalla stazione a monte della funivia, per lasciarsi alle spalle il grigiore della pioggia ed entrare invece nell’atmosfera magica e innevata.

Nonostante i cambiamenti climatici che rendono le nevicate sempre più rare, anche a partire dai fondovalle più in quota, ingegnandosi, si riesce dunque ancora a fruire del prezioso paesaggio invernale più puro. Per farci cosa? Come dicevo, è più che sufficiente gettare uno sguardo a ciò che sta intorno a noi, respirando a pieni polmoni, passeggiando e ascoltando il tipico rumore della neve sotto le scarpe, in un contesto in cui tutti i rumori sono magicamente attutiti.

Ma sulla neve e con la neve è possibile praticare anche numerosi sport invernali, com’è noto. E – anzi – questo è il motivo per cui la Giornata Mondiale della Neve è stata istituita nel 2012. Ma non solo. Tra le motivazioni e gli obiettivi di questa ricorrenza c’è di nuovo anche e semplicemente, il desiderio di “sensibilizzare alla salvaguardia degli ambienti montani imbiancati”.

A questo proposito c’è un passaggio, nel romanzo di Francesca Melandri “Eva dorme”, che descrive in maniera mirabile la magia della neve. Eccone un breve estratto.

“Dopo, arrivò la neve. Scese abbondante sulla cittadina, e poi ne cadde ancora, e non smise, continuò a fioccare, nell’aria fluttuavano merletti esagonali grandi come farfalle. […] I bambini cominciavano a pensare che non avrebbe più smesso, avrebbe nevicato per sempre, fino alla fine tempi, e il mondo sarebbe diventato una gigantesca palla di neve […].”

Uno sguardo sul 2023

// Di Luca Sticcotti

Con l’inviato Rai Gianfranco Benincasa, a lungo attivo in provincia di Bolzano e da marzo scorso presidente regionale dell’Ordine dei Giornalisti, ripercorriamo i fatti principali dell’anno che si è appena concluso.

Come ogni anno anche in questi primi giorni del 2024 abbiamo pensato di gettare uno sguardo nel recente passato, focalizzando assieme ad un collega giornalista i temi più importanti apparsi sui media. In questo frangente la scelta è caduta su Gianfranco Benincasa, inviato della Rai e volto noto anche delle cronache sportive offerte dal servizio pubblico radio televisivo. Nato in Svizzera nel 1966, Benincasa ha lavorato a lungo a Bolzano prima di trasferirsi a Trento. Nel marzo 2023 è divenuto il nuovo presidente regionale dell’Ordine dei giornalisti. Con lui abbiamo dunque colto l’occasione di parlare anche di come i principali fatti regionali sono stati visti dal vicino Trentino e di quali sono le prospettive per la professione giornalistica nella nostra terra, alla luce dei grandi cambiamenti in atto nel mondo dell’informazione.

Lo scorso anno uno dei temi più presenti sia nelle cronache che nel dibattito pubblico è stato quello della necessità di un ripensamento del turismo in un’ottica più sostenibile. Non è una questione da poco, perché ogni passo indietro penalizza gli introiti economici. Ma tutti sono d’accordo sul fatto che ci vuole davvero un nuovo equilibrio, ribilanciando le esigenze di ospiti e residenti, e offrendo ai turisti anche un modo diverso di vivere la montagna. Questo tema come viene visto in provincia di Trento?

In Trentino l’assessora competente ha detto “i turisti vanno dove ci sono i turisti”. Questo vuol dire che si accalcano soprattutto in alcune zone, ovvero a seconda della stagione nello specifico ad esempio a Madonna di Campeggio o sul Garda. La discussione su un modello diverso di turismo in realtà non è nuova; in alcuni casi si era pensato addirittura smantellare gli impianti e sostituire il tutto con un turismo green. Poi nello specifico in quella zona, il passo Rolle, il progetto è stato abortito e la Provincia ha fatto altre scelte. Ma il tema c’è, e non solo in montagna. Anche la città di Trento in 20 anni è cambiata tantissimo e ora c’è molto più turismo mordi e fuggi, non solo durante i mercatini, con pullman, auto e tanto inquinamento. Il centro storico spesso è invaso: da un certo punto di vista è bello, ma anche su questo si sta un po’ ragionando, cercando magari di puntare di più sulla qualità che non sulla quantità, e venendo più incontro alle esigenze dei residenti. A Campiglio ad esempio si sta facendo strada anche l’idea del numero chiuso, perché gli sciatori sono davvero tantissimi, nonostante l’aumento di prezzo degli skipass. Una tavolo regionale sarebbe davvero opportuno, su questo tema del turismo sostenibile, perché si tratta davvero di problemi comuni tra le due province autonome. Insomma: le problematiche del lago di Braies non sono diverse rispetto a quelle del Lago di Tovel, dove tra l’altro ben prima avevano introdotto il traffico limitato.

C’è poi il tema dei grandi predatori, da una parte proprio collegato all’idea di una natura da salvaguardare e in qualche modo da ripristinare. Mettendo però in difficoltà gli allevatori e creando problemi di sicurezza.

Sì. In Trentino c’è stata purtroppo una vittima a causa dell’orso e questo è stato davvero un colpo al cuore per tutti. Mentre il problema del lupo in provincia di Trento è presente soprattutto nella zona delle valli di Fiemme di Fassa. Al di là dei provvedimenti e dei ricorsi, il problema non è certo di facile soluzione. Ma anche questo è un problema che andrebbe affrontato a livello regionale, visto che gli animali si muovono, mica guardano ai confini provinciali.

A proposito di province. Nello scorso autunno si sono svolte le elezioni e a Trento e Bolzano si sono avuti esiti solo in parte simili. Con alcune novità non da poco, soprattutto in Alto Adige.

In Trentino c’è stata una scelta di continuità per Fugatti, un po’ perché non aveva veri avversari, va detto, e poi comunque perché gli elettori hanno deciso di premiare il lavoro fatto. In Alto Adige fa riflettere il calo della SVP, ma non mi stupisco per la realpolitik della Volkspartei che ha scelto di allearsi con il centrodestra. Tutto sommato non è un grande cambiamento, perché negli ultimi 5 anni la Stella Alpina aveva già governato con la Lega. Certo la SVP farebbe bene a impostare una profonda riflessione in merito a quanto sta avvenendo in Alto Adige ma ancor di più al proprio interno, più che cercare colpevoli all’esterno.

Venendo allo sport, il 2023 è stato l’anno della consacrazione per Jannik Sinner. Poi c’è stata la stagione straordinaria del FC Südtirol in serie B di calcio, mentre gli atleti regionali dello sci alpino sono apparsi un po’ in affanno.

Di Sinner si è detto tutto, la sua è stata un’affermazione davvero pazzesca. Tra l’altro è un personaggio con grandi qualità, molto umano e disponibile. E non è solo uno sportivo, riesce infatti a catalizzare l’attenzione di molti, anche di chi non è appassionato di sport. Quello del FC Südtirol è stato poi sicuramente una sorta di miracolo. Ora la squadra è in difficoltà, ma ci sta. L’anno scorso sono riusciti a fare molto di più di quello che secondo me era il valore della squadra sulla carta. Molto del merito va dato all’allenatore Bisoli, anche se poi qualcosa si è incrinato. Si tratta senz’altro di una bella società, impostata bene e con un bel futuro davanti. Quest’anno ci sarà un po’ da soffrire ma possiamo dire che ormai il Südtirol è una realtà consolidata, non più una meteora. Basti guardare il centro sportivo, l’organizzazione e il lavoro che viene fatto sui giovani. Per non parlare dello stadio che è stato rifatto. La squadra altoatesina in qualche modo ha anche influenzato il vicino Trentino, con la squadra del capoluogo che da un paio d’anni è tornata in serie C. Va detto che anche il Südtirol è arrivato in serie B dopo un percorso durato anni, e in cui questo traguardo era stato più volte sfiorato. E dobbiamo ricordare sempre che la serie B è un campionato davvero difficilissimo. Per tutti. Lo sci è un po’ in affanno in tutta la regione, è vero. Ma anche qui va detto che rispetto al calcio è uno sport che ha senz’altro meno praticanti. Io penso però che in questo caso ci sia qualcosa da cambiare anche a livello di federazione. Al momento occorre ancora puntare sulla vecchia guardia, ovvero su Paris. Alex Vinatzer è l’unico che in futuro potrà davvero dire la sua ma per il momento è piuttosto discontinuo nei risultati. Alla 3-Tre quest’anno Vinatzer ha fatto veramente male, e al momento va quasi meglio in gigante che non è la sua specialità. Ma si tratta un ragazzo molto positivo e in gamba, molto educato. In Trentino c’è poi molto altro sport, con il volley maschile che ha vinto lo scudetto e quello femminile promosso in A1 anche se ora è in difficoltà. Lo sport resta comunque una grande forza per tutta la regione, anche grazie alle capacità organizzativa delle nostre società e del territorio. E non dobbiamo dimenticare che l’anno si è chiuso con la vittoria di Nadia Battocletti e il secondo posto di Yeman Crippa alla Boclassic nel capoluogo altoatesino.

Quali sono le gioie e i dolori dell’essere, da marzo 2023, il nuovo presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Trentino Alto Adige.

Avere sott’occhio un po’ tutto il panorama del giornalismo locale è senz’altro molto interessante. Per quanto riguarda i dolori e preoccupazioni sono sempre e soprattutto quelle occupazionali, anche se l’Ordine che presiedo non è il sindacato. Ci teniamo a che il nostro settore si florido, attivo e valido. Cosa che di fatto accade, anche in regione. Nell’ultimo periodo c’è stata la mazzata della chiusura del quotidiano Il Trentino, anche se poi la cosa è stata in parte riassorbita. E ci sono poi le preoccupazioni che riguardano le innovazioni tecnologiche, con l’intelligenza artificiale che in futuro potrebbe portare alla perdita di posti di lavoro. A livello internazionale sta già avvenendo, vedremo se la cosa avrà ripercussioni anche da noi. C’è poi il tema eterno dell’equo compenso per il lavoro giornalistico. Per quanto riguarda il rispetto della deontologia giornalistica devo dire che nel territorio regionale la situazione è senz’altro molto migliore rispetto a diverse altre zone del nostro paese.

Il mondo del giornalismo è in sofferenza, soprattutto per il calo dei lettori dei giornali, ma anche dei pochi sbocchi professionali per le nuove leve di questo mestiere.

Per i giovani è senz’altro difficile, perché oggi si tratta spesso di lavoro non ben retribuito, rispetto ad altri lavori e rispetto al passato. Il mestiere ha meno appeal e i percorsi d’accesso sono molto accidentati, nell’ottica dell’approdo al professionismo. Oggi si devono conoscere le lingue ed essere molto qualificati. Ma è un lavoro che può essere ancora molto interessante. Ci vuole creatività, coraggio e come una volta occorrono sudore e impegno. Anche se il mestiere per molti versi è cambiato rispetto al passato, resta comunque la necessità di offrire un’informazione di qualità, ovvero verificata, e questo oggi è meno facile. Ma questo compito da svolgere, per il giornalismo, oggi è ancora più importante in un’ottica di partecipazione alla vita pubblica. Spesso l’emorragia di lettori si traduce anche in astensione nella partecipazione al voto. Dobbiamo impegnarci contribuire ad arginare questa potenziale emorragia democratica.

Via Matteotti: il “centro” di Maia Bassa

C’è stato un tempo in cui Merano città, Maia Bassa, Maia Alta e Quarazze erano quattro comuni distinti, ciascuno con il proprio Municipio. Di questi sono rimasti i segni evidenti soprattutto a Maia Alta e Maia Bassa, dove i due edifici municipali ancora esistono e sono attivi. Quello di Maia Bassa era ed è in via Matteotti, una via storica, oggi un po’ meno vivace, ma un tempo in grado di rappresentare un’epoca, oseremmo dire un’epopea.

// Di Enzo Coco

Nel periodo post-bellico e perlomeno fino agli anni Ottanta del secolo scorso, via Matteotti era dal punto di vista dei servizi il centro di tutto.

Attorno al Municipio e lungo la sua strada c’erano alberghi, ristoranti e bar, negozi di alimentari, fruttivendoli, macellai, panettieri, tabaccai, la farmacia, l’ambulatorio medico, una rosticceria, il cinema, il pulisecco, il gelataio, il calzolaio, barbiere e parrucchiere, la cartolibreria, la merceria, un bazar, il meccanico, il gommista, la ferramenta, il materassaio, i Carabinieri, la Guardia Forestale e, ultima ma non ultima, la banca.

Insomma: chi viveva a Maia Bassa non aveva bisogno di arrivare in centro città quasi per nulla.

In questa specie di villaggio e in un clima ancora di paesone, dove tutti conoscono tutti, è nato o ha trascorso parte della sua infanzia e adolescenza, un gran bel numero di persone in un clima davvero irripetiile.

La “via pal” di merano

Ma dietro alle case che si affacciano su via Matteotti c’erano due strade, che ancora ci sono, ovvero la via Magazzini e la via Armonia. Erano la via Pal “de noantri”, il “cortile” dei bambini e dei ragazzi di allora.

Si tornava da scuola, dalla vicina via Vigneti, si mangiava al volo e poi giù tutti in cortile e non si tornava a casa fino a quando faceva buio e le mamme si sgolavano dalle finestre per richiamare i propri figli che dovevano fare ancora i compiti e soprattutto lavarsi.

Enormi piste con muretti e curve alla Vigorelli, salite e discese, venivano costruite per giocare al “Giro d’Italia” con vere e proprie tappe che si sviluppavano di giorno in giorno. I ciclisti? Tappi a corona delle bottiglie con dentro una figurina ritagliata, magari da un giornale, del proprio ciclista preferito. Anquetil, Van Looy, Coppi, Bahamontes, Tacconi, Gaul, Baldini, Altig, Poulidor e poi Motta, Gimondi, Baronchelli, Merckx, Battaglin, Maertens: erano tutti lì nei tappini delle bottiglie.

Stiamo parlando di battaglie epiche di ore e ore, precedute da sonori litigi perché se uno aveva Anquetil, non poteva essere che l’avesse un altro: “No Anquetil è mio e tu prenditi Gaul”.

E poi le scorribande, quelle tra cowboys e indiani, armati di improbabili pistole di legno, archi e frecce posticci. Anche qualche fionda, ma l’elastico era quasi sempre sfilacciato.

C’era poi lo scontro vero e proprio tra via Magazzini e via Armonia: la battaglia tra “raber e poli” come si diceva allora, mutuandolo dall’inglese “rubber and poly”, il nostro guardie e ladri. Si attraversavano gli androni dei palazzi per passare da un cortile all’altro (da via Magazzini attraverso via Matteotti, in via Armonia e viceversa) all’inseguimento dell’avversario per catturarlo, e con le urla e proteste immancabili degli inquilini che volevano la loro quiete.

E spesso andava a finire che i ragazzi si prendevano delle secchiate d’acqua dalle finestre delle esasperate famiglie alle quali impedivamo il sonnellino pomeridiano. C’era anche il burbero grossista di profumi che stava in via Magazzini, il Signor Niederwieser, che veniva fuori a cacciarci perché non riusciva a lavorare, ma quando arrivava Natale ci faceva i regalini: tra questi un campioncino di profumi, una saponetta, un detersivo da dare alla mamma.

Tutto ciò era bello e nessun genitore andava a protestare col vicino che ci aveva sgridato o ci aveva bagnati, anzi era più facile che ti arrivasse uno scappellotto perchè “non lo dovevi fare”.

I nomi dei protagonisti

Ricordare i nomi di tutti è impossibile, ma molti sono ancora nella nostra mente, alcuni purtroppo già andati avanti, altri non più a Merano, ma ognuno sicuramente si riconoscerà.

C’era Mario con suo fratello Umberto e la piccola sorellina Silvana, c’era Gabriella col fratello Roberto, c’era Ferruccio. E ancora Emanuela col fratello Gianni e il piccolo Mario, Renatino che chiamavamo così perché era secco secco, c’erano Luizio ed Ezio, c’era Uta (una pertica che non a caso divenne una forte saltatrice in alto), c’era Edy e c’erano i fratelli Di Liello.

E poi altri nomi persi nelle nebbie della memoria ma presenti ancora nelle immagini stampate nella mente.

E c’era lei, quella di cui tutti eravamo un po’ innamorati e, forse, è proprio lì che abbiamo sentito le prime pulsioni di innocenti ragazzini attorno ai 10 anni o giù di li. Si chiamava Laura e veniva da Milano, che per noi era la metropoli lontana. Veniva a passare le vacanze scolastiche a casa di certi parenti. Con quel suo accento dalle “e” aperte talvolta ci raccontava di cosa c’era a Milano che qui da noi non c’era.

Ma soprattutto giocava con noi e a sera andava a casa tutta scalmanata e impolverata, perché in via Magazzini non c’era l’asfalto come oggi, ma solo la nuda terra.

Noi capivamo che lei si divertiva un mondo perchè là, nella metropoli dove viveva, un cortile dove giocare non ce l’aveva, perché… “là dove c’era l’erba ora c’è una città”.

Agenda Onu 2030: combattere lo spreco a scuola

Povertà e spreco del cibo sono due facce della stessa medaglia: alla scuola primaria in lingua italiana di San Giacomo il progetto dell’Agenda Onu 2030 insegna ai bambini come combattere lo spreco e aiutare chi ha bisogno.

// Di Raffaella Trimarchi

Come in tutte le favole di Natale, le buone azioni portano gioia a chi ne ha bisogno. E il 21 dicembre scorso è stata proprio una piccola favola di Natale quella di cui sono state protagoniste le due classi quarte della scuola primaria in lingua italiana di San Giacomo che si sono recate presso la San Vincenzo del quartiere Don Bosco di Bolzano. I bambini,accompagnati da alcuni insegnanti, hanno potuto consegnare direttamente al presidente della San Vincenzo Roberto Argnani, una serie di biglietti di auguri e lavoretti natalizi, oltre a un litro di latte a lunga conservazione ciascuno, da aggiungere ai pacchi che sarebbero poi stati donati alle famiglie bisognose del quartiere.

Due anni di lavoro

Ma il progetto parte però da lontano: sono infatti due anni che le classi, con tutto il team insegnanti, stanno lavorando all’Agenda Onu 2030, secondo la quale l’Organizzazione delle Nazioni unite si è proposta – sottoscrivendo l’Agenda nel 2015 – di cercare di perseguire ben 17 obiettivi. Nello specifico, il progetto delle due classi – coordinato da Simone Bianchini, psicologo e referente del progetto per l’Aibi, l’Associazione italiana Amici dei Bambini – si è concentrato su un punto dell’Agenda, ovvero quello di sconfiggere la fame nel modo entro il 2030.

Si tratta di un obiettivo che, purtroppo, non solo non potrà essere raggiunto ma anzi, verrà con molta probabilità del tutto disatteso dal momento che negli ultimi anni, a causa anche della pandemia e delle nuove guerre, i nuovi poveri sono aumentati di molti milioni. Alla scuola primaria di San Giacomo si è però deciso di coniugare il tema della povertà con quello dello spreco alimentare: si è cercato infatti di sensibilizzare i bambini allo spreco di cibo che avviene ogni giorno sotto i loro occhi anche nelle stesse mense scolastiche, dove gli alimenti che vengono lasciati dai bambini nel piatto – spesso neppure toccati – non possono essere in alcun modo riutilizzati, finendo perciò a ingrassare solamente i già consistenti cumuli di rifiuti urbani prodotti quotidianamente.

Biglietti per i bisognosi

Parallelamente al discorso legato allo spreco, portato avanti da tutto il team insegnanti nelle ore dedicate all’educazione civica, nelle settimane che hanno preceduto le festività natalizie i bambini sono stati impegnati nella realizzazione di biglietti di auguri e piccoli lavoretti decorativi a tema natalizio, che avrebbero poi trovato posto nei sacchetti della spesa preparati dalla San Vincenzo per le circa 250 famiglie bisognose del quartiere Don Bosco di Bolzano.

Giovedì 21 dicembre quindi, l’intero gruppo di bambini ha potuto incontrare il presidente Argnani presso il punto di raccolta e distribuzione degli alimenti e consegnare il proprio lavoro. Il presidente ha così potuto spiegare ai bambini come funziona la distribuzione del necessario alle famiglie bisognose, che devono comprovare il proprio stato di necessità attraverso un’apposita documentazione attestante il reddito della famiglia.

Il banco alimentare sale in cattedra

Proprio mentre i bambini ascoltavano la spiegazione, hanno anche potuto vedere da vicino come funziona il meccanismo della solidarietà, grazie al signor Guido del Banco Alimentare che, proprio in quel momento, è arrivato per consegnare il “bottino” settimanale, ovvero alimenti recuperati da aziende e supermercati ancora consumabili ma non più commercializzabili. Grazie a questa filiera di solidarietà – insieme all’aiuto preziosissimo di tanti volontari – le centinaia di famiglie bolzanine in stato di bisogno riescono ad avere quotidianamente i beni di prima necessità, a volte insieme a cose più superflue ma comunque importanti come i giocattoli. Si è trattato di un’esperienza che ha toccato molto i bambini protagonisti che, con la consueta sensibilità della loro età, hanno stupito gli adulti presenti. Così Alessandro, rivolgendosi direttamente al presidente Argnani, ha spiegato che avrebbe voluto vendere i giocattoli che non utilizza più per raccogliere dei soldi, ma aveva invece capito che donarli a bambini che non hanno nulla gli avrebbe dato più gioia. Davide e Nicole dal canto loro hanno detto che non vogliono più sprecare il cibo. Nicole ha detto: “quando a cena non avevo più fame, ho mangiato lo stesso la pizza avanzata perchè non volevo buttarla”, mentre Aissa ha aggiunto: “ogni volta che non mangeremo qualcosa che abbiamo a casa dirò alla mamma di non buttarlo via ma di portarlo qui”. Patrick dal canto suo si è mostrato felice di sapere che le cose che hanno portato alla San Vincenzo andranno a allietare il Natale di famiglie bisognose e, in generale, tutti i bambini sono molto colpiti dall’altruismo respirato durante la giornata. Si è trattato, davvero, di un piccolo ma prezioso “miracolo di Natale”.

La fiducia degli altoatesini non è più scontata

La crisi di fiducia è la grande questione che segna i rapporti tra le persone, tra i gruppi sociali e dei cittadini con le istituzioni e con chi nella società ha un ruolo pubblico, come i politici, i sacerdoti e i giornalisti. La Provincia, come il partito, perde punti, ma con notevoli differenze tra i gruppi linguistici.

I dati emergono dall’indagine dell’ASTAT su “Soddisfazione delle cittadine e dei cittadini nei confronti dei servizi pubblici, 2023” che rivela “un calo generalizzato dell’ottimismo o della soddisfazione di vita”.

La fiducia nella Provincia autonoma rispetto al 2018 cala dal 78 al 66 per cento (recupera invece lo Stato italiano che passa dal 19 al 28 per cento). Ciò che sorprende è il fatto che esprime fiducia nelle istituzioni provinciali il 56 per cento tra le persone di madrelingua tedesca contro un 85 per cento tra quelle di madrelingua italiana, mistilingui o di altra lingua. Un dato che smentisce qualche stereotipo e che fa il paio con i recenti risultati elettorali, che mostrano una diminuzione consistente nel consenso per il partito che storicamente ha legato la sua immagine alla Provincia, governandola in autonomia. Sono numeri che parlano anche della persistenza di uno sviluppo diseguale tra i gruppi linguistici, con poche occasioni di incontro e con una debole sensibilità comune. È l’effetto della politica della separazione etnica attuata consapevolmente negli ultimi decenni.

Tra le figure professionali quelle più quotate sono i medici (88 per cento), gli scienziati (84), gli insegnanti (82), il personale del comune (77), le forze dell’ordine (76), gli imprenditori (71) e i magistrati (69). Da sottolineare il fatto che tutte le categorie sono in calo (tranne i politici nazionali che, pur restando gli ultimi in classifica, guadagnano due punti). I giornalisti, ahimè, scendono dal 38 al 32 per cento.

Chi perde il maggior numero di punti in termini di fiducia sono, secondo l’ASTAT, i politici altoatesini e i sacerdoti: meno dieci per entrambi gli ambiti. Dal 2018 a oggi. Spesso le scelte e i comportamenti di pochi si traducono in un danno, non solo di immagine, per molti e per tutti.

Autore: Paolo Bill Valente

La strada dedicata a Max Planck

L’intitolazione a Max Planck di una via della zona industriale (quartiere Oltrisarco) è ben meritata, se si pensa alla rivoluzione che ha portato nella fisica. Era nato come Marx Karl Ernst Ludwig Planck il 23 aprile 1858 a Kiel, all’estremo nord della Germania. Già a dieci anni Planck si fece chiamare Max e non Marx. Nella primavera del 1867 la famiglia si trasferì a Monaco di Baviera, dove il giovane Planck frequentò il Gymnasium Maximilian; approfondito il principio di conservazione dell’energia, nel 1874 passò all’Università. Scelta la fisica come materia di ulteriore studio, nell’ottobre 1877 seguì a Berlino i corsi dei fisici Helmholtz e Kirchhoff. Nel corso degli studi affrontò i principi della termodinamica, il settore della fisica che studia la trasformazione delle varie forme di energia le une nelle altre. Sviluppò le idee maturate sul secondo principio della termodinamica nella tesi di dottorato, ottenendo a Nonac nel luglio 1879 un “summa cum laudem”. Dal 2 maggio 1885 fu docente di fisica teorica all’Università di Kiel. L’opera “Sul principio dell’aumento dell’entropia” spianò la strada per la sua carriera a Berlino, decisiva per i suoi studi e per il futuro della fisica. Dal 1889 al 1928 tenne la cattedra di fisica teorica alla facoltà di filosofia. Nella casa berlinese di Wangenheimstrasse 21 c’era un via vai di ospiti, scienziati, ma anche teologi, storici, filologi; Planck improvvisava anche concerti al pianoforte. Fu nel 1900 che durante le sue ricerche Planck avanzò l’ipotesi che l’energia venisse irraggiata non sotto forma di onda continua, come ipotizzato dalla fisica, ma in quantità discrete, in “pacchetti”, denominati “quanti”. Planck divenne Segretario dell’Accademia delle Scienze di Berlino e uno dei massimi esponenti ufficiali della scienza tedesca. Per la sua scoperta arrivò anche, nel 1918, il Premio Nobel. Dal 1912 al 1943 fu segretario dell’Accademia prussiana delle scienze. Distrutta la sua casa da un bombardamento aereo, Max Planck si trasferì a Gottingen, dove morì il 4 ottobre 1947.

Leone Sticcotti