Quando la solidarietà è uno stile di vita

Sara Schena e Renata Schwendtner: sono loro le due vincitrici del Premio Solidarietà 2025 del Comune di Merano. E già qui viene un po’ da pensare: la solidarietà di per sé non è una medaglia da appuntarsi al petto, non è un podio, non è un “il vincitore è…”. Eppure ogni tanto serve anche questo, un gesto pubblico che dica chiaramente: guardate che vivere così è possibile.

Vado a trovare Sara Schena per farle due domande e lei sta cucinando… i cannelloni. Sì; mentre la interrogo su servizio, gratuità, cura degli altri, lei che fa? Mi prepara la cena.
Chi la conosce non ha dubbi: Sara non cerca i riflettori, eppure da anni illumina alcuni pezzi della città di Merano: in parrocchia, nel gruppo scout, al consiglio pastorale cittadino, all’emporio solidale Tenda di Abramo (nato nel luglio 2020, nel pieno della pandemia), in occasione delle iniziative organizzate dal Pozzo di Giacobbe con progetti e dialogo interreligioso in Africa occidentale… e un’infinità di altre “piccole” cose che piccole non sono mai.
Sara è maestra elementare, da oltre venticinque anni attiva nello scautismo e da quindici educatrice con ragazze e ragazzi nella fascia d’età 8-20 anni. Un curriculum? No: uno stile.

Quando hai ricevuto la notizia del Premio Solidarietà 2025? Dove eri, cosa stavi facendo?

Ero sotto casa. Stavo rientrando, ero lì a un passo dal portone. Mi chiamano e io… non ci credevo. Non me l’aspettavo proprio. Ci ho messo un attimo a realizzare. Poi non riuscivo più ad andare a casa: ero troppo felice. Ho iniziato a correre e saltellare per la città. Avrei voluto urlarlo al mondo… ma mi hanno chiesto di non dirlo a nessuno.

Com’è stato tenersi questa notizia tutta per sé?

Un po’ assurdo. Il giorno dopo sono andata a firmare, e dopo la firma sono andata a prendermi una camomilla da un’amica… senza poterle dire nulla. Ero contentissima, ma… acqua in bocca.

Da maestra elementare, come spiegheresti i concetto di solidarietà a un bambino o una bambina delle tue classi?

Direi loro che è cercare di fare del proprio meglio per rendere più bella la vita delle persone attorno. Se vedi qualcuno che ha bisogno e tu hai gli strumenti per aiutarlo semplicemente li condividi, non te li tieni per te. E in questo cresci anche tu. Perché poi ci si accorge sempre di più di ricevere tanto, mentre si dona.

Dove si incarna oggi, concretamente, la tua solidarietà?

Nel gruppo scout, alla Tenda di Abramo, in ambito parrocchiale. In cose semplici: leggere in chiesa, pulire la chiesa. E nel Pozzo di Giacobbe, nel team ecumenico… insomma, in tutto ciò che ha a che fare con il mettersi al servizio degli altri.

Quali sono i temi ti toccano più spesso?

Educazione, sostegno a chi è in difficoltà… E anche dialogo interreligioso e progetti di cooperazione internazionale.

Un episodio concreto: dov’è che hai “visto” la solidarietà, non solo pensata ma toccata con mano?
Alla Tenda di Abramo. All’inizio, durante il periodo della pandemia, nel vedere così tanta gente in fila. Persone che stavano lì ore. E capire che anche persone vicine a noi possono trovarsi a non avere abbastanza cibo, a dover chiedere,,, mentre per me avere da mangiare è sempre stato scontato. È una cosa davvero vicina, concreta.

Immaginiamo uno scenario assurdo: a Merano la solidarietà sparisce. Cosa succede?

Diventerebbe un mondo triste. Una città segnata dall’egoismo. Le persone sarebbero più sole. E alla fine ci perderebbero tutti. Anche chi pensa di “farcela da solo”.

Quindi possiamo dirlo: la solidarietà fa bene?

Decisamente. Fa bene a chi la fa, a chi la riceve… a tutti. Possiamo considerarla un bell’investimento nel futuro.

E può essere un anticorpo alla solitudine?

Sì. Per chi la fa e per chi la riceve.

Cosa manca, allora? Come si rende più accessibile la solidarietà a chi non sa da dove cominciare?
Le opportunità ci sono, in realtà. A volte le persone sono troppo prese dalla loro vita. Io, invece, vi dico che da queste cose si riceve tanta energia: motivano, non stancano.

C’è chi urla durante i vari comizi “Make America/Europe/Italy Great Again”… tu cosa rispondi? Quale slogan suggeriresti?

Io ripeterei quello che ci ha insegnato Baden Powell: “Lascia il mondo migliore di come l’hai trovato”. Fa bene al mondo che ci circonda, ma fa bene anche a noi. E spero di essere contagiosa: contagiare gli altri con la gioia del servizio.
C’è una cosa che mi rimane addosso, uscendo da questa cucina: Sara non parla di solidarietà come di un dovere morale, ma come di uno stile di vita che dà ossigeno. Non l’ossigeno retorico delle grandi parole (quello brucia e si consuma in fretta) ma quello concreto dei gesti: ascolto, presenza, tempo.
E allora forse questo premio è davvero un “premio-non-premio”: non incorona una persona, ma ci dice chiaramente che se si vuole, si può vivere anche così, e che fa bene.

Autore: Marco Valente

Il vero disagio

“L’affettività non si insegna, bensì si coltiva. Bisogna portare acqua e farla stare al sole: delle volte serve anche del concime, perché cresca da sola. Non la tiri fuori, non c’è un programma scolastico che la produce. Ma c’è – quella sì – la scuola, ovvero un posto dove gente mal pagata, in strutture che spesso cadono a pezzi, dovrebbe compiere il miracolo di far crescere dei germogli accerchiati dalla paura. Quando gli insegnanti non ci riescono ci stupiamo e facciamo certi titoli sui giornali, senza nemmeno renderci conto di essere noi quelli che stanno calpestando l’aiuola.”

Sono parole – queste – del comico genovese Luca Bizzarri, pronunciate nel suo podcast (la nuova forma di radio in pillole) intitolato “Non hanno un amico”. Nell’episodio numero 789 della sua rubrica Bizzarri ha fatto una riflessione, come sempre dolce amara – a partire dal fatto di cronaca di La Spezia in cui un adolescente ne ha ucciso un altro, per presunte ragioni di gelosia in relazione ad una ragazza coetanea. 

Per evidenti ragioni Luca Bizzarri ha intitolato il suo podcast “I bambini con il coltello” e – in sostanza – ha invitato i suoi ascoltatori, i politici, i giornalisti ecc. ecc. a fermarsi e a riflettere. 

La stessa cosa è successa altrove, ad esempio durante la trasmissione radiofonica “Tutta la città ne parla” di Rai Radio 3 dove in questo caso sulla scia di un appello arrivato da un’ascoltatrice ci si è interrogati sulla necessaria forte presa di coscienza in merito ai problemi psicologici, psichiatrici e di disagio sociale che – spesso – sottendono ai fatti di cronaca nera. Fatti che spesso suscitano la nostra morbosa attenzione sui dettagli più minuti, senza generare altrettanta voglia di sapere di più sui difficili percorsi di vita da cui scaturiscono i protagonisti di tali vicende e sulle occasioni mancate da parte della società, per evitarne gli epiloghi più tragici. 

Il disagio sociale ed individuale, insomma, è una cosa seria. Si tratta di un problema trasversale che attraversa tutte le culture, le fasce d’età, le latitudini e le condizioni economiche. Averne una reale e matura consapevolezza è la premessa irrinunciabile per costruire il nostro vivere comune e il nostro futuro. Inasprimenti delle pene e metal detector nelle scuole appaiono in questo senso delle “non soluzioni” in grado di dimostrare solo quanto siamo lontani dalla giusta strada da seguire. 

Autore: Luca Sticcotti

Un’onorificenza per Elda e Cesare

Uno degli eventi più sentiti, attesi e partecipati nell’abitato di Laives è sicuramente il Carnevale, al punto che i suoi “genitori artistici”, Cesare Zenorini e Elda Paolazzi, riceveranno un’importante onorificenza istituzionale. Si tratta di una deisione presa all’unanimità nell’ultima seduta del consiglio comunale del 2025.

“Da quasi cinquant’anni ormai, Cesare Zenorini ed Elda Paolazzi sono impegnati nell’organizzare il carnevale, una grande festa che anche quest’anno promette rappresentazioni sgargianti e colori sfavillanti. Un duro lavoro che la città vuole premiare. Perché è la passione a mettere in moto il motore con cui Cesare ed Elda, assieme ad un folto gruppo di collaboratori, hanno contribuito a far crescere e valorizzare il Carnevale come appuntamento di riferimento per l’intera comunità e da ben 47 edizioni.
“Non mi aspettavo una cosa così grande come un’onorificenza – racconta Zenorini -. Organizzo il Carnevale da anni per una pura passione che però ha coinvolto anche le nostre famiglie. Quando i miei figli erano piccoli mi aiutavano persino a modellare la cartapesta”.

Zenorini racconta che questo “impegno” è nato quasi per gioco, perché all’inizio il carnevale era un carretto realizzato dalla scuola materna di Pineta di Laives. Poi nel tempo si è trasformato in un evento strutturato e con sempre più pubblico. “Il figlio di Elda frequentava la scuola materna di Pineta. Lei viene da Altavalle, in Val di Cembra, e lì c’erano anche tanti veneti arrivati dopo l’alluvione del Polesine. Sono due zone con una forte tradizione carnevalesca che si sono messe insieme e da lì è partito tutto”.

Nei primi anni la sfilata si faceva a Pineta. Poi, il crescere dell’evento ha portato a doversi trasferire a Laives. A Pineta però c’è il magazzino – deposito dei carri. 

La proposta di conferire l’onorificenza era stata presentata in giunta prima del penultimo consiglio comunale. Dopo un confronto interno e prima dell’approvazione definitiva, al nome di Zenorini è stato affiancato quello di Elda Paolazzi. 

“Ricevere un riconoscimento del genere è davvero bello – sottolinea Zenorini -. Significa che quello che abbiamo fatto è stato apprezzato”. 

“Ho deciso che dedicherò l’onorificenza che mi verrà assegnata a Gino Coseri – afferma Elda Paolazzi -. Non sono mai salita su un carro, non ho mai preso un microfono in mano, con i miei collaboratori abbiamo sempre lavorato ma dietro le quinte. Faccio, facciamo e basta. Comunque ringrazio vivamente tutti per questo bel pensiero”.

Accanto a loro opera anche Gianni Bergamo, per gli aspetti legati al capannone e alla sicurezza dei carri. Ma come in ogni storia anche qui non sono mancate le difficoltà. 

Zenorini aveva anche presentato le dimissioni per motivi di salute, ma la volontà di non interrompere bruscamente l’esperienza l’ha spinto a cercare altre soluzioni insieme ai Comuni di Laives e Bolzano. “Organizzare un Carnevale richiede tempo, energie e risorse economiche. Ho iniziato a lavorarci a fine ottobre e continuo ancora oggi tra permessi e pratiche burocratiche, che mi accompagneranno fino al giorno della sfilata”. 

Importantissimo però è il lavoro di squadra. “Una persona da sola non può fare tutto. Per questo ci appoggiamo al Centro Servizi Volontariato di Bolzano, che supporta le associazioni con consulenze e assistenza”. 

La particolarità del Carnevale di Laives è la sua capacità di rinnovarsi ogni anno, proponendo carri con tematiche sempre nuove “ad eccezione di quello di apertura, simbolo del Carnevale, con Franz e Bepi – spiega Cesare Zenorini – I gruppi che partecipano sono accompagnati da coreografie curate nei minimi dettagli. Le prove dei ballerini iniziano mesi prima e proseguono fino a pochi giorni dalla sfilata”. 

Quest’anno la previsione è di diciannove tra carri e gruppi pronti a riempire di colori e musica Laives e la frazione di Pineta, dove la sfilata si concluderà davanti al parco, proprio nel luogo in cui tutto ebbe inizio quarantasette edizioni fa, e intanto il ricco libretto del programma è già stato distribuito in tutte le case. 

La tradizione, al passaggio dei carri, invita tutte le famiglie a vestirsi in maschera e partecipare, rendendo il Carnevale di Laives una vera e grandissima festa di comunità.

Autore: Daniele Bebber

In viaggio, da Merano a Sarajevo

Due meranesi nei giorni scorsi hanno fatto un viaggio verso la Bosnia e la sua capitale Sarajevo, riscoprendo legami e similitudini spesso molto più evidenti di quel che siamo portati a pensare. I confini che hanno attraversato hanno il sapore della consuetudine, anche per noi. Oggi.

Quelli che seguono sono appunti di un viaggio lento: una traversata in Bosnia-Erzegovina fatta più di immagini che di parole, compiuta dal 28 dicembre 2025 al 4 gennaio 2026 da Marco Valente insieme a suo padre Paolo.
Il viaggio è stato compiuto a bordo di un vecchio van color argento, seguendo una rotta che metteva in comunicazione tra loro le seguenti località: Merano – Bihac – Jajce – Travnik – Busovaca – Sarajevo – Mostar – Banja Luka – Merano.
Non è un diario completo. Sono considerazioni a margine, note a piè di pagina raccolte lungo la strada.

lu.s.

ATTRAVERSO I CONFINI

Merano–Sarajevo-Merano: confini che si vedono. E confini che restano sotto terra, carsici, ostinati, quelli a cui è più difficile dare un nome.

Per noi altoatesinosudtirolesi il tema non è esotico. Qui il confine è pane quotidiano: lingue che si incrociano, cartelli doppi (a volte tripli), appartenenze che si sfiorano, che si sovrappongono e… che si urtano. È anche per questo che la Bosnia-Erzegovina, e Sarajevo in particolare, esercitano un certo magnetismo: una “terra plurale” dove il confine, o meglio, i confini, sono cicatrici ancora leggibili.

L’inverno bosniaco è impattante: distese innevate, ghiacci che gelano il respiro, fiumi interminabili, boschi di abeti rossi che ti accolgono con aria familiare e che potrebbero stare tranquillamente nella nostra Val Pusteria (terra che, nei secoli, ha incrociato anche presenze slave). Non è lontano come si pensa… se ci si pensa. Ma ci si pensa? Ci si pensava?

Merano e Sarajevo, in linea d’aria, sono circa 650 chilometri. Per capirci, la distanza tra Merano e Napoli è attorno ai 690 chilometri. Eppure di mezzo c’è il mare. Letteralmente. Quel mare che trent’anni fa ha tenuto “distante” una brutale guerra che ancora oggi ci fa fare i conti con la nostra coscienza. La coscienza dell’Europa della pace. Insomma né là né qua il capitolo è ancora chiuso.

La pluralità si manifesta (e si realizza), tra le altre cose, anche con i cartelli bilingui. Belli e necessari. Ma poi… cancellature, spray, parole negate. Come a dire: io esisto, tu no. Un déjà-vu? Forse. 

Eppure ci sono scene che alleviano la rassegnazione. A Travnik, a mezzogiorno, salgono insieme il suono dolce delle campane della chiesa e il canto di richiamo alla preghiera del muezzin. Non è concorrenza, nemmeno una gara a chi copre l’altro, ma due melodie, che per un attimo stanno nello stesso spazio. Per un attimo scelgono di con-vivere.

“Merano–Sarajevo–Merano” scelto “lento”, diventa quasi un metodo. Strade impervie, paesaggi che sembrano non finire, paesi che obbligano a rallentare a passo d’uomo. La lentezza impedisce di consumare i luoghi come fossero contenuti per i social media: costringe a guardare meglio, anche le brutture, sì, ma soprattutto le ricchezze non raccontate.

Per esempio. In Bosnia-Erzegovina l’istruzione è ancora organizzata su un impianto “etnico”: programmi diversi, storie diverse, memorie che non si parlano e non si toccano, che nella versione nostrana sarebbe “due scuole sotto lo stesso tetto”. In questo scenario però dà speranza l’esperimento delle scuole cattoliche, che prova a far sedere allo stesso banco ragazzi e ragazze della comunità serba, croata e bosgnacca.  “Scuole per l’Europa” si chiamano, seguendo un’intuizione del vescovo Pero Sudar, una scommessa che è diventata missione: insegnare ai bambini a vivere le differenze come una ricchezza e non come un ostacolo. 

Qui lo specchio si gira automaticamente verso l’Alto Adige, dove la scuola è un campo sensibile: insegnamento della lingua/delle lingue, senso di appartenenza… temi più che attuali, evidentemente. E proprio mentre si discute di come tenere insieme pluralità e coesione, il 5 gennaio l’Alto Rappresentante per la Bosnia-Erzegovina, Christian Schmidt, ha incontrato a Bolzano il presidente Arno Kompatscher: al centro del colloquio le sfide delle società multietniche, il ruolo centrale dell’istruzione, la comprensione tra gruppi linguistici ed etnici e la tutela delle minoranze. “L’autonomia vive di dialogo e rispetto reciproco” dice il comunicato stampa. Non a caso si sottolinea che Schmidt si è interessato “in particolare della gestione della pluralità e del sistema scolastico”. 

C’è un altro filo che lega. Senza la retorica delle parole pronunciate tanto per parlare: i viaggi studio. In regione, da anni, Arci propone “Ultima fermata Srebrenica”, un percorso che porta a Mostar, Sarajevo, Srebrenica, Tuzla, per studiare, ascoltare, toccare con mano ciò che la distanza tende a rendere astratto, troppo lontano per sentirlo proprio. Perché la memoria, se resta solo commemorazione, diventa un monumento muto. Se invece è incontro, può diventare parola.

C’è poi la grande diaspora bosniaca, che è un altro confine, fatto di partenze. Secondo la Banca Mondiale, circa 1,7 milioni di persone originarie della Bosnia-Erzegovina vivono oggi in un altro Paese. E qui, ancora una volta, lo specchio non è comodo: anche l’Alto Adige sente la tentazione della valigia. Si parla di circa diecimila persone partite in tre anni (2022–2024) e di un tasso di emigrazione tra i più alti in Italia, in rapporto alla popolazione.

“Sarajevo, Gerusalemme d’Europa” diceva, Alexander Langer (a cui è dedicato un sentiero proprio sulle montagne della capitale bosniaca). E tra nuove guerre, dazi, diritto internazionale c’è da chiedersi… ma quale Europa? Quale sogno europeo? Quello capace di tradursi in desiderio di pace tra i popoli e per i popoli?

Alla fine resta una convinzione poco comoda ma molto concreta: la pace non si cerca, si costruisce. Perché è un mestiere fare ponti. Ma un ponte, da solo, non basta. Serve qualcuno che lo attraversi.

Autore: Marco Valente

La città di Tridentum e la valle dell’Adige

Tra l’età romana e la prima età medievale, la valle dell’Adige costituì uno degli assi territoriali più rilevanti dell’arco alpino centrale. In questo sistema, Tridentum svolse un ruolo nettamente predominante, non solo come centro urbano, ma come fulcro amministrativo, economico e religioso di un territorio ampio e articolato, che si estendeva lungo il corso dell’Adige e nelle valli laterali.

La relativa assenza di grandi centri urbani intermedi nel fondovalle atesino può stupire ma non va interpretata come segno di marginalità, bensì come il risultato di una precisa organizzazione territoriale accentrata, tipica del modello romano del municipium. 

Tridentum e il suo hinterland facevano parte della X regio Venetia et Histria, dialogando con municipia di primo piano come Verona, Brixia/Brescia e Feltria per formare un sistema urbano che garantisse la gestione dei traffici e del territorio tra pianura e Alpi.

Il municipium di Tridentum, promosso probabilmente in età augustea, non si limitava all’area urbana dell’odierna Trento ma abbracciava una vasta porzione della valle dell’Adige, estendendosi a nord ben oltre Salurnis e Pons Drusi fino alla conca di Maja/Merano. 

In Val d’Isarco raggiungeva probabilmente Sublavione e l’imbocco della Val Gardena. Tra questi poli si collocavano insediamenti minori e nodi viari, come Endidae, che garantivano il controllo del traffico e delle risorse lungo l’asse fluviale. La valle non era soltanto una via di passaggio, ma un territorio integrato, organizzato secondo logiche amministrative, fiscali e produttive coordinate da Tridentum.

Questa funzione strutturante emerge con chiarezza anche sul piano economico. 

Le evidenze archeologiche rinvenute lungo il corso dell’Adige e nelle valli laterali documentano un territorio attivo e inserito nei circuiti commerciali dell’Italia settentrionale. A Trento sono attestati complessi edilizi, magazzini e infrastrutture connesse ai traffici; nella Bassa Atesina e in Anaunia sono emerse ville rustiche, materiali edilizi standardizzati, ceramiche d’importazione, anfore vinarie e olearie, oltre a una circolazione monetaria significativa. In questo quadro si inserisce anche il tesoretto di monete d’argento risalenti al primo secolo a.C. scoperto a Laives/Reif.

Accanto all’unità economica e territoriale, la valle dell’Adige presenta anche una notevole coerenza religiosa. Numerose testimonianze attestano la diffusione, accanto a quelli di Giove, Diana e Mercurio, del culto di Saturno tra Tridentum, l’Anaunia (in particolare Cles) e la Val d’Ega (luogo di ritrovamento di una significativa ara Dianae), un’area che conserva evidenti continuità con precedenti culti retici legati alla fertilità, al ciclo agricolo e alla protezione della comunità. Questo orizzonte religioso condiviso contribuì a rafforzare l’identità del territorio e la sua
integrazione culturale, prima di entrare in tensione con l’avanzata del cristianesimo tardoantico. Il conflitto simbolico e religioso culminò ai tempi di san Vigilio, quando la nuova fede si confrontò con pratiche cultuali profondamente radicate.

Un ultimo elemento di continuità riguarda il passaggio dall’età romana a quella medievale. Il venir meno dell’amministrazione imperiale e le successive presenze di amministrazioni “barbariche” (ostrogote e longobarde) non determinarono una frattura netta: il principato vescovile di Trento, costituito ufficialmente nel 1027, si sovrappose in larga misura all’antico territorio del municipium, estendendo la propria giurisdizione fino a Bolzano. Questa continuità territoriale e funzionale conferma il ruolo duraturo di Tridentum come centro ordinatore della valle dell’Adige, capace di strutturare lo spazio ben oltre la fine del mondo romano.

Autore: Reinhard Christanell

Ma che figurini quei Polemici!

È davvero trascorso molto tempo dall’ultima uscita in pubblico dei Polemici, una delle più eclettiche e innovative band della scena locale, una formazione che ha saputo, con estremo gusto e competenza, abbinare un cantante rap ad un classico assetto rock (con l’aggiunta di un DJ) in cui la sezione ritmica è, tra l’altro, salda nelle mani di due musicisti che a nome proprio sono pure cantautori. Il tempo trascorso non è passato invano, dall’ultimo concerto, che segnava l’entrata in gruppo di Jacopo Schiesaro (in arte Fanchi) in qualità di bassista: nell’ultimo anno i sei Polemici hanno lavorato sodo ad un nuovo EP, uscito un po’ per volta e che è ora disponibile completo su tutte le piattaforme col titolo di Figurini. Non solo, per lanciare il loro prodotto i Polemici torneranno ad esibirsi dal vivo il 30 gennaio prossimo al Sudwerk di Bolzano, offrendo la possibilità di assistere ad uno dei loro mirabolanti concerti in cui, con estrema generosità, sono soliti dare tutti sé stessi, senza risparmiarsi.

“Si preannuncia una bella serata – ci racconta il cantante Tachi, visibilmente trepidante all’idea di tornare a suonare dal vivo –, prima di noi si esibiranno i Supermarket, che suoneranno circa tre quarti d’ora, poi toccherà a noi e alla fine, visto che è venerdì sera, si proseguirà con un DJ set.”

Il fatto che ad aprire la serata saranno i Supermarket non è cosa per nulla scontata, visto che a produrre il nuovo EP dei Polemici è stato Thomas Traversa, che dei Supermarket è membro fondatore.

“Figurini segna un ulteriore passo avanti nella nostra evoluzione – spiega il cantante – il primo disco prendeva le mosse per lo più di brani che avevo già cominciato a scrivere, col successivo abbiamo lavorato insieme su materiale sempre mio ma composto per il gruppo, ora abbiamo affidato le sorti del nostro suono a Thomas, che nonostante la giovane età è appassionato e sa come lavorare in sede di produzione. Rispetto alle produzioni precedenti, la qualità dell’audio ha una veste differente e migliore. Thomas ci ha registrato e ha dato un assetto al suono prima di mandare a fare il master: devo dire che ha fatto un lavoro molto certosino per quanto concerne la pulizia dei suoni, evitando sovrapposizioni di suoni che non servono, cose a cui quando eravamo noi a produrci non sapevamo dare la giusta importanza.”

Ma le novità di Figurini, vanno oltre la veste sonora delle canzoni, ascoltando i testi dei brani, emerge una sorta di maturazione, gli argomenti rinunciano un po’ alla vis polemica degli esordi, andando più sul personale, tanto che in scaletta c’è persino una canzone d’amore, proposta però con le consuete classe e grinta del sestetto.

“Facciamo le valige – continua Tachi – è il primo e unico brano d’amore che abbia scritto, in Selezione all’ingresso abbiamo strizzato l’occhio allo ska nell’accompagnamento musicale, Ti chiederò scusa si rifà al rap francese ed è una canzone d’amore differente, dedicata alle mie bambine, sicuramente non è il tipo di canzone che scrivi quando sei un rapper arrabbiato di vent’anni, è dettata dalle differenti prospettive da cui vedi la vita quando giunge la maturità. Senza mai cercarsi è un’altra canzone d’amore, ma in prospettiva differente, non è un vissuto mio ma si basa sulla storia di qualcun altro.”

Va comunque detto che, nonostante le tematiche differenti, l’approccio musicale ai brani è comunque quello che ci si può aspettare dai Polemici, il cosiddetto brano d’amore non è un lento o una serenata, ha comunque un suo ritmo, una sua leggerezza, è ballabile, ma non da ballare allacciati.

Una curiosità infine, riguardo al titolo dell’EP, che denota ancora una volta lo spirito ironico dei Polemici, che avevano intitolato il disco precedente Come i Led Zeppelin, da una battuta riferita al fatto di volerlo inizialmente chiamare Polemici II. Figurini è la logica conseguenza dell’idea di intitolarlo Album, alludendo alla grafica che doveva richiamare gli album Panini dei calciatori. Quando Gowa, il tastierista è arrivato con le foto modificate a mo’ di figurine Panini, Tachi ha esclamato: “Ma che figurini siamo!”, il gioco era fatto, e il disco aveva il suo titolo definitivo.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Droni #2

Quando un drone sorvola un campo raccoglie grandi moli di dati georeferenziati che diventano prospetti grafici come NDVI, rigoglio vegetativo, condizione idrica e modelli digitali del terreno, le c.d. mappe di vigore. Si tratta di strumenti complessi, ma fondamentali per adottare decisioni aderenti e ridurre le incertezze. Attraverso queste mappe capiamo la realtà delle colture, lo stato di salute, ergo esse ne evidenziano carenze nutrizionali o malattie, attacchi fungini o infestazioni.

Altre mappe, quelle altimetriche, ci aiutano invece a conoscere il movimento dell’acqua nell’appezzamento, per guidarci in interventi mirati sull’irrigazione e prevenendo accumuli dannosi. I droni offrono vantaggi anche nella pianificazione dei lavori. Prima della semina valutano la regolarità del terreno, le aree meno produttive o le pendenze che richiedono accorgimenti. Durante la stagione, i voli permettono di monitorare la copertura vegetale, individuare anomalie e adattare il piano agronomico in tempo reale, prima che i problemi diventino irrecuperabili, vento e meteo permettendo.

Le foto costruiscono un diario visivo dell’azienda, attraverso il quale si possono confrontare andamenti, verificare efficacia dei trattamenti e stimare l’evoluzione delle fasi fenologiche (cfr. ciclo vitale). Questi rilievi danno vita all’agricoltura di precisione, finanche all’interno del medesimo campo: non tutte le zone hanno bisogno delle stesse quantità di acqua, fertilizzanti o trattamenti. Le mappe permettono di distribuire le risorse in modo mirato, riducendo i costi, ma – soprattutto – di diminuirne drasticamente le derive e di conseguenza l’insorgenza – tra addetti ed astanti – di tumori, disabilità cognitive e fisiche ed interferenze endocrine.

Quindi il drone sostituirà, in toto o in parte, la forza lavoro umana; è un investimento strategico: ci fa risparmiare tempo, carburante, prodotti chimici e soprattutto acqua. Un drone a pieno carico peserà oltre un quintale; questo a seconda del modello, del carico, delle cultivar e del tipo di area da trattare. L’obiettivo è duplice: permettere alle aziende di testare il potenziale dei droni in campo fitosanitario e raccogliere dati utili a una futura disciplina definitiva, basata su evidenze tecniche e scientifiche. Rollio, derapata, assetto, stallo, virata, beccheggio e imbardata entreranno nel lessico comune. Se utilizzati con competenza trasformeranno e orienteranno l’agricoltura verso un modello evoluto, strettamente connesso ai nuovi strumenti digitali. Non si può escludere che, tra meno di dieci anni, persino nelle città, i droni saranno più diffusi delle telecamere: magari potremo ordinare la spesa da casa e riceverla già imbustata direttamente sul balcone o alla finestra! Sul versante bellico, ahinoi, non ci sono limiti e i droni purtroppo restano strumenti di morte!

Autore: Donatello Vallotta

Il Castel Naturno – Burg Hochnaturns

La val Venosta, si sa, è uno scrigno di tesori d’arte e di storia e fra i numerosi siti raggiungibili e visitabili in ogni stagione c’è il Castello Naturno, che diede il nome al paese che si estende all’inizio della valle.

La prima menzione del Castello risale al 1237, come facente parte dei possedimenti dei signori di Naturno, vassalli dei Conti di Tirolo. In origine consisteva in una sola torre residenziale romanica. Nel corso del tempo la torre venne ristrutturata e ampliata dando vita ad un intero complesso castellano. La torre fu intitolata ad Osvaldo di Naturno, cavaliere dell’Ordine Teutonico. Dopo l’estinzione dei primi proprietari, il castello passò agli Starkenburg, agli Maretsch e ai Völs. I numerosi lavori di ricostruzione hanno totalmente nascosto la struttura originale. La parte più antica del complesso è il mastio quadrato, chiamato anche Torre di Oswald, in riferimento al cavaliere Oswald von Naturns. La torre, alta 26 metri, aveva al suo interno cinque piani. Il piccolo castello era stato ricavato dalla torre residenziale romanica e fungeva da residenza della famiglia nobile dei ministeriali di Naturno. Il castello nella sua forma attuale è costituito dalla ristrutturazione di almeno due, forse tre torri residenziali, di cui la più alta è la più antica. L’accesso sul lato nord-ovest conduce a un piccolo cortile. A sud si trova una torre semicircolare. Il castello di Hochnaturns si trova all’estremità settentrionale del paese di Naturno, su un pendio non troppo ripido.

Dopo un grosso incendio propagatosi nel 1538, fu Abundus von Tschötsch a farlo completamente ristrutturare creando una interessante sala – galleria dei ritratti che prese il nome di “Sala dei Riformatori”, dei più famosi protestanti dell’epoca fra cui Lutero, Calvino e Zwingli. Nel XVI secolo il castello raggiunse il suo massimo splendore: fu aumentato il numero delle stanze, furono costruiti soffitti a cassettoni e aggiunti stipiti di portali marmorei e stufe di maiolica.

Sulla morte di Abundus nacque una leggenda, secondo la quale rimase vittima di un  incidente di caccia e venne trasformato in un cane nero condannato a errare in eterno su questa terra come pena per aver abbandonato la fede cattolica.

Dopo pochi decenni iniziò il declino. Il Castello fu quindi ceduto a Franz von Goldegg che nel 1895 lo ristrutturò. 

Acquistato nel 1952 dalla signora Mastropaolo-Schguanin che lo ristrutturò trasformandolo in un hotel. Purtroppo, nel XIX e XX secolo sono state apportate modifiche considerate oggi inappropriate alla struttura dell’edificio.

Autrice: Rosanna Pruccoli