Festività

Gli ultimi due mesi trascorsi sono quelli caratterizzati dal maggior numero di festività nel corso dell’anno, tra eventi nazionali, globali o prettamente locali. Siamo partiti il 25 aprile anniversario della Liberazione, per poi proseguire il 1 maggio con la Festa dei Lavoratori, il 24 maggio con il “nostro” Lunedì di Pentecoste per poi proseguire il 2 giugno con la Festa della Repubblica Italiana. Il ciclo si è concluso con la Festa del Sacro Cuore, che in questo 2021 è stata caratterizzata – oltre che dai tradizionali fuochi sulle montagne – anche della “celebrazione” dei 60 anni dalla Feuernacht del 1961.
Una riflessione che si può senz’altro fare riguarda il fatto che quasi tutte le festività che abbiamo citato – al di là del significato in quanto pausa lavorativa rappresentata dal giorno festivo (condivisa in realtà da un numero sempre minore di categorie lavorative, ahinoi) – in realtà sono condivise solo in parte dalla totalità della popolazione. Anzi: possiamo dire che la maggior delle festività nelle loro motivazioni originarie e nella loro vicenda storica contengono al contempo un elemento identitario e un elemento divisivo. Basti pensare all’ultima festività citata, naturalmente. Cattolici praticanti e non cattolici, politica di destra e di sinistra, “italiani” e “tedeschi”, i dualismi si sprecano mentre coloro che possono intanto si godono per lo meno il giorno di ferie (riposo) con buona pace degli altri che invece lavorano.
In provincia di Bolzano da qualche anno si è cercato timidamente di promuovere una nuova festività: la Giornata dell’Autonomia che si “celebra” il 5 settembre. La ricorrenza è legata alla firma dell’accordo De Gasperi – Gruber del 1946, ma lunghissima è ancora la strada per rendere questa la “vera” festa dell’anno per tutti gli altoatesini. Basti pensare al fatto che ad Alcide De Gasperi e a Karl Gruber in provincia di Bolzano non è dedicata nessuna piazza, nessuna strada, nessun albero dei saggi. Neppure una panchina con vista sulla nostra bella terra tra i monti, sulla quale poterci sedere a riflettere sul significato originario della parola festività. Dal latino festivatas, ovvero piacevolezza, giovialità, giocondità.

Autore: Luca Sticcotti – Direttore del giornale

La polizza decennale postuma

La polizza decennale postuma è un’assicurazione obbligatoria che ogni costruttore deve stipulare a copertura di eventuali difetti di costruzione di un immobile che possano arrecare danno al compratore. La polizza decennale postuma assume questo nome in quanto copre eventuali problemi costruttivi che emergono nei dieci anni successivi la data di completamente dell’opera. 
La polizza è obbligatoria; il costruttore dell’immobile (che sottoscriverà il trasferimento dell’immobile) è, quindi, tenuto a stipulare questa garanzia con la data dell’ultimazione dei lavori, di durata decennale, e il soggetto privato acquirente dell’immobile come beneficiario.
E’ necessario verificare che la polizza venga costituita all’atto del trasferimento della proprietà, in quanto la sua mancanza non intacca in nessun modo l’atto di compravendita, che rimane quindi valido. E’ inoltre necessario verificare che il massimale previsto copra la ricostruzione totale dell’edificio, in caso di rovina totale.
Ha una doppia funzione di tutela: da una parte offre garanzie al proprietario qualora il costruttore non fosse in grado di ultimare i lavori, dall’altra fornisce ad esso una tutela economica in caso di danni materiali che l’immobile potrebbe subire.
La polizza copre: a) danni a terzi, dovuti a danni da rovina totale o parziale della costruzione; b) danni derivanti da gravi difetti nella costruzione; c) danni causati da vizio del suolo o per difetto della costruzione. 
La polizza decennale postuma è obbligatoria solamente nel caso in cui la compravendita avvenga tra un’impresa e un privato; quindi, non per le compravendite tra privati.
Solitamente la polizza prevede la copertura dei danni che colpiscono l’involucro, quindi la parte esterna dell’immobile, ma è possibile estendere le garanzie anche a elementi, come i rivestimenti interni ed esterni, gli infissi, gli impianti, le pavimentazioni; ossia, tutti quei difetti che renderebbero non agibile l’immobile, qualora si verificasse un danno.

Autore: Avv. Dott. Massimo Mira

Peronospora #2

Era il 1761 quando si scoprì che semi di granaglie, immersi in una soluzione diluita di solfato di rame, erano liberi da funghi. Fu Millardet nel 1885 che portò alla nascita della poltiglia bordolese. Da lì a poco si svilupparono altri composti, tra i quali gli ossicloruri di rame e calcio, quelli tetrameici, le ossichinoline, gli ossiduli, il carbonato e l’idrossido di rame. Oggi come allora, tuttavia, emergono aspetti negativi sull’uso dei composti cuprici, legato soprattutto ai rischi tossicologici per l’uomo e l’ambiente. La concentrazione di rame totale nel suolo pari a 100 – 150 mg/kg è convenzionalmente riconosciuta come la soglia di tossicità di rame per piante e microorganismi del suolo, superata la quale si riduce la diversità batterica inducendo la predominanza di alcune specie da un lato ed evidenti sintomi di tossicità, sia a livello radicale che fogliare, associati a chiari squilibri nutrizionali dall’altro. Provoca parimenti gravi irritazioni alla pelle e agli occhi, mentre è tossico se ingerito, influendo persino sulla fertilità (studio ECHA).

La lotta alla peronospora in pieno campo si basa principalmente sulla sua prevenzione, durante il riposo vegetativo, tramite l’utilizzo di prodotti rameici e a base di zolfo. Nel BalconORTO vi consiglio caldamente di evitare prodotti così nocivi per la salute, che vi porterete poi nel piatto. Contro la peronospora, che, ricordo, si sviluppa in ambiente acido, è consigliato l’uso del bicarbonato di sodio diluito in acqua con l’aggiunta di un po’ di olio d’oliva o, in alternativa della zeolite.  Evitiamo terricci troppo argillosi, nel pomodoro rimuoviamo le femminelle e in generale teniamo ben areate le piante, recidendo i rametti troppo aggrovigliati. 

Il D.M. n. 33 del 22 gennaio 2018, entrato poi in vigore dal 2 maggio 2020 recita: “tutti i prodotti non classificati come prodotti da utilizzare esclusivamente per la difesa fitosanitaria di piante ornamentali (Pfn-PO) o prodotti per la difesa fitosanitaria di piante edibili (PFnPE) saranno a disposizione esclusivamente di utenti in possesso del certificato di abilitazione all’acquisto e all’utilizzo dei prodotti fitosanitari”. Tradotto in soldoni:  si introduce il patentino quale certificato di abilitazione all’acquisto e all’utilizzo di prodotti fitosanitari e si pongono forti limiti al loro impiego per tutti gli usi non professionali; difatti, dei 365 prodotti presenti sul mercato, solo 7 saranno acquistabili da hobbisti e appassionati del verde sprovvisti del patentino. 

Autore: Donatello Vallotta

Giornata del rifugiato: “Insieme possiamo fare la differenza”

Questa ricorrenza torna ogni 20 giugno a ricordarci che sono troppe le persone al mondo costrette ad abbandonare la propria terra alla ricerca di sicurezza e dignità. Secondo i dati dell’ONU attualmente 80 milioni di donne e uomini vivono come profughi in una terra che non è la loro.

La Costituzione italiana (art. 10) riconosce esplicitamente il diritto d’asilo. “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. Le leggi che si sono succedute hanno a volte allargato a volte ristretto questo diritto alla vita.
Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951 rifugiato è “colui che, (…) temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese, di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese: oppure che, non avendo la cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.
Le persecuzioni non sono l’unico motivo per cui le persone sono costrette a fuggire. Ci sono innumerevoli guerre che impediscono a intere popolazioni di vivere in sicurezza. Ci sono i cambiamenti climatici che rendono aridi interi territori. C’è lo sfruttamento indiscriminato delle terre e delle risorse. C’è infine la fame – prodotta da una politica e da un’economia inique – che, benché non sia citata in modo esplicito nella Costituzione o nella Convenzione, è la causa principale di migrazione forzata.
Per la Giornata del Rifugiato le Nazioni Unite chiedono la piena inclusione dei nuovi cittadini “in ogni ambito della società, dal lavoro allo studio e alla salute”. “Durante la pandemia di Covid-19 abbiamo compreso che solo se ognuno fa la propria parte possiamo creare un mondo più sicuro per tutti”. Il motto per il 2021: “Insieme possiamo fare la differenza. Together we can do anything”.

Autore: Paolo Bill Valente

Sant’Antonio, l’antica cittadella sacra di Laives

Correva l’anno 180 d.C. Le interminabili guerre tra l’impero e i sediziosi Marcomanni condizionavano pesantemente la vita della popolazione – anche nella piccola terra tra i monti. Il 17 marzo morì a Vindibona (Vienna) il leggendario imperatore Marco Aurelio, lasciando il trono al figlio diciannovenne Commodo. Laives, già fiero villaggio retico ai piedi del soleggiato Montelargo, fa parte con tutta la valle dell’Adige fino a Statio Maiensis (Merano) della Regio X Venetia et Histria. Nei giorni del solstizio invernale, nei pressi del tempio di Saturno si radunano i possidenti della zona con i loro schiavi (che godevano di particolari privilegi durante le festività) per festeggiare i Saturnali che ogni anno si svolgevano tra il 17 e il 23 dicembre. Grandi carri trasportano le botti di vino retico, su tavoli di legno sistemati davanti al piccolo tempio vengono offerti cibi e frutti di ogni genere. Dopo le cerimonie sacre officiate dalle sacerdotesse in onore della divinità e dell’anima dei defunti, la festa durava ininterrottamente per una settimana.

Questa scena di 2000 anni fa probabilmente si è svolta nel piazzale davanti all’odierna chiesa, dove si trovava il tempio di una divinità venerata in tutto il territorium tridentinum, Sarturno. Ci troviamo dunque nell’area sacra, nella cittadella, il cui nome antico ci è ignoto. In epoca medievale questo luogo venne denominato St. Anton / Sant’Antonio (Abate), un toponimo oggi completamente dimenticato. Solo la vecchia chiesa parrocchiale porta ancora il suo nome insieme a quello di S. Nicola. I nomi di santi, a differenza di quelli “laici” di derivazione popolare, erano sempre imposti dalle istituzioni per sostituire precedenti denominazioni “pagane”. Perciò possiamo pensare che proprio al posto dell’attuale chiesa si trovasse un tempio pagano. Nel commendarius trentino si legge: “in villa Leifers quidam capella in honorem sanct antoni confessoris antiquitis constructa“. (Nel paese di Laives fu costruita in tempi antichi una cappella in onore di Sant’Antonio). Con antiquitis ci si riferisce probabilmente ai tempi carolingi o poco prima, nei quali il Cristianesimo si impose definitivamente da queste parti.

Ma perché proprio Sant’Antonio? Chi era costui? Dalle storie di Atanasio (Vita Antonii) apprendiamo che nacque in Egitto nel 251 e qui trascorse tutta la vita nel deserto; morì a 105 anni nel 356. Era, tra l’altro, il protettore degli allevatori e degli animali domestici, e perciò veniva anche chiamato Sant’Antonio dei porcelli. Antonio aveva quindi il delicato “compito” di far dimenticare una divinità precedente molto amata. Attorno all’anno 1000 le reliquie del santo furono portate a La-Motte-au-Boi e in tutta Europa si diffuse rapidamente il suo culto. 

Autore: Reinhard Christanell

La città della Belle Epoque si riflette nel ponte della Posta

Otto ponti attraversano il Passirio, nella città di Merano. Fra queste otto strutture a più campate che attraversano l’antico borgo meranese, oltre al cosiddetto “ponte romano”, una delle più suggestive ed affascinanti è senza dubbio il ponte della Posta. 
Venne costruito fra il 1890 ed il 1909, per opera e per commissione dei commercianti del borgo di Santo Spirito, per collegare l’ abitato al resto della città. Esso volle per bellezza e fascino superare tutti gli altri ponti presenti o in costruzione a Merano: siamo nell’epoca della Belle Époque, la città è avviata al turismo internazionale e riesce a far concorrenza alle più grandi capitali europee.
Il Ponte della Posta doveva racchiudere tutto lo spirito di quel periodo aureo. Come la Torre Eiffel diventerà un simbolo per Parigi, così questa struttura, insieme a tante altre, doveva assurgere a simbolo della città. 
Il ponte, oltre ad essere un piccolo capolavoro dell’ingegneria moderna, unisce elementi strutturali con elementi decorativi in una sorprendente armonia. 
Supera il Passirio poggiandosi su basamenti strutturali in pietra a carena di nave, gli archi ribassati sulle quali poggia tutta la struttura portante, gli intradossi e gli estradossi sono interamente decorati, con motivi geometrici a reticolo evidenziati dal colore in oro sulle superfici incavate. Alle ringhiere in ferro battuto con motivi floreali tipici del periodo Jugendstil – anch’essi tinti in oro – si alternano balaustre classiche in pietra, ispirate al seicento e all’arte barocca. In corrispondenza delle diverse campate si avviluppano e sporgono verso l’esterno elementi decorativi in ferro battuto, che esprimono la singolarità di questo ponte. 
Il motivo decorativo è rappresentato da nastri in ferro intrecciati, rivestiti in oro, alla cui base terminale sono posti ricchi tralci di foglie e di uva a grappoli, che dovevano fornire l’auspicio di un augurio, nel dare il benvenuto in città. Sui quattro pilastri angolari su basamenti in pietra vengono poste delle tessere mosaicate, quattro figure simboliche con grande risalto della decorazione in oro: in essi vengono rappresentate al contempo l’Aquila asburgica con la doppia configurazione (che guarda ad Oriente ed Occidente), l’ Aquila Tirolese e lo stemma della città meranese. 
Sembra quasi di vedere, ancora adesso, ufficiali austroungarici in alta uniforme insieme alle loro consorti con l’ombrellino parasole e le ricche gonne in crinoline, attraversare il ponte della Posta. Il ponte di un epoca perduta per sempre.

Autore: Flavio Schimenti

La città respira con l’arte

Con Anna Bernard di OutBox facciamo il punto sul progetto Breathe! che ha fatto sbarcare l’arte urbana in Alto Adige. Con lei delineiamo la dimensione “comunitaria”, elemento fondante di questo tipo di espressione che durante la pandemia ha svolto un importante ruolo di “valvola di sfogo”.

Quella dell’arte urbana è un’esperienza ancora giovane, nuova in provincia di Bolzano, ma che sta prendendo sempre più piede, facendo parlare molto di sé soprattutto dopo le prime opere realizzate a Bolzano, Merano e Laives. 
Giusto lo scorso 14 giugno l’artista Egeon ha presentato l’ultimo step del progetto Breathe!, un’opera realizzata a Laives e intitolata “Punto di fuga”. Nello scorso mese di maggio era toccato a “Sera”, realizzato a Merano dalla giovane artista catalana Elisa Capdevila, mentre in aprile era stato il sardo Tellas ad intervenire sulla parete cieca di un edificio in via Brennero a Bolzano. 

L’INTERVISTA

Anna Bernard, com’è nato il progetto Breathe! ?
L’idea ha cominciato a girare a fine 2018. E la scintilla che ha fatto partire il tutto è stato il murale di Egeon in via Roen a Bolzano, che ho curato personalmente come operatrice culturale. In origine è stata una sfida per me: ero tornata da poco dall’estero e volevo portare questo tipo di arte in Alto Adige. Si trattava di un territorio completamente inesplorato, graffitismo a parte.

I graffiti sono in realtà un’altra cosa…
L’origine è comune, ma in realtà l’arte urbana si sta evolvendo davvero in un’altra direzione rispetto ad esperienze come quella di MurArte a Bolzano. 

Insomma: il murale “Ricorda la bellezza” di Egeon in via Roen a Bolzano in sostanza è stata una porta che si apriva su un’esperienza nuova. 
Sì. E il tutto è nato proprio dall’incontro con lui, che da anni voleva realizzare un’opera di grandi dimensioni. Per questi artisti è molto difficile fare “palestra” e lo è in particolare per le donne, perché spesso possono individuare le loro superfici solo in contesti non del tutto legali. Egeon in particolare nel suo studio aveva una parete su cui faceva i suoi esperimenti, ma naturalmente è un’altra cosa avere a disposizione la grande facciata di un palazzo in città. In via Roen è stato molto difficile riuscire a partire, ma poi la cosa ha suscitato un grandissimo interesse a livello comunitario. 

L’arte urbana viene definita “arte pubblica”. Cosa significa? 
In realtà si tratta della sua natura principale. Nasce tra le persone e attraverso una performance in cui anche la comunità diventa attrice, lo abbiamo visto recentemente anche a Merano e Laives. Le persone commentano durante la realizzazione e noi cerchiamo di essere presenti per instaurare un dialogo. Per noi è molto importante sapere cosa ne pensano le persone. Di per sé si tratta di un esperimento sociale, in tutto e per tutto. è molto affascinante: l’opera resta visibile a tutti e anche negli anni, anche se non durerà per sempre. Con gli anni infatti gli agenti atmosferici la deterioreranno, così come succede con ogni facciata dipinta dei palazzi. 

Nelle opere vengono previsti riferimenti alle realtà socio culturali in cui vengono realizzate?
Non è detto, ma può anche essere. In ogni caso l’arte non ha il ruolo di “dare” alla comunità quello che si aspetta. L’arte urbana non ha nulla a che vedere con la pubblicità, ne abbiamo già tantissima, siamo bombardati. L’arte deve andare oltre, altrimenti non sarebbe arte. Non sto parlando di massimi sistemi, anzi. Ma noi vogliamo che il messaggio lanciato dall’artista arrivi in modo chiaro e anche a chi non ha uno specifico background culturale. 

Parliamo della vostra organizzazione. OutBox è un nome profetico. “Fuori dalla scatola” aveva senso già prima, figuriamoci ora, dopo più di un anno di pandemia…
E’ una finestra che si apre, il messaggio è quello dell’arte che vuole arrivare alle persone e non il contrario. Di solito diciamo alle persone di andare alla mostra, a teatro, al cinema. In questo caso invece siamo noi che andiamo da loro. 

La realizzazione delle opere è preceduta da una mappatura sul territorio e poi con i residenti voi impostate un vero e proprio percorso. Come funziona tutto ciò?
Ogni situazione è diversa. A Merano ci siamo rapportati addirittura con un quartiere e con i suoi rappresentanti, ed abbiamo coinvolto anche i giovani del posto. Anche nel caso di Via Brennero a Bolzano abbiamo coinvolto le realtà giovanili interessate alla natura, all’arte urbana o più in generale alle “azioni pubbliche”. Con i giovani abbiamo anche parlato della street art e del suo rapporto tra legalità e illegalità. 

L’opera “Sera”, realizzata da Elisa Capdevila a Merano

In Via Brennero a Bolzano siete intervenuti in una zona del centro storico. è stato più complicato?
Ci abbiamo lavorato per ben due anni e abbiamo dovuto partecipare a diverse riunioni condominiali. Una delle cose più complicate è far capire alle persone che pur venendo realizzata su una parete  privata, poi l’opera ha una funzione pubblica e diventa una sorta di regalo che viene consegnato alla comunità. Un altro aspetto complesso riguarda la questione che l’opera deve ricevere sì il via definitivo da parte del condominio (che in ogni caso non possono imporre un loro soggetto), ma davvero non ha alcun senso pensare che l’opera debba per forza piacere a tutti. 

L’opera “Mimesi”, realizzata da Tellas in Via Brennero a Bolzano

Questi interventi artistici nella realtà urbana non per forza servono per abbellire, ma piuttosto ad intervenire sui cosiddetti “non luoghi” della città.
L’arte urbana non ha lo scopo di rendere bello un luogo, ma piuttosto di incontrarlo, quasi come fosse una tela per un pittore. Il tessuto urbano ha il suo fascino ed è bello di per sé, spesso anche quello più scarno e degradato. Il linguaggio dell’estetica va ben oltre il solo concetto di “abbellire”.
Non c’è nemmeno la necessità di creare una nuova identità per il luogo interessato. Si tratta piuttosto di portare lì l’attenzione. E va anche detto che l’arte urbana non ha il magico potere di sistemare i problemi, riqualificando. L’arte non ha questo ruolo e di questo c’è consapevolezza in Alto Adige, non ci è mai stato chiesto di fare ciò. 

Il progetto Breath!, come abbiamo detto, è nato in un periodo pandemico. Cos’ha voluto dire?
E’ stata una vera e propria valvola di sfogo: questa forma d’arte era una delle poche che potevano essere praticate con una certa facilità. C’era senz’altro l’idea di lasciare anche un segno di quanto è successo per gli anni a venire, però senza essere troppo didascalici. Siamo stufi di vedere mascherine nelle opere ed io personalmente questa cosa la trovo stucchevole. Volevamo creare comunque qualcosa di positivo, d’altronde Breathe! contiene una chiara sollecitazione per tornare a respirare. Come dire: “respira, cammina per le strade e guarda in alto”. In questo senso abbiamo ricevuto fin dall’inizio un grande sostegno da parte dell’Ufficio Politiche Giovanili della Provincia. 

Come vengono selezionati gli artisti?
Il lavoro in questo senso è molto simile a quello che viene fatto da una direzione artistica e da una curatela. Conosco molti altri curatori e ho girato, partecipando anche a dei festival che si occupano di queste cose. Ci sono anche gallerie che seguono proprio l’arte urbana e molti libri in merito. E da qui vengono le idee che portano a stabilire i contatti con gli artisti. 

Nel manifesto del progetto si parla di “promozione della ricerca artistica, delle professionalità artistiche e anche del know how di produzione, progettazione e manutenzione delle opere”. 
L’arte urbana economicamente è abbastanza accessibile, ma con Outbox vogliamo anche far capire che dietro c’è un impegno importante. Se si vuole fare un buon lavoro bisogna organizzare le cose per bene e sostenere gli artisti anche nel lavoro di ricerca e preparazione che precede l’opera. Noi siamo il tramite tra la parete, i privati, la comunità, le istituzioni pubbliche e l’arte stessa. Una bellissima scommessa. 

Foto servizio: Tiberio Sorvillo curated by OUTBOX

Autore: Luca Sticcotti

To mask or not to mask?

È un dilemma, in questo tempo di pandemia, che si pongono molti. Ma vi è chi non se lo pone, per il quale la maschera pare parte di sé. È il caso, per esempio, del duce. Come, il duce? Il duce con la maschera? Come è possibile? Come e dove? In piazza Tribunale, sul fronte del Palazzo degli Uffici Finanziari (ex Casa Littoria, costruita dal 1939 al 1942, Ventesimo dell’Era Fascista), progettato dagli architetti Guido Pellizzari, Luis Plattner e Francesco Rossi, si trova il monumentale bassorilievo (lungo 36 metri, alto 5,5 metri, costituito da 57 pannelli), opera dello scultore espressionista, originario di Chiusa, Hans Piffrader, (1888-1950). Intento del bassorilievo, con al centro il duce a cavallo che romanamente saluta, era celebrare la conquista dell’Impero. Nel 2017 vi è stata, nell’ambito dell’intervento di storicizzazione e depotenziamento, (su progetto artistico di Arnold Holzknecht e Michele Bernardi e con la supervisione di una commissione storica) l’apposizione di una scritta illuminata recante una citazione, in tre lingue (italiano, tedesco, ladino), della politologa, filosofa e storica tedesca, Hannah Arendt (1906-1975): “Nessuno ha il diritto di obbedire”. Nella stessa piazza si trovano anche delle tavole esplicative in quattro lingue, con testi che spiegano la storia dell’edificio, dell’opera di Piffrader, del contesto urbanistico più complessivo, nonché della citazione di Hannah Arendt. Il tutto è una riproduzione in piccolo dei pannelli costituenti l’opera di Piffrader.
Ma c’è un particolare. Mentre nel bassorilievo gigante si vede imponente il viso del duce a cavallo nel gesto del saluto romano, nella tavola esplicativa (n. 1) il viso è mascherato, con l’immagine di una sorta di artropodo. Che sia per il distanziamento da chi vuole informarsi sui vari aspetti dell’ex Casa del Fascio? Rimane il quesito se era doveroso o no apportare tale modifica.
To mask or not to mask?
Ai lettori l’ardua sentenza.

Autore: Leone Sticcotti

Bolzanini collezionabili

Ci sono anche alcuni vinili “locali” tra i pezzi più ricercati da coloro che per passione amano conservare le testimonianze degli scorsi decenni, per quanto riguarda la scena musicale altoatesina. Tra le rarità si trovano alcuni artisti “importanti”, ma non solo. 

A chi non frequenta il mercato dell’usato e i siti dei dischi da collezione, forse tutto questo sembrerà assurdo, ma chi magari si occupa di altro genere di collezioni avrà di certo meno difficoltà a comprendere che sul mercato dei dischi usati, e ci riferiamo in modo particolare a quello dei dischi in vinile, i 33 giri e i 45 giri, ci sono esemplari che raggiungono prezzi impensabili, come i francobolli, come i giocattoli, certi oggetti d’antiquariato, i vecchi libri.
Quello che potrà stupirvi è però scoprire che tra i pezzi da collezione ci sono anche determinati dischi registrati da musicisti bolzanini, artisti di casa nostra, persone che magari conosciamo anche di persona e mai sospetteremmo che abbiano mai registrato un disco, o, se lo sappiamo, che quel disco sia addirittura un pezzo da collezione.
Va detto, a onor del vero, che non è scontato che per forza un certo disco debba valere il prezzo a cui lo vediamo magari in vendita su qualche sito web o su una bancarella al mercatino delle pulci, il prezzo reale è piuttosto quello che ciascun collezionista è disposto a sborsare per quel disco, come accade con ogni oggetto da collezione.
Va da sé poi, che la rarità e la ricercatezza di un determinato vinile sono stabilite anche dalla quantità di copie stampate e non dalla fama del gruppo o artista: per fare un esempio, una copia dei vinili incisi dagli Skanners negli anni ottanta si trova abbastanza facilmente, senza spendere troppo, in quanto questi dischi sono stati incisi per un’etichetta importante, hanno avuto un certo seguito e quindi se ne sono vendute parecchie copie, che di conseguenza sono tutt’ora in circolazione.


Per una copia del primo vinile dei loro colleghi metallari della Bassa Atesina invece, i Feline Melinda, essendosi trattato di una produzione meno diffusa, in un’asta di ebay del 2014 sono stati battuti ben 39 euro.
Facendo un salto sulle produzioni degli anni sessanta, che dire dei 401 euro pagati da qualcuno nell’ottobre del 2011 per il singolo del Barracuda Quartet (o Barracuda che dir si voglia) inciso nel 1966? Inutile dire che il pezzo è talmente raro che non si hanno notizie di altre copie in vendita né su ebay né su siti analoghi. Sono 77 invece gli euro spesi per una copia del mitico “Gli angeli ci guardano” dei Dedy CEMM, questo nel 2010, oggi però per una copia con copertina originale si spende molto meno, per una senza copertina poco più di 7 euro. Rimanendo sempre negli anni sessanta, il singolo degli Yellow Stones è stato aggiudicato ad un’asta del 2014 per 149 euro, poco meno (101 €) il costo di un singolo del medesimo gruppo condiviso con i non meglio identificati The Men Movies.
45 gli euro richiesti per il vinile di Ricky Gobbo (quando si faceva chiamare Ricky Strehler) e 37 quelli battuti nel 2017 per il vinile promo del primo album dei Mad Puppet, ma sul fronte del prog rock, sicuramente la palma va al “Südtirol Rock Scene” del 1978 che appaiava La Statale 17 agli Emphasis: il disco è stato venduto per 290 euro nel 2019, ma se voleste trovarne uno ora potrete scordarvi una spesa così abbordabile (per il vinile s’intende) perché il prezzo si aggira intorno ai 350 euro.
Tra le varie produzioni del meranese Mike Fajria, la più ambita sul mercato del disco da collezione è il singolo “Mono/Tone”, attribuito alla formazione Free Fantasy: del disco sono in vendita due copie, una a 150 ed una a 100 euro; quotazione inferiore, ma assolutamente di tutto rispetto per “Proposta”, il 33 giri della cantante bolzanina Manuela Fogli, registrato negli anni ottanta presso lo studio di Loredano Andreasi, il cui prezzo gira attestato sui 70 euro.


Tra le teste di serie, concludiamo con  “Uno Zingaro Di Atlante Con Un Fiore A New York” dei N.A.D.M.A. (Natural Arkestra De Maia Alta), gruppo prog del meranese Marco Cristofolinipubblicato dalla RCA: chi lo volesse in vinile dovrà spendere quasi 200 cocuzze, solo 40 per il CD!
A questo punto ci permettiamo di consigliarvi, qualora un amico o vicino di casa vi facesse omaggio del suo disco, di pensarci bene prima di sbarazzarvene… non si sa mai!

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Andriano, un paese ai piedi del Macaion

Il Monte Macaion (1866 m), spartiacque tra Trentino e Alto Adige, è la parte terminale della dorsale della Mendola. L’imponente roccia (o macchia bianca: forse proprio da qui il suo misterioso nome diffuso in Val di Non mentre in tedesco si chiama Gantkofel, dove Gant indica un dirupo pietroso) cade a strapiombo per 1500 metri sul paese di Andriano. 
Quando arriviamo, il sole compare e scompare dietro le nuvole e solo a sprazzi risalta il candore della parete dalla singolare forma a panettone. Una grande croce è sistemata non sulla vetta ma nel luogo più visibile dal centro del paese. È tradizione accendere quassù i fuochi in occasione della festa del Sacro Cuore di Gesù. 
In quest’epoca di pandemia, i paesi che vistiamo sembrano generalmente spopolati. Chi si aggira per le strade desta sospetto ed è difficile essere accolti con un sorriso. Strade, piazze ed edifici sembrano accomunati dalla stessa impassibilità, dal medesimo desiderio di distacco verso un mondo irriconoscibile. Più che vuoti, sembrano inutili: quasi appartenessero ad un tempo che non ritornerà più.
Lo sguardo è continuamente attratto dal gigantesco monte che a tratti sembra volersi chiudere come un coperchio sul piccolo abitato. A destra e sinistra della piazza si dipartono le vie pedemontane verso Nalles e Appiano, alle nostre spalle si intravede il caratteristico campanile a punta della chiesa di Terlano. 
In cima al conoide alluvionale creato dalle acque dell’impetuoso Rio Gaido, dal verde del bosco sbuca come un grande nido il castello medievale di Wolfsthurn. Dietro le sue mura nel corso dei secoli hanno dimorato tutti i signori del luogo. Oggi l’edificio ospita una struttura ricettiva.

La chiesa di San Valentino


Ben più in alto, quasi invisibile su uno spuntone di roccia che cade a precipizio nella tremenda valle dell’Inferno, spicca il leggendario e apparentemente inaccessibile castello di Festenstein (o Castelforte) del XIII secolo. Qui, secondo la leggenda, dimoravano i Raubritter, cavalieri che nottetempo scendevano a valle per depredare e uccidere gli ignari passanti. In realtà la costruzione è appartenuta ai potenti Conti di Appiano e successivamente fu acquisita, tra gli altri, da Giovanni da Villandro e Paolo di Liechtenstein.
Torniamo in piazza e ci dirigiamo verso la chiesa parrocchiale dedicata a San Valentino, costruita probabilmente nel XIII secolo e poi ristrutturata e ampliata in varie occasioni. Da qui si gode di una bella vista sulla valle dell’Adige verso Bolzano e Merano.
Andriano è uno dei paesi più piccoli dell’Alto Adige. Insieme a Terlano, che visiteremmo la prossima volta, pur trovandosi geograficamente nel Burgraviato, fa parte della comunità comprensoriale Bassa Atesina-Oltradige. È un borgo abitato fin dal tempo dei romani. Anche il suo nome, che per la prima volta compare nel XII secolo come Andrian in un documento conservato presso l’archivio del convento di Gries, riporta ad un antico praedium Andrianum ovvero fondo di Adriano. Notoriamente era consuetudine assegnare fondi agricoli ai militari romani in congedo (soprattutto di origini retiche) e di questi “poderi”, per lo più adibiti alla viticoltura, in zona ne troviamo parecchi. Gli scavi archeologi hanno riportato alla luce numerose testimonianze della secolare presenza romana tra cui sepolture, monete e attrezzi da lavoro riferibili al mondo agricolo. 
Dal medioevo in poi Andriano deve la sua importanza principalmente al vicino Adige; infatti proprio qui un tempo si trovava un traghetto per attraversare il fiume. E sempre ad Andriano potevano essere messe in acqua le prime zattere per il trasporto di merci e persone verso sud. 
Oggi il paese con i suoi 1000 abitanti è circondato da frutteti e vigneti. Le case sono per lo più unifamiliari e offrono una qualità di vita di prim’ordine. Nel 1928, pur vantando un’autonomia di antica data, il comune venne aggregato alla vicina Nalles, comune dal quale si staccò definitivamente solo nel 1953.

In foto principale: Vista sul castello Festenstein
Foto servizio: David Kruk

Autore: Reinhard Christanell