HCB dal 1933 a oggi, una lunga storia

Luca Tommasini, responsabile stampa e comunicazione per l’Hockey Club Bolzano e la nazionale italiana di hockey su ghiaccio, racconta la storia, gli highlights e i traguardi dei Foxes.

Com’è stato fondato il club? Esiste una connessione con il regime fascista?
L’Hockey Club Bolzano non è nato in relazione al regime, anzi. Nel 1933 è sorto come un club formato da un semplice gruppo di giocatori sia di madrelingua italiana che tedesca che si ritrovava per giocare in zona Campiglio. A causa della guerra il Bolzano dovette interrompere le attività che ripresero all’interno della Polisportiva Alto Adige, ma solo per un breve periodo di tre anni, fino al 1948, quando la squadra riprese il nome di Hockey Club Bolzano. 

Il club ha avuto tanti successi sul territorio italiano, mentre ora gioca in una lega mitteleuropea. Perchè questo cambiamento?
La storia dell’hockey italiano è molto travagliata: tra gli anni Sessanta e Ottanta e soprattutto negli anni Novanta il campionato italiano era un torneo di spicco nel panorama europeo. Con gli anni 2010 il livello è calato visibilmente. Bolzano è sempre stata una delle squadre di punta, ma nel 2013 ci siamo ritrovati di fronte a una scelta: il fuoco si era un po’ spento in città, pochissimi spettatori erano presenti alle partite e abbiamo iniziato ad arrancare. L’amministratore delegato ha deciso allora di chiedere l’iscrizione alla lega mitteleuropea per riportare a Bolzano un hockey di livello con la speranza di richiamare anche i tifosi. I buoni risultati del primo anno hanno aiutato a risvegliare la passione di chi era già tifoso. E adesso stiamo lavorando molto per creare una tradizione solida anche tra i più giovani. Un altro cambiamento importante è stato lo spostamento del palaghiaccio, da via Roma a una nuova area fuori città con la costruzione del Palaonda nel 1993, una scelta che allontanò l’hockey dai quartieri popolari. Per questo motivo, stiamo collaborando con la Provincia e il Comune per migliorare i trasporti in occasione delle partite, con l’obiettivo di ricollegare la squadra con la città e far tornare più gente allo stadio.

Quali sono le personalità più significative nella storia della squadra?
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta abbiamo iniziato ad avere giocatori veramente forti che hanno lasciato il segno, da meteore come Kent Nilson, giocatore NHL, a giocatori che hanno iniziato a far parte fissa della squadra come i due russi Maslennikov e Vostrikov — il Volga Express. Nel 1994 Jaromir Jagr – che è uno dei giocatori più leggendari di sempre nella storia – è passato dall’HCB. Poi ci sono stati Gino Pasqualotto, simbolo di Bolzano, Martin Pavlu, uno dei migliori giocatori italiani di sempre, Robert Oberrauch e tanti altri.

E il rapporto con la città?
Bolzano è sempre stata una città legata a questo sport. Sin da quando si è diffuso in Nord Italia negli anni venti del Novecento, infatti moltissimi giovani sceglievano l’hockey più che il calcio come prima esperienza sportiva e questo è sempre stato un fattore fondamentale anche per la promozione di questo sport nel Nord Italia. Bolzano ha una storia particolare avendo diversi gruppi linguistici: l’hockey è sempre stato lo sport che ha abbattuto le barriere, probabilmente l’unico qui. Soprattutto negli anni in cui i gruppi non convivevano come ora, è sempre stato lo sport che ha riunito tutti. I tifosi, che condividevano la stessa passione e dopo la partita uscivano insieme, e i giocatori, di madrelingua italiana e tedesca.

Autrice: Anna Michelazzi

Incontri in biblioteca per celebrare i 50 anni del nuovo diritto di famiglia

Nel 2025 ricorrono i 50 anni del Nuovo diritto di famiglia in quanto il 19 maggio 1975 veniva promulgata dopo nove anni di acceso dibattito, la legge 151, che riformava il diritto di famiglia in Italia.
La Biblioteca Civica di Bolzano ha organizzato, in collaborazione con il consultorio AIED, un ciclo di conferenze, cercando di ricostruire il percorso storico e il clima di grande fermento sociale che portò alla promulgazione della legge, con uno sguardo anche al presente e ai nuovi modelli di famiglia che sempre più popolano la nostra società.

Il primo incontro avrà luogo il 22 aprile in Biblioteca Civica alle ore 18. Raffaella Sarti, docente di Storia Moderna e Storia dei generi presso l’Università di Urbino, socia fondatrice e Presidente dal 2020 al 2024 della Società Italiana delle Storiche, racconterà al pubblico la storia del diritto di famiglia in Italia, dall’unificazione del Regno d’Italia, passando attraverso il Ventennio e l’approvazione della carta costituzionale, fino all’approvazione della legge del 1975.
Si tratta di una storia che implica diversi aspetti -dalla storia di genere, con il modificarsi dell’immagine dei generi, dei loro rapporti e ruoli – alla storia del lavoro, soprattutto domestico e di cura.
È una storia di diritti. Ed è sicuramente una storia in fieri, ma conoscerne i punti salienti è importante per orientarsi nel presente e costruire il futuro.
A seguire, il 24 maggio alle 10 il consultorio AIED ha organizzato, presso le panchine “Gocce–Tropfen” al Parco Petrarca – Talvera, la presentazione del libro Clandestine (Bompiani, 2024) con l’autrice Marta Stella, giornalista professionista e consulente editoriale, che narra la formidabile epopea dei movimenti femministi in Italia.

L’ultimo incontro sarà il 28 maggio in Biblioteca Civica alle 18. Chiara Bertone – che insegna Sociologia della famiglia e Studi di genere all’Università del Piemonte Orientale ed è tra le pioniere degli studi critici sull’eterosessualità e sulle famiglie LGBT in Italia – dialogherà con l’avvocata Lorna Ciacci, esperta di diritto di famiglia e collaboratrice del consultorio AIED di Bolzano. Le relatrici metteranno in evidenza come la società italiana arrivò al nuovo diritto di famiglia e quali profonde trasformazioni sociali e culturali legate al concetto di famiglia ed ai ruoli di genere, abbiano avuto luogo dal dopoguerra ad oggi, con uno sguardo critico sulla realtà e rivolto alle prospettive future.

Un premio per Gustav Thöni

I Rotary Club del Trentino Alto Adige hanno scelto Gustav Thöni, la leggenda dello sci mondiale, per l’ambito “Premio Rotary” che viene conferito ogni due anni per la carriera e le azioni che il premiato ha intrapreso a favore della sua comunità o addirittura per tutto il territorio.
Gustav Thöni è stato un modello per generazioni di sportivi, è stata una figura di raccordo fra le comunità residenti in Alto Adige in un periodo in cui le tensioni etniche erano palpabili. Per il suo paese natale e il comprensorio la sua personalità semplice e la sua lungimiranza nel portare avanti l’albergo ereditato dal nonno Friedrich Ortler, proprietario dell’Hotel Bellavista, ha fatto giungere in valle numerosi turisti. L’albergo, da lui e dalla sua famiglia ancora oggi gestito, è un angolo di armonia ed elegante semplucità dove poter respirare un clima di famiglia, rispettoso della tranquillità, con ottimi cibi di qualità. La giornata di premiazione ha chiamato a Trafoi 120 rotariani rappresentanti i 12 club della regione che, in un clima di felicità, hanno onorato il campione, ricordato le sue vittorie e visitato il piccolo museo dei cimeli, ricordo delle trecento competizioni cui Gustav Thöni ha preso parte, talora vincendo e talora piazzandosi fra i primi tre. A questa cerimonia hanno contribuito gli studenti del Kunstgymnasium che, guidati dalla professoressa Elisabeth Hölzl, hanno realizzato il libretto del Premio Rotary.
Un effetto corale, un incontro intergenerazionale per onorare un campione, ma soprattutto un uomo semplice e di gran cuore. Il premio in denaro sarà devoluto da Gustav Thöni al Kinderdorf di Bressanone e al Summer Camp di Caldonazzo, affinchè bambini meno fortunati possano avere occasioni di crescita personale e un futuro migliore.

Autrice: R. P.

Rispetto per i diritti

Sandra Durnwalder, originaria di Merano, è educatrice sociale e sessuale. Lavora da quasi 12 anni come streetworker e, da due anni, coordina anche l’area di riferimento. È attiva nel volontariato presso il canile di Naturno, dove si prende cura degli animali con la stessa dedizione che riserva alle persone. Si impegna inoltre per i diritti per le donne e per le persone queer, promuovendo l’uguaglianza e il rispetto per tutte le identità.

La cosa di me che mi piace di più.
La mia empatia.

Il mio principale difetto.
La mia impuntualità.

Il mio momento più felice.
Lo sono ogni volta che torno a casa e la mia gatta mi viene incontro.

Da bambina sognavo di diventare…
Una cantante.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Un viaggio in Egitto.

Il luogo dove vorrei vivere.
Al mare.

Il mio piatto preferito.
Patate in ogni variante.

Non sopporto…
Le bugie e la disonestà.

Per un giorno vorrei essere…
Un uomo.

Nel mio frigorifero non mancano mai…
I pomodorini.

Se fossi un animale sarei…
Una tigre.

Sono stata orgogliosa di me stessa quella volta che…
Lo sono stata quando ho conseguito la mia seconda laurea.

Tre aggettivi per definirmi.
Socievole, spiritosa, testarda.

La prima cosa che faccio al mattino.
Mi oriento…

Il mio film preferito
Hachiko e la mummia (parte 1).

Il mio attore preferito.
Johnny Depp.

Il superpotere che vorrei avere.
Poter leggere nel pensiero.

Il mio ultimo acquisto.
Un regalo per qualcun altro.

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?
La natura a due passi da casa.

Amo il mio lavoro perché…
Mi dà la possibilità di aiutare i giovani a cui gli altri hanno smesso di credere.

L’errore che non rifarei.
Dare troppa confidenza alle persone sbagliate.

Autore: Marco Valente

Una folla al Mercatino delle mamme

L’edizione primaverile 2025 del Mercatino delle Mamme si conferma nuovamente un punto di riferimento per tutta la provincia per la compravendita di articoli per l’infanzia e i ragazzi, trasformandosi in un circolo virtuoso che rimette in pista articoli di ogni genere ancora in buono stato, con il doppio obiettivo di venire incontro alle famiglie e di riciclare oggetti altrimenti destinati alla discarica.

Sono stati ben più di 180 i venditori di questa edizione – che si è tenuta nel week end del 29 e 30 marzo come sempre presso il Centro Don Bosco di Laives, che ha collaborato fin dalla prima edizione.
Migliaia gli articoli in vendita, dall’abbigliamento 0 -14 anni a seggiolini bicicletta e auto, monopattini e biciclette, caschetti, libri, giocattoli e molto altro, con visitatori e acquirenti ormai provenienti perfino dal vicino Trentino. L’instancabile lavoro dei volontari – ben 40 questa volta – garantisce un’organizzazione impeccabile e la vendita di oggetti solo in buonissimo stato.
Dalla squadra dedicata all’accettazione e distribuzione della merce, alla squadra “braccia forti”, che si occupa di predisporre tavoli e panche così come di smantellarli a fine evento, l’istancabile lavoro e coordinazione di tutti ha garantito il successo, arricchito questa volta anche da una novità: lo spazio dedicato ai bambini, molto apprezzato dai visitatori che hanno così potuto dedicarsi con calma agli acquisti mentre i bambini non avevano tempo di annoiarsi.
Un ringraziamento da parte di tutti, organizzatori, venditori e acquirenti, va alla giunta comunale, all’Elki e al Centro Don Bosco, come sempre sostenitori a vario titolo di questa preziosa iniziativa a sostegno delle famiglie e della preziosa cultura del recupero.
Il prossimo mercatino, dedicato all’abbigliamento e oggettistica prettamente invernali, si terrà nel week end dell’11 e 12 ottobre.

Autrice: R. T.

Record di iscritti al torneo di Burraco

Ennesimo successo per il consueto torneo di burraco dell’Oratorio Santiago: la 16esima edizione ha registrato un record di iscritti: ben 36 coppie si sono sfidate in questo tradizionale gioco di carte, che ha visto vincitrice – per la seconda volta di seguito – la coppia formata da Julia Visintainer e Angela Mosca. Al secondo posto la coppia Luigina Dorigoni e Rosanna Merighi e medaglia di bronzo per Maria Carla Antolini ed Ernesto Milea.

Ultimi classificati, al 36esimo posto, Ivan Lazzarin insieme ad Anna Maria Peralta, che non si sono certo lasciati scoraggiare dal risultato, anzi: il torneo è infatti un’occasione soprattutto per godere di una giornata in piacevole e ricca compagnia, fare nuove amicizie e – in questa edizione – venire deliziati dai premi messi in palio per tutti i partecipanti dalla ditta Gramm.
Il Burraco è un gioco di carte della famiglia della Pinnacola, nato probabilmente in Uruguay intorno agli anni Quaranta come variante della Canasta, e dagli anni Ottanta si è diffuso enormemente anche in Italia ottenendo sempre più seguaci.
I motivi sono semplici: permette di riunire al tavolo un buon numero di persone e, una volta compreso il meccanismo e il sistema di punteggio, dà sempre vita a partite entusiasmanti.
La giornata all’Oratorio Santiago si è poi conclusa con la cena di chiusura torneo, organizzata dalle volontarie dell’Oratorio con il sempre prezioso aiuto degli amici alpini della locale sezione dell’Ana.
A chiudere in trionfo una giornata ricca di emozioni, un evento davvero speciale per la comunità: il concerto dell’Istituto di Promozione Musicale Claudio Monteverdi, insieme alla Corale Claudio Monteverdi di Cles, al “Coro laboratorio musicale” di Ravina, al coro del liceo musicale G. Pascoli e ai cantori del ginnasio bolzanino “Walther von der Vogelweide”, che hanno eseguito in maniera magistrale la solenne Messa da requiem di Giuseppe Verdi: un evento dal sapore particolare, che ha letteralmente gremito la chiesa parrocchiale, con la presenza anche di molti giovani.
Il prossimo evento nel calendario dei volontari dell’impegnatissimo Oratorio Santiago sarà il mercatino pasquale nella domenica delle Palme.

Autrice: R. T.

Antisemitismo. Fenomeno che richiede consapevolezza

“L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei”. Spesso chi ha un atteggiamento antisemita non se ne rende affatto conto. L’odio contro gli ebrei, nella storia, si è manifestato in vari modi anche nella nostra regione. Un fenomeno che richiede attenzione e consapevolezza.

Le immagini che giungono da Gaza e dalla Cisgiordania, le narrazioni a senso unico, la polarizzazione che ne deriva, portano a una sovrapposizione tra Stato di Israele, Governo israeliano, popolo ebraico e persone ebree. Ciò, anche quando si è in perfetta buona fede, apre a una nuova deriva antisemita. Un antisemitismo che spesso si nasconde dietro affermazioni di apparente buon senso.
Antisemitismo: ma che cos’è?
Dal 2017 la Commissione Europea utilizza la definizione operativa, giuridicamente non vincolante, adottata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) secondo la quale “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei” e le “manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.
Si chiarisce bene e subito che “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”. Lo diventano quando lo Stato d’Israele viene attaccato perché “concepito come una collettività ebraica”. In questo senso la stessa espressione “Stato ebraico” è fuorviante.
“L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato, con immagini e con azioni, usa sinistri stereotipi e fattezze caratteriali negative per descrivere gli ebrei”. Esempi contemporanei di antisemitismo sono, oltre l’incitamento alla violenza contro gli ebrei, la loro demonizzazione, la diffusione di stereotipi, l’attribuzione agli ebrei in generale di crimini compiuti da poche persone, la negazione o la banalizzazione della Shoa, una certa avversione preconcetta verso lo Stato di Israele, “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”, “considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele”.
Tutto questo non ci riguarda?
Il documento della “Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo” rivela che “circa un quinto degli italiani nutre sentimenti antisemiti” e un terzo “coltiva pregiudizi e stereotipi tradizionali”.
In questa Settimana Santa che coincide con la Pasqua ebraica un vivo augurio di liberazione: dal pregiudizio, dall’odio, dall’ignoranza.

Autore: Paolo Bill Valente

Anna Carol, il nuovo album della principiante rodata

A poco più di tre anni dal precedente lavoro, Cinetica, la bolzanina Anna Carol – già Carol May Know – torna a farsi ascoltare con la sua musica ed un disco nuovo di zecca, pubblicato anche in vinile, in cui propone una decina di nuove canzoni che tracciano le coordinate del suo percorso musicale. Anna Carol – Anna Bernard all’anagrafe – è una ragazza che crede in quello che fa e che si sta dimostrando molto determinata nel perseguire il difficile percorso che spesso deve affrontare chi vuole a tutti i costi riuscire nel mondo musicale.

Se Cinetica era stato un lavoro significativo, il nuovo Principianti non vuole essere da meno, anche a costo di diventare un po’ più mainstream e un po’ più simile ai lavori delle molte altre colleghe che popolano il panorama musicale del cantautorato pop in Italia come all’estero.
Principianti potrebbe essere definito un disco più urbano, rispetto al predecessore, non fosse altro che per il fatto di essere stato registrato nella metropoli italiana per definizione (Cinetica era nato nella quiete delle colline marchigiane).
“Quando è uscito il disco precedente – ci racconta Anna Carol – c’era già qualche canzone in cantiere per questo nuovo progetto. Un poco per volta se ne sono aggiunte altre; proprio in quel periodo ho letto un libro di James Carver che mi ha molto influenzata a livello di tematiche, tanto che gli ho preso in prestito il titolo, Principianti appunto. Mi sono resa conto che – come i racconti del libro anche le canzoni parlavano di relazioni, relazioni tra persone ma anche con la nostra identità – mi sembrava interessante la ricerca di ciò che accade tra le persone quando c’è qualcosa che cambia”.
A questo punto, una volta messe insieme le canzoni, per Anna era venuto il momento di capire come lavorarle, a chi affidarle per farle crescere e per dar loro una sonorità; dopo un po’ di ricerche, è maturata la scelta di interpellare Federico Dragogna.
“Avevo incontrato Dragogna – prosegue – in occasione di un suo seminario a Bolzano, ma il fatto di rivolgermi a lui è venuto più avanti. Con Federico abbiamo pensato che il modo migliore per conferire al materiale un’identità sonora, era quello di affidarsi al contributo di un gruppo che possedesse già a priori una sua sonorità. La scelta è ricaduta sul trio brasiliano dei Selton, da tempo trapiantati nel capoluogo lombardo, dove il disco è stato registrato. Col gruppo le cose hanno funzionato subito, anche se la matrice brasiliana non è propriamente parte della mia musica, ma avendo fatto jazz ad inizio carriera ho trovato un approccio ritmico in comune con i Selton e credo venga fuori almeno in parte nel disco”.
Negli ultimi anni Anna Bernard si è divisa parecchio tra la città natale e Milano, dove trascorre una buona metà dell’anno: lì c’è un po’ il fulcro della scena musicale, ci sono i concerti, si fanno gli incontri importanti per chi nel mondo della musica vuole affermarsi.
“Ci sono ottimi studi e musicisti ovunque in Italia – precisa la Bernard – ma essere a Milano, anche solo per un certo periodo aiuta, a me sicuramente è servito. Per il fatto di poter andare a vedere dei concerti senza doversi sciroppare chilometri di autostrada o di treno, ma anche per capire come funzionano le cose in questo ambiente”.
Per quanto riguarda la promozione del disco, uscito a metà marzo, la cantautrice bolzanina sarà on the road nel mese di aprile, con cinque concerti – accompagnata dalla band del disco – in qualità di supporto al tour di Dente, a Firenze, Roma, Torino, Bologna e Conversano (BA). Poi, con un concerto bolzanino tutto suo al Sudwerk, il 2 maggio prossimo comincerà il suo tour personale che si preannuncia piuttosto lungo con molte date in via di definizione, attraverso tutta la penisola.
“In abbinamento al disco – conclude – c’è anche l’uscita di un libro intitolato Tecniche per non imparare a ferirsi in cui ci sono i testi delle canzoni, dei brevi racconti di Sonia Lisco, coautrice di alcuni brani del disco, il tutto illustrato con le foto di Alecio Ferrari. Il libro lo presenteremo alla Nuova Libreria Cappelli il 5 giugno prossimo”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

La Cina di Bernadette Berger

Nata in Carinzia, laureata in lingue, vive a Merano dal 1993. In riva al Passirio, Bernadette ha dato vita alla propria passione pittorica dedicandosi all’acquarello e ai ritratti. Fra il 2012 e il 2015 ha seguito il marito a Shanghai e in questa città ha potuto apprendere la tecnica della china cinese. Ha infatti frequentato i corsi di China cinese e scrittura cinese nella classe dell’artista Zhou Weiping, all’Hong Hong Art Institute di Shanghai. Si è così immersa nella cultura cinese, nella sua lingua, e ha cercato di evincere il più possibile delle tradizioni, dei valori e della quotidianità della popolazione entrando in contatto con numerosi abitanti. Lo dimostrano i numerosi ritratti che Bernadette ha realizzato in quegli anni, i paesaggi degli angoli per lei suggestivi, le città d’acqua, i tipici fiori e gli uccelli che lì aveva modo di vedere. Le lezioni con il maestro Zhou Weiping hanno influenzato notevolmente l’arte di Bernadette tanto da esserne riconoscibile la scuola, la delicatezza, l’armonia, l’impostazione. Tutti i dipinti di Bernadette sono resi sulla carta di riso, con la china e l’acquarello, con pennelli di varia misura per indurre un tratteggio sottilissimo o più spesso a seconda della necessità. Osservare con attenzione le opere di Bernadette corrisponde a partire per un viaggio nella Shanghai di oggi ma anche affondare nelle radici della tradizione. Dal 2013 al 2015 a Shanghai ha esposto in tre mostre collettive, al Liu Haisu Art Museum e alla Changning Library. Nel 2016, da poco rientrata a Merano, ha esposto a Schloss Pinzenau portando con sé una felice ventata di oriente.

Autrice: Rosanna Pruccoli

I secoli bui da re Teodorico ai Bavari

L’ultimo imperatore romano d’occidente fu Romolo Augustolo. Salì al trono nel 475, quando aveva appena 15 anni. L’anno dopo fu deposto dal capo barbaro Odoacre che si proclamò rex Italiae. Governò per 17 anni in nome di Zenone, imperatore d’Oriente. Costui tuttavia si fidava poco del barbaro e nel 469 inviò in Italia gli Ostrogoti di Teodorico, suoi alleati. Nel 493 Teodorico sconfisse Odoacre e lo uccise personalmente durante un banchetto a Ravenna, che divenne la nuova capitale del regno ostrogoto.

Se i Goti si impossessarono di tutte le posizioni di comando nell’amministrazione romana d’occidente, i Romani di certo non sparirono da un giorno all’altro dalla faccia della terra, anzi possiamo dire che come popolo e cultura sopravvissero per almeno sette o otto secoli. Il mondo rimase letteralmente intriso di romanità: nella lingua, nella cultura, nell’edilizia, nelle leggi e consuetudini.
Ma veniamo ai cosiddetti anni o secoli bui, di cui si hanno notizie assai frammentarie. Sono gli anni in cui si susseguono le cosiddette invasioni di popoli barbari, soprattutto germanici, che peraltro in tedesco vengono definite migrazioni di popoli. i barbari o migranti che dir si voglia non volevano distruggere il mondo romano: volevano soprattutto goderne. Perciò non troviamo tracce di grosse devastazioni di città e villaggi.
All’epoca di Teodorico l’area trentina e la Val d’Adige, anticamente abitate dai Reti sconfitti nel 15 a.C. e poi lentamente assorbiti dalla civiltà romana, facevano parte di una territorio compreso tra la Regio XI e il vasto municipium di Tridentum. Teodorico mantenne in vita il complesso apparato amministrativo romano anche in Val d’Adige, dato che la popolazione locale era composta soprattutto da famiglie di veterani, soldati, impiegati, contadini, schiavi e servi, commercianti e artigiani romani di lingua latina.
Stranamente Teodorico, che regnò dal 493 al 526 amato e rispettato da Goti e Romani, entrò profondamente nell’animo e nelle leggende delle popolazioni alpine. Probabilmente gli venne attribuito a posteriori il merito di aver vendicato le antiche popolazioni retiche per i torti subiti ai tempi di Druso, cosa che in realtà non fece perché furono proprio i Romani a insediarlo. Ad ogni modo, la mitologia germanico-alpina lo conosce come Dietrich von Bern (antico nome di Verona) e gli attribuisce numerosi viaggi e azioni eroiche nelle nostre valli. Certo è solo che piazzò postazioni militari ai confini e lungo la via Claudia Augusta in Bassa Atesina per proteggerli dalle scorribande di altri popoli barbari. Negli anni successivi a Teodorico, sotto Vitige, Totila e l’ultimo re Teja, i Goti vennero più e più assediati da Alemanni e Franchi e in particolare questi ultimi erano in forte ascesa fino a diventare, dopo qualche tempo, i nuovi padroni d’Europa sotto Pipino il Breve e suo figlio Carlo Magno. Ciò che era stato dominio dei Goti, divenne territorio franco anche in Val d’Adige.
I cosiddetti anni bui proseguirono con l’invasione dei Longobardi di Alboino nel 568. Entrarono in Italia dal Friuli, erano poco più di 100000 persone ma gli uomini tutti armati fino ai denti. La popolazione locale era disarmata e si arrese immediatamente ai nuovi padroni e così anche la Val d’Adige fino a Bolzano e Merano divenne longobarda. Il territorio fu suddiviso in 36 ducati, la Val d’Adige con la Bassa Atesina facevano parte di quello di Trento, il cui ultimo duca fu il ribelle Alchis. La capitale era Pavia. In varie occasioni i Franchi tentarono di sottrarre la Val d’Adige ai Longobardi ma furono poi sconfitti in varie battaglie nella piana Rotaliana e a Salorno nel 577. I Longobardi crearono le curtes, centri amministrativi, mentre i masi furono tolti ai vecchi proprietari romani e affidati ai guerrieri denominati arimanni. Le arimannie presidiavano il territorio e in Bassa Atesina ne furono create diverse a protezione dei confini. Le principali curtes furono quelle di San Pietro presso Ora che comprendeva Bronzolo, Ora, Montagna, Egna, Villa, Aldino e Redagno con sede a Villa, la curtis di Salorno comprendente Salorno, Laghetti, Cortina, Magrè, Cauria e Favogna con sede a Salorno, infine la curtis di Cortaccia e Termeno con sede a Cortaccia. Tuttavia Termeno divenne un importante centro longobardo governato per molti secoli da gastaldi anche dopo la scomparsa dei longobardi stessi. In quanto alle arimannie, sono note quella di Romeno, di cui faceva parte Caldaro, e quella di Appiano, che arrivava fino alla Val d’Ultimo.
A partire dall’VIII secolo, i Longobardi furono romanizzati, abbandonarono la lingua e aderirono al cattolicesimo romano. Vennero ammessi i matrimoni misti che prima erano puniti con la pena di morte. Insomma, i romano-longobardi formavano la popolazione della Val d’Adige all’arrivo di un nuovo popolo barbaro, i Bavari, che dopo alcuni secoli avrebbero completamente assorbito la popolazione autoctona della Bassa Atesina e della Val d’Adige e imposto la loro lingua a partire dal XII secolo. Il confine tra Longobardi e Bavari pare scorresse all’altezza di Laives, ma fu sempre un confine permeabile e, per così dire, elastico. Lo stesso toponimo Leifers o Laives, secondo alcuni studiosi, sarebbe nato durante i secoli bui gotico-longobardi grazie all’adattamento di un antico nome retico riferibile forse al fondatore del villaggio, Lavises.

Autore: Reinhard Christanell