Gli abitanti nel cielo della città

Quali sono le principali specie di volatili residenti e di passaggio nella conca di Bolzano? Ne abbiamo parlato con l’appassionato birdwatcher Maurizio Azzolini, che ci racconta luoghi, abitudini e anche nuovi arrivi tra gli uccelli selvatici del capoluogo.

La cosa è nota a tutti. A popolare la città non sono solo gli umani, talvolta in compagnia dei loro animali “domestici”. Il capoluogo altoatesino può contare infatti su una folta presenza di “animali selvatici”, ovvero una fauna che si muove libera, anche se comunque a vario titolo “in simbiosi” con l’uomo.
Sul nostro giornale, in un paio di puntate, cercheremo di fare una sorta di fotografia per quanto possibile attuale su questa presenza, silenziosa ma neanche tanto.
Il nostro percorso lo cominciamo con i volatili e per descrivere le specie presenti nella conca di Bolzano – sia quelle storiche che le più recenti “acquisizioni” – abbiamo contattato Maurizio Azzolini, birdwatcher, fotografo e appassionato cultore di queste specie animali, membro dell’associazione EBN Italia/Dolomiti Birdwatching.

Maurizio Azzolini: iniziamo parlando di gabbiani e cornacchie, alcuni tra i più grandi uccelli selvatici che popolano la città.
I gabbiani sono presenti da anni nel capoluogo con due specie: il gabbiano comune e il gabbiano reale. Di quest’ultimo abbiamo anche identificato i nidi e osservato i corteggiamenti che preludono agli accoppiamenti sui tetti della zona industriale. Per quanto riguarda le cornacchie sono sempre state presenti in città, ma ora lo sono in maggior numero. Si possono osservare anche in gruppo su alcuni grandi alberi del capoluogo. Si spostano in stormo nelle immediate vicinanze dell’area urbana a Bolzano Sud e in particolare l’area Ischia Frizzi, per poi rientrare nei “dormitori” della città la sera. Un certo numero di cornacchie rimane comunque sempre in città: è possibile vederle lungo le passeggiate del Talvera o in qualche giardino, anche condominiale.  

Tordi

Poi naturalmente abbiamo gli aironi, non molto amati dai pescatori…
La specie più diffusa è quella dell’airone cinerino, che ha beneficiato delle misure di protezione introdotte già da diversi anni. Si tratta di una specie in incremento, molto odiata dai pescatori, un po’ come i cormorani. Gli aironi in realtà fanno il loro mestiere, ovvero pescano per vivere, al contrario dei pescatori che lo fanno per diletto. 

I cormorani sono però meno diffusi, degli aironi… 
L’airone nidifica in alcuni luoghi anche in Alto Adige, ad esempio subito fuori città, a Bolzano. I cormorani invece si fermano lungo gli assi fluviali e sui laghi durante il periodo migratorio. D’estate si spostano nelle loro colonie riproduttive che si trovano soprattutto nel centro Europa, in Olanda, Danimarca e anche i paesi Baltici. 

Airone cinerino

Nella conca di Bolzano o nei pressi ci sono anche passaggi migratori, ci diceva. Voi appassionati riuscite ad intercettarli? Quali sono le specie più significative?
Sono diversi anni che monitoriamo la situazione, in particolare nell’area dell’aeroporto di Bolzano. Quello si è rivelato un luogo davvero eccezionale: in un contesto di fondovalle caratterizzato dalla monocoltura del melo i prati a sfalcio e le aree rurali marginali sono molto ridotti, come sappiamo. Per questo l’aeroporto è particolarmente importante per diverse specie di uccelli. In 15 anni di ricerche abbiamo censito lì quasi 180 specie, tra nidificanti, svernanti e soprattutto migratori. Si tratta di un numero molto elevato per un ambito che si trova alle porte della città. Abbiamo rilevato anche alcune specie che storicamente non erano mai state segnalate. Si fermano all’aeroporto molte specie di passeriformi, ma anche rapaci e delle specie di gabbiani. Parlando di specie rare per esempio l’ultima che abbiamo rilevato lo scorso maggio è stata una pernice di mare orientale. è arrivata in un giorno di maltempo, pioveva a dirotto, si è fermata tre ore e poi è ripartita. 

Quali sono i luoghi più adatti per l’osservazione degli uccelli selvatici?
Come dicevo l’aeroporto di Bolzano si è rivelato è un hotspot migratorio davvero importante. è come se fosse un’isola in mezzo al mare, per gli uccelli. Per il resto i volatili hanno un grande bisogno delle zone incolte, che noi spesso consideriamo appezzamenti improduttivi. Ma in realtà è proprio in questi ambienti che si sviluppano spontaneamente le piante e i semi di cui hanno bisogno gli uccelli, per non parlare degli insetti. In realtà nell’aeroporto non possiamo entrare. Siamo stati solo chiamati alcune volte per liberare uccelli che erano finiti in una rete, vicino al laghetto. Normalmente per il birdwatching ci piazziamo nella zona libera lungo la recinzione a sud, che però con i lavori di allungamento pista purtroppo ora è diventata un cantiere.

Cormorano

Il lago di Caldaro è meno interessante rispetto all’aeroporto?
Come altre zone umide il lago di Caldaro è senz’altro molto attrattivo per diverse specie di uccelli. Ma la vera scoperta per noi negli ultimi anni è stato appunto l’aeroporto, che prima da questo punto di vista era assolutamente sconosciuto.

Gli uccelli  hanno la loro importanza anche in città. Possiamo dire perché?
Il principio è semplice ed è che dovrebbe esserci spazio per tutti. E con questo anche la tolleranza: non è che noi umani siamo i padroni assoluti di tutto. Purtroppo invece ci sono diversi cittadini che si infastidiscono anche solo per gli escrementi delle rondini, andando a rompere i nidi dei balestrucci. Poi c’è l’amato e odiato piccione. Ci sono anziani che li alimentano e altri invece che non li sopportano per via delle deiezioni. Per il resto negli ambiti urbani i campanili sostituiscono da tempo le vecchie falesie, divenendo sedi molto importanti per i nidi. Ma forse possiamo ribadire che se nasce la curiosità, basta guardare nel proprio giardino condominiale per vedere molte specie di uccelli che abitano regolarmente la città, riproducendosi. Questo ad esempio è il periodo in cui si sente il ticchettio dei pettirossi. Nidificano anche da noi, ma in realtà il grosso giunge in autunno. Svernano da noi provenendo dall’Europa centrale.
Resta il fatto che gli uccelli sono anche un’importante risorsa dal punto di vista estetico. La bellezza del loro canto è una panacea, per non sentirci solo sopraffatti dal cemento e dal rumore del traffico. Ci portano una nota di colore e anche di poesia, come molti di noi hanno avuto modo di appurare, ad esempio, durante la fase di stretto lockdown dello scorso anno.

Gabbiano reale

Una presenza importante è anche quella delle tortore, oggi come oggi. 
Si tratta di una specie in espansione che una volta non c’era, a Bolzano. Anche la tortora dal collare si avvantaggia della presenza dell’uomo, recuperando qualche pezzetto di cibo, pane, semi. A volte covano anche fuori stagione, come in autunno e in inverno, sfruttando il microclima favorevole della città. 

Gli uccelli selvatici in città rappresentano un qualche pericolo sanitario per l’uomo? 
No. Problemi come quelli rappresentati dall’influenza aviaria sono creati più che altro dall’uomo, attraverso gli allevamenti intensivi.
Lì si possono creare situazioni di sovraffollamento e stress, legate agli spazi innaturali. Per non parlare dell’uso degli antibiotici sui polli d’allevamento. A mio avviso sono anche eccessive le preoccupazioni relative ai piccioni in città. 

Maurizio Azzolini

Quanto sono importanti le cassette nido che sono stati apposte su tutti gli alberi “pubblici” del capoluogo?
Offrono senz’altro un aiuto per gli uccelli nell’individuazione dei siti per la nidificazione. Quelli naturali sono reperibili in misura minore rispetto a un tempo. Una volta c’erano molti più alberi secolari, anche meli, dove gli uccelli potevano individuare o scavare delle cavità. Oggi gli alberi sono molto più giovani e quindi tutto è molto più complicato. Nel nostro ambiente però si discute un po’ sul parrocchetto dal collare, specie aliena che sottrae le cavità naturali alle specie autoctone. 

Fino a qualche anno fa a Bolzano c’era un centro avifauna. Com’è oggi la situazione da questo punto di vista? Se qualche cittadino trova un uccello ferito a chi si può rivolgere?
Per anni a Bolzano abbiamo avuto un Centro recupero avifauna di Bolzano, gestito da ornitologi, ma la struttura purtroppo è chiusa da anni. Quella struttura  aveva proprio lo scopo di curare gli uccelli selvatici per riportarli alla vita in natura. Noi ornitologi se c’è bisogno interveniamo anche oggi, ma in modo informale perché purtroppo a livello locale manca una sensibilità in questo senso da parte dell’ente pubblico, che tende a privilegiare altre prospettive, come quella dei cacciatori. In Alto Adige non c’è una grande sensibilità nei confronti della fauna selvatica in generale. Altrove non è così. A Trento ad esempio esiste un centro di recupero della Lipu, Lega italiana protezione uccelli, gestito in convenzione con la Provincia autonoma.

Autore: Luca Sticcotti

Quale nuova normalità?

Giusto qualche giorno fa il muralista altoatesino Egeon (Matteo Picelli) ha completato in Viale Druso a Bolzano una grande opera davvero molto bella e interessante da punto di vista simbolico. L’opera si trova più o meno di fronte all’ingresso delle caserme e rappresenta una “mischia chiusa”, la situazione che si verifica nel rugby quando il gioco è stato interrotto per una qualche irregolarità. La mischia ha lo scopo di favorire la ripresa del gioco e in essa i due “pacchetti di mischia” si contendono la palla ovale sotto l’occhio vigile dell’arbitro, potendo contare solo sulla forza, la compattezza di squadra e il gioco di gambe. La raffigurazione della mischia di Egeon presenta una particolarità fortemente simbolica. I due pacchetti sono evidentemente presentati come immagini speculari l’una dell’altra. L’opera del muralista in questo modo diventa per me una perfetta metafora del bipolarismo diffuso che caratterizza il nostro presente. Bianco e nero, destra e sinistra, maggioranza e opposizione, ricchi e poveri, ottimisti e pessimisti. Ma anche – per venire al nostro territorio e alla stretta attualità – italiani e tedeschi, pro vax e no vax, e… così via. La metafora rugbystica suggerita da egeon è in grado di ricordarci alcuni principi base, dei quali ultimamente tendiamo a dimenticarci. Innanzitutto che il gioco (la vita) è bello quando tutti i partecipanti (le squadre) ne condividono i principi e le regole. E da questo punto di vista il rugby è un esempio per tutti essendo uno degli sport più nobili. Insomma: il rispetto dell’avversario (se proprio lo vogliamo chiamare così) è un prerequisito fondamentale, dobbiamo mettercelo in testa. In secondo luogo il plus aggiunto da Egeon suggerendo che ogni squadra di fatto è l’immagine speculare dell’altra, ci consente anche di capire che è utile immedesimarci nell’altro, anche e soprattutto per capire meglio noi stessi. Un leale gioco di squadra, in questa fase così delicata per la nostra società, non può che essere il prerequisito fondamentale nella nostra ricerca affannosa di una nuova normalità. Una normalità che senz’altro non può che essere costruita insieme.
Nessuno escluso.

Autore: Luca Sticcotti

Il patto di famiglia

Il patto di famiglia è un contratto con il quale un soggetto titolare di un’impresa trasferisce (in tutto o in parte) l’azienda o le quote societarie a uno o più dei propri figli o nipoti. In pratica, il patto di famiglia “anticipa” la successione dell’imprenditore, permettendo il “passaggio generazionale” all’interno dell’impresa stessa e garantendone così la continuità.
Oltre che per il trasferimento dell’azienda, può essere usato anche per il trasferimento ai figli della proprietà di quote sociali.
Esso costituisce un’importante deroga al divieto di patti successori presente nel nostro ordinamento (ossia la regola secondo la quale sono nulli gli accordi che hanno per oggetto la disposizione dei diritti ereditari provenienti da una successione non ancora aperta, ossia se la persona della cui eredità si tratta è ancora in vita). Inoltre permette un rilevante vantaggio fiscale.
Il patto di famiglia è un contratto per atto pubblico (da farsi quindi innanzi al Notaio). All’atto notarile partecipano, oltre all’imprenditore e ai figli beneficiari (detti anche “assegnatari”), necessariamente anche: a) il coniuge dell’imprenditore stesso; b) tutti quei soggetti che avrebbero la qualifica di legittimari se, in quel momento, si aprisse la successione testamentaria dell’imprenditore.
Il coniuge e i legittimari hanno, infatti, diritto a percepire, dai figli assegnatari, una somma a titolo di liquidazione del valore delle quote di legittima (in alternativa, la liquidazione può avvenire in natura, ossia ricevendo alcuni beni al posto del denaro).
Quanto al contenuto del contratto, è importante che il patto di famiglia specifichi se c’è o meno il diritto di recesso: se manca la clausola sul diritto di recesso, per sciogliersi dal vincolo l’interessato dovrà necessariamente ottenere lo scioglimento del patto facendo stipulare un secondo, nuovo, patto di famiglia con le stesse persone. Il patto di famiglia può essere, infatti, sciolto o modificato, in due modi: 1) con un nuovo patto di famiglia; 2) se il patto stesso lo prevede, con una dichiarazione di recesso da parte di un partecipante a cui segue una dichiarazione delle altre persone certificata dal Notaio. è necessario che allo scioglimento o alla modifica partecipino tutte le persone che avevano preso parte al primo patto di famiglia.

Autore: Massimo Mira

Una festa per riscoprire la felicità che abbiamo nascosto

È tradizione che il primo giorno di novembre ci si rechi al cimitero a porre un fiore o ad accendere un lume sulla tomba dei propri cari defunti. In questo modo vengono rinsaldate le relazioni con coloro che non ci sono più o, per chi crede, sono vive in un altro modo, più vero. In una “eternità” che è già qui.

È particolarmente significativo che la tradizione fissi la visita al camposanto non nel giorno dedicato ai defunti (2 novembre), ma nella festività di tutti i santi (1 novembre). Il motivo è proprio quello per cui non si intende celebrare la morte, ma piuttosto le vita e una vita piena.
Non è un caso che la liturgia di Ognissanti metta al centro una parola: beato. Il brano evangelico proclamato nelle chiese, tratto dal capitolo quinto del Vangelo di Matteo, è quello delle cosiddette “beatitudini”. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”.
Beato significa felice e la felicità è il bene più prezioso a cui tutti tendiamo. È lo scopo della vita. Disse una volta Roberto Benigni in uno dei suoi memorabili monologhi: la felicità “ce l’hanno data in dono quando eravamo piccoli, ce l’hanno data in regalo, in dote ed era un regalo così bello che l’abbiamo nascosto…” “Dobbiamo pensarci sempre alla felicità e anche se a volte lei si dimentica di noi, noi non ci dobbiamo mai dimenticare di lei. Fino all’ultimo giorno della nostra vita. Saltate dentro all’esistenza ora, perché se non trovate niente ora, non troverete nulla mai più. È qui l’eternità, non ce n’è un’altra”.
Noi e i nostri morti apparteniamo a una stessa dimensione che vuole essere esplorata e accolta.

Autore: Paolo Bill Valente

Quel palazzo municipale a firma dell’architetto Ettore Sottsass Senior

Fra i Portici della città una struttura architettonica si differenzia dalle altre e non può essere non notata. Si tratta di un blocco monumentale lapideo rivestito in marmo grigio: in questo palazzo ha sede la municipalità meranese. Si denota per l’utilizzo dei materiali, le forme e gli stili ornamentali usati, volutamente diversi rispetto alle architetture adiacenti.
L’ artefice di tale opera è l’architetto Ettore Sottsass Senior. Nativo di Nave San Rocco (Trento – 1892), frequentò la Scuola di Architettura e l’Accademia di belle Arti a Vienna sotto la guida dell’ architetto Friedrich Ohmann.
Dopo la prima guerra mondiale tornò in Italia, dove iniziò a partecipare a diversi concorsi per la realizzazione di edifici pubblici. Il suo primo incarico di rilievo fu proprio la progettazione del nuovo Municipio di Merano. Siamo nel 1928, in piena epoca fascista, e si decide di dare una discontinuità simbolica, rispetto al centro storico meranese. La presenza di tale architettura doveva denotare tutta la forza del nuovo corso della storia, con una rottura netta col passato. Il tentativo tuttavia , effettuato da Sottsass è quello di dialogare invece con esso.
Forte della sua formazione viennese, Sottsass cercò di mettere in contatto visivo la sua struttura con quella vicina del palazzo Principesco e degli altri edifici storici. Il risultato fu un edificio fortemente eclettico, con richiami al classicismo, allo storicismo ed alla modernità. Non un edificio monumentale, come nell’architettura piacentiniana del regime volute per Bolzano, ma un edificio in dialogo col passato.
Non mancò però un tono retorico con la “torre civica”, che caratterizzava all’epoca tutti i municipi, le G.i.l. e le Case del Fascio. Sotto di essa vi è tuttora scolpita la scritta “Anno VII dell’era fascista”… Ma, se gli esterni della architettura municipale sono basati su una architettura puramente formale, diverso è il discorso per quanto riguarda gli interni. Qui , Sottsass sfruttò al massimo le sue potenzialità creative, dando luogo a soluzioni architettoniche moderne ed ormai prossime al razionalismo, visibili in particolar modo per quanto riguarda gli spazi dei vani scala. In quegli stessi anni l’architetto trentino realizzò insieme a Willy Weyhenmeyer lo stabilimento balneare del Lido di Bolzano, uno dei capolavori riconosciuti dell’architettura razionalista a livello europeo.
Trasferitosi a Torino nel 1929, Sottsass collaborò attivamente con gli architetti razionalisti e nel 1931 fu fra i firmatari del Movimento Italiano per l’architettura razionale. Anche nel caso di Sottsass, come per altri progettisti ed artisti, Merano fu la città che diede il via ad una nuova maturazione creativa e concettuale.

Autore: Flavio Schimenti

C’era una volta… piazza Gries

C’era una volta… piazza Gries. Tale affermazione sembrerà un po’ azzardata o pretestuosa. In realtà non è così lontana dalla realtà. Oggi la piazza ci appare solo come arteria di transito. Questo anche se i tratti iniziali dell’antico insediamento municipale agricolo, autonomo da Bolzano (fino al 1925), sono di fatto ancora tutti presenti.
Il complesso abbaziale, gli edifici storici sorti difronte ad esso, il municipio, la casa della Zecca ecc. Manca invece la caratteristica qualificante del luogo: la piazza. il problema sta nella conformazione attuale della stessa, che oggi ci appare estesa ed articolata. La zona su cui si trova la casa della Zecca, con il piccolo giardino e la Galleria Telser, fa ancora parte di Corso Libertà. La vera e propria piazza Gries inizia dal negozio “Lichtstudio” e si conclude con l’ex ristorante da “Abramo”, oggi da “Piero”. La “piazza” risulta ridotta e delimitata ulteriormente, al centro, da fioriere spartitraffico per incanalare gli automezzi nei vari sensi di marcia.
L’origine della situazione attuale è per lo più di natura storica. Nel 1935, quando Marcello Piacentini presentò in Comune il progetto del piano regolatore di Bolzano, tracciando il Corso IX Maggio (Corso Libertà) da ponte Talvera fino al centro di Gries, ne stravolse per sempre la sua conformazione originaria. A Gries da Bolzano si arrivava da via Venosta (oggi via A. Diaz) e la strada proseguiva per Merano dall’attuale via Vittorio Veneto in direzione San Maurizio e verso via Fago. Lì sorgevano i maggiori alberghi e residenze dell’alta borghesia e della nobiltà dell’impero Austro-ungarico. Quando arrivò il tram che collegava Gries a Bolzano (29.09.1908), esso ricalcava esattamente il vecchio tracciato storico. Lo spazio difronte alla chiesa fino agli anni ‘30 del Novecento era usato per mercati e fiere agricole, questo almeno fino alla costruzione del foro Boario di via Vittorio Veneto, oggi demolito. Negli anni ‘60 si propose di far confluire via Duca d’Aosta direttamente in piazza Gries. L’ingegnere Armando Ronca si oppose e propose invece la costruzione della galleria Telser con il relativo teatro comunale, evitando così un ulteriore stravolgimento del nucleo originario.
Oggi si tratterebbe di risanare le vecchie ferite e di proporre un concorso internazionale di idee per poter nuovamente valorizzare e recuperare la piazza nel suo peculiare valore ambientale, storico, artistico ed urbanistico.

Autore: Flavio Schimenti

Occhi di bosco #2

Il sole si è abbassato, tanto che da mezzogiorno fino al primo pomeriggio la luce entra di traverso dalle finestre e regala un tepore piacevole, quasi più che in estate, ora che i muri esterni si raffreddano velocemente. Occhi di bosco sta raccogliendo gli ultimi pomodorini e friggitelli dalle piante in vaso nel BalconORTO, quando riceve la chiamata di Mirella, che gli chiede se ha funghi da regalarle, perché quest’anno non li ha ancora assaggiati. Occhi di bosco le risponde di esserci andato in settimana nel bosco, ma che era tutto secco; le ha promesso che entro la fine della stagione le avrebbe sicuramente raccolto un sacchettino. Terminata la telefonata occhi di bosco sente una voce “scusi, signore!” provenire dalla facciata delle casa e si sporge per capire la situazione: è il vicino del piano di sotto che gli chiede se c’entri qualcosa con la caduta di una polvere gialla che gli sta sporcando tutto il balcone. Occhi di bosco è abbastanza ordinato con le colture sul balcone, non innaffia eccessivamente per rischiare percolazioni ai piani sottostanti e rimuove anche le foglie secche; occhi di bosco spiega al sig. Rezzonico che si tratta del polline del cedro, una conifera molto diffusa in ambiente antropico, la cui fioritura avviene proprio in questo periodo (a differenza del cugino abete rosso, la cui pollinazione si verifica in primavera); trovarsi davanzali, biancheria stesa, piante, vasi e fughe delle piastrelle ricoperte di una pruina gialla è normalissimo in questi giorni, specie se nelle vicinanze vive un cedro del Libano: niente che una passata con secchio, stracci e acqua non riesca a rimuovere! Occhi di bosco ama la fotografia e segue con molta attenzione il foliage, sia in città che in montagna, perché i colori ed i riflessi delle foglie illuminate dal sole gli regalano una piacevole sensazione di bellezza e di benessere e trasformano in positivo anche gli angoli più anonimi o dove il cemento ha il sopravvento; tuttavia, non c’è da perdere tempo, perché la luce cala in fretta, come anche la resistenza delle foglie aggrappate alle piante, il vento è sempre in agguato e trovare giornate limpide con una luce adatta non è sempre così semplice. Per chi ama faticare con un cambio di vestiario, un sacco di stoffa, panini e acqua nello zaino; per chi parte senza itinerario e non sa dove arrivare o semplicemente si ferma ad ammirare i giochi di ombra e di luce sopra un letto di foglie a crepitare; per chi cerca l’armonia e sa che basta poco, ma che quel poco, oggi più che mai, venga preservato; per i solitari ed i timidi introversi, che nel grembo di muschi e licheni, di aghi e di foglie trovano sempre una strada, una fronda cui sostenersi, la montagna da ottobre si colora con le felci di giallo-arancione nel sottobosco, prosegue con le latifoglie fino alla doratura dei larici. Occhi di bosco, nel frattempo, è riuscito a raccogliere Cantharellus e Craterellus da donare a Mirella per una cenetta a base di funghi, nell’ultima uscita si è aggregato anche l’amico Nicholas per immortalare i colori autunnali.

Autore: Donatello Vallotta

Non solo Ötzi: la storia di Vadena, emporio dell’antichità

Grazie alle ricerche più sofisticate, di “Ötzi” sappiamo ormai moltissimo. Ma il nostro territorio ha tante altre storie da raccontare, anche se meno note. In questa breve passeggiata nella storia, partiamo dalla conca di Bolzano e i suoi abitanti per giungere fino a Vadena, una delle località archeologiche più importanti della Provincia, la “Pompei” dell’Alto Adige.

// Di Till Antonio Mola 

e Caterina Longo

La conca di Bolzano è sempre stata legata alla confluenza dell’Isarco nell’Adige. Ma per farci un’idea della conca ai tempi di Ötzi non dobbiamo pensare al corso odierno dei fiumi, in quanto all’epoca essi avevano una conformazione ad ampi meandri. Il corso dell’Adige, ad esempio, si presentava con queste caratteristiche dalla zona dell’odierna Merano fino circa a Verona. Mentre a quei tempi l’Isarco finiva nell’Adige, un poco più a nord rispetto all’attuale confluenza all’altezza della roccia di Castel Firmiano. Insomma: i letti dei fiumi erano molto più ampi e molto più liberi rispetto ad oggi.
Anche per questo motivo era difficile trovare insediamenti nel fondovalle, in quanto spesso le zone, specie quelle determinate da qualche ansa di fiume, erano paludose, come ad esempio la zona più a sud dell’odierna Bolzano, fino a Laives. In realtà non possiamo escludere in assoluto la presenza dell’uomo in questa zona, in quanto la conformazione del terreno e le alluvioni del tempo ne hanno cancellato le eventuali testimonianze. 
Ma si ritiene che i fondivalle fossero abbastanza selvatici, lasciati al fiume, mentre l’uomo si locava in posti protetti e all’asciutto, su piccoli conoidi, caratterizzati da accumuli di materiali detritici depositati dai corsi d’acqua.
Oggi siamo a conoscenza di insediamenti anche nelle zone di Soprabolzano, San Genesio, sul Virgolo, nella zona sopra San Giacomo, a Castel Firmiano e in tutto l’Oltradige. Si tratta, come vediamo, di zone più in quota e quindi al riparo dal pericolo delle alluvioni.
Su questi siti, ad esempio a Castel Firmiano, ci sono resti anche antichi, addirittura risalenti all’età neolitica e del rame, che sono le età precedenti o contemporanee a Ötzi.
Siamo a conoscenza anche di insediamenti preistorici tra il Burgraviato e Bolzano presenti su entrambi i lati della valle, soprattutto nella zona di Terlano, più soleggiata.
Tra i siti archeologici più importanti in questa panoramica, spicca sicuramente quello di Vadena. Qui nell’ottocento sono iniziati i primi scavi, che hanno portato a far emergere un insediamento legato ad una forte vocazione al commercio. Vadena infatti era un emporio, naturale via di traffico tra Nord e Sud. Anche se l’epoca di nascita dell’insediamento si fa risalire all’età del bronzo (quindi successiva a Ötzi) a Vadena ci sono stati ritrovati anche da età precedenti. 
Ne abbiamo parlato con il dott. Alberto Alberti, laureato in Archeologia, classe 1967, direttore del Gruppo Archeologico di Bolzano.

Alcune immagini degli scavi a Vadena alla fine degli anni ’80

L’INTERVISTA

Come era la Vadena dell’antichità?
Vadena è una delle località archeologiche più importanti della nostra provincia – la possiamo considerare la “Pompei” dell’Alto Adige. Era un importante snodo per il commercio: il sito è nato lungo il corso dell’Adige, che a quel tempo – parliamo dell’età del bronzo, ovvero di 1300 anni avanti Cristo – era una via di traffico essenziale, un po’ come l’autostrada dell’antichità. Come noto, l’Adige era navigabile fino a Bronzolo ed aveva un corso più tortuoso, con meandri che favorivano la navigazione e gli insediamenti – a quel tempo si navigava dal conoide di Vadena fino all’odierna Laives.

A proposito di traffico e commercio: quali erano i collegamenti di Vadena?
Vadena era uno snodo importante tra il Sud e il Nord Europa. Aveva collegamenti con Frattesina (a sud-est dell’attuale centro di Fratta Polesine) in provincia di Rovigo, emporio in cui arrivavano merci dalla Grecia, che venivano poi scambiate con quelle del Nord Europa. Una delle merci di scambio era l’ambra: veniva raccolta sulle spiagge nei Paesi Baltici per essere portata fino in pianura Padana e venduta, come detto, a commercianti greci. A questa resina fossile di attribuivano poteri magici e taumaturgici.

Come avvenivano i collegamenti con la Grecia?
Le imbarcazioni arrivavano nell’Alto Adriatico, fino ai territori dell’odierna Trieste o Venezia, oppure risalivano la penisola dalla Puglia.

Una storia che si perde tra secoli e civiltà… quando è emersa quella di Vadena?
Oltre duecento anni fa: dalla metà dell’800 dei contadini avevano cominciato a utilizzare della terra scura, detta “terra nera”, perché la consideravano buona per i campi e avevano ritrovato dei reperti. In realtà la terra scura indicava la presenza di una necropoli – il terreno era parte della combustione dei cadaveri durante i riti funebri – i corpi venivano bruciati su grandi pire. Fu un religioso, don Pescosta, precettore del conte Thun, che aveva le sue proprietà nei paraggi, a raccogliere gli oggetti e annotare i ritrovamenti, siamo nel 1854-55.

Alberto Alberti

E poi, cosa successe?
Ci sono stati interventi di scavo fino al 1928-1930, quando la soprintendenza con Ghislanzoni ha intrapreso delle campagne di scavo sulle tombe con metodi scientifici. Sono stati rinvenuti reperti come vasi in terracotta utilizzati per contenere le ossa combuste, bruciate nei roghi votivi. Insieme a questi sono stati ritrovati oggetti di uso personale, come spilloni per chiudere le vesti e le fibule, che possiamo considerare gli antenati dei nostri bottoni.
Nel frattempo, i materiali raccolti nell’800 si sono dispersi in mille rivoli. A quel tempo era uso donarli agli istituti scolastici e religiosi, come i francescani a Bolzano, i benedettini di Muri Gries o il Vinzentinum di Bressanone. Ma diversi reperti sono arrivati anche nei musei, come il museo civico di Bolzano, il museo di Trento e il Ferdinandeum di Innsbruck. Poi, per qualche decennio non se ne parlò più, fino alla ripresa delle ricerche negli anni ottanta e novanta da parte dall’ufficio beni archeologici di Bolzano.

Cosa fu trovato?
Venne rintracciato un abitato vicino alla necropoli, con capanne retiche. Io stesso, alla fine degli anni ottanta ho scoperto resti di tombe ancora intatte di epoca più recente, fra cui tumuli di quattro metri di diametro. Nelle tombe abbiamo ritrovato spesso vasetti potori (per il bere, ndr) e interi corredi che accompagnavano il banchetto funebre e venivano seppelliti insieme al morto. Questi resti sono di epoca più tarda rispetto a quelli sopra menzionati, perché risalgono circa al V secolo avanti Cristo.

Cosa provocò il declino di Vadena?
L’epoca d’oro di Vadena durò dal periodo del bronzo più recente, quindi il 1300 avanti Cristo, fino all’epoca romana – dal 7 secolo dopo Cristo non abbiamo trovato più nulla. I romani avevano cominciato a spostare il traffico e i commerci su strada e quindi Vadena, snodo della navigazione su acqua, aveva perso la sua importanza strategica. Dalla conca di Bolzano nascevano le vie romane, che si dipanavano toccando l’odierna Laives e Ora.

Autori: Till Mola e Caterina Longo

Una guida per non perdersi in Rete

La Rete può essere un posto pericoloso; internet è una jungla in cui è facile perdersi, e trovare la via d’uscita è a volte difficile, soprattutto se non si hanno gli strumenti giusti per riuscire a gestire questo strumento. È per tutelare bambini e ai giovani adolescenti da rischi, pericoli e insidie dello “schermo blu”, che il professor Pino Maiolo – fra le altre cose psicanalista e psicoterapeuta dell’età evolutiva – ha ideato e lanciato il progetto “Safe Internet sicuro. Adottiamoci!”, rivolto ai ragazzi ed agli insegnanti delle ultime classi della scuola primaria.

Realizzata in collaborazione con il centro “Il Germoglio” e “La strada / der Weg”, l’idea del professor Pino Maiolo riprende un’iniziativa da lui lanciata qualche anno fa.
Già nel lontano 2007, infatti, Il Germoglio aveva inaugurato un percorso di educazione digitale per le scuole, con l’obiettivo di formare i docenti ed educare i ragazzi sui pericoli della rete e sul corretto uso degli strumenti digitali. La richiesta di creare un progetto più ampio, con il coinvolgimento di tutta la comunità educante, nasce dal fatto che i bambini oggi entrano prematuramente in contatto con la rete attraverso i social e sono ancora più esposti ai pericoli e alle insidie della rete.

Professor Maiolo, che differenza c’è rispetto al progetto nato nel 2007 e che cosa è cambiato nel frattempo?
L’edizione attuale di “Safe Internet sicuro. Adottiamoci!” intende anticipare il progetto alle scuole primarie, perché ci si è resi conto di quanto i bambini già in età prescolare e scolare entrino in possesso dei dispositivi informatici dei propri genitori e abbiano accesso alla rete in maniera facile e immediata. Da qui l’idea di intervenire nelle scuole sin da subito, dunque sin dalla tenera età, e di accompagnare i bambini per tre anni in modo tale da monitorare il loro comportamento nei confronti dei social media.
L’invito “Adottiamoci!” ha lo scopo di chiedere alle scuole primarie di mantenere un contatto per tre anni, per sviluppare tematiche di prevenzione in merito ai pericoli per bambini e adulti.

Chi sono dunque gli attori coinvolti?
È tutta la comunità educante, scuola e famiglia, interessata ad adottare le conoscenze necessarie di autoprotezione per tutelare i minori e per accompagnarli in una crescita responsabile e consapevole con la rete e gli strumenti digitali. Non è dunque un intervento spot di richiamo dell’attenzione su un fenomeno urgente, ma si tratta di avviare un nuovo modo di educare che tenga conto delle nuove tecnologie e strumenti multimediali. Genitori e insegnanti uniti in un’alleanza, lavorano insieme per il benessere dei minori, si sentono coinvolti nel costruire competenze e nuovi saperi in un arco temporale di crescita.

Perché è urgente intervenire con progetti di questo tipo?
Lo strumento digitale modifica la percezione della realtà e i nostri figli si ritrovano ad essere parallelamente fruitori e disturbatori, critici e odiatori, vittime e accusatori in uno spazio virtuale che avvertono e vivono come reale.
Come sappiamo le tecnologie e gli strumenti digitali rappresentano per tutti una grandissima opportunità per l’acquisizione di informazioni e di conoscenze, ma al giorno d’oggi è doveroso tutelarsi anche da rischi, pericoli e insidie.

Qual è la specificità del progetto?
Sta nella sua articolazione durante il triennio, dalla terza alla quinta classe di scuola primaria. In questo arco temporale vengono presentati progetti laboratoriali per i bambini e con i bambini su temi specifici come i comportamenti in rete, il bullismo e il cyberbullismo. Alla fine del percorso i bambini, giunti ormai alla quinta classe, ricevono una sorta di patentino di educazione digitale e sono pronti per diventare loro stessi i formatori per i compagni più piccoli. Il progetto comprende momenti informativi e laboratoriali anche per insegnanti e genitori, che in questa occasione possono ricevere utili consigli sull’educazione digitale, sul riconoscimento di comportamenti disturbati in rete e sui segnali per intercettare fenomeni di bullismo e cyberbullismo.

Quindi è un progetto che coinvolge proprio tutti in maniera attiva…
Sì. “Safe Internet sicuro. Adottiamoci!” è un progetto che coinvolge tutta la comunità educante. Un proverbio africano narra che per far crescere un bambino ci vuole un villaggio, mentre Paulo Freire diceva che nessuno educa nessuno, e che nessuno si educa da solo se non con la mediazione del mondo. Insegnanti, genitori, fratelli e sorelle, vicini di casa, le famiglie: tutti sono chiamati a una responsabilità collettiva nei confronti di noi stessi e dei minori. Dobbiamo conoscere la rete con le sue opportunità e pericoli, ed essere di esempio per i giovani meno esperti.

Come fanno le scuole a prenotarsi e a partecipare al progetto?
Le scuole possono rivolgersi al centro “Il Germoglio”, che avvierà i contatti per spiegare il progetto nel dettaglio al personale docente. Il progetto che si sviluppa nel triennio è gratuito per le scuole e prevede laboratori per ragazzi, conferenze per adulti e genitori, mostre, materiali informativi, ore di formazione.
È un progetto di prevenzione del disagio, delle situazioni di violenza con l’obiettivo di limitare, contenere e contrastare il bullismo inteso come azione di violenza tra pari.

Autrice: Francesca Morrone

La Laives napoleonica e il maso Fuchser

Napoleone non doveva tenere in gran simpatia i Laivesotti. Infatti, quando nel 1810 Bolzano e la Bassa Atesina furono incluse nel Département du Haut-Adige (Departement Oberetsch), Laives, tirolese dal 1259, venne staccata dal capoluogo e aggregata al comune di Bronzolo.
L’unione tra i due paesi durò soltanto fino al 1816 ma lasciò diverse tracce nei documenti ufficiali e sulla stampa. Così il 22 febbraio 1815 “Der Bote von Tirol” annuncia che “l’11 di marzo avrà luogo presso l’albergo “Grosshaus” l’asta del cosiddetto Fuchserhof, ubicato nel comune di Bronzolo”.
Il maso apparteneva allora alla diciannovenne Anna von Menz, figlia ed erede universale del magnate e commerciante bolzanino Anton Melchior von Menz, proprietario anche del Buchner sul Montelargo, deceduto nel 1801 a soli 43 anni. “Si compone – si legge ancora – di una egregia casa di abitazione, corte, torchio, fienile e stalle”. Ne fanno parte anche “un vigneto di 75 Klaster (1 Klaster = 0,5 ettari), un campo di 5 Tagmahd (1 Tagmahd corrispondeva alla superficie che si poteva mietere in un giorno), un bosco di 360 Klaster, una campagna di 239 Klaster, una palude di 8 Klaster” eccetera. “Il prezzo è fissato in 10.000 fiorini da versare in dieci rate annue ogni Lichtmess (2 febbraio) in monete d’oro e d’argento.”
Il “Fuchser”, di proprietà dei Lichtenstein, era un maso storico di Laives. Viene citato per la prima volta nel 1528, quando muore l’affittuario dell’epoca Paul Hoerwarter. Il maso pasa alla vedova e, poi, ai vari figli, tra cui il controverso “Caspar Herwardt detto Fuchser”. Costui, sposato più volte, per un certo periodo rivestì anche la carica di delegato giudiziario di Laives. Si indebitò fino al punto da essere dichiarato insolvente e le sue proprietà vennero rilevate dal curatore dei Lichtenstein, tale Christof Feichtner.
Tra il 1598 e il 1777, quando il maso venne acquistato da von Menz, compaiono nell’elenco degli affittuari e proprietari anche Melchior Zieglauer, il figlio Caspar (che possedeva anche il Teissl e il Burger e ricopriva la carica di responsabile dell’ente che curava gli argini dell’Adige e del Vallarsa nonché i fossi di drenaggio), il figlio di costui Adam, poi l’oste bolzanino Johann Schlechtleitner, morto nel 1695. Dopo alterne vicende, il maso venne ceduto a von Menz e, finalmente, all’asta del 1815, acquistato da tale Johann Plattner.
Nel 1828 compare come proprietario Anton Orsi ma anche costui accumula debiti e il maso viene venduto all’asta per 3550 fiorini il giorno 25 marzo 1840. Gli ultimi proprietari, ma con il maso già diviso in più parti, rispondono a nomi ancora noti a Laives: Alois Lunger, Josef Gerber del Tschuegg e Alois Tomasi. Costui l’aveva acquistato nel 1895 e rivenduto nel 1905 a Clemens Demattio, che a sua volta nel 1910 la cedette a Alois Martinelli. Infine compaiono nell’elenco Johann Koch, Eduard Gianeselli e la famiglia Rizzoli.

Autore: Reinhard Christanell