Natale dei diritti

Il 10 dicembre in tutto il mondo è stata celebrata la Giornata Mondiale dei Diritti Umani. Per l’occasione il segretario generale delle Nazioni Unite ha scritto un messaggio che a mio avviso deve essere preso molto sul serio, specie in questo momento di bilanci di fine anno, di buoni propositi per il futuro e di preparazione per le festività. Di questo messaggio ho pensato di proporvene un estratto, prima di formularvi i miei auguri di buone feste.
“Nella Giornata dei Diritti Umani, ci troviamo di fronte a una dura verità. I diritti umani sono sotto attacco. Decine di milioni di persone sono impantanate nella povertà, nella fame, nei cattivi sistemi sanitari e scolastici. Le disuguaglianze globali sono dilaganti e i conflitti si stanno intensificando. Il diritto internazionale viene deliberatamente ignorato e l’autoritarismo è in marcia mentre lo spazio civico si sta restringendo. La retorica dell’odio sta alimentando la discriminazione, la divisione e la violenza vera e propria, mentre i diritti delle donne continuano ad essere arretrati nella legge e nella pratica. I diritti umani riguardano la costruzione del futuro, e lo fanno proprio ora. Dobbiamo anche guarire le divisioni e costruire la pace e affrontare le piaghe della povertà e della fame. Così come garantire l’assistenza sanitaria e l’istruzione per tutti, promuovere la giustizia e l’uguaglianza per le donne, le ragazze e le minoranze, difendere la democrazia, la libertà di stampa e i diritti dei lavoratori. Non basta: bisogna promuovere il diritto a un ambiente sicuro, pulito, sano e sostenibile. E poi difendere i difensori dei diritti umani mentre svolgono il loro lavoro vitale.”
Il segretario generale delle Nazioni Unite conclude il suo messaggio ricordando il “Patto per il Futuro” – approvato di recente dall’Assemblea dell’ONU purtroppo non all’unanimità, ma con una maggioranza di ben 143 voti su 165 – un patto che ha rafforzato l’impegno del mondo nei confronti della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.
In questi giorni di dicembre prendiamoci il tempo per leggerci sia il testo del Patto che la Dichiarazione Universale per i Diritti Umani, carta fondamentale del nostro vivere civile.
La moltiplicazione recente dei conflitti armati, la crescita drammatica delle diseguaglianze sociali e il mancato rispetto per l’ambiente, sono temi che riguardano anche la nostra piccola terra tra i monti. Una rinnovata attenzione a questi temi è il miglior regalo che possiamo fare a noi stessi, ai nostri cari e al nostro futuro. Buone feste a tutti voi.

Autore: Luca Sticcotti

Un anno di notizie, giorno per giorno

Con l’aiuto del direttore del quotidiano Alto Adige ripercorriamo insieme i fatti più importanti del 2024, gettando uno sguardo anche sulle più importanti aspettative per l’anno nuovo che si avvicina.


Anche quest’anno si rinnova l’appuntamento con la retrospettiva che vi proponiamo ripercorrendo i fatti più importanti di questo 2024. Come sapete i periodici QuiMedia non si occupano direttamente di politica nonché di cronaca nera e giudiziaria, ma tali fatti riaffiorano per forza di cose assieme alle altre notizie salienti quando nel corso del mese di dicembre ci sediamo a un tavolo assieme a un collega giornalista per tracciare una sorta di bilancio dell’anno che si sta per chiudere. Quest’anno abbiamo deciso di farci accompagnare da Mirco Marchiodi, il nuovo direttore del quotidiano Alto Adige subentrato ad Alberto Faustini nello scorso mese di maggio. Con lui abbiamo cercato di identificare i momenti più significativi di questo 2024, quelli che a nostro avviso sono riusciti in un modo o nell’altro, nel bene e nel male, a lasciare il segno.

L’INTERVISTA

Iniziamo dalla stretta attualità. Lo scandalo Benko-Hager sta davvero  scuotendo questi ultimi giorni del 2024…

Sì, rischia di essere il fatto dell’anno, anche se nel 2024 di cose ne sono successe tante, in realtà. Ad esempio l’accordo di governo in provincia tra SVP e Fratelli d’Italia è stato un passaggio davvero epocale per l’Alto Adige. La scoperta del ”sistema” Hager è altrettanto epocale perché rischia di avere conseguenze enormi, ma in realtà di scandali nel nostro territorio ne abbiamo già avuti, ad esempio con SEL e prima con Tangentopoli, quindi la cosa è meno inedita. A livello internazionale la rielezione di Trump è un altro fatto importante che finirà per avere conseguenze ovunque, anche in Alto Adige. Lo stesso vale per la crisi che si è profilata in Europa. Ci sono state le elezioni europee, ma a pesare di più sono le crisi politiche in Francia, Germania e Austria, tutti paesi vicini a noi. Le loro crisi indeboliscono di molto il continente in cui viviamo e quindi anche noi. Rispetto agli Stati Uniti di Trump, la Cina e la Russia, rischiamo anche noi di essere l’anello debole in quanto parte dell’Italia e dell’Europa. Basti guardare la crisi dell’auto in Germania e l’effetto a catena che si sta producendo in questo periodo in Italia e anche da noi. In Alto Adige abbiamo un indotto legato all’automotive che impiega tra i 10 e i 15 mila addetti e ci sono aziende importanti che rischiano di andare in crisi per mancanza di commesse, con la conseguenti cassa integrazione e licenziamenti. Significa perdita di ricchezza per il territorio; attualmente abbiamo un bilancio record della provincia di 8 miliardi ma se l’economia inizia ad andare male, le risorse pubbliche per forza di cose sono destinate a diminuire.  

In Alto Adige però il turismo tira ancora tantissimo, lo abbiamo visto anche in questi ultimi giorni con gli arrivi in massa per i mercatini di Natale.

Premetto che il turismo come tutti gli altri settori economici naturalmente è fondamentale per lo sviluppo del nostro territorio. Ma va ricordato che il turismo conta solo per un 10-12 % del prodotto interno lordo altoatesino. Insomma: è una parte importante ma non è in nessun modo maggioritaria. Le industrie e il manifatturiero, con le tante ditte artigiane che spesso hanno sede nella tanto bistrattata zona di Bolzano Sud, contano da soli per un 25%. Poi c’è il commercio con il suo 10-12 %, e così via… La nostra fortuna, in Alto Adige, è di avere un’economia equilibrata che non dipende da un unico settore e questo anche in passato è stato un grande vantaggio. Lo si vede anche dai numeri dell’occupazione. 

Questo è un altro tema delicato, noi soffriamo sempre di più del problema opposto rispetto a quello della disoccupazione. 

La piena occupazione naturalmente è un bene, ma c’è l’altra faccia della medaglia. Come quotidiano ce ne siamo occupati tanto quest’anno. Mancano occupati in tutti i settori e a tutti i livelli. Fino a poco tempo fa mancava solo la manodopera qualificata, ma ora manca tutto, persino nel turismo, nelle pulizie e naturalmente nei nostri ospedali. E con il cambiamento demografico nei prossimi anni sarà sempre peggio. 

Ci vorrebbe un approccio politico ad hoc, per riuscire ad affrontare questo grande problema e trovare delle soluzioni per risolverlo. 

C’è un numero che dice tutto. Negli anni ’50 e ’60 le nuove nascite in Alto Adige raggiungevano quota 8.000 ogni anno, mentre ora siamo a meno di 5.000. Gli 8.000 degli anni ’50 e ’60 ora stanno per andare in pensione e al loro posto subentrano i 5.000 che però sono pochi. Quindi nel giro di 10 anni ci mancheranno 25/30mila persone nel mercato del lavoro. Ci vuole un approccio nuovo, potremmo portarli da fuori ma…

Appunto: portare qui lavoratori da fuori deve essere sostenibile sotto diversi punti di vista, primi fra tutti i salari, il costo della vita e i prezzi degli alloggi. Per non parlare del consenso politico per alcuni partiti che si oppongono all’immigrazione.

Esatto. Ci sono diversi piani sui quali occorre lavorare. Una cosa è certa: abbiamo bisogno fin da subito di forza lavoro che venga da fuori, a prescindere dalla sua provenienza. E la politica non riuscirà a bloccare questo meccanismo. Ci sono degli aspetti sociali da affrontare, questo è certo. E l’integrazione che necessita e necessiterà in futuro non è solo linguistica, ma appunto anche sociale. è un compito che spetta a tutta la società, non solo alla politica. Poi c’è la questione abitativa, che è davvero un grosso problema.

Lì siamo arrivati ad una saturazione completa, in particolare a Bolzano. E le difficoltà non riguardano solo i lavoratori qualificati che vengono da fuori e le loro famiglie, ma anche i giovani altoatesini che lavorano qui e vogliono rendersi indipendenti, magari costruendosi una famiglia. E sappiamo quanto questo è importante per il futuro di tutti noi. 

La situazione è insostenibile e come abbiamo visto sul nostro giornale ormai tutti segnalano questa cosa. Lo dice l’università, lo dicono le imprese, lo dicono i sindacati, lo dicono le associazioni di volontariato, lo dice la stessa politica. Sul fatto che i costi degli alloggi siano diventati insostenibili siamo tutti d’accordo. Adesso però bisogna trovare un modo per uscirne. Ci vuole un approccio nuovo. Ci vogliono nuovi terreni ma anche un modo diverso di costruire che tenga in considerazione il fatto che le esigenze delle famiglie sono diverse oggi rispetto a quelle dei decenni scorsi. 

Parliamo di overtourism, fino a qualche anno fa non sapevamo neanche cosa volesse dire… 

Il fenomeno è stato massiccio anche in passato, ma la cosa nuova di quest’anno è la percezione negativa della popolazione locale verso il turismo. In determinate zone della provincia siamo arrivati oggettivamente a dei livelli difficilmente sostenibili. I numeri di per sé sono impressionanti. Se noi pensiamo ai più di 36 milioni di pernottamenti all’anno, questo vuol dire che noi ospitiamo ogni giorno in Alto Adige come media 100.000 turisti. è lo stesso numero degli abitanti di Bolzano. 

Anche qui: uno può fare i calcoli e dire che in realtà abbiamo tantissimi alberghi per ospitarli, ma questo ad esempio non vale per il capoluogo dove i turisti sempre di più occupano gli alloggi che appunto vengono a mancare nel mercato per i residenti.

Proprio così.

Poi c’è il tema della nuova povertà. Oggi ci sono tantissime persone, nella nostra provincia benestante, che in realtà pur lavorando fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. C’è uno squilibrio sempre maggiore?

Le diseguaglianze in Alto Adige non sono così marcate come in altri territori, però si registra un aumento delle persone che fanno fatica. Spesso il problema è causato dal caro casa che si riflette sui mille ambiti della nostra vita, perché ad avere prezzi esorbitanti non sono solo gli alloggi ma anche i luoghi dove hanno sede le imprese, anche quelle più piccole come i bar che poi appunto aumentano il prezzo del caffè, ad esempio.

La sanità in Alto Adige continua ad avere una serie di problemi. Molte speranze erano state riposte nel nuovo assessore provinciale competente, per una volta almeno davvero competente in materia. Ma la strada da percorrere sembra ancora lunga.

Qualche segnale di buona volontà c’è stato, ma come per tutte le cose cambiare è difficile. Il nuovo assessore Messner è arrivato con tante idee ma si sta scontrando con la difficoltà di ottimizzare un sistema che ha una lunga storia. La buona volontà c’è ma in concreto facciamo molta fatica a vedere oggettivi miglioramenti.

Ci sono poi i temi della sicurezza, percepita e reale, e dell’ordine pubblico. Ma anche della sicurezza sul lavoro.   

Dalle lettere che arrivano al giornale vedo che il tema della sicurezza tocca davvero molte persone. La situazione è diversa tra i grandi centri, come Bolzano e Merano, e il resto della provincia. Nelle città i cittadini hanno percepito un aumento della microcriminalità, ma andando a vedere i dati non è vero che l’Alto Adige si sta trasformando nel Bronx. Le forze dell’ordine in ogni caso quest’anno hanno fatto sentire molto di più la loro presenza nel territorio, anche per favorire la collaborazione da parte dei cittadini e farli sentire ascoltati. 
Per quanto riguarda la sicurezza sul lavoro il grave incidente di giugno all’Aluminium di Bolzano è stato uno degli avvenimenti più tragici in questo senso. Bisogna fare di tutto perché questi incidenti non si verifichino, investendo su formazione e sicurezza. L’attenzione è alta ma non è mai abbastanza, così come non è mai abbastanza anche la prudenza che prestiamo sulle strade. 

Nei mesi scorsi si è parlato anche del modello scolastico, che ha un po’ scricchiolato sulla scia della proposta di creare una classe composta da soli bambini con una non sufficiente padronanza della lingua tedesca in una scuola elementare del capoluogo. Sono stati segnali nuovi nell’ottica che bisogna cominciare a pensare di mettere mano al nostro sistema scolastico?

La società sta cambiando e quindi ha esigenze diverse. Tanti ambiti sono ancora legati al passato e la scuola è da sempre uno di quelli che si toccano di meno, quindi facciamo fatica ad adeguarci ai cambiamenti che obiettivamente noi non potremo fermare. Le nostre scuole saranno sempre più “colorate” e si tratta di uno sviluppo inevitabile che senz’altro non potremo fermare erigendo muri, anche perché i cambiamenti poi i muri li abbattono, come sappiamo bene. La cosa positiva del tentativo di forzatura è che è partita una discussione in merito.

Poi ci sono state le elezioni comunali a Laives…

Le elezioni lì sono state un segnale di rottura rispetto al passato, su due fronti in particolare. Innanzitutto la comunità di lingua italiana ha perso il sindaco e questo è stato causa delle divisioni nel gruppo italiano. C’è stata una frammentazione incredibile sia nel centrodestra che nel centrosinistra italiani e questo ha portato all’elezione di un sindaco dell’SVP, anche se sappiamo che la comunità di lingua tedesca di Laives è assolutamente di minoranza rispetto a quella italiana. Non penso che la stessa cosa possa accadere anche a Bolzano, perché i rapporti di forza tra i gruppi sono abbastanza definiti. A Merano invece la composizione linguistica è molto più equilibrata e il prossimo anno potrà succedere di tutto. A Laives di fatto si è replicata a livello comunale l’alleanza tra SVP e Fratelli d’Italia varata l’anno scorso in Provincia. è un’alleanza che si sta muovendo anche ai massimi livelli, basti vedere i rapporti tra il presidente Kompatscher e la premier Meloni sulla riforma dello statuto di autonomia. 

C’è poi la natura che bussa, con i cambiamenti climatici. E poi nel 2024 si è parlato molto ancora del tema della gestione dei grandi carnivori.

Ne abbiamo scritto molto: gli eventi atmosferici sono sempre più violenti anche da noi. Si tratta di un tema che non scalda molto i lettori, però bisogna farci i conti, a tutti i livelli e in tutte le stagioni. In futuro ci saranno ulteriori cambiamenti, non solo climatici ma anche economici e sociali. Il tema dei grandi carnivori ha invece toccato più il Trentino, con tre orsi abbattuti. Da noi gli orsi quest’anno sono stati meno presenti ma è invece molto presente la tematica del lupo, che stanno cercando di affrontare a livello europeo. 

La città di Bolzano dal canto suo resta ferma anche se ci sono tanti lavori in corso. La viabilità resta incastrata, per non parlare delle grandi opere ferme al palo e l’espansione edilizia quasi impossibile…

Anche su queste cose se n’è discusso molto, ma si è risolto molto poco. Bisogna anche considerare che i bolzanini hanno la lamentela facile. Quando anche solo piccole cose vengono decise, poi fioccano subito le lettere contrarie che arrivano al nostro giornale. Non si accontenta mai nessuno: basti pensare a quello che avviene per le nuove ciclabili o per il Park Vittoria. Resta il fatto che non è giusto che il capoluogo abbia gli attuali problemi di alloggi, viabilità e infrastrutture. E le elezioni alle porte non aiutano: l’amministrazione resterà bloccata nei prossimi mesi e tutti saranno concentrati sulla campagna elettorale. 

Poi c’è lo sport. Sopra tutti calcio, hockey e… Sinner.  

Sinner è stata forse la notizia dell’anno, o per lo meno una delle più importanti. Questo ragazzo di poco più di 20 anni quasi ogni giorno ci ha dato da scrivere, e mai per notizie di poco conto. Ci sono stati record su record. Siamo partiti dalla fine del 2023 con la prima vittoria in coppa Davis, ma poi non si è più fermato ed è diventato il numero uno. La provincia di Bolzano ha avuto tanti sportivi al primo posto del mondo, ma mai in uno sport di primo livello mondiale come il tennis. Sinner è comunque rimasto un ragazzo molto semplice nel senso buono del termine. 

Possiamo dire che Sinner sia diventato uno dei simboli mondiali del fair play?

Assolutamente sì. C’è stato anche il caso doping, che non è chiuso,  e anche lì Sinner si è dimostrato molto maturo e trasparente. Per il calcio abbiamo vissuto le montagne russe e quelle attuali sono le settimane più difficili per la salvezza in serie B. Va detto che nessuno ad inizio stagione si sarebbe aspettato queste difficoltà. Nell’hockey quella dei Foxes invece è una situazione opposta: anche in questa stagione la nostra squadra di hockey si sta dimostrando in grado di poter lottare per i primissimi posti. 

Com’è stato fare un quotidiano in questi mesi? Quali le principali motivazioni, ma anche gioie e dolori?

Prima di rispondere voglio ricordare i fatti di cronaca nera più importanti di questo 2024. Entrambi hanno toccato la val Pusteria, tra l’altro in simultanea. Sto parlando del doppio omicidio di San Candido e il giallo della motosega a Terento. Hanno toccato molto i lettori, non solo quelli della Pusteria. 
La quotidianità che viviamo in Alto Adige, che va dai trionfi di Sinner agli scandali politici degli ultimi giorni, ti fa svegliare la mattina pensando che ci sarà senz’altro qualcosa da raccontare ai lettori. Questo va fatto nel modo migliore e più corretto possibile ed è davvero una sfida per noi come giornale. L’altra faccia della medaglia è che questa quotidianità non ti abbandona mai e non ti dà modo di respirare: mandato in stampa un giornale bisogna infatti subito pensare al giorno dopo. La nostra fortuna è quella di vivere, nonostante tutte le difficoltà, in un territorio che sta ancora meglio rispetto a molti altri intorni a noi. Questa è una cosa a cui tengo molto: fanno sempre più notizia i fatti negativi ma – senza nascondere i problemi, le difficoltà e il malaffare che in qualche caso affiorano – bisogna anche raccontare l’Alto Adige che funziona. 

Ogni giorno per noi si ripresenta anche la sfida di rilanciare il nostro ruolo di giornalisti, offrendo un’informazione di qualità che sappia imporsi rispetto alle voci, alle approssimazioni e – soprattutto alle fake news. D’altronde è anche compito dei cittadini scegliere di informarsi come si deve, privilegiando l’autorevolezza, laddove questa venga identificata.

Sono perfettamente d’accordo. Colgo l’occasione per ricordare che il quotidiano Alto Adige il 24 maggio del 2025 compirà 80 anni. Con il suo impegno di qualità e affidabilità l’Alto Adige accompagna gli altoatesini fin dal 1945 e questa storia già di per sé è segno di autorevolezza.

Autore: Luca Sticcotti

Censimento 2024. Situazione stabile con qualche sorpresa

Almeno dalla seconda metà del secolo scorso i censimenti linguistici – allora quelli della vecchia Austria – hanno provocato aspri dibattiti e contestazioni. La prima “conta etnica” post-Covid sembra invece essere stata svolta e infine accolta con particolare rilassatezza. Si tratta di indifferenza, di maturità, di altro?

Il primo motivo per cui le reazioni sono relativamente ordinate è che i numeri usciti dalla rilevazione non cambiano di molto la situazione precedente, quella relativa al 2011. 68,61 per cento il gruppo linguistico tedesco, 26,98 per cento quello italiano e 4,41 per cento il ladino, questi i numeri percentuali estratti dal sacchetto di San Nicolò dal presidente della Provincia Arno Kompatscher assieme al direttore dell’Istituto provinciale di statistica ASTAT Timon Gärtner. 

Le percentuali sono dunque molto simili a quelle del 2011: 69,41 dichiaranti di lingua tedesca, 26,06 di lingua italiana, 4,56 di lingua ladina. Rispetto al censimento precedente la consistenza del gruppo linguistico tedesco è diminuita di 0,80 punti percentuali, quella del gruppo linguistico italiano è cresciuta di 0,92 e quella del gruppo ladino è calata di 0,12 punti.

Benché le differenze siano molto piccole, però una novità di rilievo va sottolineata. Si tratta proprio del lieve aumento del gruppo di lingua italiana, che passa, arrotondando, dal 26 al 27 per cento. Non accadeva da quando, con l’entrata in vigore della riforma dello Statuto (1972), molti equilibri in Provincia erano drasticamente cambiati, gettando la componente di lingua italiana in uno stato di incertezza, di “disagio” (il famoso “disagio degli italiani”), di vulnerabilità. Una “marcia della morte” (la “Todesmarsch” di gamperiana memoria) che pareva inarrestabile.

Che cosa è cambiato invece? Non saranno solo i “nuovi cittadini” che, avendo acquisito la cittadinanza italiana, si sono aggregati più al gruppo italiano che a quello tedesco (senza contare quel 10 per cento di cittadini stranieri che fanno parte della realtà altoatesina come tutti gli altri). Forse il nazionalismo è venuto meno, nelle dinamiche della “terza guerra mondiale a pezzi”, dove sembrano esserci problemi più importanti del proprio ombelico? In realtà in Alto Adige il “pensiero etnico” non è affatto scomparso, in particolare in parte della classe dirigente. Ma il mondo attorno al villaggio di Asterix è cambiato, sta cambiando. E i numeri che attraggono l’attenzione sono altri (non necessariamente più interessanti di quelli degli equilibri linguistici).

Autore: Paolo Bill Valente

Una storia di migrazione in scena al Pippo.Stage

Il concept di teatro-canzone realizzato dall’Associazione Direzione Ostynata è diventato un CD e verrà presentato giovedì 12 dicembre al Pippi.Stage di Vai Cadorna a Bolzano.

L’Associazione Direzione Ostinata è nata alcuni anni fa per iniziativa di un gruppo di persone desiderose di raccontare storie attraverso la musica, mettendo in scena dei concept, un po’ come si usava fare già negli anni sessanta e settanta quando molti gruppi pop nei loro dischi cercavano di fare la stessa cosa. Non si tratta di musical, e nemmeno di quello che viene definito teatro-canzone, bensì di un modo di raccontare attraverso brani strumentali che fanno da sottofondo ai momenti parlati degli spettacoli e attraverso vere e proprie canzoni.

“Sono cresciuto con la musica prog – ci racconta Andrea Piazza, che con Rolando Girardi, Filippo Grimaldi e Andrea Nones ha firmato le parti musicali del progetto, i cui testi sono invece opera di Elisabetta Marcantonio – ed è evidente che questo genere musicale, come però molti altri, emerga a più riprese in Agli antipodi del tempo migliore, il concept che abbiamo realizzato insieme e che ora è un CD registrato presso gli studi di Musica Blu con l’aiuto di David Altieri e Antonio Del Giudice”. Il disco e lo spettacolo, raccontano la storia di una bambina che all’inizio del Novecento parte dal trentino con la famiglia in cerca di un futuro migliore in Sudamerica: una storia di migrazione allo stesso tempo molto simile e profondamente diversa dalle storie di migrazione dei giorni nostri. “La nostra storia – è Elisabetta Marcantonio a parlare – è iniziata quando alcuni di noi, dopo esperienze in campo teatrale e musicale nell’ambito delle cover band, hanno sentito il bisogno di fare qualcosa di originale. Mi è stato chiesto di pensare ad una storia, a scriverne il canevaccio e quando ci siamo trovati e ho letto agli altri il mio testo, uno dei musicisti è partito a suonarci sotto qualcosa. È stato il segnale che le cose potevano funzionare e che dalle idee sarebbero sgorgate le emozioni”. Dopo un primo lavoro basato sulla storia del celebre gabbiano di Richard Bach, è venuto quindi questo Agli antipodi del tempo migliore, che vede il collettivo Direzione Ostinata mettere in fila una serie di musicisti e cantanti che annovera, oltre ai già menzionati, le chitarre elettriche di Roby Massa, Alberto Magri e Lorenzo Maistrelli, il flauto traverso di Niccolò Fornasini, la fisarmonica di Loris Bortolato, il batterista Giovanni Di Vella e le voci di Mariana Vega, Paola Lasca, Marta Guatelli e Clarissa Arena. “Per la stesura del testo – prosegue Marcantonio – mi sono informata visitando centri di documentazione sul tema della migrazione e ho scelto di vedere la storia dal punto di vista di una ragazzina adolescente, perché a quell’età c’è un fiorire di emozioni esasperante, la paura non è paura ma è terrore, la curiosità è stupore, tutto viene molto esaltato”. La storia si evolve quindi in un caleidoscopio di emozioni, il viaggio in treno, la grande città, la nave il mare, il passaggio delle un tempo invalicabili delle Colonne d’Ercole, la tempesta che in mare non manca mai, la noia delle giornate sempre uguali che la ragazzina riempie coi giochi e ai sogni. Interessante è l’inserimento, a proposito della parte musicale, di ritmi come quelli della samba e del tango che accompagnano lo scalo intermedio in Brasile e l’arrivo a Buenos Aires. Saggiamente poi, nel disco sono state omesse le parti parlate – incluse però nel ricco libretto – di modo che la continuità della narrazione musicale non s’interrompa, lasciando al lettore la facoltà di leggere quei passaggi ascoltando i brani strumentali coniati all’uopo dall’ensemble.Il disco verrà presentato giovedì 12 dicembre al Pippo.Stage alle 20.45, ogni spettatore ne riceverà una copia in omaggio e per l’occasione verrà presentata solo la parte musicale e cantata del progetto, che tra l’altro è stato già presentato sia in regione che in altre località, tra cui Umago, in Croazia, e Trieste.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La stazione diventerà un Polo culturale

Partirà quanto prima la progettazione per il risanamento della vecchia stazione ferroviaria della Val di Fiemme nell’abitato di Ora: una notizia importante per la Bassa Atesina, ma anche per tutta la provincia.

La decisione del risanamento della struttura che per decenni ha ospitato la storica stazione ferroviaria dell’ex ferrovia da e per la Val di Fiemme, è stata deliberata durante l’ultimo civico consesso tenuto nella sala consiliare di Ora. E a lavorare sul progetto, l’architetto Natalia Holguin; la struttura rischiava di cadere nel degrado, e invece è destinata a diventare un Centro culturale importante dedicato alla promozione della diversità culturale e allo scambio intergenerazionale. 

Un risultato possibile grazie all’impegno dell’associazione culturale “AurOra”, che all’attivo conta oltre 40 membri uniti dal comune obiettivo di trasformare quello spazio in un punto di riferimento per l’arte, la cultura e la comunità. Il progetto sarà co-finanziato per buona parte dalla Provincia e si basa su un modello gestionale e di finanziamento ideato dall’associazione stessa, in collaborazione con il Bildungsausschuss – Comitato Educazione Permanente di Ora. 

“Questo approccio garantisce che i costi operativi non andranno a gravare sul bilancio comunale, rendendo il centro un esempio di sostenibilità economica e di efficienza amministrativa – spiegano i dirigenti dell’associazione – La futura struttura non sarà solo un luogo per eventi e mostre, ma anche un laboratorio di idee dove le generazioni si incontreranno, creando un ponte fra tradizione e innovazione”.

Dunque l’obiettivo è chiaro: fornire un palcoscenico alla creatività indipendente, offrendo un’alternativa culturale in una zona com’è la Bassa Atesina, tradizionalmente carente di spazi dedicati a questo genere di attività. Occorre dire che la decisione è arrivata in un momento cruciale per la cultura altoatesina: “Questo progetto rappresenta un raro esempio di come la volontà politica e l’impegno della società civile possano convergere per realizzare un’iniziativa innovativa e inclusiva. Con il recupero della stazione ferroviaria, si gettano quindi le basi con cui si potrebbe ridefinire il panorama culturale locale, valorizzando quelle potenzialità inespresse del territorio. Il risanamento della Vecchia Stazione Val di Fiemme è un simbolo di resistenza e innovazione culturale – concludono dall’associazione AurOra -. Sarà un luogo dove idee, persone e generazioni si potranno incontrare, inaugurando una nuova stagione culturale per la Bassa Atesina e oltre”.

In un contesto in cui la cultura spesso si trova a lottare per la sua sopravvivenza, questo spazio promette di diventare un esempio concreto di come la creatività possa prosperare quando incontra una visione chiara ed un supporto solido. In altre parole l’invito è di guardare al futuro con ottimismo e ancora di più con fiducia.

Autore: Daniele Bebber

Salorno, ovvero “I nostri giusti confini”

Non di rado in Bassa Atesina, terra di confine per eccellenza, le partite politiche più scabrose si sono giocate sulla pelle di ignari alunni delle scuole elementari. Sembra quasi che i  facinorosi di una parte e dell’altra non trovassero altro luogo in cui dare libero sfogo alla loro incurabile faziosità. D’altronde, anche ai giorni nostri la contesa scolastica è sempre all’ordine del giorno e l’assalto alla diligenza “dell’istruzione e del merito” fa parte integrante del background culturale di molti salvatori della patria.

Successe a suo tempo a Vadena, poi a Laghetti e, infine, dopo la guerra, anche a Salorno. Questo paesino sul confine linguistico-culturale assurto a simbolo di qualcosa di molto più grande della sua reale dimensione appare nei libri di storia grazie a Paolo Diacono, lo storico longobardo che ci narra di una battaglia avvenuta qui nel 577 tra i Longobardi guidati dal conte Edvino e i Franchi. Salurnis, centro amministrativo di una “curtis” che comprendeva anche Laghetti, Cortina e Magrè, faceva parte del ducato longobardo di Trento e diversi chilometri a nord, tra Laives e Bronzolo, scorreva il confine tra i due popoli ”barbari” dei Baiuvari e dei Longobardi. 

Dopo questo evento, per quattro secoli non sentiamo più parlare di Salorno, che sicuramente rimane nell’orbita del mondo romanzo plasmato dal vecchio impero romano e dalla presenza dei longobardi romanizzarti. Come gli altri paesi della Bassa Atesina, a partire dall’XI secolo subisce in misura crescente l’influenza dei Baiuvari, che espandono il loro raggio d’azione ben oltre la famosa Chiusa. 

Nella cronaca di un convento bavarese si parla di “castellum quod dicitur Salurna” e una comitiva di viaggiatori transitata da quelle parti descrisse il grande lago formato dalle acque dell’Adige all’altezza di Laghetti, che peraltro diede il nome al paesino stesso. Sempre più spesso, nei documenti dell’XI e XII secolo compaiono persone e toponimi di origine germanica; probabilmente in quell’epoca gli immigrati bavaresi ottennero il sopravvento sulla popolazione autoctona e imposero anche il loro idioma, qui come nel resto della Bassa Atesina “ladina”.

Ma torniamo a tempi meno remoti e al fatto che agitò non solo l’opinione pubblica locale ma, grazie ad un quotidiano nazionale, anche quella dell’Italia di allora. Il 29 gennaio 1961 il giornale filogovernativo romano “Il Messaggero” pubblicò sul suo supplemento domenicale un reportage a dir poco ingiurioso nei confronti del paese di Salorno e in particolare della sua scuola elementare e del corpo insegnante, con l’evidente scopo di disegnare un quadro a tinte fosche della realtà e del popolo sudtirolese. “Il problema dell’Alto Adige – I nostri giusti confini” fu il titolo provocatorio del servizio. Al centro dell’inchiesta il sistema scolastico “autonomo” delle scuole pubbliche di lingua tedesca. Prendendo come testimone, a quanto pare involontario, il sindaco democristiano Giacomo Pojer, il giornale scrisse: “Vi racconterò, per esemplificare, quel che succede a Salorno, ad una decina di chilometri da Trento. (…) Gli insegnanti sud-tirolesi hanno indotto i loro allievi a non salutare il sindaco italiano quando lo incontrano per strada. (…) Il sindaco stesso un giorno si recò a visitare la quarta elementare “tedesca” (…) che lo accolse con l’inno di Andrea Hofer…” In sostanza, secondo il giornale “ufficioso” del governo romano, che evidentemente intendeva risolvere la “questione sudtirolese” a modo suo, i bimbi salurnesi non conoscevano la capitale d’Italia Roma, l’eroe dei due mondi Garibaldi e neppure gli affluenti del fiume Tevere ma, ahimè, solo quelli del teutonico Reno. 

L’allora deputato regionale Hans Dietl reagì con veemenza al servizio giornalistico e attaccò pesantemente lo stesso sindaco Pojer, che si era prestato alla rappresentazione palesemente distorta della realtà sudtirolese, e pretese da lui, esponente provinciale di un partito cattolico come la DC e per di più di origine trentina, una smentita immediata dell’accaduto. Giacomo Pojer rispose con una rettifica ai sensi della legge sulla stampa, negando peraltro di essersi mai recato in visita a una scuola di lingua tedesca. 

Dietl prese atto della smentita del sindaco ma chiese allo stesso, capo dell’amministrazione del suo comune, di querelare il giornale e il corrispondente Matteo de Monte. Cosa che, a quanto risulta, non avvenne.

Autore: Reinhard Christanell

La Croce rossa di Laives entra negli Anta

Sono trascorsi quarant’anni da quel giorno in cui anche a Laives si decise di aprire una sezione della Croce rossa; e per celebrare l’evento c’è stata una grande festa al Centro Don Bosco di Laives.

Correva l’anno 1984: da tempo ci si era resi conto che l’attesa delle ambulanze in arrivo da Bolzano per la zona di Laives e della Bassa Atesina era troppo, impedendo spesso la necessaria tempestività. In quell’anno arrivava a Laives la prima postazione di soccorso della Croce Rossa, che ebbe inizialmente sede in una roulotte e con una sola ambulanza attiva, per poi trasferirsi in una tenda di soccorso nelle vicinanze del Centro Don Bosco; ed è stato proprio il Centro Don Bosco, anch’esso rinnovato negli anni, ad ospitare una grande festa per onorare questi primi 40 anni al servizio dei cittadini. Grande la partecipazione, e oltre alle autorità civili locali c’erano anche quelle militari (con la responsabile dei volontari di Laives Sandra Clemente a fare gli onori di casa) e tanti volontari: era presente anche un nutrito gruppo di “ex” che, nel corso di questi decenni, ha reso il loro prezioso servizio alla Cri. Un ruolo che è doveroso sottolineare – a ridosso proprio della Giornata del Volontariato istituita il 5 dicembre – perché, accanto al professionismo dei lavoratori della Croce Rossa, sono ogni giorno le decine di volontari della Cri che permettono di garantire i tanti servizi che vengono messi in campo a favore della cittadinanza. Ricordiamo infatti che, accanto all’attività di soccorso, sono molti altri gli ambiti in cui opera la Croce Rossa, dalla distribuzione di viveri al trasporto degli infermi, solo per citarne un paio. Oggi, la sezione conta una quarantina di volontari, diversi giovani, che hanno avuto un ruolo prezioso per esempio durante il periodo Covid, anche se è sempre più difficile coinvolgere le persone nel volontariato. Per questo sarà fondamentale nel prossimo futuro un impegno costante per riavvicinare soprattutto i giovani a realtà così importanti per le comunità e per le quali l’apporto del volontariato è vitale.

E al futuro la sezione laivesotta della Croce Rossa guarda con ottimismo, anche alla luce del trasferimento nella nuova sede in fase di costruzione, all’interno di quella che diventerà la Casa della Comunità, che vedrà la luce in Via Sottomonte e che ospiterà anche il nuovo Distretto. Spazi più grandi, maggiore vicinanza ad altre realtà che operano sul territorio e anche una maggiore sicurezza, con l’allontanamento del transito delle ambulanze dalla zona scolastica in cui si trova l’attuale sede della Cri.

Quella andata in scena al Centro Don Bosco non era la festa per un anniversario qualsiasi, è stata una celebrazione dell’intera comunità che da ormai 40 anni e, si spera, per molti altri ancora, può contare su una realtà preziosa. Un ringraziamento va pertanto a tutti coloro – professionisti e volontari – che ogni giorno, senza sosta, si adoperano per portare sostegno all’intera comunità della Bassa Atesina.

Autrice: Raffaella Trimarchi

L’antica arte del presepe incanta ancora

Si rinnova una fra le tradizioni più amate durante il periodo natalizio, ovvero il “Sentiero dei Presepi” nella città di Laives. Un itinerario suggestivo che già da sabato 30 novembre, e fino al prossimo lunedì 6 gennaio, trasforma l’abitato in una grande esposizione a cielo aperto.

Presepi d’ogni forma e d’ogni dimensione, realizzati con maestria e con passione dai soci del gruppo “Amici dei Presepi” hanno trovato la propria collocazione entro vari punti del territorio nell’idea di regalare delle emozioni (o quanto meno provare a farlo) e quindi celebrare la magia del Natale. 

È lecito parlare di una tradizione in grado di unire il passato al presente, e a tal proposito, il gruppo “Amici dei Presepi” di Laives rappresenta una vera eccellenza nell’ambito dell’arte presepiale. Fondato il 12 dicembre 2012, è parte integrante dell’Associazione “Südtiroler Krippenfreund”, organizzazione che da oltre quarant’anni si impegna a preservare e promuovere questa tradizione artistica sotto la guida dell’attuale presidente Helmuth Baldo. Il sodalizio non si occupa solo di tenere viva quest’antica usanza, ma si impegna a tutto tondo a coinvolgere appassionati d’ogni età attraverso l’organizzazione di corsi ed iniziative in grado di garantirne la continuità. Oltre al sentiero, gli amici dei presepi propongono anche la tradizionale mostra di presepi artigianali, ospitata nella sala espositiva del Comune di Laives, in via Pietralba 29. Un’esposizione d’arte e di artigianato, aperta al pubblico sabato 14 e domenica 15 dicembre dalle 10 al mezzogiorno e dalle 14 alle 18. 

La mostra offre una panoramica sull’arte presepiale locale, con opere che spaziano da creazioni semplici a veri e propri diorami complessi, frutto di ore ed ore di lavoro e di un’attenzione meticolosa nei confronti di ogni dettaglio. Tra le opere in esposizione ci sono anche i lavori realizzati dai principianti che hanno partecipato al corso organizzato lo scorso settembre, un segno tangibile dell’impegno nella formazione e nella condivisione di questa tradizione. 

Quest’anno l’evento si arricchisce di un’ulteriore elemento artistico, con l’esposizione, accanto ai presepi, di alcuni quadri a tema “Sacra Famiglia” realizzati dall’artista Eleonora Mazzaferro. “Questa collaborazione aggiunge una nota di raffinatezza e di spiritualità, ampliando l’esperienza per i visitatori”, spiegano gli organizzatori. Un appuntamento da non perdere, dunque, tra una passeggiata lungo il Sentiero dei Presepi ed una sosta alla mostra artigianale, che rappresenta un’occasione per riscoprire la bellezza della tradizione e per lasciarsi affascinare dalla creatività.

Autore: Daniele Bebber

Dipingere sulla rete

Eleonora Mazzaferro, artista eclettica, ceramista, presepista, poeta e molto altro, è definita “L’artista che dipinge su rete”. Ha partecipato a diverse mostre di pittura e fa parte di molte associazioni. Scrive poesie e racconti, diversi pubblicati negli annuali dell’Associazione “Il carro delle Muse” (Premio Letterario Internazionale) ed alcuni dell’Associazione “Rosso Veneziano”.

La cosa che mi piace di me. 

La mia creatività perché quando creo riesco ad isolarmi. Posso dimenticarmi di tutto, lasciare da parte i problemi e le preoccupazioni.

Il mio principale difetto. 

L’impulsività.

Il mio momento più felice. 

Quando è nata mia figlia.

Chi ammiro. 

Ammiro le persone che sanno rimanere se stesse nonostante la società odierna.

Un libro sull’isola deserta. 

Se è un buon libro, è sufficiente.

La mia occupazione preferita. 

L’arte in tutte le sue sfumature.

Il paese dove vorrei vivere. 

Non esiste un paese che rispecchi i miei canoni di paese civile.

Non sopporto… 

L’ipocrisia, l’arroganza, la falsità, la delinquenza, i cosiddetti furbi e la maschera che la gente porta.

Per un giorno vorrei essere… 

Invisibile, sai quante risate?

La mia paura maggiore. 

Inizia farmi paura il futuro per tutti i giovani che non riescono ad avere una vita equilibrata, troppe le incertezze. E mi fa paura la situazione politica attuale, il mondo è impazzito.

Mi sono sentita orgogliosa…

Ogni volta che mi sono trovata in difficoltà e sono riuscita a superarla senza l’aiuto di nessuno.

Il mio motto. 

Chi fa da se fa per tre.

Il giocattolo che ho amato di più. 

Nessuno, erano talmente pochi che nemmeno li ricordo.

I miei pittori preferiti. 

Dalì, Kandinsky.

Il dono di natura che vorrei avere. 

Saper disegnare a mano libera come quelli che io reputo “veri artisti”, che anche chiudendo gli occhi mettono insieme dei capolavori.

Dico bugie solo… 

Se strettamente necessario, magari per non ferire una persona. Purtroppo sono anche troppo sincera e, questo, alla gente non piace.

Dove mi vedo fra dieci anni. 

Spero di riuscire ancora a vedermi.

L’ultima volta che ho perso la calma.

Quando una persona che si credeva superiore voleva farmi passare per stupida. Ma ha sbagliato indirizzo.

Da bambina sognavo… 

Non sognavo, ero troppo occupata a reggere la realtà.

Autore: Daniele Bebber

Il bianco manto di Alfons Walde 

Alfons Walde fu forse meno famoso di Gustav Klimt ed Egon Schiele ma lasciò un segno indelebile nell’arte austriaca. I suoi dipinti di paesaggi innevati, sciatori della prima ora, baite immerse nel biancore luccicante della neve nelle belle giornate dai cieli blu intenso hanno fatto sognare intere generazioni e ancora oggi smuovono emozioni. 

Alfons Walde (Oberndorf in Tirol, 1891 – Kitzbühel, 1958) fu pittore, fotografo e architetto. 

Influenzato dal secessionismo, creò nature morte, paesaggi e scene di vita contadina. Ma è per i suoi paesaggi innnevati per i numerosi manifesti di stazioni sciistiche e sport invernali che produsse tra il 1920 e il 1938 che Alfons Walde divenne noto a livello internazionale. 

Egli è senza dubbio il maggiore pittore della neve e suoi sono quadri capaci di narrare le giornate sulla neve, il fascino delle stazioni sciistiche, la vita nelle baite o nei grandi alberghi alla moda degli sciatori o del glamour sulle piste e in alta quota. Egli è però stato indubbiamente anche uno dei protagonisti della pittura austriaca del primo Novecento. Alla fine della Prima guerra mondiale è proprio lui a portare nuova linfa all’arte austriaca. Fin dai suoi vent’anni il suo talento fu riconosciuto e la sua prima mostra si tenne a Innsbruck nel 1912. I primi dipinti di Walde sono ispirati al pointellisime, egli si era infatti formato sulla scia della pittura post-impressionista, trasferitosi a Vienna nel 1910 per studiare architettura alla Technische Hochschule, si era avvicinato ai pittori della Secessione viennese. Le sue opere degli anni Dieci conoscono dunque un notevole cambio di direzione e si avvicinano agli esiti dei dipinti di Gustav Klimt  e Egon Schiele. A Vienna Walde si inserì ben presto nei circoli artistici e nel 1913 espose alla 43. mostra della Secessione viennese. Da Klimt ereditò la luminosità tersa e da Schile  i forti contrasti tonali che li sviluppò in uno stile del tutto personale. Nel 1914 decise di rientrare in Tirolo poiché l’arte secessionista aveva smesso di influenzarlo: “Attraverso Schiele sono arrivato a Klimt e alla sua cerchia, ma quello che per loro era arte per me era qualcosa d’ingannevole, quindi mi accorsi che era ora di tornare in Tirolo”. Così ebbe a dichiarare in una intervista del 1925. Ottenuta la laurea finì per Walde anche l’esperienza viennese e rientrato a Kietzbühel non si mosse più per il resto della sua esistenza. 

Alcuni critici d’arte individuano nel trasferimento dell’artista anche il coincidere con un cambiamento nella sua pratica pittorica, sia nella scelta dei soggetti che nel trattamento della tela. Walde sviluppò uno stile fatto di ampie pennellate e colori densi, creando paesaggi sempre catturati nella luce brillante di una limpida giornata alpina. Per Walde, l’arte doveva essere uno specchio dell’anima, e poiché il pittore si sentiva in armonia con la natura e si reputava una persona semplice e genuina, anche la sua pittura doveva essere semplice, e pure i soggetti dei suoi dipinti. 

Il ritorno a Kitzbühel coincise anche con l’inizio della fortuna della cittadina tirolese come meta sciistica internazionale: le piste si dotavano di moderni impianti di risalita, alberghi di lusso aprivano uno dopo l’altro, e lo sci era divenuto uno sport sempre più diffuso. La fortuna turistica di Kitzbühel significò anche la fortuna commerciale di Walde, che riuscì a vendere i suoi dipinti a una clientela internazionale. 

Le sue opere furono esposte anche in importanti collettive all’estero e nel 1923 l’artista fondò una casa editrice specializzata in cartoline, che in ventisette anni d’attività vendette un milione di cartoline e 200mila stampe a colori dei propri dipinti.

Molti di questi dipinti sono esposti fino al 2 marzo a Palais Mamming a Merano nella Mostra intitolata Colours of snow. 

Alfons Walde e Max von Esterle e gli artisti coevi a sud a nord delle alpi. una felice possibilità di conoscere l’autore da vicino e vederlo in dialogo con altri 20 artisti coevi che raffigurarono la neve a nord e a sud delle Alpi.

Autrice: Rosanna Pruccoli