Grazie alla musica

È iniziato il 2024. Coi botti. In alcune parti dell’emisfero con botti ben più terribili di quelli che si odono dalle nostre parti. Per la verità le premesse perché il 2024 sia un anno da ricordare in positivo son poche. Il panorama mondiale, nazionale, locale sembra toccare più il fondo ogni giorno che il cielo manda in terra. Per fortuna c’è la musica, quella non ha mai cessato di esserci e regalarci emozioni, senza dover essere per forza “la città della musica”.

Se il fine 2023 è stato per lo più caratterizzato da singole uscite, i primi mesi del 2024 saranno ricchi di novità e le uscite si preannunciano gustose, oltre che ricche.

Innanzitutto il ritorno dell’Andrea Maffei Spritzband, con ben due nuovi lavori realizzati grazie al crowdfunding: si badi bene, Andrea Maffei Spritzband, non Il suonatore Jones, con buona pace dei numerosi fan di Fabrizio De Andrè, che vorrebbero ascoltare da Maffei solo le cover del loro beniamino. Maffei e i suoi pard sono stati per anni alfieri delle proposte originali tra le leve musicali di questa provincia e il primo disco in cui il gruppo si toglie lo sfizio di omaggiare la canzone napoletana potrebbe essere in circolazione a giorni, l’altro sarà tutto composto da nuovi brani. Ci viene spontaneo di gridare: “Evviva!”

È già quasi pronto anche il nuovo disco dei romantici metallari della Bassa Atesina, i Feline Melinda, sulla breccia dagli anni ottanta e maestri nel confezionare canzoni di heavy metal melodico con chitarre affilate.

Mentre scriviamo, a Nashville, Tennessee, si sta effettuando il mix del nuovo disco di Hubert Dorigatti: il bluesman di Brunico è indubbiamente tra i più prolifici artisti altoatesini in questo momento e con un rapporto quantità/qualità mica da ridere. E per concludere annunciamo anche il secondo disco dei Flouraschworz, di cui pure ci occuperemo a breve.

Noi, cacciatori di briciole

Oggi, la preoccupazione per l’ambiente è una priorità, e il riciclo dei materiali è un modo essenziale in cui ciascuno di noi può fare la differenza. Quando acquistiamo un prodotto, spesso ci troviamo di fronte a etichette contenenti simboli misteriosi legati al riciclo. Ma cosa rappresentano questi simboli e come possono contribuire a preservare il nostro pianeta?

Il nastro di Möbius. Le tre frecce che si susseguono indicano che il prodotto o l’imballaggio sono riciclabili o realizzati con materiale riciclato. All’interno delle frecce, un numero rappresenta la percentuale di materiale riciclato presente.

Il triangolo di frecce. Questo simbolo, spesso presente sulle confezioni di plastica, denota che il prodotto è riciclabile. Un numero da 1 a 6 all’interno del triangolo indica il tipo di plastica, mentre il numero 7 indica che il prodotto non è riciclabile.

Esagono. Questo simbolo contiene sigle come PET, PE, PP, PS, PVC, AL, ACC, VE, CA, che rappresentano diversi materiali, dalla plastica all’acciaio, dal vetro alla carta. Di solito si trova su contenitori sigillati come barattoli e bottiglie.

Tidy Man. Questo simbolo ci ricorda di non disperdere i rifiuti nell’ambiente ma di smaltirli nei contenitori appositi.

Marchio “Compostable”. Questo marchio garantisce che l’imballaggio, spesso in bioplastica, sia compostabile industrialmente.

FSC. Il simbolo del Forest Stewardship Council (FSC) indica l’uso di legno sostenibile e proveniente da fonti gestite responsabilmente.

Appiattire dopo l’uso. Questo simbolo si trova soprattutto nei contenitori brik del latte e dei succhi di frutta; essendo materiali difficilmente riciclabili, l’unica accortezza che possiamo attuare per diminuire il loro impatto ambientale è ridurne il volume appiattendoli, per occupare meno spazio.

RAEE. Il simbolo del bidone sbarrato indica rifiuti elettronici contenenti sostanze pericolose che dunque richiedono un corretto smaltimento.

Riconoscere e comprendere questi simboli è fondamentale per contribuire a un mondo più sostenibile. La scelta di prodotti confezionati con materiali riciclabili e il corretto smaltimento degli oggetti riducono l’impatto ambientale, preservando il pianeta per le generazioni future. Quindi, la prossima volta che acquistate un prodotto, date un’occhiata ai simboli del riciclo sulla confezione. Scegliete con saggezza e fate la vostra parte per un futuro più pulito e sostenibile.

(rubrica realizzata in collaborazione con i “Cacciatori di Briciole” di Volontarius)

La lunga strada della Val di Fiemme

La Bassa Atesina come la conosciamo oggi fu “plasmata” principalmente nel XIX secolo da parte dei governanti asburgici. Prima di allora, tolto il lungo periodo romano, che aveva apportato notevoli migliorie alla rete viaria e al sistema idrico, il territorio era sempre stato piuttosto inospitale e, quindi, difficile da percorrere e da abitare. La Bassa Atesina come la conosciamo oggi fu “plasmata” principalmente nel XIX secolo da parte dei governanti asburgici. Prima di allora, tolto il lungo periodo romano, che aveva apportato notevoli migliorie alla rete viaria e al sistema idrico, il territorio era sempre stato piuttosto inospitale e, quindi, difficile da percorrere e da abitare.

Il problema principale del fondovalle era rappresentato dal fiume Adige che lo attraversava e, per così dire, dominava. Questo lungo corso d’acqua, così irregolare e invadente nel suo flusso, ricco di ristagni e laghetti, ramificazioni e periodiche esondazioni, determinava la vita dei pochi abitanti concentrati quasi esclusivamente sui conoidi alluvionali ai margini orientali e occidentali della valle. Fu proprio la necessità di regolare definitivamente il corso del fiume per ridurne la pericolosità a dare il via ai grandi interventi strutturali che modificarono per sempre la fisionomia della valle. Fino ad allora, di vere e proprie strade come le intendiamo oggi non era neppure il caso di parlare e il trasporto di uomini e merci doveva seguire le antiche e impervie vie montane o avvenire sul fiume, quando questo lo permetteva. L’avvento della ferrovia, progettata e poi realizzata a ridosso del fiume, costrinse gli amministratori dell’epoca ad affrontare una volta per tutte il problema Adige e furono quindi avviati e poi conclusi in tempi relativamente celeri i lavori di sistemazione del letto del fiume. A quel punto la strada era aperta per la nuova ferrovia che cambiò radicalmente la situazione viaria dell’intera regione e della valli laterali, prima difficilmente accessibili.

Da secoli, se non da millenni, esistevano sentieri più o meno ampi e battuti, che collegavano gli altipiani e le valli laterali alla Bassa Atesina, da sempre porta commerciale verso la Val Padana e l’Austria e la Germania. Con l’arrivo della ferrovia, la necessità di trasformare questi sentieri in vere e proprie strade si fece più impellente e le vallate temevano per la loro sopravvivenza economica in caso di perdurante isolamento viario. Nacquero in quel periodo importanti collegamenti come la strada della Val d’Ega, che sostituì completamente il secolare percorso tra Laives e Nova Ponente lungo la Vallarsa, e quella che oggi chiamiamo strada delle Dolomiti, ossia il collegamento da Fontanefredde a Ora. La vecchia strada che da San Lugano, un valico già noto nella notte dei tempi e citato per la prima volta in un documento del XIII secolo, portava a Trodena e Gleno per poi scendere verso Ora venne mantenuta ma perse del tutto il suo peso. Più o meno sullo stesso tracciato venne poi realizzata, con l’impiego prevalente di prigionieri di guerra russi e serbi, la linea ferroviaria Predazzo – Ora, in funzione dal 1917 al 1963.

Fu la Magnifica Comunità di Fiemme a volere la nuova strada per collegarsi meglio alla nuova linea ferroviaria e poter portare i propri prodotti, soprattutto legname, sui mercati. Il progetto fu affidato al geometra fiemmese Tomasi, che progettò la strada tra Fontanefredde e Egna. Infatti il tratto tra Montagna e Ora avrebbe richiesto, data la conformazione rocciosa del terreno, interventi difficoltosi e molto costosi nel Monte Cislon. La Comunità avviò lunghe trattative con i comuni di Montagna e Egna per l’acquisto dei terreni necessari alla costruzione della strada. I due comuni opposero strenua resistenza perché la nuova strada avrebbe tagliato in due molti terreni agricoli, rendendone difficoltosa la coltivazione. Un conigliere comunale di Egna arrivò ad affermare che anziché una strada era meglio erigere un muro, in modo che nessun mendicante fiemmese avesse più potuto mettere piede in Bassa Atesina. A quel punto alla Magnifica Comunità non rimase che realizzare la nuova strada fino a Ora e nel 1845 iniziarono i lavori, poi conclusi in concomitanza con l’inaugurazione della ferrovia tra Bolzano a Verona. I lavori per realizzare i 47 km di strada durarono 15 anni, i costi si aggirarono su un milione di Gulden, sostenuti interamente dalla Comunità fiemmese. Quando a Egna si accorsero che tutto il traffico commerciale convogliava su Ora, compresero il grande errore commesso. Per non rimanere completamente isolati dalla Val di Fiemme, furono quindi costretti a realizzare a proprie spese il collegamento tra Montagna e Egna.

Reinhard Christanell

Alberto Giacometti: storia di un direttore d’orchestra

È una storia fatta di musica e di affetti famigliari quella del Professor Alberto Giacometti, direttore dell’Orchestra di cura di Merano: la storia di un veneziano che approdò a Merano nel 1935 dopo aver vinto il concorso per far parte dell’Orchestra di Cura allora diretta dal conte Gravina.

Pianista, organista e violinista, Alberto Giacometti era stato violinista di spalla nell’Orchestra del Teatro La Fenice, aveva suonato all’Arena di Verona, al Carlo Felice di Genova, al Teatro Regio di Parma, ma anche in Germania e in Danimarca.

Fu fra gli orchestrali di Merano quando nel 1939 l’Orchestra di Cura, composta di 42 elementi, si congedò dal suo numeroso pubblico, licenziò i suoi musicisti e chiuse i battenti. Giacometti allora suonò di tutto ed ovunque pur di assicurare un pasto alla sua famiglia. Dopo l’8 settembre 1943 per evitare la prigionia riuscì a farsi assumere alla Montecatini di Sinigo e vi restò fino al 1949 quando l’Orchestra di Cura ricominciò a suonare sulle passeggiate.

Nell’agosto del 1957 il Consiglio direttivo dell’Azienda di Cura e Soggiorno lo nominò direttore dell’Orchestra. L’annuncio fu dato entusiasticamente da tutti i giornali regionali e dal Gazzettino di Venezia. Gli articoli spiegavano come il maestro Giacometti, stimato ed apprezzato da tutti i colleghi, facendo parte da più di vent’anni dell’Orchestra di Cura e conoscendone perfettamente le finalità, le necessità e l’ampio repertorio, era davvero la persona giusta per condurla e per portarla agli alti livelli di un tempo.

Egli seppe lottare quotidianamente con le difficoltà organizzative, i limiti economici, un pubblico difficile e variegato. Direttore stimato sapeva trarre il meglio da tutti i suoi orchestrali e alla fine del suo primo anno di dirigenza i giornali non poterono che registrare un notevole incremento di pubblico che fu sottolineato anche dall’Alto Adige in un articolo dell’11 settembre 1957: “Le Passeggiate, dove giornalmente si tengono i concerti dell’Orchestra di Cura diretti dall’ottimo maestro Giacometti, sono più frequentati del solito da un pubblico colto ed elegante”.

In un articolo apparso sul Dolomiten nel 1966 un critico musicale che si firmava con la sigla SP di lui ebbe a scrivere: “Il maestro Giacometti è un musicista moderno nel miglior senso interpretativo che nell’azione esecutiva nulla ‘intromette’ ma invece, grazie alla realizzazione dei vari rapporti musicali interiori, tutto sa ricavare di ciò che un’opera musicale contiene. Sulla base di questo vigore dinamico interiore egli mette in massimo rilievo tutte le frasi musicali con una interpretazione fulgida nei vari tempi, che esprimono sempre la proporzionata intensità in una unità architettonica di perfetto equilibrio”.

Il consenso del pubblico e le sue doti fecero sì che di anno in anno egli fosse riconfermato nel suo ruolo fino al 1969, quando il 26 luglio, durante un concerto si accasciò, piegando il capo su quel pianoforte con il quale appassionatamente stava rievocando le atmosfere del Don Pasquale di Donizzetti, stroncato da un infarto.

Libri, famiglia e studio

Sonja Pircher, venostana, madre di due figli, lavora in Biblioteca Civica dal 2012. Da quasi dieci anni è a capo della sezione di lingua tedesca. Appassionata di musica e letteratura, oggi affianca al lavoro e alla famiglia anche lo studio universitario.

Il tratto principale del mio carattere.

La curiosità.

La cosa che più mi piace di me.

Non mi arrendo facilmente.

Il mio principale difetto.

Faccio fatica a chiedere aiuto.

La mia gioia più grande.

Forse è una risposta scontata, ma sono i miei figli: Alexander e Katharina.

Da bambina sognavo di diventare…

Tante cose diverse: detective, archeologa, astronauta, avvocata.

Non sopporto…

Dover aspettare; la pazienza non è il mio forte.

Un libro da portare sull’isola deserta.

“In fuga” di Alice Munro.

La qualità che preferiso in un uomo.

La concretezza.

… e in una donna.

Sempre la concretezza.

Il pittore che amo.

Mark Rothko.

L’oggetto a cui sono più legata.

Sono più legata a persone e ricordi, che a oggetti.

Mi sono sentita orgogliosa…

Quando ho deciso due anni fa di iscrivermi nuovamente all’università con un lavoro a tempo pieno. Non è facile, ma mi dà tanta soddisfazione.

Il mio motto…

“Chi non sa nulla deve credere tutto” – Marie von Ebner-Eschenbach.

Dove mi vedo tra dieci anni.

Sempre in biblioteca, ma spero in una struttura più grande, adatta alle necessità e ai desideri dei nostri utenti.

Il paese dove vorrei vivere.

Un posto vicino all’acqua, non troppo freddo.

La mia occupazione preferita.

Quando ho tempo, cucinare qualcosa di particolare, meglio se in compagnia.

La massima stravaganza della mia vita.

Un viaggio a Stoccolma insieme alle amiche per sentire tre pezzi di una delle nostre cantanti preferite.

Di Merano apprezzo…

L’essere una città aperta, l’architettura, il verde e le persone.

L’errore che non rifarei.

Anche gli errori commessi hanno contribuito a fare di me la persona che sono, quindi nessuno.

La volta in cui sono stata più felice.

Durante un viaggio alle Maldive, quando abbiamo passato una giornata su un’isola deserta.

Chiara Caobelli

Gli esperti a difesa del Gallo cedrone

Molto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare per impedire la scomparsa del Gallo cedrone anche dal Parco Naturale Monte Corno, dove già da diversi anni sono in corso azioni di sostegno per questa specie.

Il Gallo cedrone e il Francolino di monte sono due specie di uccelli di bosco; rifuggono l’uomo, abitano l’arco alpino da millenni e sono soggette a forte regressione. Nel parco naturale del Monte Corno, in Bassa Atesina, è presente una piccola colonia di Galli cedroni: “È una specie sensibile ai cambiamenti climatici, ambientali e alla predazione naturale. Quindi è esposta ad una serie di problemi, in parte causati anche dall’uomo, che ne determinano la regressione”, spiega Walter Eccli, esperto in contatto con l’ispettorato forestale Bolzano1 e che tiene d’occhio la sopravvivenza di questi animali. “In primavera vado a vedere se ci sono maschi e quanti sono – rivela l’esperto -. Nel corso dell’estate e dell’autunno verifico il successo riproduttivo. Ovvero se ci sono femmine con prole”.

Walter Eccli, qual è la situazione attuale?

Da una decina d’anni viviamo una situazione di stabilità; nel parco vive una trentina di esemplari, fra maschi e femmine. Le cose potrebbero andare anche meglio se la predazione naturale fosse un po’ più contenuta.

Può spiegare meglio?

La “gallina” cova a terra per 25 giorni, ma in questo periodo spesso le uova spariscono a causa della volpe, della faina o della martora. Sarebbe importante riuscire a ridurre l’influenza negativa dei predatori naturali, perché dove le popolazioni sono più piccole, come nel nostro caso, la predazione incide in maniera più pesante che altrove. Dei 6.000 ettari di estensione del parco naturale del Monte Corno, solo circa 2.000 sono adatti al Gallo cedrone. E sul territorio c’è una presenza importante di faine, di volpi e corvidi, altri predatori importanti.

Come operate per salvaguardare questa specie?

Serve molta cura, bisogna soprattutto di salvaguardare l’habitat, cercando quindi di non avere boschi troppo fitti. È poi molto importante ridurre al minimo il disturbo antropico: fortunatamente i visitatori stanno sulle strade e sui sentieri, il disturbo è quindi abbastanza contenuto.

In zona ci sono altre realtà che stanno svolgendo un lavoro simile?

In Val di Sole: già una trentina d’anni fa l’ispettore forestale con sede a Malè Fabio Angeli ha iniziato delle opere di miglioramento dell’habitat. Qui in Alto Adige c’è l’ispettore forestale Rainer Ploner: laureato in scienze forestali, da diversi anni si occupa di queste opere di miglioramento ambientale.

C’è qualche nuova leva che, in futuro, potrebbe seguire questo tema?

Una delle mie preoccupazioni è proprio questa: mi piacerebbe che nella nostra regione, come un po’ su tutto l’arco alpino, nascesse la figura dell’addetto custode alla selvaggina, come già esiste in Baviera.

Ma come si possono coinvolgere i giovani?

Conosco qualche giovane interessato alla tematica: mi auguro che, in futuro, qualcuno prosegua il mio lavoro, non solo nel nostro Parco, ma anche negli altri parchi naturali della nostra provincia.

Daniele Bebber

La sommelier e il calcio

Lea Casal ha solo 21 anni, ma ha le idee ben chiare su quello che potrebbe essere il suo domani. Quando non lavora come sommelier, è attiva in diverse società ed associazioni, prestando il suo servizio nel comune di Magrè, paese dove attualmente vive con la propria famiglia.

La cosa che più mi piace di me e il mio principale difetto.

Devo dire che sono i due lati di una stessa cosa. Quando ci tengo ad un idea, a una cosa o a una persona do tutto quello che ho, con tutto il mio cuore… Ma si tratta di una cosa che spesso non è solo positiva.

Il mio momento più felice.

I concerti di Ultimo.

Un libro da portare sull’isola deserta.

“Io sono più amore”.

La mia occupazione preferita.

Cantare e stare con le mie amiche e la mia famiglia.

Il paese dove vorrei vivere.

In Spagna, sull’isola dove c’è Palma di Maiorca.

Il mio piatto preferito.

La pizza.

Non sopporto…

L’ingiustizia, le bugie.

Per un giorno vorrei essere…

Ultimo.

La mia paura maggiore.

I serpenti.

Nel mio frigo non manca mai…

La fantastica marmellata di mia mamma.

Se fossi un animale sarei…

Penso un cane.

Il mio motto.

“Abbi il coraggio di splendere”.

Il giocattolo che ho amato di più.

Il pallone da calcio.

I miei poeti preferiti.

Gio Evan e Simone Carponi.

Il mio pittore preferito.

Michelangelo.

Il dono di natura che vorrei avere.

Fregarmene ancora di più.

Come mi vedo fra dieci anni.

Importante, felice e in piena salute.

Il colore che preferisco.

Il verde.

L’ultima volta che ho perso la calma.

In una situazione al lavoro.

Da bambina sognavo…

Di diventare una calciatrice professionista.

Daniele Bebber

(I crediti fotografici della foto di Lea Casal sono: Meike Hollnaicher / Alois Lageder)

Scaglie di cirmolo

è nata in Austria (vicino a Graz) da una famiglia di optanti. Quando lei aveva 5 anni i suoi genitori hanno fatto ritorno in Italia. Molto giovane (non aveva ancora 15 anni) ha conosciuto il giovanotto italiano di cui parla nell’intervista. Con lui ha incontrato ed imparato ad amare la sua famiglia, il suo mondo, la sua cultura (italiana), e questa è stata la sua fortuna. Anche grazie a questo oggi è la persona che è, e cioè un perfetto mix di due lingue e due culture. Sindacalista di lungo corso (dal 1975), è impegnata in ruoli di responsabilità sia a livello locale che anche a livello nazionale. Da sempre è impegnata socialmente e politicamente schierata in maniera chiara.

La cosa di me che mi piace di più.

Essere sempre diretta e sincera (non è sempre facile).

Il mio principale difetto.

Per quanto mi sforzi… fatico a trovarne.

Il mio momento più felice.

L’incontro con il ragazzo che da 50 anni è il mio marito.

La mia occupazione preferita.

Leggere e viaggiare.

Il luogo dove vorrei vivere.

Napoli.

Non sopporto…

La falsità e l’opportunismo.

Per un giorno vorrei essere…

Un uomo.

Nel mio frigorifero non manca mai…

Lo yogurt.

Se fossi un animale sarei…

Un gatto.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…

In realtà io mi vogliono bene e mi piaccio quasi sempre.

Tre aggettivi per definirmi.

Attenta agli altri, curiosa, non banale.

La prima cosa che faccio al mattino.

Prendo una pasticca salvavita.

La disgrazia più grande.

La perdita di persone care e importanti.

Il mio ultimo acquisto.

Scaglie di cirmolo per favorire il buon sonno.

Amo il mio lavoro perché…

Mi piacciono le persone, mi piace tutto ciò che è “vita vera”. Mi permette di aiutare chi ha bisogno.

L’errore che non rifarei.

Gli errori fatti mi hanno fatto crescere. Quindi li rifarei tutti.

La massima stravaganza della mia vita..

Scarpe, scarpe e ancora scarpe.

Del mio aspetto non mi piace…

L’altezza.

Il mio primo ricordo.

Mia nonna (gran bella donna, alta ed altezzosa) con il capo coperto da un fazzoletto…

Il libro che non potrebbe mancare nella mia libreria.

“Die Walsche” di Josef Zoderer.

Il sogno infranto di Vanni, l’ottico “saltatore”

La prima storia che vi raccontiamo nel nuovo anno riguarda il sogno infranto, nel lontano 1984, di un professionista molto conosciuto a Bolzano, l’ottico Vanni Campanella. “Ormai è più il tempo della mia vita che ho passato a Bolzano, degli anni in cui ho vissuto a Ferrara, dove sono nato”, ricorda Campanella.

A Bolzano la si conosce per la attività di ottico, ma anche per la sua passione per lo sport, considerado il fatto che è il preparatore atletico del settore giovanile di alcune società sportive bolzanine.

Sono sempre stato un grandissimo appassionato di sport, in tutte le sue forme. Mi piace lavorare con i giovani, che oggi forse hanno meno possibilità, o anche meno capacità, per poter sviluppare la dote innata che hanno per il movimento fisico. Mi piace molto valorizzarla e penso sia questo che mi ha fatto rimanere sempre dentro allo sport.

Lo sport le ha procurato anche delusioni…

Era l’estate del 1984 e sarei dovuto andare con la Nazionale italiana di atletica ai Giochi Olimpici di Los Angeles. Ero bravino, ma ero bravino un po’ in tutte le specialità. L’amore per lo sport mi portava a provare tante discipline. Questa mia esuberanza nel cercare di fare tutti gli sport e non concentrarmi sul salto in lungo, è stato anche causa della mia esclusione dalla squadra per i Giochi. Avevo superato la qualificazione per poter accedere come riserva alle Olimpiadi con un bellissimo salto di 7,98 m. – il mio record personale era un po’ più alto, ma comunque nulla di certificato.

Tra compagni avevamo deciso di giocare l’ennesima partita di pallacanestro. Ora, io sono alto un metro ottanta, che non è chissà cosa, ma avevo una elevazione spaventosa. Presi per andare a schiacciare e in fase di atterraggio sono caduto, procurandomi una leggera distorsione, che nel giro di pochi minuti era diventata una grande distorsione, che mi costrinse a rimanere a casa a curarla, mentre gli altri prendevano l’aereo per andare a Los Angeles.

Mi è sempre rimasto l’amaro in bocca per un infortunio stupido, che comunque è una cosa che succede a tante persone che sono state incapaci di valorizzare i propri talenti. All’epoca non c’erano le persone che ti seguivano e che riparavano gli errori cercando di esaltare le tue caratteristiche e i tuoi punti di forza. Ed è per questo che oggi voglio dare il mio contributo in questo ambito. Oggi se vedo una dote in un atleta, so che posso lavorare per aumentarla, e lo devo fare nel settore giovanile, all’interno di qualsiasi sport, che sia la pallavolo, che sia l’atletica o che sia il calcio. Per me è principalmente nel calcio, perché conosco tantissimi bravi ragazzi giovani e mi piace, in questi ultimi dieci anni, aver dato il mio contributo al loro miglioramento. Vorrei fare in modo che a questi ragazzi non succeda la sfortuna che è occorsa a me, perché è una cosa a cui, a distanza di 40 anni, continuo a pensare.

Si tratta di un grande rammarico, quindi…

È la delusione per aver sprecato un’occasione. Quando ti si rompe veramente il vetro, sai che irreparabile. Ne rimarrà sempre un bel ricordo e per quanto tu poi cerchi di analizzare le cause, sperando che ti aiutino a digerire questa cosa, tu non la digerisci. Quando si infrange un sogno forte, non lo digerisci… Per quanto ce la si possa raccontare, rimane sempre un po’ il retrogusto amaro di questo sogno infranto, è proprio un rimpianto che non se ne va.

Till Antonio Mola

Fermate del bus senza marciapiedi

Nei giorni scorsi il nostro lettore Carlo Rughetti ci ha scritto chiedendoci di interessarci in merito all’assenza di marciapiedi presso le fermate degli autobus di Piazza Domenicani e Corso Libertà nel tratto tra Piazza Vittoria e Piazza Mazzini. Il lettore si domandava con garbo se “gli amministratori pubblici siano a conoscenza del fatto che i viaggiatori del servizio pubblico sono per la maggior parte anziani e anche con difficoltà motorie”.

Ci siamo fatti carico di questa richiesta e abbiamo contattato l’assessore comunale Stefano Fattor, che ha la competenza per quanto riguarda la mobilità urbana, ma non per i lavori pubblici che competono al vicesindaco Luis Walcher. Ecco di seguito e in sintesi la risposta di Fattor.

“Sia Piazza Domenicani che Corso Libertà in futuro dovranno essere rifatte. Al momento Corso Libertà è fatta in quel modo perché durante il cantiere, speriamo prossimo, per la realizzazione del parcheggio interrato di Piazza Vittoria, dovrà ospitare il mercato. Quindi prima di 3/4 anni lì non si potranno fare i marciapiedi rialzati alle fermate che non solo sarebbero assolutamente giusti ma anche obbligatori.

Per Piazza Domenicani il discorso è più complesso, perché la piazza dovrebbe essere rifatta completamente, ma i soldi però non ci sono. Fare delle pedane provvisorie in quel caso però sarebbe praticamente impossibile, perché le fermate dei bus insistono sull’intera piazza. Per rifare Piazza Domenicani, per una serie di motivi, sarà anche necessario attendere il cantiere delle vicine scuole Von Auschneiter, ma anche lì si dovranno aspettare per lo meno tre anni”.

Il disagio dunque, purtroppo, è destinato a durare. Ma almeno ne conosciamo il motivo.