Dal Lago Veneri… raccontando storie

Nei giorni scorsi Brunamaria Dal Lago Veneri ha compiuto novant’anni. Ne abbiamo approfittato per incontrarla e farci raccontare il suo interessante percorso di vita, tra scrittura letteraria, antropologia, etnologia, poesia e traduzioni. Con una passione fortissima per le tradizioni popolari, le fiabe e leggende della nostra terra; ma non solo. 

Brunamaria Dal Lago Veneri ha vissuto, e probabilmente tuttora vive, molte vite. Nata e cresciuta a Bolzano, da settant’anni è antropologa, etnologa, scrittrice, traduttrice, poetessa, instancabile e appassionata studiosa. Raccoglie tradizioni popolari, fiabe, leggende. 

A volte le traduce, a volte le rielabora per inventarne di nuove, per non far spezzare quel filo di magia che da secoli lega le nostre terre, i nostri confini, le nostre storie.

Un mercoledì sera, osservate da migliaia di libri davanti a un caffè fumante e con le rocce altoatesine a spiarci curiose fuori dalla finestra, mi ha concesso l’onore di intervistarla e di scoprire alcuni frammenti di queste molte vite.

L’INTERVISTA

Partiamo dall’inizio. Come si è avvicinata al mondo della letteratura e della tradizione popolare?

Ho studiato alla Bocconi, che all’epoca aveva anche l’indirizzo di lingue. Pensa che all’inizio volevo studiare medicina, ma mio padre non voleva… Iniziai a cercare lavoretti sin da subito per mantenermi e trovai un piccolo impiego alla casa editrice Einaudi grazie a un’amica. Un giorno ebbi una fortuna molto grande, c’era un signore severo che stava lavorando, mi guardò e mi disse “Ah è lei la sudtirolese? Mi hanno detto che si interessa di tradizioni popolari. Interessanti anche le storie del suo paese. Ma lei ha intenzione di tradurre questi racconti che sta raccogliendo?”. Io gli risposi “Certo che li tradurrò, perché lei quando raccoglie i racconti siciliani non li traduce?”. Era il 1958 – 127 anni fa – e quel signore era Italo Calvino! Poi Calvino andò a Parigi e io non l’ho mai più visto, ma qualche cartolina me l’ha mandata, e le ho ancora da qualche parte.

Lei a quel tempo stava già lavorando sulle tradizioni popolari?

Sì, assolutamente. Avevo una nonna della Val di Fiemme, che però si considerava quasi ladina. Lei mi raccontava le storie in ladino e mia mamma che era austriaca (anche se figlia di trentini) me le raccontava in tedesco. La mamma di mio nonno era invece ungherese. Sono quindi cresciuta tra tante lingue e altrettante storie. Ho avuto sempre un enorme interesse per il racconto popolare, e ce l’ho ancora. Ho lavorato moltissimo su questo, sia studiando all’università, sia scrivendo e traducendo. Adesso invece, facendo un salto di settant’anni o quasi, sto scrivendo un libro che mi sembra molto interessante, sui colori delle leggende. Secondo me, ogni storia ha un suo colore. Le storie ladine, ad esempio, partono dal bianco delle Dolomiti e arrivano al rosa dell’enrosadira, hanno il colore della fantasia e del magico. Le storie trentine sono verdi, raccontano la vita rurale. Le storie tedesche, che sono intrise di quest’epica lontana, sono blu. Mi è sempre interessato quest’aspetto, perché veramente la lingua con cui ci si espone, ci si rappresenta, ci si presenta, ha una propria fisionomia, un colore. 

Quando ha iniziato a pubblicare?

Ho pubblicato il mio primo libro, Storie di magia, nel 1979, con una casa editrice che pubblicava racconti e opere musicali. Ebbe un bel successo! Dopodiché, fra le mille storie e vite di cui parlavamo, un giorno conobbi grazie a mio marito Silver Hesse, il pronipote di Hermann Hesse [N.d.r. premio Nobel per la letteratura nel 1946]. Avrei un bell’aneddoto da raccontarti su un vecchio cappotto di Hermann Hesse che Silver mi chiese di riparare… un giorno comunque andammo tutti insieme in Svizzera a trovare Hermann Hesse: ricordo che mi guardava con sguardo severo e aveva un iris blu davanti agli occhi. Dopo qualche chiacchiera mi chiese di tradurre le sue poesie. Che onore inimmaginabile! Gli dissi che ne avrei tradotta una e gliel’avrei mandata… È finita così: ho tradotto le poesie di Hesse e il libro è stato pubblicato.

Come lavorava alla scrittura? I racconti popolari implicano anche moltissima ricerca… come affrontava il lavoro?

Ecco, noi abbiamo da sempre una casa in Val di Fassa, e qui avevo tantissime amiche e amici, contadini del posto che mi raccontavano queste storie; nei miei libri li cito sempre. Ho imparato davvero molto da loro. Gli altri racconti li sapevo perché tramandati da mia nonna… e poi ho sempre letto molto di queste cose. Cercavo il filo conduttore che legava i racconti, forse alcuni me li inventavo anche… ogni scrittore si inventa, è la verità, non bisogna dire bugie. Si inventa nel senso che in-viene, cerca e ritrova nella Storia la sua storia.  

Lei crede nella verità in letteratura?

Quando la letteratura parla di realtà, la inventa. Perché, a meno che tu non prenda un libro autobiografico, generalmente è proprio un’invenzione. Si tratta sempre di una realtà inventata, in qualche modo. Come in fondo, secondo me, anche la realtà nostra è inventata. In qualsiasi forma tu lo voglia dire, c’è una grande parte di rielaborazione mentale. C’è un bellissimo libro di Claudio Risé, “La scoperta di sé. I sentieri dell’individuazione”, che parla della maschera che ognuno di noi indossa e che alla fine rischia di diventare il proprio io. 

Si sente più scrittrice, più traduttrice o più studiosa?

Non lo so. Scrivo anche poesie ogni tanto. Ho tradotto molto però, ad esempio le Fiabe dei fratelli Grimm, che sono ancora in circolazione nella mia traduzione, e che proprio la Mondadori mi spinse a tradurre… ed è stato un gran lavoro. Poi ho tradotto le poesie di Hesse, Thomas Mann, H. C. Artmann e altri ancora. Ora come ora ho un desiderio: mi piacerebbe tanto che i due veri poemi epici della terra ladina, Il Regno dei Fanes (il più antico) e il Re Laurino (il più recente) fossero più conosciuti. Il Fanes rappresenta la fine del matriarcato, che in questa terra, la terra delle montagne, è sempre stato molto importante: gli uomini emigravano per lavorare, le donne portavano avanti il maso, tenevano le redini di tutto (perché gli uomini non c’erano, mica perché lo volessero!). Questa vena matriarcale c’è sempre. Nella letteratura fantastica ladina continuano a rimanere grandi pezzi dei grandi personaggi immaginari. Le creature dell’acqua, del bosco, tutte queste figure che sono ancora molto vive nell’immaginario. L’acqua è la vita, e queste creature che vivono nei laghi, nei torrenti, sono portatrici di bene e anche di sciagure a seconda della situazione. Pensa che nella tradizione ladina sono donne bellissime, con lunghe vesti, con i capelli verdi, mentre nella letteratura nordica sono vestite di scuro, come la terra. 

Secondo lei la tradizione popolare è particolarmente marcata qui nel nostro territorio o è un po’ così in tutta Italia?

È marcata nel nostro territorio, forse perché c’è la necessità di stare dentro, all’ombra di queste rocce ed essere frutti delle rocce, e parlare come le rocce e raccontare delle rocce. 

Concludiamo con una poesia, che è forse l’unico mezzo capace di promettere a tutti un arrivederci.

IL MITO RINCHIUSO

Cavalli di nuvole
rincorrono il sole.
Tra i silenzi del cielo,
nell’azzurro arruffato.
Voglio gridare al mondo
le parole che il mito
tiene rinchiuse
nel cuore di tutti.

Autrice: Lidia Tecchiati

E se i bambini potessero votare?

Immaginate una domenica di maggio. Seggi aperti, file ordinate, tessere elettorali in mano. Solo che questa volta, in fila tra chi vota, ci sono anche loro: bambine e bambini, ragazze e ragazzi. Troppo surreale? Forse. Ma anche una provocazione che ci riguarda da vicino. E’ una domanda che farà sorridere… ma anche riflettere. In un tempo in cui le giovani generazioni hanno un’idea sempre più incerta di futuro, diventa ancora più imprudente escluderle dal dibattito. Dunque: e se dessimo diritto di voto anche ai bambini?

A lanciare l’idea, in modo provocatorio ma serio, è stato il politologo inglese David Runciman. Secondo lui, l’età per votare dovrebbe iniziare a sei anni. Non per fare un reality della democrazia, ma per restituire un minimo di equilibrio generazionale a sistemi politici sempre più governati dagli over 60 (e oltre).

La domanda non è solo teorica. O meglio: non lo è più. In diversi paesi europei l’età del voto è già stata abbassata sotto i 18 anni. In Austria e Malta si vota a 16 anni per tutte le elezioni, in Grecia a 17, e in Germania dal 2024 i 16enni votano anche per il Parlamento Europeo, dopo aver già partecipato in alcuni Länder a livello locale.

E del resto, stiamo parlando di un’enorme fetta della popolazione: quasi un terzo del mondo ha meno di 18 anni. In Italia, i minorenni sono circa il 16% (fonte: Istat).
A dirlo, con più forza ancora, è un report europeo realizzato nel 2024, frutto di un sondaggio e di decine di focus group con oltre 2000 bambini e adolescenti tra i 9 e i 17 anni. Il risultato? La voglia di partecipare c’è.

Sono interessanti le risposte dei bambini alle domande cruciali, in questo contesto. Ovvero: cosa cambieresti nel tuo Comune? E pensi che i bambini dovrebbero votare?

“Mi piacerebbe che le persone andassero meno in macchina – immagina Davide, 10 anni – così ci sarebbe meno inquinamento. Potremmo andare a piedi o con i bus elettrici. E poi secondo me i bambini dovrebbero votare, un po’ come nel 1946 hanno fatto le donne per la prima volta. In un futuro lontano, forse toccherà anche a noi.”

A Mattia, anche lui 10 anni, “piacerebbe che venissero create delle palestre e spazi di gioco accessibili ai bambini con difficoltà motorie”. E sul voto non ha dubbi: “Sì, i bambini dovrebbero avere diritto di votare perché sono cittadini e possono esprimere la loro opinione su alcuni aspetti che li riguardano.”

Leo, 13 anni, voterebbe “per avere meno rifiuti, perché le cose più pulite e meno inquinate sono più belle.” Ma sul voto ai bambini è scettico “non siamo abbastanza informati!”

I minori parlano di disuguaglianze, ambiente, diritti civili. Discutono, si informano, si indignano. Ma spesso non sanno come far sentire la propria voce. E quando la fanno sentire, non sanno se qualcuno li ha ascoltati davvero.

“Ci piacerebbe far parte del presente, non solo del futuro” ha detto una ragazza intervistata nel report. Come darle torto?

Qualcosa, però, si muove anche più vicino a noi. In Alto Adige, tra cui a Merano e nei comuni limitrofi, a maggio torneranno le “elezioni ombra”, per permettere a ragazze e ragazzi tra i 16 e i 17 anni di votare parallelamente alle elezioni vere e proprie. Non un gioco, ma una simulazione civica concreta, con tanto di cabine, schede e urne. Il loro voto non vale legalmente, ma vale simbolicamente.

Si tratta di un passo importante, certo. Ma anche di un compromesso. Perché la partecipazione giovanile, se relegata a momenti “in ombra”, rischia di restare decorativa. E allora torna la domanda: che succederebbe se quella voce diventasse strutturale, continua, visibile?

L’INTERVISTA

Di questa cosa abbiamo pensato di parlarne con Alberto Emiletti, giornalista di Internazionale Kids, mensile che porta l’informazione ai lettori dai 7 ai 14 anni. Chi meglio di lui può raccontarci come vedono il mondo i più piccoli?

Da giornalista che ogni mese racconta il mondo a bambine e bambini, quanto percepisce il loro desiderio di contare, di partecipare davvero alle decisioni che li riguardano, anche quelle politiche?

Dal nostro osservatorio – leggendo le lettere che riceviamo in redazione, incontrando bambine e bambini nelle scuole o durante il Festival di Internazionale Kids a Reggio Emilia – direi che il desiderio di capire cosa succede nel mondo e di essere ascoltati quando esprimono il loro punto di vista è fortissimo. Ma in fondo è un desiderio che appartiene a tutte le persone, a qualsiasi età. La differenza è che bambine e bambini non possono votare: sanno che le decisioni prese dagli adulti hanno degli effetti diretti sulle loro vite, ma che su queste decisioni loro non hanno voce in capitolo. E sanno anche che chi è eletto non deve rendere conto a loro.

Secondo lei, cosa cambierebbe nel nostro modo di fare informazione, e nella politica stessa, se i bambini avessero diritto di voto? La stampa per ragazzi sarebbe più presa sul serio?

Cambierebbe moltissimo! È un cambiamento facile da capire per qualsiasi adulto, con un esercizio semplicissimo: immaginate di dover raccontare un fatto di attualità a un bambino. Immediatamente si attiva un senso di responsabilità: si scelgono con più cura le parole, si cerca un linguaggio chiaro, si ha l’esigenza di essere davvero sicuri di ciò che si sta dicendo. Magari ci si prende anche il tempo per approfondire, per verificare meglio, per raccontare punti di vista diversi, anche lontani dal proprio. Il risultato? Un racconto più preciso, più comprensibile e più onesto di quello che si farebbe parlando con un adulto. E alla fine quella stessa notizia, raccontata in modo da essere chiara a un bambino, risulta spesso più efficace anche per un adulto. Quindi se i bambini avessero il diritto di voto, a guadagnarci sarebbe non solo l’informazione, ma anche la comunicazione politica. E ne trarremmo beneficio tutti. Sarebbe presa più sul serio anche la stampa per adulti, non solo quella per ragazzi.

OLTRE LA PROVOCAZIONE

Lo abbiamo detto, dire che i bambini dovrebbero votare è una provocazione. Ma a suon di provocazioni, si costruiscono spazi. Spazi dove i bambini non sono solo “il nostro futuro”, ma cittadini del presente. È il messaggio che da anni porta avanti Francesco Tonucci, pedagogista e fondatore del progetto “La città dei bambini”: ascoltarli non è una gentile concessione, ma un investimento collettivo. “Una città a misura di bambino è una città migliore per tutti”, dice. Come dargli torto?

E allora forse non serve davvero abbassare il diritto di voto a 6 anni. Ma alzare il livello della nostra attenzione sì. Creare canali veri, non simbolici, per farli partecipare, cioè farli “sentire parte”. Dare loro le parole, i contesti, gli strumenti.

Perché se è vero che i bambini “non sono pronti”, possiamo sempre chiederci: ma noi adulti, quando lo siamo stati davvero?

Autore: Marco Valente

Il Ramadan a Bolzano

Una giovane bolzanina racconta come si vive il Ramadan a Bolzano, tra i giovani e nelle famiglie della comunità marocchina, ma anche nelle case e nelle diverse sale di preghiera presenti nel capoluogo altoatesino.

Ciao Salma, ci racconti qualcosa di te e delle tue radici?

Mi chiamo Salma Sammah, ho 19 anni e sono nata e cresciuta a Bolzano, ma ho origini marocchine. Ho appena terminato il Liceo Pascoli delle Scienze Umane e attualmente svolgo il servizio civile presso l’associazione La Strada – Der Weg. Fin da piccola ho vissuto tra due culture, quella italiana e quella marocchina, imparando a coniugare tradizioni diverse e a farne una ricchezza personale. Questo mi ha permesso di sviluppare un forte senso di identità e appartenenza, oltre a una profonda curiosità per il dialogo interculturale e la condivisione di esperienze. Sono musulmana e il Ramadan è una parte fondamentale della mia identità e del mio percorso spirituale.

Come si vive il Ramadan a Bolzano?

Nonostante il fatto che viviamo in un contesto in cui la maggioranza della popolazione non lo osserva, la comunità musulmana riesce comunque a mantenere vive le tradizioni del Ramadan. Le giornate di digiuno possono essere impegnative, soprattutto durante il periodo scolastico o lavorativo, ma ci si sostiene a vicenda. La comunità musulmana di Bolzano è molto unita e, grazie anche ai social e ai gruppi locali, riusciamo a organizzarci per condividere momenti di preghiera e di incontro, rafforzando il legame tra di noi. La sera, dopo il tramonto, molte famiglie si riuniscono per l’Iftar, il pasto che interrompe il digiuno, condividendo piatti tradizionali e tanto altro.

Come fa la comunità marocchina a Bolzano a riunirsi per la preghiera?

La nostra comunità si incontra giornalmente nelle diverse sale di preghiera situate a Bolzano (Via Alessandro Volta 1 / Piazza Fiera 1). Questi spazi diventano un punto di riferimento durante il Ramadan, specialmente per la preghiera del Tarawih che si tiene ogni sera dopo l’Iftar. Oltre alle preghiere, è anche un luogo di incontro, dove si condividono esperienze, si rafforzano i legami comunitari e si aiuta chi è in difficoltà, creando un ambiente di sostegno e solidarietà. È un momento di grande spiritualità e di condivisione, che aiuta a rafforzare il senso di appartenenza e la fede. Invece, durante l’Eid al-Fitr (festa che segna la fine del Ramadan), noi marocchini musulmani di Bolzano ci riuniamo per la preghiera, solitamente presso il Palasport, un momento importante di spiritualità e comunità. Per l’occasione, indossiamo i nostri abiti tradizionali, come la djellaba per gli uomini e i caftan eleganti per le donne, in segno di festa e rispetto. Dopo la preghiera del mattino, torniamo a casa per condividere una colazione speciale con le nostre famiglie. È un momento di gioia in cui la tavola si riempie di dolci tipici, datteri, latte, tè alla menta e tante altre prelibatezze, per celebrare insieme la fine del Ramadan in un clima di felicità e gratitudine.

Ma cos’è esattamente il Ramadan e come si celebra questo mese straordinario? 

Il mese di Ramadan è il periodo più sacro per noi musulmani, un mese di riflessione, di preghiera e di connessione profonda con Allah ed è appena giunto a termine. Da ragazza marocchina e musulmana, questa ricorrenza è una parte essenziale e costante della mia vita, un momento in cui l’anima trova pace e il corpo si purifica. Si tratta del nono mese del calendario lunare islamico e viene osservato da milioni di musulmani in tutto il mondo; mese speciale perché si crede che sia stato proprio in questo periodo che il Profeta Muhammad (pace su di lui) ha ricevuto la prima rivelazione del Corano. Durante il Ramadan, il digiuno dall’alba al tramonto è obbligatorio per tutti i musulmani adulti e sani. Questo significa astenersi da cibo, bevande, fumo e attività intime per diverse ore al giorno, con l’obiettivo di avvicinarsi maggiormente ad Allah e di esercitare la pazienza e la disciplina. L’avvistamento della luna crescente segna l’inizio del mese. Ogni giorno inizia con il Suhoor, il pasto pre-alba, seguito dal digiuno fino al Maghrib, la preghiera del tramonto, quando si può finalmente mangiare con il Iftar. La tradizione (Sunna) vuole che il digiuno venga interrotto con qualche dattero e un bicchiere d’acqua, seguendo l’esempio del Profeta. Dopo l’Iftar, le famiglie si riuniscono per cene abbondanti, con piatti tradizionali che variano da paese a paese. In Marocco, ad esempio, non mancano mai la harira (zuppa tradizionale del Marocco), le chebakia (dolce tradizionale marocchino) e i datteri. La notte, poi, si prosegue con le preghiere straordinarie chiamate Tarawih, che vengono recitate in moschea o a casa. Queste preghiere rafforzano la fede e aiutano a riflettere sulle proprie azioni e sul proprio rapporto con Allah. Oltre all’aspetto spirituale, il digiuno ha incredibili benefici per la salute. Studi scientifici dimostrano che il Ramadan aiuta a disintossicare il corpo da tossine, migliorare il metabolismo e rafforzare il sistema immunitario. Il digiuno intermittente, infatti, permette all’organismo di riposarsi e rigenerarsi. Molti musulmani raccontano di sentirsi più leggeri, energici e mentalmente lucidi durante questo mese. A livello psicologico, il Ramadan aiuta a sviluppare una maggiore empatia per chi soffre, spingendoci a essere più generosi e solidali. La zakat, ovvero l’elemosina obbligatoria, è un pilastro fondamentale dell’Islam e in questo periodo si intensificano gli atti di carità. Il digiuno può essere una sfida, soprattutto nei primi giorni, ma con il tempo il corpo si abitua e la mente diventa più forte; questo insegna la pazienza, il controllo di sé e la gratitudine. Ci fa capire che possiamo vivere con meno, che possiamo controllare le nostre abitudini e che la vera ricchezza non sta nel possedere, ma nel condividere. Inoltre, è un’occasione che riunisce le famiglie, ci ricorda l’importanza di rallentare e di dedicare tempo alle persone che amiamo. Abbiamo, inoltre, l’opportunità per staccarsi dalle distrazioni della vita quotidiana e concentrarsi su ciò che conta davvero. In questo periodo ci si allontana dal superfluo, dalle abitudini negative e si cerca di essere la versione migliore di noi stessi. La riflessione e la preghiera aiutano a rafforzare la nostra connessione con Allah e con la nostra comunità. È un’occasione per perdonare e per ricostruire legami interrotti, per chiedere scusa e per riavvicinarsi a chi si ama. Alla fine del Ramadan, celebriamo l’Eid al-Fitr, la festa della rottura del digiuno. Dopo un mese di sacrifici, questa giornata è un’esplosione di gioia. Ci si veste con abiti nuovi, si partecipa alla preghiera collettiva, si scambiano regali e si festeggia con amici e familiari. Ma la vera bellezza dell’Eid è il senso di gratitudine che porta con sé: la consapevolezza di aver vissuto un mese di crescita, di aver affinato il proprio spirito e di aver rafforzato la propria fede. Il Ramadan non è solo una pratica religiosa, è un mese di purificazione, di riflessione, di amore e di solidarietà. È un dono che ci viene consegnato ogni anno per riscoprire il valore delle piccole cose, per allenare la nostra volontà e per avvicinarci ad Allah. È un momento che ci permette di riscoprire noi stessi, di ritrovare un senso di equilibrio interiore e di affrontare la vita con uno spirito più forte e determinato. Per me, e per milioni di musulmani nel mondo, il Ramadan è una parte insostituibile della nostra identità. E anche se ogni anno passa velocemente, le lezioni che ci lascia durano per tutta la vita.

Di Giulia Scippacercola e Salma Sammah

Da Cipro all’Alto Adige. Cercansi scavalcatori di muri

C’è un’isola, nell’angolo sudorientale del Mare Nostrum, stretta tra l’Asia e l’Europa, che ha ancora il suo muro. Una “linea verde” divide a metà la capitale Nicosia. Il confine che divide i ciprioti è presidiato dai caschi blu, che non si limitano a fare la guardia, ma aprono spiragli a chi vuole guardare al di là.

“Come fate voi a sostenere credibilmente la possibilità di un nuovo ordine internazionale, se l’Europa non è in grado di risolvere uno dei suoi problemi annosi come quello di Cipro?”. Lo aveva chiesto nel lontano 1991 un giornalista ad Alexander Langer, molto prima che la piccola Repubblica entrasse a far parte dell’Unione Europea (maggio 2004). Una domanda che a tutt’oggi non ha trovato la sua risposta e non la troverà presto in questo mondo governato da folli.

La Sezione Affari Civili dell’UNFICYP (la Forza ONU a Cipro) è stata istituita nel 1998 per lavorare all’interno della zona cuscinetto tra le due partizioni dell’isola (quella greco-cipriota e quella turco-cipriota). Una storia assai diversa da quella altoatesina, ma con tratti comuni. Ci fu ad esempio un tempo in cui i due gruppi gestirono insieme il governo dell’isola, resasi indipendente dalla Gran Bretagna, basandosi su regole come la rappresentanza obbligatoria dell’altro gruppo nelle istituzioni e l’assegnazione dei posti pubblici in base a un calcolo proporzionale. A far fallire la convivenza furono i nazionalismi e le mire imperialistiche di governi totalitari.

Così la divisione provvisoria di Cipro dura ormai da molti decenni. Ne hanno fatto esperienza diretta la settimana scorsa rappresentanti delle Caritas e di Organizzazioni della società civile di una ventina di Paesi del Mediterraneo (e Corno d’Africa) all’interno del progetto PeaceMed, promosso da Caritas Italiana allo scopo di sviluppare insieme strumenti per la soluzione pacifica dei conflitti.

La Sezione Affari Civili promuove attività “intercomunitarie”. Collaborando con singole persone e con la società civile, inventa luoghi e occasioni di incontro e di scambio. È un lavoro che – come in Alto Adige – riesce a coinvolgere solo una minoranza della popolazione. Che però può essere lievito nella pasta. Pagandone qualche conseguenza.

Anche per Cipro vale ciò che scrisse Langer nel suo decalogo per la convivenza: “In ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili”.

Autore: Paolo Bill Valente

Bumtschak Welle: una visione musicale allargata

È uscito da qualche settimana un disco che merita di essere ascoltato con attenzione (come spetterebbe di diritto ad ogni disco): Tuitata è il suo titolo e ne è interprete e autrice una coppia di artisti che si cela sotto il nome di Bumtschak Welle. Un disco che sfugge abilmente ad ogni definizione, proprio per l’estrema duttilità e per la visione sonora per nulla scontata di Magdalena Schwärzer e Arno Dejaco, questi i nomi all’anagrafe dei due componenti che oltre che nell’arte sono una coppia anche nella vita. 

Arno, proviene dal mondo della letteratura, è un poeta e negli anni passati ha avuto successo nel mondo dei Poetry Slam, per altro molto vicino a certe forme musicali, e il titolo del disco sembra evocare il ritmo, sia esso quello dei beat generati elettronicamente, sia quello rapsodico della declamazione di versi.

Il suo approccio alla musica è cominciato all’inizio degli anni duemila quando ha formato un trio con i due rapper della formazione brissinese dei 4Twenty, occupandosi di tutta la parte elettronica.

“Il periodo dei Poetry Slam – ci racconta Arno – è stato molto stimolante, eravamo un gruppo di artisti mai in competizione, c’erano Jörg Zemmler, Matthias Vieheider, Martin Hanni ci coordinava, ed io ho affinato lo stile di scrittura. Nel disco c’è un brano, Zenzi, che proviene direttamente da questa esperienza, e si sente, perché ha una struttura tutta sua, la musica si è adattata al testo invece che il contrario, proprio perché il testo era così e volevo che rimanesse com’era”.

Difatti, il brano in questione cattura letteralmente l’ascoltatore, proprio per questa sua struttura atipica che non ha refrain, non ha strofe. Arno e Magdalena sono riusciti a cucire attorno alle parole un abito sonoro ricco, sperimentale, mai scontato, affascinante, affidandosi all’uso che lei fa delle tastiere e lui dell’elettronica.

“Il progetto è nato naturalmente, a casa – prosegue Dejaco –, le nostre figlie ora sono cresciute e ci siamo resi conti di avere più tempo, così abbiamo pensato che sarebbe stato bello fare qualcosa insieme. Solitamente si parte dal testo, sono io a scriverlo, ma gli arrangiamenti e la musica sono frutto della collaborazione. Il progetto poi si è evoluto, sempre in maniera naturale ed ora il duo è diventato un quartetto visto che ad accompagnarci nei concerti ci sono anche un’altra chitarra e una batteria che aggiunge una certa vitalità ai beat che creiamo elettronicamente. Magdalena ha una tastiera con un looper collegato con i miei sample, e poi mi piace come canta”.

Molto interessanti sono infatti i differenti usi che i due fanno delle rispettive voci, la voce di Magdalena è più da cantante, quella di Arno ha un background parlato da Poetry Slam, ma la combinazione risulta parecchio convincente. 

“Per noi – ci tiene a precisare Arno – è molto importante trovare suoni interessanti, siano essi sul sintetizzatore o sul sequencer, o addirittura cose che registro mentre sono in giro, usando un microfono zoom, rumori ambientali, naturali, poi riverso su un registratore a nastro Nagram, per renderli meno digitali, meno esatti, meno morbidi. Tutto suona più grezzo, ma anche più vero e più bello, e soprattutto è più bello il processo di realizzazione. Per me è naturale lavorare in questo modo: provo, penso, poi quello che ne vien fuori è sempre diverso, a fare i suoni è la musica stessa, sono molto importanti e per me è fondamentale che quello che poi si ascolta sia proprio ciò che mi suona nella mente mentre lo penso”.

Per raccogliere con le proprie orecchie il frutto delle sperimentazioni dei Bumtschak Welle, sarà possibile ascoltarli il prossimo 14 aprile, un lunedì, quando presenteranno il disco a Bolzano, presso il Carambolage di via Argentieri.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Come Appiano ottenne la sua scuola

Le vie del Signore sono infinite. Paese che vai, usanze che trovi. Alla fine il bene trionfa sempre. Questi e molti altri detti popolari si adattano perfettamente alla vicenda narrata da un noto storico tirolese dell’Ottocento, padre Justinian Ladurner. Originario di Merano, padre Ladurner ha redatto anche una documentata cronaca di Bolzano. In questo contributo, tanto istruttivo quanto divertente, il padre racconta, non senza ironia, come un’usanza considerata “scandalosa” si sia trasformata in un evento positivo: la fondazione di una scuola pubblica nel comune di Appiano.

Siamo nel 1518. Il potere asburgico è nelle mani dell’ultimo cavaliere, Massimiliano I, ma in Europa si diffondono a macchia d’olio le ribellioni contadine, di cui sarà protagonista il vipitenese Michael Gaismair. Insomma, la società medievale si sta evolvendo e questo mutamento si riflette anche nei costumi spesso discutibili  dei nobili e del clero. In particolare banchetti, bagni scostumati  e danze dionisiache di vecchia tradizione finirono nel mirino dei moralizzatori dell’epoca.

Scrive padre Ladurner nel suo articolo Come nel XVI secolo in Tirolo si trasformò una cattiva usanza in una buona:  “Il 1° dicembre 1518 si riunirono ad Appiano il signor Jacob de Banisi, parroco, il signor Jacob Fuchs von Fuchsberg, cavaliere di Hohenepan e amministratore di Altenburg, consigliere imperiale e vogt (protettore) della chiesa parrocchiale, nonché rappresentante legale di Bartlme e Jörgen von Firmian, Sigmund von Spaur di Hoheneck e i fratelli Hans e Hilprand von Fuchs in rappresentanza della nobiltà, Ulrich Körbler, prevosto della chiesa, e Hans Starf, capomastro della stessa chiesa parrocchiale.

Questi uomini, membri del consiglio della comunità, decisero di eliminare alcuni abusi e introdurre al loro posto qualcosa di migliore. Fino ad allora, infatti, era consuetudine che il mercoledì di Pasqua tutta la comunità, sotto la guida della parrocchia e del tribunale di Appiano, venisse con le ancelle e i domestici del villaggio verso il “Widum” (canonica), dove ricevevano dal parroco cibo e bevande. Questo avveniva anche nel giorno dell’Ascensione, dopo che i canti del vespro erano stati intonati. L’intera comunità, accompagnata dal suono dei pifferi, tornava poi alla casa parrocchiale, dove il parroco apriva le danze e, al termine, doveva nuovamente offrire cibo e bevande a tutti.

Inoltre, il parroco ogni anno organizzava un affollato bagno pubblico (Wimmel-Bad) e poi doveva invitare i chierici della chiesa di San Paolo a un banchetto notturno. A Natale, invece, doveva inviare una ciotola di dolci alla casa del sagrestano. Queste usanze gli causavano spese ingenti e, soprattutto il bagno pubblico, era spesso accompagnato da comportamenti indecorosi.

Per porre fine a questa cattiva abitudine e trasformarla in una buona consuetudine, si accordarono affinché tutte le pratiche sopra menzionate cessassero. Tuttavia, anche la comunità non era più obbligata ad onorare i mancati servizi del parroco.

In cambio di questi sacrifici, il parroco si impegnava, per sé e per i suoi successori, a mantenere un maestro di scuola istruito e capace presso il “Widum”, fornendogli vitto e alloggio a proprie spese, oltre a mantenere i sacerdoti ausiliari. Il parroco aveva il diritto di assumere o licenziare arbitrariamente il maestro: se il suo comportamento risultava inadeguato, nobili e comunità avevano il diritto di chiedere al parroco la sua rimozione e la nomina di un insegnante più idoneo.

Il maestro di scuola era inoltre obbligato a partecipare ogni giorno con i sacerdoti assistenti e i cappellani ai canti liturgici di lode e vespro, secondo l’antica tradizione. Inoltre, per le sue mansioni di cantore, doveva prestare servizio anche a Caldaro e Termeno. Per questo riceveva un compenso annuale di 1 fiorino dal parroco e dai tre sacerdoti assistenti, pagato il giorno di San Martino.

Poiché fino ad allora non esisteva una scuola nel villaggio, il parroco mise a disposizione un terreno dietro il “Widum” per la costruzione di un edificio scolastico, il quale sarebbe stato costruito a spese della chiesa, ma sarebbe rimasto di sua proprietà.

Per quanto riguarda il salario del “Junkmeister” (maestro dei giovani) e degli scolari poveri, così come il canto dei salmi durante la Settimana Santa e l’intonazione dei canti, si dovrà seguire la consuetudine vigente a Caldaro e Termeno. Se nobili, comunità o anche stranieri e pellegrini richiedono ai sacerdoti di cantare in occasione di uffici religiosi e veglie, il compenso sarà di 2 kreuzer per una lunga veglia e di 1 kreuzer per una breve. Lo stesso importo sarà pagato per il “Placebo” o la messa per i defunti, mentre per un ufficio di lode si dovranno ricevere 2 kreuzer dai richiedenti, senza pregiudicare la retribuzione del parroco o dei sacerdoti assistenti.

Inoltre, il maestro di scuola riceverà un compenso da ogni alunno che gli viene affidato affinché lo istruisca con disciplina e diligenza. Tale compenso sarà di 15 kreuzer per ogni quadrimestre mentre per il periodo della “Wimmat” (vendemmia) e del Carnevale sarà di 1 “Ausstreichkreuzer”. Durante l’inverno, ogni studente dovrà fornire quotidianamente due pezzi di legna da ardere, oppure pagare un riscatto di 1 pfennig bavarese per l’intero inverno.

Per quanto riguarda l’usanza del parroco di invitare a pranzo nei giorni festivi i nobili appartenenti alla comunità e di servire una zuppa ai loro domestici nei giorni di festa, questa tradizione – conclude non senza sarcasmo padre Ladurner –  dovrà continuare.”

Autore: Reinhard Christanell

L’educatrice ottimista


Qui Intervista a Adele Aderenti, educatrice appassionata e coordinatrice del centro giovani Tilt di Sinigo, ama il contatto con le persone, ride spesso e ritrova nella natura il suo equilibrio. Crede nel valore del volontariato e nel potere di ciascuno di noi di fare del bene, con uno sguardo fiducioso verso il futuro.

La cosa di me che mi piace di più.

Il mio sorriso.

Il mio principale difetto.

Prendere troppo impegni.

Il mio momento più felice.

L’esperienza di volontariato che ho svolto in Ecuador.

Da bambina sognavo di diventare…

Infermiera.

Il luogo dove vorrei vivere.

Su un’isola, dove ci sono il mare e la natura.

Il mio piatto preferito.

Il tiramisù.

Non sopporto…

L’arroganza, la prepotenza e i disonesti.

Per un giorno vorrei essere…

Una mosca.

Nel mio frigorifero non manca mai…

La birra.

Se fossi un animale sarei…

Un gatto. 

Sono stata orgogliosa di me stessa quando…

Mi sono finalmente laureata.

Tre aggettivi per definirmi.

Precisa, sorridente e volenterosa.

La prima cosa che faccio al mattino.

Mi lavo la faccia.

Il mio film preferito.

Notting Hill.

Il superpotere che vorrei avere.

Il teletrasporto.

Il mio sogno ricorrente.

Io sdraiata su un prato in una giornata di sole.

Il mio ultimo acquisto.

Un vassoio di brioches. 

Cosa apprezzo di più del luogo in cui vivo?

Il verde e le montagne.

Amo il mio lavoro perché…

Perché mi relaziono con i ragazzi.

L’ultima volta che ho pianto.

Una settimana fa.

Il mio motto.

Lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ho trovato. 

L’oggetto a cui sono più legata.

Il mio zaino.

La mia maggiore paura.

Il buio.

Il mio colore preferito.

Il rosso.

Autore: Marco Valente

Sguardi

Il cielo, in questi ultimi giorni di marzo, è ricco di squarci di sereno e di cumuli più o meno solitari che collassano in lungo e in largo, con piogge e virghe nevose. Anche nel Burgraviato, quanto a Bolzano e in Bassa atesina basta, infatti, spostarsi di poche centinaia di metri per trovarsi fradici come pulcini o avvertire le prime arsure primaverili; si tratta perlopiù di fenomeni iperlocalizzati, trascurabili e non strutturati per apportare ingenti quantità idrometeoriche. Tese e fastidiose le raffiche di vento da nord-est – di grecale o tramontana o bora che dir si voglia, a seconda della zona – scapigliano capelli, umori e vestiti. In ambito nazionale, invece, si registrano intense grandinate a chicchi piccoli in E/R, nubifragi estivi in Piemonte, Liguria e Toscana, evidenziando, se ancora ce ne fosse bisogno, il grande riscaldamento nell’hotspot mediterraneo e con una goccia fredda a spasso per il Meridione. Ricordiamoci che 1°C in più fa sì che 1m³ d’aria contenga 7 gr. di vapore acqueo in più, il carburante prediletto dagli eventi estremi (consideriamo però l’altezza di tutta la colonna, con troposfera più bassa in inverno e più alta d’estate). Ma è sempre il territorio a mostrarci i segni e gli sfregi dell’incuria e dell’incapacità politica di adeguarvisi. Nelle piane e lungo l’Adige gli alberi d’alto fusto, dapprima disadorni, dai rami aggrovigliati e spogli, iniziano a verdeggiare con l’emissione delle foglioline. Se li fissiamo, i colori del panorama cangiano di giorno in giorno, proprio perché la vegetazione sui pendii scoscesi dei monti muta e si trasforma: è sufficiente guardare fuori dalle grandi finestre del treno per accorgersene. Le città, mentre si passeggia, si caricano di tinte pittoresche grazie a forsizie, camelie, mimose, magnolie, ciliegi e aiuole composte a regola d’arte, con i petali delle viole a brulicare alle brezze pomeridiane. La terra degli orti è stata vangata ed è pronta ad accogliere le prime piantine, oramai scalpitanti nei semenzai, come del resto i vasi sul BalconORTO; ma per la maggior parte di esse è ancora presto e se ne riparlerà dopo Pasqua. Non è un mistero che, con questa variabilità meteorologica, talvolta compaiano pure gli arcobaleni: c’è chi lo vede e si affretta ad andare a cercare il pentolone d’oro che si celerebbe dove finisce, prima che esso svanisca. C’è anche chi spergiura di essersi accordato col folletto che lo custodisce, o chi ci nasconde di averlo già svuotato, il pentolone, senza mai averlo posseduto, tanto a saldarne l’ammanco saranno sempre altri incauti cercatori. Siamo tutti dinnanzi all’illusione ottica di migliaia di goccioline d’acqua in sospensione illuminate dai raggi del sole.

Autore: Donatello Vallotta

Sul ghiaccio tra passione e determinazione

Matteo Remotti Marnini, 25 anni, è un giovane talento del para hockey. Cresciuto a Cornaiano, frazione di Appiano, e ora residente a Bolzano, ha iniziato a giocare a para hockey all’età di 13 anni. Da 4 anni lavora alla Biblioteca Civica di Bolzano, dove unisce la sua carriera culturale con la passione per lo sport. Il ghiaccio è il suo ambiente naturale, un posto dove si sente libero e realizzato. Oggi andremo a conoscere meglio la sua passione su ghiaccio.

Ciao Matteo, quando ti sei avvicinato al para hockey?

Nel 2012, a soli 13 anni, ho visto le Paralimpiadi e ho capito che quel mondo sarebbe stato il mio. È stato un colpo di fulmine, e ho deciso di unirmi a una squadra giovanile che mi ha dato la possibilità di vivere una nuova esperienza, di mettermi in gioco in uno sport che non conoscevo ma che subito mi ha conquistato.

Cosa ti ha spinto ad avvicinarti a questo sport?

Mi ha spinto in particolare Christoph Depaoli, un compagno di squadra che aveva la mia stessa patologia, la spina bifida. Con lui ho capito che il para hockey non è solo un’attività fisica, ma un’opportunità per far parte di una comunità che condivide sfide e passioni. Inoltre, la fondazione della squadra giovanile da parte di Werner Winkler e Rupert Kanestrin ha creato un ambiente perfetto per entrare in questo sport.

Qual è il significato dello sport nella tua vita?

Lo sport è sempre stato un pilastro della mia vita. La mia famiglia mi ha sempre incoraggiato a praticarlo, e grazie a questo ho imparato a non arrendermi, a superare i limiti. Mi ha permesso di mantenere una buona forma fisica, essenziale per gestire la mia condizione, e di affrontare le difficoltà con una mentalità positiva. Lo sport mi ha anche dato la possibilità di crescere come persona, di incontrare amici e di vivere esperienze che mi hanno arricchito.

Cosa ti piace di più di questo sport?

Il para hockey è uno sport di squadra, dove il legame tra compagni è molto forte. Mi piace il fatto che non si tratti solo di un gioco, ma di un’esperienza di vita. Abbiamo la possibilità di confrontarci con atleti di tutto il mondo, conoscere persone con disabilità diverse e imparare tanto da ognuno. Ogni partita è un’opportunità di crescita, non solo sportiva, ma anche personale.

Cosa diresti a chi vuole provare il para hockey, visto che non è molto diffuso in Italia?

In Italia il para hockey è ancora una disciplina di nicchia, praticata principalmente al nord, ma il movimento sta crescendo. A chi vuole provarlo, dico che è uno sport che richiede impegno e sacrificio, ma che dà tantissime soddisfazioni. È una disciplina che ti insegna a non mollare mai e ti aiuta a sviluppare una mentalità positiva. Inoltre, fa parte di una comunità che sa davvero cosa significa lottare per raggiungere i propri obiettivi.

Quali differenze ci sono tra il para hockey e l’hockey tradizionale?

La principale differenza è che nel para hockey si gioca seduti su uno slittino, con due stecche, una per spingersi e una per colpire il puck. Anche la durata della partita è più breve: 15 minuti per periodo invece dei 20 dell’hockey tradizionale. Nonostante le differenze, il gioco rimane simile, con una grande intensità e un contatto fisico che rende ogni partita emozionante.

Hai partecipato a competizioni internazionali con la maglia azzurra. Come ti senti pensando alle Paralimpiadi 2026 in Italia?

Indossare la maglia della nazionale è sempre un onore. Ma sapere che nel 2026 le Paralimpiadi saranno in Italia dà una motivazione in più. La possibilità di competere davanti al pubblico di casa è un sogno che ogni atleta spera di vivere. Per me, rappresentare l’Italia alle Paralimpiadi di Milano-Cortina sarebbe la realizzazione di un obiettivo che ho da sempre.

Hai altri hobby oltre allo sport?

Oltre ad essere un tifoso dell’Inter, mi piace andare al cinema, fare passeggiate in montagna e viaggiare. D’estate adoro visitare posti al mare, soprattutto con amici e famiglia. Ma la cosa che mi piace di più è stare con le persone che amo, godermi il tempo insieme e fare nuove esperienze.

Autore: Niccolò Dametto

Trafoi: la chiesetta, la parrocchiale e la casa natale di Gustav Thöni

Trafoi è una frazione del comune di Stelvio, in Alta val Venosta, a 1.570 m s.l.m. lungo la strada che da Prato allo Stelvio sale al passo dello Stelvio. La strada, voluta dall’imperatore Francesco II d’Asburgo fu costruita fra il 1820 e il 1825. Quest’anno ricorrono infatti i 200 anni dalla sua realizzazione. Il toponimo Trafoi fu menzionato per la prima volta nel 1304. E fu a partire dal 1520 che il luogo iniziò ad essere antropizzato. Fu la chiesetta delle Tre Fontane Sacre a dare avvia alla zona. Il santuario mariano delle Tre Fontane Sacre, sito a 1.607 m di altitudine fu eretto nel 1229 e restaurato tra il 1701 e il 1702, per custodire le tre sorgenti che pare abbiano proprietà curative. L’immagine della Madonna che solitamente è custodita nella chiesetta, ogni anno, durante l’inverno viene trasportata in solenne processione alla parrocchiale di Trafoi, dove rimane esposta fino a Pentecoste. La Parrocchiale della Visitazione è a sua volta una chiesa interessante. Ricostruita nel 1903 in stile neogotico e cinta dal cimitero, al suo interno, mostra una navata unica che si sviluppa in senso longitudinale fino a culminare nel ligneo altare maggiore di gusto neogotico. Su lato nord si sviluppa il pulpito laterale. Le vetrate sono colorate e rappresentano numerosi santi. Sotto ad ogni vetrata appare il nome degli offerenti.  

A Trafoi ha sede la casa del parco Nazionale dello Stelvio chiamata “Naturatrafoi”, dove un percorso didattico racconta la geologia, la fauna e la flora del Parco nazionale dello Stelvio. Domina il paesaggio lo splendido massiccio dell’Ortles la vetta raggiunge i 3.902 di altitudine. Fu scalato per la prima volta nel 1804, su pressione dell’arciduca Giovanni d’Austria che aveva promesso una cospicua ricompensa a chi sarebbe riuscito a scalare la vetta il 26 settembre il cacciatore di camosci della Val Passiria, Joseph Pichler detto Pseiser Josele riuscì nell’impresa. 

A partire dal XIX secolo Trafoi divenne sempre più una metà turistica, ospitando anche personaggi illustri come Sigmund Freud che vi soggiornò nel 1898. Il periodo della Prima guerra mondiale per il paese che si trovava lungo la cresta di confine si trasformò in un vero e proprio dramma. Tra le due guerre ci fu un ritorno del turismo, soprattutto italiano. 

Trafoi è anche il paese natale di Gustav Thöni, il campione azzurro di sci che qui, con la sua famiglia, gestisce un albergo, un angolo di armonia e tranquillità che nel suo cuore custodisce il piccolo museo delle medaglie, gli sci, le coppe le maglie e tutto ciò che narra la storia-leggenda di questo sciatore prodigioso e indimenticabile.

Autrice: Rosanna Pruccoli