Francesca Ferragina: libri, donne e podcast

Pedagogista per l’infanzia, Francesca Ferragina dedica però ai destini e alle storie delle donne le sue energie, la sua passione, il tempo libero. Possiamo seguirla nei suoi podcast e leggere i suoi libri, ci condurrà in un vasto e quanto mai suggestivo universo femminile. 

Come è nato il suo amore per i personaggi femminili della storia?
Sono sempre stata una grande appassionata di storia, fin da bambina. Crescendo, però, mi sono accorta di un “piccolo” particolare: i libri di storia sono pieni di uomini, ma le donne? Ecco, voler rispondere a questa domanda ha scatenato la mia curiosità, le mie ricerche e la mia dedizione.

Quali erano stati i suoi studi? Tornando indietro cambierebbe facoltà dedicandosi piuttosto alla storia?
Da piccola sognavo di fare l’archeologa (volevo essere il corrispondente femminile di Indiana Jones). Confrontandomi con la mia famiglia però ho scelto un percorso più “sicuro” e così, compiendo un giro parecchio largo, alla fine mi sono laureata in Scienze per la Formazione dell’Infanzia. Aver rinunciato al mio sogno è ancora uno dei miei più grandi rimpianti, ma non è detto che sia davvero un capitolo chiuso…

Qual è il suo lavoro primario?
Sono pedagogista, mediatrice familiare e referente per i progetti di prevenzione alla violenza su minori presso il centro “Il Germoglio” dell’associazione “La Strada – Der Weg”.

Quali sono le soddisfazioni di questo suo impegno?
Sapere di offrire strumenti e punti di riflessione che possono permettere di evitare violenza e/o abusi, o anche solo velocizzare una richiesta di aiuto da parte di minori, mi fa sentire “utile”: aiutare a riconoscere la violenza vuol dire educare all’empatia.

Come nasce questo suo particolare interesse per il mondo anglosassone?
Non saprei individuare un particolare momento o aneddoto che ha fatto scattare questo interesse. Ho sempre volto lo sguardo al di fuori dei miei confini e ad oggi UK e Francia sono luoghi e culture che mi scatenano tantissime emozioni.

Lei ha un podcast; di cosa si tratta?
“Storie di Donne nella Storia”, come dice eloquentemente il titolo, parla della storia delle donne. In ogni episodio provo ad esprimere la voce femminile fino ad ora silenziata, mettendo in luce aspetti storici trasversali o paralleli a quelli appresi comunemente. L’intento del mio podcast, così come quello dei miei eventi dal vivo, è quello di raccontare la versione dei fatti senza trascurare tutti i protagonisti. Ogni episodio ha un personaggio femminile che, consapevole o no, ha segnato una tappa fondamentale per il riconoscimento dei diritti e del valore delle donne.

Pochi giorni fa è uscito il suo secondo libro, Io Enrico. è collegato al primo?
Sì, “Io. Enrico” è il seguito di “Io. Anna”, entrambi editi da “GanderBooks”.

Questi due libri diventeranno presto una trilogia?
Proprio così, entrambi fanno parte di una trilogia che si concluderà con il prossimo romanzo al quale sto attualmente lavorando.

Come nasce uno dei suoi libri?
Diciamo che approfitto dei miei personaggi per far compiere loro avventure che vorrei tanto vivere io.

Lei è una donna sicuramente molto impegnata, quando o come riesce a mettersi a scrivere?
Citando la mitica Virginia Woolf mi sono creata una stanza tutta per me! E non solo fisicamente (ho ricavato un ufficio in soffitta), ma anche mentalmente. Appena ho un attimo libero mi rintano nella mia stanza, chiudo la botola e scrivo. È il mio modo per evadere e trovare me stessa.
Una grande passione come la sua quanto può aiutare nei momenti difficili?
Tantissimo. Nel mio caso, durante il mio percorso di malattia (ho avuto un tumore al seno), ha deviato il carico di pensieri negativi e paure. Scrivere e disegnare sono stati “partner” della terapia farmacologica a cui ero sottoposta: mi liberavano la mente. L’idea poi di pubblicare il mio primo libro, realizzando quindi un sogno, mi dava la forza di guardare avanti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

La strada dedicata a Antonio Pacinotti

Da via Galileo Galilei ad un certo punto inizia via Antonio Pacinotti; si tratta di un altro fisico italiano, forse meno noto di Galilei. Nato a Pisa il 17 giugno 1841, a quindici anni iniziò gli studi di fisica-matematica all’Università di Pisa. Fin da studente si era interessato alle ricerche sull’elettromagnetismo; già nel 1858 aveva costruito il primo modello di una macchina elettromagnetica, nota come “anello di Pacinotti”. Nel 1860, dopo la parentesi di sergente volontario nella Seconda Guerra d’Indipendenza (Solferino e San Martino – 24 giugno 1859), realizzò un modello perfezionato della sua macchina, la “macchinetta elettromagnetica reversibile”; illustrò tale macchina a Parigi nel 1865. Circa il curriculum professionale, Pacinotti, dopo un anno di assistentato con il padre, nel 1862 fu aiutante a Firenze dell’astronomo Giovanni Battista Donati (1826-1873); dal 1864 fu docente all’Istituto Tecnico di Bologna, passando nel 1873 ad insegnare fisica nell’Università di Cagliari. Mentre era docente a Cagliari, conobbe la diciannovenne Maria Grazia Sequi Salazar; si sposarono il 29 aprile 1882, ma la moglie morì a Pisa il 25 febbraio 1883. A Pisa infatti Pacinotti era ritornato nel 1881 per succedere al padre nella cattedra di fisica tecnologica all’Università di Pisa. Dal 1883 fu socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei e dal 1898 socio nazionale della stessa. Nel 1906 fu nominato senatore del Regno d’Italia. Pacinotti fece anche ricerche di fotoelettricità, su ebollizione, vaporizzazione e calefazione. Si occupò anche dello sfruttamento dell’energia solare e di problemi di agricoltura, avendo sempre presente nei suoi studi il compito della scienza di giovare, attraverso le sue applicazioni pratiche, al progresso della società. Tutti gli apparecchi costruiti da Pacinotti per le sue esperienze sono conservati a Pisa nel museo ed archivio pacinottiano. Antonio Pacinotti morì a Pisa il 25 marzo 1912.

Autore: Leone Sticcotti

La Merano di Franz Kafka

Prima che il Primo conflitto mondiale deflagrasse “Meran” la città di cura dell’Impero asburgico, era divenuta la meta prediletta di un vasto pubblico ebraico, in sé assai variegato tanto per estrazione sociale che per provenienza geografica. E le differenze si spingevano oltre, lambendo l’adesione alle diverse declinazioni del complesso universo ebraico. Qui giungevano infatti tanto gli ebrei ultraortodossi che quelli riformati e quelli completamente assimilati.

Sulle Passeggiate Lungopassirio dunque non era difficile incontrare ebrei elegantemente abbigliati all’ultima moda e quelli che invece indossavano gli abiti e i copricapi tradizionali come lo Shtaf di feltro, o lo Shtreimel ornato di pelliccia che facevano completo con il tradizionale Rekl e, per le festività, con il Geblimte Bekeshe ornato da motivi floreali. Questo mosaico di provenienze, lingue, correnti di pensiero si riverberava pure nella cerchia dei residenti. La presenza in città di personaggi chiave dello sviluppo etico e religioso del frastagliato mondo ashkenazita fa da cartina di tornasole di questo caleidoscopico microcosmo.
Il primo rabbino di Merano, il Rabbino Aron Tänzer, era soprattutto un colto intellettuale nello stile dei dottori-rabbini tipici delle comunità liberal del mondo ebraico di area germanofona. Nato e cresciuto a Bratislava, aveva conosciuto la possibile convivenza, nella stessa città, delle tre comunità ultraortodossa, conservatrice e liberal. Per tradizione famigliare frequentò la jeshivà ultraortodossa ed era poi partito per Berlino dove avrebbe frequentato la Regia Università Friedrich Wilhelm. Qui aveva subito il fascino del Professor Moritz Lazarus, noto iniziatore della psicologia dei popoli, ma soprattutto colui che nel 1869 aveva condotto i lavori del Sinodo di Lipsia durante i quali aveva sottolineato come “l’Etica dovesse rappresentare il cuore dell’ebraismo” e dove più ottanta comunità di area germanofona si erano unite per dar vita all’Ebraismo della Riforma. Tänzer considerò Lazarus un padre spirituale e non a caso si ritrovarono a Merano dove l’anziano professore si era trasferito nel 1896.
La sinagoga comunitaria rispecchiava tanto nel modus cultuale che nella sua architettura le istanze riformate. Non mancava infatti il matroneo, ma non era più schermato, e in determinate occasioni le donne sedevano vicino agli uomini. I banchi erano fissi e organizzati in lunghe bancate che si dipanavano nel senso longitudinale previsto dalla planimetria che culminava con la Tevà e l’Aron ha-Kodesh addossati alla parete orientale. Infine, cosa non poco significativa, nel giorno dell’inaugurazione, il 27 marzo 1901, la cerimonia religiosa si tenne alla presenza dei notabili della città, dei concittadini cattolici e luterani, e fu suonato l’organo similmente a come era diventata consuetudine a partire dall’inaugurazione dei primi Templi della Riforma di Berlino e Amburgo. A Merano, il punto di riferimento per gli ebrei ultraortodossi era invece la sinagoga dell’Hotel Bellaria: grande il doppio di quella comunitaria, trecento posti a sedere, con funzioni che si tenevano quotidianamente -mattina e sera- per tutti i nove mesi di apertura.
Fra gli ebrei residenti, non mancavano gli attivisti sionisti, fra cui furono figure di spicco Hugo Zuckermann, il giovane Josef Bermann, che a Merano aveva fondato il circolo sionista Blau Weis, il rabbino Adolf Altmann, il medico specialista Josef Kohn. Qui, nel corso degli anni, si erano affacciati i nomi illustri del sionismo da Perez Smolenski a Haim Nachman Bialick, da Vladimir Jabotinskij a Chaim Weizmann. Erano soprattutto i numerosi membri della famiglia Bermann ad organizzare conferenze invitando rappresentanti del sionismo e importanti personalità della cultura ebraica, senza neppure trascurare lo studio dell’ebraico, del Talmud e della Torah.
Merano era, insomma, il luogo perfetto per un uomo che, come Kafka, era interessato tanto ai grandi temi dell’ebraismo che al sionismo. Attraverso i suoi biografi, veniamo infatti a sapere che a partire dal 1910 Kafka aveva iniziato ad interessarsi sempre più profondamente ai temi ebraici, studiando sistematicamente anche la lingua e lo yiddish.
All’associazione studentesca che a Praga radunava i giovani ebrei sionisti e che portava il nome del condottiero della terza guerra contro l’Impero Romano, -il Bar-Kochba-Verein- Kafka aveva avuto modo di ascoltare le idee liberal-sioniste di Martin Buber che in quella stessa sede tenne tre discorsi sull’ebraismo. Tre anni dopo, nel 1913, aveva incontrato personalmente Buber e – con gli amici Franz Werfel e Max Brod – aveva partecipato ad un dibattito sul sionismo; mentre nel settembre di quello stesso anno Kafka era addirittura intervenuto all’XI congresso sionista di Vienna, dove si trovava per il Congresso internazionale contro gli infortuni.
A Merano, prima del conflitto, i brani di musica tradizionale ebraica erano parte integrante dei programmi musicali dell’Orchestra di cura e il sipario del teatro cittadino si apriva spesso per le compagnie ebraiche che recitavano in yiddish.

Autrice: Rosanna Pruccoli

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Recentemente – con nostra grande gioia – si sono moltiplicati i contatti tra noi e voi lettori. Ci segnalate storie personali che secondo voi sono interessanti da raccontare. Ma ci sono anche diverse associazioni dei campi della cultura, del sociale e dello sport, che non mancano di indicarci iniziative, eventi, ricorrenze che riguardano la loro vita di comunità e che vogliono condividere con voi. Come sempre cerchiamo di rispondere all’appello, perché è lo scopo del nostro giornale, ovvero creare una sorta di specchio, amplificato, della vita vera delle persone che abitano nei tre territori che cerchiamo di coprire con le nostre tre edizioni: QuiBolzano, QuiMerano e QuiBassa Atesina. è in questi territori della provincia che giungiamo ogni due settimane, attraverso una distribuzione porta a porta, che normalmente si svolge nei giorni del giovedì e venerdì, con qualsiasi condizione meteo. Le più di 75mila copie che distribuiamo rendono tuttora la nostra testata giornalistica, QuiMedia, la più diffusa nella provincia, superando di gran lunga i quotidiani locali, ma ciò nonostante non riusciamo a coprire capillarmente tutto il territorio. Sono quasi 17 anni che i nostri giornali giungono nelle vostre case, ma non vi nascondiamo che la distribuzione è uno sforzo non da poco, reso ancora più difficile negli ultimi anni dalla maggiore fatica che facciamo nell’accedere alle vostre cassette delle lettere. Recentemente anche Poste Italiane ha segnalato lo sforzo sempre maggiore che i postini devono fare per recapitare la posta, specie nelle buche delle lettere che si trovano all’interno dei condomini. 

La diffusione dei nostri giornali interessa la città di Bolzano, la città di Merano con i comuni limitrofi e i centri principali della Bassa Atesina. Ma non sempre i nostri giornali riescono ad arrivare dappertutto, purtroppo. Vi siamo davvero grati delle vostre segnalazioni, che ci permettono di controllare se il lavoro della distribuzione viene fatto bene; molto spesso però le segnalazioni riguardano zone che purtroppo non serviamo. In ogni caso ogni disservizio di distribuzione segnalato viene a sua volta da noi trasmesso alle ditte che si occupano delle consegne, con lo scopo di risolvere velocemente il problema, se questo è possibile. 

Ma con l’occasione ci teniamo anche a ricordarvi che – volendo – esiste un servizio di abbonamento, con varie opzioni, che può essere facilmente attivato chiamando il numero di telefono 0471 081580, scrivendo a diffusione@quimedia.it oppure facendo la relativa richiesta compilando l’apposito form cliccando su “Scrivi al Qui” sul nostro sito web quimedia.it 

Il costo è davvero contenuto, approfittatene!

Autore: Luca Sticcotti

Quando dal muro l’arte si rivela

Le sue opere non passano inosservate e raccontano storie che in grado di adeguarsi al contesto in cui vengono raccontate e quindi dipinte. Il percorso artistico di Egeon – giovane street artist altoatesino, dal Perù a Roma, da Bressanone a Bolzano – è costellato di successi che lo hanno aiutato a crescere professionalmente. Perché, come lui stesso spiega “l’arte è un percorso lungo e difficile, ma è l’unico modo per realizzare qualcosa di vero”.

Egeon, come si è avvicinato al mondo dell’arte? 

È un mondo che mi interessa da sempre, è qualcosa che risuona dentro di me, un’esigenza… un po’ il mio tutto. 

Ha studiato arte da ragazzo? 

Ho studiato all’istituto d’arte Vittoria a Trento, poi ho scelto e trovato la mia via. 

Quante opere d’arte ha realizzato finora? 

Non ne ho idea, ma tante, e le rifarei quasi tutte. Però se devo scegliere, quella che che mi è rimasta di più nel cuore è stata la mostra all’Orto Botanico di Roma: un progetto complesso, forse la mia opera migliore.

Che cosa voleva comunicare? 

È difficile da spiegare. Ogni mia opera ha un significato che cambia, dipende dal contesto e dalle persone che la vivono. Non voglio imporre un messaggio preciso, ma piuttosto offrire uno spazio di riflessione.

Come è nato il progetto a Roma? 

È un progetto che mi ha proposto l’associazione culturale Somma Vesuviana Tramandars. Avevo già preso contatti con loro qualche anno prima, e insieme alla Fao abbiamo deciso di allestirla in una serra dell’Orto Botanico di Roma, dove ho esposto dipinti, ceramiche e dei “bio hard disk”.

Qual è la giornata tipo di un artista? 

Non ne ho una, purtroppo. Non sono molto regolare, dipende da cosa devo fare. Non è un lavoro che si può pianificare come una routine, dipende sempre dal contesto e dal tipo di lavoro che si deve eseguire.

Parlando delle sue opere murali, si è ispirato a qualcuno in particolare?

È semplicemente un processo di contaminazione, a volte si prende spunto da ciò che ci circonda. Tutto dipende dal contesto, dalle circostanze in cui si crea un’opera, è questo che ispira.

Quando realizza un murales, dipinge in base al contesto in cui si trova?

Sì, il contesto è fondamentale, ogni opera che realizzo, soprattutto quelle murali, è influenzata dal luogo. La mostra di Roma, ad esempio, non è stata pensata per una galleria, ma per una serra, e quell’ambiente richiedeva struttura e progettazione diverse.

Ha mai avuto difficoltà ad ottenere i permessi per fare murales?

Se è un lavoro commissionato da un privato normalmente non ci sono problemi. Quando sono andato a dipingere il murale in via Roen a Bolzano, però, ci sono stati alcuni rallentamenti: è un muro in una zona altamente popolata, quindi c’è stata un po’ di resistenza da parte dei residenti locali. Ma sono cose che succedono.

Normalmente la contattano o propone lei dei progetti? 

Dipende. A volte sono io a proporre i progetti, altre volte mi contattano. È un po’ come in tutti i settori. A volte un progetto nasce da una mia iniziativa, altre volte c’è una richiesta diretta.

Lei ha avuto parecchie esperienze artistiche che all’estero. Qual è il posto che le è rimasto nel cuore? 

Cuba è un’isola che mi piace molto. Ma anche le Isole Faroe in Danimarca, recentemente, mi hanno lasciato molto: sono isole piuttosto crude, con un clima nordico che mi affascina. Ci sono andato per vacanza, ma anche quando sono in ferie cerco sempre di dipingere, e lì ho trovato parecchio materiale per ispirarmi.

Quanto la supporta la famiglia in questo percorso?  

Molto. All’inizio ero indeciso tra l’arte e la fisioterapia, ma i miei genitori hanno sempre creduto in me e mi hanno dato molta fiducia. Senza il loro supporto non sarei arrivato dove sono oggi.

Cosa direbbe ai giovani che vogliono intraprendere un percorso simile al suo? 

Una volta ho incontrato Sean Scully, uno dei pittori più importanti al mondo e mi ha detto che per fare l’artista prima di tutto bisogna credere nella propria ricerca. È un messaggio che riporto ai giovani, perché l’arte è un percorso lungo e difficile, ma è l’unico modo per realizzare qualcosa di vero.

Autore: Daniele Bebber

Con Niko Fyah per vivere il mondo del Reggae

Si chiama Nicola Gasperi, ma tutti lo conoscono come Niko Fyah. Laureato in scienze dell’educazione, è da 15 anni collaboratore all’integrazione nelle scuole per ragazzi con disabilità ed ha una grande passione, il reggae. Si tratta di uno stile musicale (e di vita) che lo ha portato a calcare i palchi – come chitarrista prima e come bassista poi – con i maggiori esponenti nazionali di questo genere. Oggi ha deciso di mettere a disposizione la sua cultura organizzando il “Meranosplash: a culture Reggae Session”, una rassegna di film dedicata a descrivere ogni aspetto del reggae.

Niko Fiah, come nasce questa sua passione per il Reggae?

Da bambino ascoltavo tantissima musica, soprattutto italiana, che girava a casa grazie a mia madre e mio padre musicista. Fu proprio mio padre, quando avevo 13 anni, a portarmi un cd dicendomi “Ascolta questo disco che abbiamo fatto”. Era “Vibrazioni”, secondo album dei “We and Them”. Lo misi nel lettore e quelle sonorità mi colpirono da subito. Gli chiesi altro al riguardo, e da lì conobbi Bob Marley con “Legend”, e successivamente altri artisti fino ad addentrarmi sempre più nel genere, in una ricerca continua che… è ancora in pienissimo svolgimento, e la rassegna di film è solo una tappa lungo questo percorso!

Che cosa vi ha spinto ad organizzare questa rassegna?

Da un po’ di anni cerco di porre l’accento e mettere in evidenza gli aspetti culturali della mia musica, per cui l’idea di proporre dei film cruciali ed esplicativi di tutto ciò che sta dietro e dentro la cultura Reggae, con relativa spiegazione e discussione, mi sembrava un format decisamente interessante da proporre. Decisivo è stato, poi, il supporto di Luigi Cirimele che mi ha fornito organizzazione e spazi per mettere in pratica l’idea.

Bob Marley ha avuto il merito di portare questo stile in Europa, commercializzandolo e facendolo conoscere a tutti. Ma ci sono molti altri musicisti, quali i “Black Uhuru” o Alpha Blondy, che per il grande pubblico sono spesso degli sconosciuti. Chi, secondo lei, ha interpretato il reggae nella maniera più pura?

Domanda complessa e difficile… Dietro al reggae c’è un percorso storico, culturale, sociale che a mio avviso inizia quando gli europei sbarcarono sull’isola di Xaimaca (in lingua indigena) e quando portarono il primo schiavo dall’Africa. un percorso che passa attraverso quattrocento e più anni di schiavitù, sofferenza, lotta e ribellione che hanno contribuito allo sviluppo di un sentimento e di vari movimenti religiosi, spirituali, politici senza i quali probabilmente il genere non sarebbe emerso e forse nemmeno nato. Panafricanismo, etiopianismo, rastafarianesimo e successivamente gli ideali di autodeterminazione della Giamaica, hanno alimentato il messaggio e gli scopi della musica reggae, influenzando anche la stessa struttura musicale che affonda le radici nell’Africa. A mio modo di vedere chiunque interpreti il reggae portando una pulsione e vibrazione interiore ed un messaggio che dia speranza per un mondo migliore, lo interpreta nella maniera più pura. E questo pvale per Marley e per qualsiasi artista che creda e senta realmente questa musica.

Oggi chi rappresenta al meglio questo stile nel mondo?

è un’altra altra domanda che rappresenta una certa complessità… basti pensare che il reggae inteso come musica moderna giamaicana – insieme a ska, rocksteady, dub, roots, dancheall, digital e altre varianti – ha profondamente influenzato la musica moderna di tutto il mondo, non ultimi tanti dei generi che hanno dominato la scena internazionale. Il rap nasce quando un giamaicano porta a New York lo stile di “parlare” sulle basi. Lee “scratch” Perry e King Tubby, padri del dub, sono considerati da molti come precursori della musica elettronica, dei campionamenti, delle varianti più aggressive quali dubstep e drum’n’bass, e il ritmo base di batteria del reggaeton altro non è che “Dem bow” della dancehall superstar Shabba Ranks del 1992. Personalmente non vedo nessuno rappresentare questo stile nel mondo, ma vedo questo stile essere “dentro” gran parte della musica che vende e domina le charts e le piattaforme di ascolto e distribuzione. Forse Bob Marley, nonostante gli anni passati dalla morte nel 1981, è tutt’ora colui che meglio rappresenta il reggae: ascoltando “Redemption song” e pensando a come va il mondo ad oggi, non è forse una delle rappresentazioni più moderne e centrate?

Che impatto ha avuto il reggae nella musica italiana? 

“E la luna bussò” cantata da Loredana Bertè è una canzone di Mario Lavezzi (con testo di Oscar Avogadro e Daniele Pace) che senz’altro è stata fortemente influenzata dalla musica di Bob Marley. Musicalmente ha prestato il caratteristico ritmo in levare e quelle sonorità caraibiche ed allegre, ma nel mainstream è stato più un uso ritmico e commerciale che dal mio punto di vista non ha nulla a che vedere col reggae basato su una forte e decisa base di basso e batteria, i testi fortemente impegnati socialmente e politicamente e una certa tendenza agli accordi in minore. In Italia il reaggae si è diffuso dopo i concerti di Marley nel 1980 (Milano e Torino) e si è mescolato fortemente con l’ondata hip hop e il boom dei centri sociali e delle posse, con un messaggio fortemente politico e di protesta. In questa scena e dalle sue evoluzioni sono usciti artisti come Neffa o Subsonica, solo per citarne alcuni. Come gruppo di punta del “reggae italiano” secondo me si sono affermati gli Africa Unite, la maggiore e più longeva reggae band nostrana, che rappresentano al meglio gli aspetti politico-sociali e l’originalità e mescolanza musicale anche con suggestioni italiane. Un altro fortissimo impatto lo hanno avuto rispettivamente i Pitura Freska, portando il reggae in dialetto (venessian) a Sanremo, e i Sud Sound System portando il salentino fino alla Giamaica e trasformando il Salento nei “Caraibi d’Italia”. Un’influenza importante è stata poi quella dei pionieri del genere che a cavallo fra gli anni ’80 e i primi ’90 si cimentavano sui riddim (basi strumentali a disposizione dei singer per proporre la propria version), un periodo su cui sto iniziando a documentarmi e dove emergono nomi come quelli di Militant P dalla puglia e il Generale da Firenze, autore del primo 45 giri raggamuffin in italiano, intitolato “Non è un miraggio Roberto Baggio”.

Lei, oltre ad essere un teorico è anche un musicista. Ha sempre suonato reggae?

Si, dopo il colpo di fulmine col reggae chiesi a mio padre di darmi qualche dritta con la chitarra, e cominciai il mio percorso col primo progetto “Rebel Lion”. Se tanti chitarristi iniziano a suonare dalla “Canzone del sole”, io ho cominciato da “Stir it up” di Bob Marley, e da lì ho sempre proseguito nel genere crescendo attraverso le varie esperienze con “We and Them”, “Shanti Powa” (alle origini), “Myztic Lion & the Juggernaut Nation”, nuovamente “We and Them”, “Tuff riddim crew”, “Soul Familiy” e “Cool Rulers”, oltre a propormi talvolta come selecta o speaker con alcuni progetti e registrando alcune produzioni proprie. Mi sono tolto qualche soddisfazione come suonare due volte al Rototom Sunsplash (il maggior festival reggae d’Europa) ed aprire i concerti di “Africa Unite, Tre allegri ragazzi morti, Anthony B fino ai… The Kolors. Col il tempo poi ho capito che il mio strumento non era la chitarra, ma il basso.

E il basso è una componente decisamente importante in questa musica…

Si: basso e batteria sono la parte più importante, il cuore pulsante, il ritmo, la sofferenza e il riscatto. Se la batteria è il cuore, il basso è il cervello: senza di loro il corpo non può vivere, pensare, sognare.

L’Alto Adige è una zona fertile per questo genere…

“We and Them” è stata una delle band più importanti anche in Italia, dando slancio alla scena altoatesina producendo musica interessante. Ho avuto la fortuna e l’onore di suonare con loro nel terzo disco e dal vivo, come mio padre prima di me nel secondo. Non sono una persona che ha rimpianti, nel senso che penso che ogni cosa vada come debba andare, ma se avessi una macchina del tempo, mi piacerebbe vivere gli anni ‘90 del reggae con loro, provando tutte le sere e suonando tutti i giorni del weekend.Ad oggi ci sono realtà come Shanti Powa o Wicked and Bonny che partendo da una radice “reggae”, seppur più contaminata, hanno raggiunto un respiro internazionale, e questo non può che farmi piacere. Il reggae è condivisione, è vita!

MERANOSPLASH

“Meranosplash: a culture Reggae Session” è un progetto organizzato nell’ambito delle conferenze del Csr Palladio (primi due appuntamenti) e del progetto Vlc organizzato da Palladio (secondi due appuntamenti), che svolge nella sede della mediateca multilingue di Merano. Il progetto prevede la visione di quattro fra i principali film della cinematografia legata al mondo del reggae, con gli interventi di Nicola Gasperi in arte Niko Fyah, docente e musicista, per aiutare a comprenderne al meglio e più a fondo gli aspetti culturali, linguistici e sociali che vi stanno dietro. Il 13 e 20 marzo sono stati proiettati “The harder they come” e “Rockers”. Il 3 aprile è la volta di “Babylon” ed il 30 aprile “Bob Marley-One Love”.

Autore: Luca Masiello