Una primavera con l’atletica

Sabato scorso al Campo CONI di Bolzano si è svolta la prima tappa del Grand Prix Giovanile Sportler. Numerosi giovani atleti si sono sfidati con entusiasmo nelle varie discipline. La giornata, baciata dal sole, ha visto grandi prestazioni e tanto tifo dagli spalti. Un ottimo inizio di stagione che promette emozioni e crescita per tutti i partecipanti. Riviviamo alcuni momenti grazie agli scatti di Niccolò Dametto.

Martina, un oro olimpico davvero speciale

È la prima campionessa olimpica che porta l’oro in Alto Adige per la disciplina danza sportiva. Martina Zambarda, 25 anni di Merano, è una ragazza speciale in tutti i sensi: ha partecipato agli Special Olympics World Winter Games di Torino, portando l’Italia al primo posto sul podio, davanti alla temuta Cina nella disciplina danza sportiva, specialità hip hop.

Gli Special Olympics World Winter Games rappresentano un evento internazionale sportivo nato negli anni Settanta, dedicato alle persone con disabilità intellettivo-relazionale. L’edizione di quest’anno è stata la prima in cui la danza sportiva ha potuto partecipare come disciplina di prova. Se confermata, la danza sportiva entrerà di diritto tra le discipline olimpiche degli Special Olympics Games che si tengono ogni quattro anni. L’evento si è tenuto al Palazzo delle Feste Bardonecchia, in provincia di Torino.
Paola Ianes, tecnica e allenatrice di Martina, e Nadia Bozza, titolare della scuola di danza Only Dance dove Martina si allena da moltissimi anni, parlano di lei come di una ragazza testarda, determinata e con la gioia della danza. Martina danza da quando aveva 4 anni e non ha mai smesso se non per qualche breve periodo. Ha frequentato corsi di danza jazz e danza hip hop come tutti gli altri bambini pur avendo qualche difficoltà, ma non è mai stata giudicata per questo e non ha avuto sconti, neanche per lo svolgimento di alcuni esercizi come gli addominali “che Martina ha sempre detestato” (Nadia ride, ndr). “Martina si è allenata costantemente e siamo arrivati agli Special senza troppo stress o ansia da prestazione”. Non si è trattato di ansia, ma solo di emozione per la prestazione, racconta Paola. La scuola di danza Only Dance di Merano ha sempre accolto la diversità come fatto normale, ma ad un certo punto si è sentita la necessità di un accompagnamento ulteriore per questi ragazzi speciali. Per questo motivo, Paola ha deciso di affrontare un percorso di formazione presso la Federazione italiana danza sportiva per lavorare con i ragazzi disabili non soltanto da un punto di vista motorio, ma anche psicologico e relazionale. Grazie a questa formazione è quindi nato il progetto Only Dance Ability, dedicato a tutti i bambini con diverse disabilità che vogliono ballare, divertirsi, relazionarsi.

“Lo sport mi ha insegnato che ci sono delle regole da rispettare, come nel lavoro: faccio la cameriera in un ristorante e la disciplina della danza mi ha insegnato molto. Ma la danza per me è soprattutto gioia e divertimento”

L’intervista all’allenatrice
Paola Ianes, vi aspettavate la chiamata di Martina agli Special Olympics World Winter Games?
Martina aveva già vinto due edizioni nazionali degli Special Games; nel caso degli Special Games mondiali la commissione esaminatrice valuta non soltanto le performance sportive, ma anche quelle di vita. I ragazzi vengono selezionati anche in base alla loro capacità di essere autonomi. Gli atleti devono allontanarsi da casa per diversi giorni, vivere a stretto contatto con gli allenatori e gli altri ragazzi della squadra. Non per tutti è facile affrontare questo tipo di prova. La squadra di Martina era formata da 9 ragazzi e tre tecnici.

L’intervista all’atleta
Martina, cosa hai pensato quando ti hanno chiamato sul palco ad esibirti?
Avevo molta paura. Poi ho ballato e mi sono divertita come sempre.

Quali erano le sportive che hai temuto di più?
Le danzatrici cinesi erano molto forti, ballavano davvero bene.

Che pezzo hai scelto per la tua performance?
Boogie Wonderland.

Cosa hai fatto quando ti hanno chiamata sul podio?
Ero felice, ho cominciato a saltare e ho abbracciato le mie avversarie. Poi ho cominciato a piangere perché non volevo tornare a casa. Dopo il mio rientro ho ricevuto tanti messaggi di affetto e la visita dei miei amici.

Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?
Continuare a ballare.


Dove ti vedremo prossimamente?
Parteciperò al saggio della Only Dance il 5 giugno al Kursaal di Merano.

Cosa ti ha insegnato lo sport?
Che ci sono delle regole da rispettare nella vita, come nel lavoro. Io faccio la cameriera in un ristorante e la disciplina della danza mi ha insegnato molto. Ma la danza per me è soprattutto gioia e divertimento.

Autrice: Greta Curti

L’importanza di tornare sui libri

“Immergiti, sfoglia, meravigliati. Assapora la magia dei libri”. è con questo slogan che il direttivo del Genossendchaft deutscher Kindergarten und Kulturheim Leifers ha voluto invitare tutta la popolazione di Laives e dintorni a riscoprire il piacere della lettura in un comune che – ahimè – manca di una libreria già da molti anni. Così, per la felicità di chi adora il fruscìo delle pagine, per un’intera settimana il Kulturhaus si è trasformato nel paradiso dei libri.

A Laives e in tutto il circondario manca una libreria, da anni. E da anni isogna necessariamente rivolgersi al commercio online, strada molto più semplice, o recarsi a Bolzano, che non è chissà quale viaggio, ma – dati alla mano – pare che questa trasferta possa in qualche modo scoraggiare potenziali lettori.
Certo, questa carenza viene supplita dal grande impegno delle biblioteche locali, sia in lingua tedesca che italiana, ma a volte questo lavoro non basta.

Una settimana dedicata alla lettura
È per questo che il Genossenschaft ha accolto l’idea di alcuni membri del direttivo e ha avanzato la proposta di presentare per una settimana un ampio ventaglio di titoli in entrambe le lingue e per tutte le fasce di età e di interesse – proposta raccolta e organizzata con entusiasmo dal gruppo Athesia. La grande sala del Kulturhaus di via Montessori ha così accolto da martedì 8 a domenica 13 aprile la bellezza di 2000 titoli accuratamente scelti, metà in tedesco e metà in italiano, da sfogliare, “provare” e anche acquistare.
E martedì 8 nel tardo pomeriggio il direttivo, in primis il presidente Rainer Tschirner, ha accolto gli ospiti ufficiali – dai rappresentanti di Athesia a quelli di Raiffeisen, fino a sindaco, vicesindaco e assessore alla cultura del Comune di Laives e al parroco del decanato di Laives Don Walter e molti altri esponenti del panorama culturale locale – per una breve cerimonia di inaugurazione ufficiale dell’evento.
Tutti coloro che hanno preso la parola, dal presidente e i membri del direttivo come Marlene Menegatti, ai membri della giunta comunale, hanno sottolineato come l’iniziativa sia nata dal desiderio di avvicinare la popolazione al meraviglioso mondo dei libri e dell’importanza della lettura nella formazione dell’individuo e di una cultura collettiva.

“Per un’intera settimana il Kulturhaus di Laives si è trasformato nel paradiso dei libri, con la bellezza di 2000 titoli accuratamente scelti, metà in tedesco e metà in italiano, da sfogliare, “provare” e anche acquistare”

L’entusiasmo dei bimbi più piccoli
Un successo oltre le aspettative quello che ha ottenuto l’iniziativa, con la scuola materna Nazario Sauro che ha portato i bimbi ogni giorno a immergersi in coloratissime copertine che li hanno avvicinati a grandi avventure e moltissime persone che si sono aggirate con calma tra i banchi che esponevano letture di ogni genere, dal fantasy per ragazzi ai libri di ricette, fino ai grandi saggi sulla storia e l’attualità.
La grande partecipazione a questa iniziativa ha evidenziato da un lato la grande voglia dei cittadini di consultare ma anche acquistare letture, dall’altro lato la mancanza di una realtà di questo genere per la popolazione di Laives e dintorni. La speranza quindi è che, oltre a iniziative come questa, possa in futuro anche ritornare a Laives una libreria pronta ad accogliere lettori e futuri lettori.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Fiducia

Questo numero del giornale giunge mentre la maggior parte di voi è intenta nei preparativi per celebrare, in modo religioso o più laico, la festività della Pasqua.
Riflettendo dunque sul modo più adeguato per rivolgervi il mio migliore augurio, ho pensato naturalmente alla fede nella risurrezione, che è il cuore del messaggio cristiano. Ma anche al significato stesso della parola Pasqua che deriva dall’ebraico “pesach”, e vuol dire anche “passare oltre”.
A noi tutti sono noti il passaggio e il cambiamento vissuti dagli ebrei quando attraversarono il Mar Rosso. Per gli ebrei la storia della liberazione dalla schiavitù egiziana contiene al contempo l’incertezza e la paura per il nuovo da incontrare. A sostenere gli israeliti vi fu naturalmente la fede, ma tutti possiamo senz’altro riflettere sull’importanza della fiducia.
Un interessante articolo dello psicologo bolzanino Giuseppe Maiolo ha recentemente osservato che fede e fiducia sono simili, non uguali. Compensandosi.
Maiolo ricorda che “con la fiducia si può affrontare la realtà e credere in quello che ancora non si vede” e che la fiducia “è un concetto squisitamente psicologico capace di accompagnare lo sviluppo e far da contrappeso alle insicurezze infantili per ciò che non conosciamo”.
Potremmo dire che la crescita di ogni bambino è sorretta dalla crescita della fiducia in sé stessi, per consentirci di esplorare l’ambiente e trovare il nostro spazio nella società.
Oggi la fiducia spesso è in crisi, lo appuriamo tutti i giorni nei più vari contesti.
Il credito che oggi diamo a politica, economia, al sistema sanitario, ma sempre più spesso anche a democrazia, diritti e doveri, solidarietà e scienza, sembra essere pericolosamente in caduta libera. Il mio augurio è allora di riuscire ad alimentare la nostra fiducia di fondo in questi giorni, nella vita, in noi stessi e negli altri.
Lo dice anche Maiolo, ricordando che “la Pasqua ci parla della fiducia come energia costruttiva che può mettere radici se ha un terreno solido dove impiantarsi”. La fiducia “alimenta l’ascolto e sostiene il sentimento, ovvero la capacità di amare”. Ed è contagiosa, rendendoci tra l’altro “più adattabili e meno esposti alle intemperie dei conflitti”.
La fiducia – conclude Maiolo – “non impedisce gli inciampi ma, quando capitano, offre l’energia che serve per rialzarsi e ripartire“. Allora… buona Pasqua a voi tutti!

Autore: Luca Sticcotti

Da Bolzano alla fine del mondo, in bici

Edoardo e Martina hanno 24 anni, sono di Bolzano, e da due anni hanno fatto della loro passione un lavoro. Edo&Marti sono una giovane coppia che racconta il mondo da una prospettiva autentica, avventurosa e sempre nuova. Dopo aver costruito un van e girato l’Islanda, la loro ultima impresa li ha portati a percorrere tutta la Nuova Zelanda in bicicletta. 3000 km da nord a sud, in 40 giorni, senza mai aver davvero fatto ciclismo prima. Li abbiamo incontrati per farci raccontare questa avventura davvero fuori dall’ordinario.

Com’è nata l’idea di attraversare la Nuova Zelanda in bici?
Il viaggio in Nuova Zelanda in bici non è stata una nostra idea, almeno non completamente. Avevamo da tempo in testa l’idea di fare qualcosa in bici, ma non avevamo mai pedalato seriamente. Volevamo una nuova sfida, qualcosa che non avevamo ancora provato. Così abbiamo lanciato una specie di torneo tra le proposte più interessanti che ci erano arrivate dai nostri follower sui social. Le abbiamo selezionate, filtrate, messe ai voti. E ha vinto lei: la Nuova Zelanda. In bici. Da qual momento è cominciata la fase di preparazione, fatta più di entusiasmo che di vera pianificazione. Non eravamo ciclisti, e nemmeno amanti della bici nel senso classico. Ma eravamo affascinati dall’idea di attraversare un paese intero solo con la forza delle nostre gambe.

40 giorni, 3000 chilometri, 2 bici, zero esperienza… come avete fatto?
Siamo partiti da Cape Reinga, all’estremo nord, e abbiamo pedalato fino a Bluff, all’estremo sud. In totale, circa 3000 chilometri in 40 giorni. Non abbiamo mai avuto l’obiettivo della performance: niente tabelle, niente record. Solo la voglia di arrivare. In media facevamo 60 km al giorno, ma dipendeva molto dal terreno, dalle salite, dal vento.
E di salite ce n’erano parecchie. La Nuova Zelanda non è affatto piatta, soprattutto l’Isola del Nord, che ci ha fatto penare. Poi, arrivati più giù, abbiamo dovuto superare le Southern Alps. Gli ultimi giorni sono stati un concentrato di fatica, salita, freddo. Ma anche di emozioni. L’arrivo in cima all’ultimo passo è stato uno di quei momenti in cui tutto si allinea: la fatica, la soddisfazione, la vista davanti, la consapevolezza che il peggio era alle spalle. Ci siamo detti: “Da qui è solo discesa. Ce l’abbiamo fatta”.

Per dormire e per mangiare come vi siete organizzati?
Avevamo deciso fin dall’inizio di dormire sempre in tenda. All’inizio volevamo farlo in modo ancora più selvaggio, accampandoci ovunque. Ma dopo un paio di notti ci siamo resi conto che una doccia al giorno era fondamentale. Quindi abbiamo iniziato ad appoggiarci ai campeggi, pur mantenendo lo stile “essenziale”. Insomma: niente lusso, niente comfort, solo una tenda, due sacchi a pelo e un fornelletto. Mangiare era una sfida continua. La Nuova Zelanda è molto poco densamente popolata: ci sono lunghi tratti senza nulla, quindi dovevamo approfittare di ogni baracchino, ogni minimarket. Panini preconfezionati, Pie (le torte salate ripiene che si trovano ovunque), snack energetici. E tanta, tantissima acqua. Il problema dell’acqua è stato un qualcosa di molto reale: spesso eravamo nel nulla, e le borracce si svuotavano in fretta. Chiedevamo acqua alle fattorie, bussavamo alle case isolate. E per fortuna la gente era sempre gentile.

“È stato probabilmente il viaggio in cui abbiamo incontrato più persone interessanti. In bici è tutto diverso: ci si saluta, ci si ferma, si condivide il pane e la strada”


Che meteo avete trovato?
All’inizio il tempo era buono. Ma è durato poco. Appena arrivati nella West Coast è cambiato tutto: pioggia costante, umidità altissima, vento forte. Wellington, la capitale, è famosa per essere una delle città più ventose al mondo, e abbiamo capito perché. Quel giorno abbiamo pedalato con il vento contro per 50 km. A un certo punto ci è passato vicino il treno e ci è davvero venuta voglia di salirci su. Nella parte della foresta pluviale poi era tutto sempre bagnato: vestiti, tenda, sacchi a pelo. Non si asciugava mai nulla. Ogni giorno si ripartiva con addosso le cose umide del giorno prima. Ma questo è anche quello che ci ha fatto apprezzare il momento in cui il cielo si è finalmente aperto, nell’ultima settimana. Abbiamo tagliato l’ultimo traguardo sotto un cielo blu e limpido, dopo giorni di pioggia e nuvole. E sembrava quasi un regalo.

Come vi eravate attrezzati?
Viaggiare in bici vuol dire fare scelte. Noi avevamo solo il minimo indispensabile. Tutto leggero, tutto compattabile. Le bici erano due gravel in carbonio, con gomme tubeless: leggere, resistenti, perfette per le salite e per i tratti sterrati.
Le borse erano piccole, fissate al manubrio e alla sella. Niente portapacchi, niente ingombri. Avevamo giusto una maglia termica, una giacchetta leggera imbottita, un pile e una giacca a vento che ci ha salvato in mille occasioni, senza quella saremmo stati fradici dalla mattina alla sera.

Qual è stato il momento più bello del viaggio?
Ce ne sono stati tanti. Il più bello? Forse quando abbiamo attraversato per due giorni una foresta, percorrendo antichi sentieri Maori, attraversando ponti sospesi tra le valli, immersi nella natura più totale. Il secondo giorno è venuta giù una pioggia torrenziale, ci siamo sporcati di fango dalla testa ai piedi, ma è stato incredibile. Guardandolo ora, questo è uno dei ricordi più intensi. Incredibile è stato anche l’arrivo a Nelson, quando una ragazza neozelandese che ci seguiva su Instagram ci ha ospitati a casa sua. Ci ha fatto trovare Parmigiano Reggiano, pasta italiana, una cena calda e un letto vero. Dopo settimane in tenda è stato come entrare in un sogno. Ci ha portati a vedere il tramonto, ci ha fatto sentire a casa. Quel gesto di accoglienza, da perfetti sconosciuti, lo porteremo con noi per sempre. Un’altra cosa che ci è piaciuta molto sono stati gli incontri e il senso di comunità che la bici ci ha offerto. È stato probabilmente il viaggio in cui abbiamo incontrato più persone interessanti. In bici è tutto diverso: ci si saluta, ci si ferma, si condivide il pane e la strada.

Adesso che siete tornati a casa, quali sono gli obiettivi futuri?
In questo momento sentiamo che è il tempo giusto per guardarci un po’ attorno, per scoprire cosa c’è là fuori. Cerchiamo di stare il meno possibile fermi, non perché Bolzano non ci piaccia, ma perché siamo in una fase in cui vogliamo vedere, capire, esplorare. Se fossimo nati in un’altra città diremmo la stessa cosa: il punto non è scappare, è partire. È confrontarsi con altri luoghi, altre vite, altre idee. E magari, un giorno, trovare il posto giusto dove fermarsi. Per ora, però, vogliamo essere in movimento.

Autore: Niccolò Dametto

Le tranvie di Bolzano: una storia da riscoprire

Nella Bolzano di inizio ‘900, l’amministrazione cittadina si orientò verso una serie di interventi volti a riorganizzare e sviluppare i servizi urbani. Tra questi, l’introduzione di una rete tranviaria elettrica fu una delle innovazioni più significative. La nuova infrastruttura rispondeva alle esigenze di una città in rapida espansione, collegando con efficienza i diversi fulcri del fondovalle.

Il tram, ma anche le funivie e le cremagliere, divennero anche un simbolo di modernità, segnando l’ingresso di Bolzano in una nuova fase della sua storia urbana, in sintonia con i modelli mitteleuropei più avanzati del tempo. Per ricostruire questa pagina, spesso dimenticata, della storia cittadina, abbiamo incontrato Georg Tengler, studioso appassionato e autore, nel 1984, di un volume dedicato alle tranvie di Bolzano, con uno sguardo particolare anche all’evoluzione urbanistica della città.


Georg Tengler, come è nata l’idea del tram a Bolzano?
La Bolzano di fine ‘800 e inizio ‘900 era una meta turistica molto apprezzata a livello europeo. I visitatori arrivavano da tutta Europa: dalla Russia, dalla Boemia, dalla Germania, dalla Svizzera e, naturalmente, dall’Austria. In particolare, la località di Gries era considerata una destinazione di primo piano per chi cercava relax e soggiorni curativi. Nacque dunque l’esigenza di offrire non solo ai visitatori, ma anche ai cittadini, mezzi di trasporto moderni e confortevoli. Fu così che si sviluppò l’idea di realizzare una linea tranviaria che collegasse la stazione ferroviaria con la zona alberghiera di Gries. Il progetto partì nel 1909 con una prima tratta che attraversava alcune delle vie principali della città: da piazza Walther a via della Mostra, poi via Goethe, il ponte Talvera, piazza Gries e infine via Fago. Un ulteriore sviluppo arrivò nel 1913, con una nuova linea che collegava la stazione ferroviaria con la cosiddetta “zona Vurza”, situata tra San Giacomo e Pineta di Laives. Ricordo che da bambino c’era ancora la piccola casetta che fungeva da stazione del tram in quella zona. Solo nel 1931 si completò l’allungamento del tracciato fino a raggiungere finalmente Laives.


All’epoca, Bolzano aveva dimensioni molto più contenute rispetto a oggi, si sviluppava attorno ai Portici, ma comprendeva anche le zone limitrofe come piazza Walther, via Bottai e si spingeva fino al torrente Talvera. Nel fondovalle Dodiciville e Gries, prima di essere assorbite da Bolzano (nel 1911 e nel 1926), erano comuni autonomi. Trovo interessante che il Comune di Bolzano abbia fatto pressioni per far passare il tracciato verso Sud dal suo territorio, considerato che la stazione ferroviaria si trovava formalmente nel territorio di Dodiciville.
È proprio così! In origine era previsto un tracciato che passasse per l’odierna via Garibaldi. Su pressione del Comune di Bolzano, non si è scelto il tracciato più veloce, più diretto per andare a Laives, ma si è voluto far passare la linea dal centro, per Piazza Walther, facendola transitare accanto al Duomo per poi scendere in via Cappuccini e raggiungere Ponte Loreto.
Il tram a Bolzano ha avuto vita breve…
L’arrivo del traffico automobilistico e, nel 1948, la nascita della società Sasa segnarono l’inizio di una nuova fase per la mobilità cittadina.
Gli autobus della Sasa potevano raggiungere con più flessibilità i nuovi quartieri e le zone in espansione che il tram non riusciva a servire.
Questo portò, nel giro di pochi anni, al progressivo smantellamento della rete tranviaria.

Autore: Till Antonio Mola

Da Berlino a Bolzano, il viaggio di Rikus tra scelte e nuovi inizi

Com’è stato il tuo primo impatto con Bolzano e la sua comunità? Ti sei sentito subito accolto?
Quando mi sono trasferito a Bolzano, ero ancora uno studente della Libera Università di Bolzano e avevo pochi contatti con le persone del posto. All’epoca frequentavo soprattutto circoli di lingua tedesca. Non posso dire di essermi sentito particolarmente benvenuto, ma nemmeno sgradito: Bolzano è una città come tante altre. Se non ti impegni a integrarti, difficilmente cambierà qualcosa. Solo quando ho iniziato a fare volontariato a La Strada – Der Weg ho avuto modo di conoscere meglio la comunità e, da quel momento, mi sono sentito davvero accolto.

Come vivi la dimensione bilingue di Bolzano? È stato difficile ambientarti dal punto di vista linguistico?
All’inizio ho trovato difficile comunicare in questa città e, ancora oggi, incontro qualche difficoltà. Sebbene il tedesco sia molto diffuso a Bolzano, non tutti lo parlano, e l’inglese non rappresenta una vera alternativa, poiché non è così comune. Tuttavia, la gente di Bolzano è generalmente aperta e amichevole, e spesso cerca di comunicare nonostante la barriera linguistica.

Quali differenze culturali hai notato tra Bolzano e Berlino? C’è qualcosa che ti ha sorpreso particolarmente?
Bolzano è senza dubbio una città piccola, e me ne sono reso conto presto. Dopo mezzanotte, non c’è quasi nulla di aperto: nessun chiosco, pochi club, spesso affollati e non sempre operativi, e i bar che chiudono al massimo all’una di notte. In quei momenti, la città sembra quasi deserta. Non posso dire che mi abbia sorpreso del tutto, ma a volte questa mancanza di vita notturna ha un suo peso. Una cosa che invece mi ha colpito positivamente è che qui i supermercati sono aperti anche la domenica, un dettaglio tutt’altro che scontato. Un altro aspetto che apprezzo molto è la forte cultura dell’escursionismo e della natura, qualcosa che Berlino certamente non offre. Non ero abituato alla passione locale per lo sport, il ciclismo e lo sci, e trovo affascinante questa parte dello stile di vita bolzanino. Certo, a volte mi mancano i buoni spettacoli teatrali e i concerti, ma in compenso la qualità del caffè qui è eccezionale e i prezzi sono più accessibili. Dire che il caffè è radicato nella cultura locale sarebbe un eufemismo!

Com’è per te stare lontano da casa? Ti manca qualcosa in particolare della Germania?
È difficile dire che mi manchi qualcosa di specifico di casa. Piuttosto, è l’insieme di piccole cose che, sommandosi, creano quel senso di nostalgia: alcune bevande, certi cibi o ristoranti a cui ero affezionato. Tuttavia, se devo essere sincero, non è poi così male. Basta tenere gli occhi aperti: c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, e questo rende l’esperienza ancora più emozionante.

Come sta andando l’esperienza del servizio civile? Ti ha aiutato a sentirti più parte della comunità qui?
Il servizio funziona benissimo! Mi ha mostrato un lato completamente diverso di Bolzano e dei suoi abitanti. Prima di allora ero attivo principalmente nei circoli studenteschi internazionali e la mia cerchia di conoscenze era limitata a quello. Ora, grazie al servizio civile, ho imparato a conoscere ad apprezzare la gente del posto, la vera popolazione di questa città. Il senso di comunità, un social network con tanti eventi sociali di cui prima non avevo nemmeno preso nota. Da quel momento in poi ho vissuto Bolzano in un modo completamente diverso e ho imparato ad apprezzarla e ad amarla.

Hai già un’idea di cosa farai dopo il servizio civile? Ti piacerebbe restare a Bolzano o tornare in Germania??
Dopo aver completato il mio servizio civile qui, tornerò in Germania e lì inizierò a studiare psicologia. Questo volontariato è stato per me una prova importante per verificare se potevo e sarei stato in grado di lavorare regolarmente con le persone e se potevo immaginare di lavorare nel settore sociale. Il servizio civile ha eliminato molte delle mie paure e ritengo che mi abbia anche preparato molto bene per il mio futuro. Ne sono molto grato.

Autrice: Salma, COOLtour

Da Bolzano all’Irlanda: un anno di studio all’estero per crescere

Cosa ti ha spinto a scegliere proprio Dublino per il tuo anno all’estero? È stata una scelta casuale o avevi già un interesse per l’Irlanda?
In realtà, l’Irlanda non è stata la mia prima scelta per l’anno all’estero. Fin dall’inizio, il mio obiettivo principale era il Canada, un paese che, per diversi motivi, mi ha sempre affascinato. Il suo sistema scolastico è molto simile a quello americano, ma con standard generalmente più elevati. Questo lo rendeva interessante per me, sia per migliorare il mio inglese, sia per ricevere un’istruzione di qualità. Tuttavia, dopo essermi informato meglio, mi sono reso conto che il costo di un intero anno in Canada era decisamente troppo alto.
Anche considerando la possibilità di ottenere una borsa di studio, l’investimento complessivo sarebbe stato comunque molto impegnativo. Per questo motivo, ho dovuto valutare alternative più accessibili, anche dal punto di vista amministrativo.
A quel punto l’Irlanda è diventata la mia seconda opzione e mi sono reso conto che aveva alcuni elementi di interesse. Innanzitutto, è un Paese anglofono; in secondo luogo, il fatto che faccia parte dell’Unione Europea semplifica notevolmente tutti gli aspetti burocratici. Un altro aspetto che ha influenzato la mia scelta è stato il tipo di programma offerto dalle agenzie di scambio: l’Irlanda è molto flessibile e consente di tornare in Italia per le festività e anche i genitori possono venire a trovarti. Sapere di poter rivedere la mia famiglia durante l’anno mi dava maggior sicurezza.

Com’è stato il tuo primo impatto con la scuola e il sistema scolastico irlandese? Ci sono grandi differenze rispetto all’Italia?
Sì, il sistema scolastico irlandese è molto diverso da quello italiano. Prima di tutto, in Irlanda sono gli studenti a scegliere le proprie materie di studio (come accade in università) e nel caso di studenti d fuori la scelta si basa solitamente sulle materie del proprio indirizzo scolastico. Frequentando il Liceo Scientifico Torricelli, infatti, ho potuto selezionare biologia, fisica, chimica e geografia (che in realtà per come è affrontato è più simile alla nostra Scienze della Terra). Un’altra grande differenza è il rapporto tra studenti e insegnanti: in Irlanda non esiste il formalismo italiano del “professor” e del “lei”, tutti si chiamano per nome.
Inoltre, il loro percorso scolastico è strutturato diversamente: non hanno la scuola media, ma fanno sei anni di elementari e sei anni di superiori. C’è anche il cosiddetto Transition Year, un anno “di transizione” tra il Junior Certificate e il Senior Certificate, in cui gli studenti non devono sostenere esami e si dedicano a esperienze pratiche e attività extrascolastiche. È facoltativo, e infatti alcuni scelgono di saltarlo e terminare la scuola prima.

Vivere lontano da casa per così tanto tempo è una sfida. Qual è stata la cosa più difficile da affrontare e cosa, invece, ti ha sorpreso in positivo?
Sì, è sicuramente una sfida, anche se io mi sono adattato abbastanza in fretta, preso dall’entusiasmo per la novità. Però so che per molte persone il distacco può essere difficile da superare. Per me è stata più complicata la socializzazione. Prima di partire pensavo che, essendo “l’italiano nuovo della scuola”, tutti sarebbero stati curiosi di conoscermi. In realtà non è stato così. Gli studenti hanno già i loro gruppi consolidati e non è facile inserirsi. Inoltre, ho notato che qui in Irlanda i ragazzi escono meno rispetto all’Italia: molti preferiscono stare a casa e comunicare online.
Per quanto riguarda gli aspetti positivi, invece, sono rimasto sorpreso da quanto rapidamente sia migliorata la mia comprensione della lingua. Dopo poche settimane riuscivo già a capire quasi tutto, cosa che mi ha dato molta sicurezza. Un altro aspetto che ho apprezzato molto sono i paesaggi. Le scogliere, le spiagge immense e il mare al tramonto sono uno spettacolo unico, diverso da quello a cui ero abituato.

Cosa ti è mancato di più di Bolzano? Cosa di meno?
La cosa che mi manca di più sono sicuramente gli amici e la famiglia. Anche se l’esperienza all’estero è entusiasmante, ci sono momenti in cui ci si sente soli, ed è normale che questo porti a pensare a casa con nostalgia. Mi manca anche il modo in cui in Italia si vive la socialità. Da noi è normale uscire per un caffè, incontrarsi al bar, studiare insieme in un locale. In Irlanda, invece, questa abitudine non esiste molto. Il cibo italiano è inimitabile, e devo dire che è una delle cose di cui sento più la mancanza. Qui il cibo è molto diverso, e anche quando si trova qualcosa di italiano, il sapore non è mai lo stesso. Per questo molti studenti italiani all’estero si fanno spedire prodotti tipici da casa. Quello che invece non mi manca per niente è il tedesco! A Bolzano è una lingua indispensabile, ma io non l’ho mai amata particolarmente. Passare un anno senza doverla studiare è stata una sorta di liberazione. So che il prossimo anno dovrò riprendere in mano il tedesco, ma per ora mi sto godendo questa pausa.

Cosa hai imparato fino ad ora da questa esperienza? Senti di essere cambiato rispetto a quando sei partito?
Sì, mi sento molto cambiato e maturato. La cosa più importante che ho imparato è come adattarmi. Vivere in un altro paese significa dover trovare il proprio posto in un ambiente completamente nuovo, affrontare nuove abitudini, una lingua e una cultura diverse. All’inizio può sembrare difficile, ma poi ci si adatta in modo naturale. Ho anche sviluppato maggiore indipendenza e capacità di gestione del tempo. Qui ho dovuto organizzare la mia routine da solo, imparare a muovermi tra scuola e casa (che distano un’ora e mezza l’una dall’altra), gestire gli spostamenti e risolvere piccoli problemi quotidiani senza poter contare sempre sull’aiuto altrui. Un altro aspetto che mi ha fatto crescere è stato il rapporto con la famiglia ospitante. Inizialmente vivevo con una famiglia, ma dopo un mese ho capito che la situazione non era adatta a me e ho deciso di cambiare. Credo che un’esperienza come questa debba essere vissuta nel miglior modo possibile, e se ciò significa cambiare famiglia ospitante, è importante avere il coraggio di farlo. Infine, ho acquisito molta più sicurezza in me stesso. Prima di partire ero una persona piuttosto timida e ansiosa, mentre adesso mi sento più aperto, socievole e pronto ad affrontare nuove sfide senza paura.

Autrice: Salma, COOLtour