Mariangela, una vita dedicata al prossimo

Dopo 41 anni alla presidenza dell’Associazione assistenza tumori della Bassa Atesina, con sede a Egna, la fondatrice Mariangela Berlanda Poles rassegna le dimissioni, ma rassicura “la mia porta sarà sempre aperta.” Si tratta di una donna e figura importante per il territorio, che è riuscita farsi voler bene facendo del bene. Mariangela si racconta con tranquillità e vede nei giovani il futuro dell’Associazione. 

La sua è una lunga storia all’interno dell’Associazione; una storia che però ora giunge al termine. 
Sì. Lascio il posto ai giovani, perché spero che ci siano delle persone che vogliano entrare all’interno dell’Associazione e magari pensare di candidarsi alla presidenza. 
Però me ne andrò in febbraio, quando ci saranno le nuove votazioni, fino ad allora sono ancora presidente.

Con che umore lascia la presidenza?
Guardi, sinceramente non lo so. Sono tranquilla, spero di aver di aver fatto il mio dovere. 

Lascia la presidenza, ma non le persone. 
Senz’altro, la mia porta per i pazienti è sempre aperta. È aperta anche per chiunque avesse bisogno di un consiglio. Ma ho una certa età, consigli io ne posso dare pochi, perché ormai sono altri i modi di portare avanti un’associazione. Sono più che sicura che i nuovi collaboratori svolgeranno questo compito nel migliore dei modi. 

Ha un ricordo particolare, di tutti questi anni?
Io le cose le faccio e poi le dimentico, perché le faccio talmente volentieri e con la sicurezza di fare una cosa buona che dopo mi dimentico, ecco.

Ci sono già dei probabili candidati alla presidenza?
Che io sappia no, non ho ancora sentito nomi. Ma senz’altro ci saranno delle persone anche più in gamba di me, perché quando ho cominciato io era tutto più facile. Chi arriverà adesso avrà delle difficoltà perché è cambiato tutto il modo di fare. Però sono sicura che saranno tutte persone intelligenti e giovani, quelle che da adesso si prenderanno queste responsabilità, e le porteranno avanti anche meglio di me. Di una cosa sono più che certa: coloro che si prendono la responsabilità di entrare in un’associazione come la nostra hanno la possibilità di dimostrare la loro disponibilità verso il prossimo, e quindi non possono essere persone cattive.

Cosa ha lasciato a quest’associazione?
Devo essere sincera? Tutta me stessa. Ho cercato di dare il massimo. Naturalmente sempre con la complicità di tutti i miei collaboratori, perché da sola non avrei fatto niente. Siamo sempre andati tutti d’accordo e credo stia tutto lì: quando si ha una buona collaborazione va tutto bene. 

Cosa pensa di fare, dopo? 
Niente. Sono contenta di amare i miei figli, e ho la fortuna di averli tutti e cinque attorno, e di fare quello che riesco a fare. A 86 anni penso che si possa dare poco, però quel poco che do, cerco di darlo con amore.

Rimpiange qualcosa?
Io? No. Non rimpiango niente, perché quello che ho dato e ho fatto – anzi, quello che abbiamo fatto, con i miei collaboratori, lo abbiamo fatto assieme e veramente dal profondo del nostro cuore, convinti di fare la cosa giusta.

Autrice: Ana Andros, COOLtour

Un benvenuto alle panchine arancioni

I comuni di Bronzolo e Vadena hanno aderito nel 2020 al progetto Sente-mente, diventando così Comuni amici delle persone che con-vivono con demenza. Simbolo del progetto sono delle panchine arancioni, che ora sono state finalmente inaugurate.

Ultimati i lavori di verniciatura, si è svolto il giorno 11 giugno, nell’area antistante la GRUFRUT a Bronzolo, il momento inaugurale delle Sente-mente panchine, che hanno l’onore di essere le prime panchine arancioni dedicate alla demenza su tutto il territorio nazionale. Un nutrito gruppo di cittadini ha preso parte all’evento e con curiosità si sono accostati a questo “nuovo spazio” messo a disposizione dal Comune di Bronzolo affinché diventi un punto di ritrovo per momenti dedicati al tema della demenza. Uno spazio verde, tre panchine, e al centro un salice piangente che crescendo farà dono della sua ombra ai passanti che sentiranno il bisogno di ristoro. Per l’occasione anche una delle tre panchine arancioni del Comune di Vadena, è stata posizionata accanto, mentre le altre due che non sono trasportabili, erano comunque presenti attraverso una loro immagine, in modo che a tutte sei venisse dato il benvenuto da parte della cittadinanza. Le panchine di Vadena le potrete incontrare passeggiando a partire dalla alla caserma dei Vigili del Fuoco, sul rettilineo in direzione Mover e una nella zona Mover.
Il rito inaugurale è stato introdotto dal suono festoso di alcuni componenti della Musikkappelle al quale è seguito il saluto da parte della Sindaca Giorgia Mongillo per il Comune di Bronzolo e dell’assessora alla famiglia del Comune di Vadena, Anna Busetti. A seguire sono intervenuti per la Comunità Oltradige Bassa Atesina il Presidente Hansjorg Zelger e il Direttore dei Servizi Sociali Bernhard Von Wohlgemuth  che hanno dimostrato il loro interesse e apprezzamento per il progetto. La responsabile del Distretto Sociale, Annalisa Frasca, ha messo in risalto l’importanza del progetto Sente-mente, quale strumento concreto per gettare semi di speranza che sappiano far crescere un nuovo modo di intendere la demenza e abbattere il muro dello stigma e del pregiudizio che avvolge la malattia e le persone che con essa convivono. Il parroco Walter Visintainer, ha avuto parole di gratitudine per coloro che si impegnano attivamente a stare accanto alle famiglie e ha celebrato il rito di benedizione indirizzandolo alle persone, affinchè trovino sostegno e conforto nella loro esperienza di malattia.
È stato poi presentato il senso dei messaggi di cui le panchine rendono testimonianza, “La mente si ammala di Alzheimer il cuore no – Guardami sono ancora io – Il mio sentire è presente, qui, ora – è il modo in cui pensi a me che deve cambiare – Voglio ancora essere felice -Voglio un mondo libero dal tuo pregiudizio”. Ogni “messaggio in panchina” è un invito a ciascun componente della comunità a diventare protagonista di un cambiamento culturale che veda la trasformazione del modo in cui si guarda alla persona che vive con demenza. Ogni panchina ci  invita a scegliere dove accompagnare il nostro sguardo e quindi la nostra attenzione, verso la malattia o verso la persona e le sue possibilità?


Questa scelta farà una differenza sostanziale rispetto al nostro comportamento. Nel primo caso saremo portati a pensare che non c’è più niente da fare, che tutto è inutile, e quel senso di impotenza trasparirà in ogni nostro gesto, in ogni parola. Nel secondo caso invece, continuando a mantenere l’attenzione alla persona, scopriremo che la vita continua a pulsare oltre la diagnosi di demenza, che è possibile continuare a mantenere viva la relazione  imparando ad abitare nei territori del suo mondo interiore. Colorare i momenti che si trascorrono insieme con la semplicità della gentilezza, di un sorriso, di un gesto accogliente, può fare la differenza per il benessere sia della persona con demenza sia di chi si prende cura di lei. 
Dopo la diagnosi c’è ancora molta vita da gustare insieme, molte cose da sperimentare, magari con modalità diverse, ma comunque capaci di creare momenti di gioia per tutti.
In conclusione la vice-sindaca di Bronzolo Margot Pizzini, ha donato ai rappresentanti del gruppo giovani Flowers, un attestato di gratitudine per il lavoro svolto nella creazione delle panchine.
Il momento è stato ricco di emozioni intense ed è stata l’occasione per continuare a diffondere idee di speranza a beneficio di tutti coloro che vivono direttamente o indirettamente con la realtà della demenza, ma anche di tutta la cittadinanza che, attraverso la forza dei valori portati avanti dal progetto, ha l’opportunità di crescere e vivere concretamente il rispetto e la dignità, aldilà di ogni fragilità.
L’invito a tutti è di utilizzare le panchine e nel breve tempo di un riposo, concedere a se stessi di lasciarsi toccare e accarezzare dai messaggi di umanità che le panchine trasmettono.

Autrice: Roberta Lenzi Sente-mente Felicitatrice

“Ecco la Laives che vorrei”

“La Laives che vorrei” è il nome del progetto vincitore del bando Generazioni 2021 sul territorio della Bassa Atesina. Promosso e ideato dall’associazione culturale “Lasecondaluna”, vedrà protagonisti i giovanissimi abitanti della città, che diventeranno progettisti del futuro della loro Laives. 

Tra i vincitori del bando Generazioni 2021 a tema “Aspirazioni & Ispirazioni” non poteva mancare il progetto “La Laives che vorrei”. Al centro del laboratorio proposto dall’associazione culturale laivesotta ci saranno i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 14 anni dell’istituto F. Filzi, che potranno ideare ed elaborare la loro città ideale. Il progetto, articolato in cinque incontri, partirà a settembre e sarà seguito dall’architetto Marco Cestarolli e dalla designer Sara Filippi, che guideranno i giovanissimi nell’ideazione e nella progettazione di una città, quella di Laives, rispondente alle loro necessità, così come la immaginano per il futuro in sostanza. L’occasione si presenta unica nel suo genere e ha come obiettivo quello di rimettere i giovani al centro del luogo che abitano, alimentando le loro riflessioni in merito alla struttura urbana, ma anche ai concetti di “abitare” e “comunità” e all’identità della città stessa, che da tempo sta cercando la sua autonomia rispetto al vicino capoluogo altoatesino. Per diventare cittadini attivi, i protagonisti avranno a disposizione diversi materiali e spunti da cui partire per analizzare le problematicità e esigenze legate al territorio e poter immaginare, quindi, una loro “città utopica”.

Il Presidente de Lasecondaluna Giorgio Cattelan e Amanda Filippi – Foto: Mauro Mancassola

Le loro proposte verranno poi adattate sulla città reale, con l’aiuto dei professionisti coinvolti. Risultati concreti del progetto saranno una mappa della città ideale, che raccoglierà le idee e i progetti che i ragazzi potranno esprimere utilizzando diversi linguaggi artistici, e che sarà poi calata sul tessuto urbano reale attraverso la realizzazione di un vero e proprio progetto urbanistico. Il momento finale di restituzione pubblica del laboratorio avverrà con la presentazione de “La Laives che vorrei” in sede comunale, con l’augurio che possa diventare realtà. “Il vero traguardo – commenta Stefania Rossi, ideatrice e responsabile del progetto – sarebbe proprio quello di vedere realizzato in modo concreto il frutto del lavoro dei ragazzi, veri e propri progettisti urbani seguiti da esperti nel settore. Sarebbe bello vedere, ad esempio, qualche proposta dei giovani concretizzarsi nella piazza adiacente al Comune, nella quale si stanno già svolgendo dei lavori”. 

In foto principale: Da sinistra: la curatrice Stefania Rossi, il direttore artistico Nicol  Faccenda e la direttrice generale Amanda Filippi

Autrice: Ana Andros, COOLtour

Bambini alla scoperta di talenti e doti

Alla scuola elementare in lingua tedesca di Laives A. Lindigren è stato attivato un progetto lungo un anno per la promozione ed il supporto dei talenti e delle doti dei bambini. La responsabile e insegnante Elisabeth Fäckl ci ha raccontato di cosa si tratta.

Sviluppare e modellare i propri talenti e doti a scuola, attraverso la scoperta di figure epiche narrative, nuove culture, tradizioni lontane e percorsi esperienziali che portano a nuovi modi per rapportarsi con sé stessi e con gli altri. È quanto avvenuto durante tutto l’ultimo anno scolastico per le classi 3D e 1B della scuola elementare tedesca A.Lindgren, di Laives. Nuovi strumenti didattici nella scuola del futuro post-Covid, si direbbe. Un esperimento su cui hanno scommesso i responsabili insegnanti Elisabeth Fäckl e Mathias De Soghe, con l’aiuto dell’animatore Carmelo Giacchino, del centro culturale Nologo di Laives. Attraverso esercizi mirati e dal sapore ludico, con l’ausilio di suoni e ritmi, danze e rituali, gli alunni hanno affrontato tematiche che vanno dalla comunicazione al rispetto e cura dell’ambiente, dalla riflessione personale alla condivisione in gruppo, dall’individualità all’appartenenza alla comunità. Il percorso si è quindi tinto di contenuti che hanno sottolineato la grande importanza della gratitudine e della personale responsabilità, la gioia e l’impegno di poter contribuire al bene di tutti con la propria imprescindibile unicità: da cogliersi e sviluppare con perseveranza, leggerezza ed entusiasmo, durante l’arco dell’intera esistenza.
La responsabile del progetto Elisabeth Fäckl ci ha raccontato qualcosa in più riguardo a questa interessante iniziativa che si ripeterà anche nei prossimi anni.

Elisabeth Fäckl

Partiamo dalla fine. Che feedback hanno dato i bambini al progetto?
Inizialmente erano molto titubanti, ma poi l’insicurezza ha fatto spazio allo stupore e hanno reagito tutti con entusiasmo trasformando spesso il progetto nell’appuntamento settimanale preferito.

Voi insegnanti che cosa avete potuto cogliere da questa esperienza? 
E’ stato molto interessante vedere come i bambini si sono avvicinati al progetto. Per loro le tematiche proposte vengono ancora viste in maniera infantile e pura, e quindi non si pongono limiti mentali, cosa che per un adulto sarebbe molto difficile da fare. I bambini hanno la facoltà di ascoltarsi e di percepire ciò che avviene intorno a loro in maniera naturale e questo a nostro avviso consente loro di godere a pieno dell’esperienza.

Come mai avete scelto di attivare questo percorso?
Il nostro desiderio è di poter accompagnare le nuove generazioni durante il percorso di sviluppo dei propri talenti e delle proprie capacità. Abbiamo cercato un modo per poter accompagnare i bambini sulla strada del conoscere se stessi e da questo desiderio è nato il progetto “Suoni e tradizioni ancestrali“, parte del progetto che, basandosi sulla cultura e la tradizione dei Nativi Americani, ha ulteriormente coinvolto i bambini.

I bambini impegnati del progetto

Come mai è stata scelta la figura dell’eroe?
I miti e le leggende che prevedono la figura narrativa dell’eroe sono strutturate con degli step ben precisi, i quali permettono al bambino di identificarsi non solo con il personaggio ma anche con il momento del racconto. Questo può renderli in grado di farne tesoro e di usare quanto imparato da un evento nella propria vita.

Dopo il periodo di lockdown e di DAD quanto sono importanti questo tipo di iniziative?
Dopo la fase appena trascorsa si può riscontrare come sia necessario accompagnare i bambini e renderli consapevoli del fatto che hanno la forza per affrontare anche questo tipo di situazioni. Da essee hanno la possibilità di imparare qualcosa e che sta a loro rendere il nostro mondo un posto migliore.

Come è stato gestito il progetto tra lockdown e DAD?
In realtà volevamo iniziare proprio nella primavera del 2020, ma poi c’è stato il primo lockdown e tra varie disposizioni e protocolli di sicurezza abbiamo dovuto rinunciare. Questo effettivamente ci ha permesso di sviluppare il progetto odierno, e in un certo senso ne siamo felici. Siamo quindi stati in grado di avviare il progetto rivisto con l’inizio della scuola nell’autunno 2020 e da allora abbiamo potuto lavorare principalmente con i bambini in presenza, poiché siamo stati in DAD solo una settimana nel 1° semestre e una settimana nel 2° semestre.

Quanto è stato difficile per voi insegnanti esercitare la vostra professione in maniera corretta?
A prescindere dalla situazione odierna fare l’insegnante diventa sempre più complicato. Certamente l’arrivo della pandemia ha messo alla prova tutti noi. La cosa peggiore è non poter insegnare in presenza e dover concentrare l’attenzione del bambino su regole che risultano molto difficili da seguire. è stata e sarà una sfida difficile da superare. Ma credo che tutti ci siamo impegnati a fondo per poter istruire i bambini al meglio delle nostre possibilità.

In foto principale: la 3D durante la produzione del proprio totem in legno
Foto: Elisabeth Fäckl

Autore: Alexander Ginestous

Le stelle del quadrato tornano a brillare

Bolzano e dintorni furono negli anni ’50 un centro di livello, con atleti di caratura internazionale, grazie ad un maestro di quelli veri dediti con passione e sacrificio alla palestra “casa”. Era l’indimenticato Antonio Di Curti, la cui scomparsa segnò per anni la parallela scomparsa della grande boxe. Qualche tentativo fu fatto da Bruno Barbieri, ma purtroppo non ci fu il necessario seguito. Intanto cresceva tecnicamente ed umanamente il bolzanino Francesco Nicotera che su un centinaio di combattimenti iniziava a sommare una serie di vittorie, come l’argento agli italiani 1990 e 91, oro nel torneo delle 32 nazioni, ancora oro nella spettacolare serata Italia – Canada, quarto ai giochi del Mediterraneo e settimo ai mondiali. Chiude finalmente la carriera nel 1993 con una classifica che lo “eternizza” secondo a livello italiano, quarto a livello europeo e settimo a livello mondiale. Fortunatamente, carattere generoso e altruista, non chiude egoisticamente con il mondo della boxe ma decide di dedicarsi tecnicamente e socialmente ad una attività che insegna come limitare la naturale aggressività a momenti circoscritti e luoghi ben stabiliti. Il giovane campione capisce quindi che il proprio ruolo nella vita sportiva non era solo quello di atleta, ma anche quello di creare una eredità di sport, di insegnamento di vita, di dare la possibilità di sfogo ai giovanili ardori, di togliere, come è successo, qualcuno dalla strada e dargli una speranza. 
Ed il campione bolzanino, smessi i panni del gladiatore, indossa quelli del maestro: Nicotera apre una sua palestra nel 1995, che con orgoglio chiama Boxe Nicotera, nel palazzetto dello Sport di viale Trieste. Ed è subito folla che neppure il Covid è riuscito a fermare: decine di atleti vincono piccole ma importanti gare che fanno tanto bene all’ autostima, alcuni accedono a gradini più alti, la maggior parte impara a frenare gli impulsi aggressivi, altri approfondiscono le tecniche di difesa personale così allargando gli orizzonti a categorie altrimenti schive, bambini, anziani e ovviamente donne.

Nicotera, Maurizio Stecca (campione olimpico e mondiale), Al Mourchid e Mazzoni


Franco fortunatamente trova un vice, all’epoca allenato da Luciano Buffo, in Alessandro Mazzoni, anch’egli con un curriculum di tutto rispetto come la vittoria ai Campionati universitari nel 2002 e in altri 110 incontri dei quali diversi vinti o piazzato nei posti d’onore. Pugile elegante ed educato, sul ring e nella vita, diviene meritatamente l’alter ego di Franco che non è più solo l’allenatore ma diviene un parente, uno zio, un padre, un padrino, sicuramente un amico: solo così si spiega la dedizione con la quale i tanti frequentanti parlano di Franco ed ora anche di Alessandro Mazzoni. 
Il sogno di Franco: dopo la quindicina di incontri e stage di successo, organizzati a Bolzano, quello di organizzare una grande serata di boxe, di quelle che difficilmente si possono dimenticare. 

In foto principale: la squadra agonistica giovanile

Servizi sociali e pandemia: la grande sfida

Nell’emergenza pandemica l’Amministrazione comunale meranese ha dovuto riorganizzarsi mettendo in campo inedite forme di vicinanza e di assistenza, soprattutto nei confronti delle persone più fragili. Con un impegno che, per alcuni settori, è andato crescendo nei periodi di lockdown più stringente. Lo confermano i dati contenuti nel rendiconto 2020 dei servizi delegati che ha presentato l’Ufficio servizi sociali del Comune di Merano.
“Ci siamo prodigati per mantenere, anche nel periodo emergenziale, gli standard di qualità già raggiunti, ma la sfida più impegnativa è stata senz’altro quella di ripensare e riorganizzare i servizi e predisporre nuovi protocolli e procedure di intervento in funzione di una maggiore flessibilità e di una ancora maggiore vicinanza a cittadine e cittadini e nel rispetto delle vigenti restrizioni – ha spiegato la direttrice di ripartizione Sabine Raffeiner – Mentre alcuni servizi hanno inevitabilmente risentito dei periodi di prolungata chiusura, altri invece hanno fatto registrare un notevole incremento di utenza e di prestazioni”. Ecco, nel dettaglio, alcuni dati:

Sabine Raffeiner

Assistenza domiciliare
Nel corso del 2020 sono state prestate, assieme al partner Caritas, 28.976 ore di assistenza domiciliare, 120 in più rispetto all’anno precedente, e sono state assistite complessivamente 519 persone (483 nel 2019).

Pasti a domicilio e mensa
Anche nel corso del 2020 il Comune ha messo a disposizione i locali della mensa per anziani presso la Scuola Schweitzer di via 30 Aprile (lunedì, mercoledì, venerdì, sabato e domenica), mentre il martedì e il giovedì i pasti sono stati serviti, grazie a una convenzione con la fondazione Pitsch, nella sala da pranzo della casa di cura Sant’Antonio. A causa dei lockdown e della chiusura dei locali, il numero di pasti nella mensa per anziani è diminuito di 1.906 unità, passando da 4.866 (2019) a 2.960 nel 2020 (-39,19%). Durante i periodi di chiusura della mensa gli/le utenti hanno però potuto usufruire, senza dover sostenere costi aggiuntivi, del servizio di consegna dei pasti a domicilio, che sono aumentati di 2.937 unità rispetto al 2019 passando da 37.010 a 39.947 (+7,93%).

Centro diurno
A causa dell’emergenza sanitaria il numero di servizi offerti (pedicure, bagno assistito, lavaggio capelli, servizio lavanderia) è diminuito di 336 unità rispetto al 2019 passando da 1.812 a 1.478.
Nel 2020 il Centro di assistenza diurna, che può accogliere 25 persone, è rimasto chiuso dal 6 marzo al 3 giugno. Nei 196 giorni di apertura (248 nel 2019) il numero di prestazioni erogate è stato di 436 unità rispetto alle 505 del 2019. In totale sono stati assistiti 64 ospiti (71 nel 2019).

Assistenza a migranti
Della consulenza, dell’accompagnamento e di altre misure di sostegno ai fini dell’integrazione sociale e professionale delle persone con background migratorio si è occupata la Caritas diocesana. Nel 2020 si sono rivolte al servizio Moca 1.078 persone (1.225 nel 2029), di cui 394 donne e 684 uomini. Di questi 49 sono di nazionalità italiana. In vetta alla classifica della comunità straniera più rappresentata c’è, per la prima volta dal 2016, quella pakistana che, con 127 persone, ha superato quella marocchina (120). Il tema prevalente delle consulenze è sempre il lavoro.

Amministrazione di sostegno
Nel corso del 2020 lo sportello di consulenza in materia di amministrazione fiduciaria ha ricevuto su appuntamento, ma per la maggior parte del periodo ha fornito consulenza telefonica tutti i giorni feriali. Ottantasette le consulenze effettuate per richiedenti residenti a Merano e nel Burgraviato (95 nel 2019), per un totale di 200 ore di lavoro. Oltre all’attività di consulenza agli amministratori di sostegno sono stati presentati 13 ricorsi d’ufficio al Tribunale di Bolzano (6 nel 2019).

In foto principale: Il bar intero del centro diurno per persone anziane Vita di via Huber

Etranger: viaggio nell’inferno dell’Indocina

La seconda guerra mondiale era finita da poco, ma c’è chi non ha smesso di abbracciare il fucile e di tornare a tuffarsi nell’orrore di un conflitto. Dall’altra parte del mondo. Una storia a tratti incredibile, quella che Luca Fregona ha raccontato nel suo libro “Soldati di sventura”, edito da Athesia; ed ora le immagini di quell’inferno fanno la loro comparsa in Rete con la mostra virtuale 
“Étranger”, “Straniero”, visibile invece online sul sito www.etranger.online. Attraverso testi e immagini, “Étranger” narra la storia vera di tre giovani altoatesini, Rodolfo Altadonna, Beniamino Leoni ed Emil Stocker che hanno combattuto con la Legione straniera francese nella prima guerra d’Indocina. 
La mostra, unica nel suo genere, è un percorso digitale che – attraverso documenti, foto e un registro narrativo agile – svela una pagina di storia poco conosciuta, quella del “Vietnam italiano”. Si calcola infatti che dai 5 ai 7 mila giovani italiani abbiano combattuto in Indocina dal 1946 al 1954, e che circa un migliaio siano morti. Il sito, graficamente molto raffinato e intuitivo, è una vera e propria immersione nella guerra, ma anche nelle vicende umane di quei ragazzi spediti a combattere e morire a diecimila chilometri da casa, tra paludi e risaie. Il progetto “Étranger” è stato curato da Stefania Borin e Giovanna Podavini della cooperativa Mairania 857, in collaborazione con Luca Fregona e la Biblioteca provinciale Claudia Augusta. Il design grafico è stato curato da Damir Jellici e Veronica Simionato dello studio “damirjellici.it”. Sonorizzazione con musiche originali di David Torri e Federico Campana. Il sito è consultabile in tre lingue: italiano, tedesco (la traduzione è a cura di Katia De Gennaro) e inglese (traduzione Ceil Jann Fredman). Con la collaborazione del quotidiano Alto Adige.

Le foto del legionario
La gran parte delle foto che scorrono sullo schermo sono state scattate da Emil Stocker, legionario meranese, morto nel 2020, che faceva parte della 13esima Mezza Brigata, impiegata dai francesi nelle operazioni nel Delta del Tonchino e falcidiata nella battaglia finale di Dien Bien Phu, che ha sancito la fine del colonialismo francese in Indocina e la divisione del paese sul 17esimo parallelo tra il Nord comunista di Ho Chi Minh e il Sud in orbita statunitense.
Immagini in bianco e nero che documentano le diverse fasi del conflitto, ma anche la vita nelle  risaie, nei villaggi e in città come Hanoi, all’epoca ancora sotto amministrazione francese. Stocker, inoltre, era presente al passaggio dei poteri tra l’Armata francese e il Vietminh, l’esercito di liberazione del Vietnam del generale Giap. 

Perché si sono arruolati
La mostra mescola le immagini alle biografie, soffermandosi anche sulle ragioni che hanno portato i tre protagonisti a firmare l’ingaggio. Una scelta estrema che va inquadrata nel contesto storico del secondo dopoguerra. 
Le loro storie rappresentano, infatti, quelle di migliaia di giovani più o meno costretti a vedere nella Legione straniera l’unico approdo possibile. Molti di loro erano migranti economici, entrati clandestinamente in Francia in cerca di lavoro. Una volta scoperti, venivano messi di fronte ad un aut aut: l’ingaggio nei Kepìblanc oppure la galera e poi il rimpatrio. Altri ancora, seppur giovanissimi, erano in fuga dalle “scorie” della guerra: ex fascisti e repubblichini, ma anche partigiani e anarchici o semplicemente sbandati, incapaci di reinserirsi nella società. C’era poi chi scappava dalla giustizia e vedeva nell’anonimato garantito dalla Legione un’opportunità per evitare il carcere. Molti di questi giovani avevano solo un’idea vaga di cosa fosse realmente la Legione straniera, e, ancor meno, cognizione del conflitto in Indocina. Una guerra che per ferocia, vittime e crudeltà è paragonabile solo al Vietnam “americano” degli anni Sessanta. Gli altri due protagonisti sono Beniamino Leoni, bolzanino, che poi ha disertato per combattere insieme ai partigiani viet; e Rudi Altadonna, anch’egli bolzanino, ucciso a 24 anni il 21 aprile 1954 nella conca di Dien Bien Phu.

In foto principale: Una delle foto di Emil Stocker, legionario meranese, morto nel 2020, cge faceva parte della 13esima Mezza brigata

Una mamma social

Valeria Crivellari è laureata in moda. Patologicamente curiosa, Valeria comunica con le persone attraverso il suo profilo Instagram @mammanonmama che con il tempo è diventato un lavoro, principalmente come content creator. Dalla sua costola sono nati progetti paralleli (due libri, uno a scopo benefico), fra cui quello per bambini dal titolo “Otto sotto il mare”, scritto in italiano e inglese.

La cosa che mi piace di me.
La mia curiosità e la capacità di rendere le emozioni mie e degli altri. 

Il mio principale difetto.
La mia troppa sensibilità: ci ho messo molto tempo ad imparare a gestirla.

La volta che sono stata più felice.
Sono stata felice molte volte, ma d’impulso rispondo: quando mi hanno messo in braccio i miei bambini.

La persona che ammiro.
Il mio compagno, Stefano. 

Un libro da portare sull’isola deserta.
Ne cito due, anche se la lista sarebbe lunghissima : “Lolita” di Nabokov e “I monologhi della vagina”, opera teatrale di EveEnsler.

La mia occupazione preferita.
Mangiare e dormire, credo. No, dai: anche leggere e guardare serie tv.

Il paese dove vorrei vivere.
Le Canarie probabilmente, ovviamente per il clima.

Non sopporto…
Le ingiustizie e le ipocrisie.

Per un giorno vorrei essere.
Uomo, per capire meglio molte cose sulle differenze tra Marte e Venere.

La mia paura maggiore.
Di perdermi.

Nel mio frigo non manca…
Oddio, manca spesso proprio quello che mi serve.

Mi sono sentita orgogliosa quando…
Ho ricevuto i primi soldi per lavori e progetti.

Il mio motto.
Dopo l’inverno arriva sempre la primavera.

Il capriccio che non mi sono mai tolta.
Di andare all’estero a fare volontariato; stavo per farlo a 19 anni, ma la vita ha preso una strada diversa.

Il giocattolo che ho amato di più.
La mia fantasia.

I miei artisti preferiti.
Tre, così, senza pensarci troppo: The Beatles, Marina Abramovic, Amélie Nothomb.

Il dono di natura che vorrei avere.
Una maggiore autostima.

La qualità che preferisco in una donna.
La capacità di entrare in empatia con chi ha di fronte.

…e in un uomo.
Idem come sopra.

Dico bugie solo…
Se strettamente necessario.

Dove mi vedo fra dieci anni.
Realizzata e con il mare davanti agli occhi.

L’ultima volta che ho perso la calma.
Cinque minuti fa con i miei bimbi.

Da bambina sognavo…
… di diventare una scrittrice.

Autore: Francesca Morrone

Fabio Bonafè indugia sulle tracce impalpabili della tenerezza

Occuparsi di spiritualità critica e attiva, perché ricercata attraverso un approccio laico. 
Tornare a parlare di responsabilità e semplicità. 
Ma soprattutto dedicare un libro intero alla tenerezza, dimensione preziosa quanto impalpabile. 
Questo è il compito che si è posto Fabio Bonafè, genovese di nascita, ma da tanti anni altoatesino di adozione. Insegnante, pubblicista, operatore culturale, attento osservatore e promotore di iniziative culturali.
Il volume di Bonafè – intitolato “Senza perdere la tenerezza” e significativamente pubblicato per la collana Equilibri precari dall’editrice Il Pozzo di Giacobbe – è interamente volto a scandagliare una categoria oggi necessaria quanto mai. 
La tenerezza è una sfumatura, come sintetizza molto bene lo stesso autore, nelle prime pagine del libro. 

“Non ci sono eroi nella tenerezza. La tenerezza non è una virtù. Certo è sempre una cosa buona e molto migliore dell’ottusità, che partorisce la durezza instancabilmente insieme a diverse altre forze disgreganti. Come la paura, la rabbia, l’infelicità, e molte altre ancora. Anche se possiamo coltivare la tenerezza e creare le condizioni per favorirla ed espanderne la presenza, in realtà noi non produciamo volontariamente la tenerezza, ne siamo affetti. Scaturisce da noi.”

La nostra è un’epoca sovente fondata su certezze per lo meno discutibili e su atteggiamenti che spesso mostrano di aver dimenticato e messo in secondo piano ogni più basilare principio e valore.
E quella alle porte è un’estate in cui molti di noi si metteranno alla ricerca di un nuovo equilibrio, volto a relativizzare le delusioni accumulate attraverso l’osservazione della schizofrenia generalizzata emersa durante la pandemia. 
In questo senso il libro di Bonafè consente di fornire una guida, un piccolo arcipelago di riflessioni in grado di predisporci al meglio nell’ottica di ricostruire rapporti, relazioni, empatie. 
Da appassionato e acuto promotore di momenti culturali, Bonafè ci dona l’occasione per riprendere un percorso, innanzitutto dentro noi stessi, facendo emergere la tenerezza che ognuno di noi ha in sé, ma che spesso non viene messa nelle condizioni di emergere. Ma che quanto riappare è poi davvero bello poterla lasciarla “andare” nella direzione di un positivo contagio verso l’altro. 

Autore: Luca Sticcotti

Archeologia sperimentale: preistoria viva

Nico Aldegani, archeologo sperimentale e mediatore museale presso il museo Archeologico dell’Alto Adige, ci racconta come, insieme a Alessandro Poti, ha avuto l’idea di uscire dal museo per creare attività didattiche innovative: “Un giorno con Alessandro Poti abbiamo osservato che il mondo accademico spesso comunica solo a sé stesso”. Assieme hanno fondato nel 2016, l’associazione AEA – Alpine Experimental Archaeology di cui oggi fanno parte, oltre a Nico ed Alessandro che si occupano di preistoria, anche anche Anna Bernardo e Marcello Beato che curano l’archeologia classica e medievale. AEA propone, a giovani studenti delle scuole e a gruppi liberi, diversi laboratori di Archeologia sperimentale in cui i partecipanti possono mettere alla prova le loro abilità ripercorrendo in prima persona esperienze e attività tipiche degli uomini preistorici. Si spazia dalla fusione del rame e la costruzione di utensili, attraverso le stesse tecniche e i materiali adoperati dagli ominidi migliaia di anni fa perché, come ci spiega Nico, “un conto è leggere su un libro, altra cosa è metterci le mani”. 

Negli ultimi anni AEA ha svolto la maggior parte delle sue attività tra le scuole dell’istituto comprensivo Bolzano 2, nel quartiere Don Bosco, dove già dal 2014 Nico aveva avviato alcune attività come esperto esterno. Secondo lui solo il confronto diretto con utensili, modalità di lavoro e perfino immergendosi nel pensiero dell’uomo preistorico permette ai ragazzi di comprendere realmente la complessità di quel mondo, che troppo spesso viene semplificato e banalizzato dai manuali scolastici. “I volumi per le scuole fanno apparire i nostri antenati come dei buzzurri cavernicoli – racconta Nico – l’uomo della preistoria viene descritto come un individuo che spaccava le cose coi sassi; questo forse potrebbe essere stato vero per l’Homo Erectus, per i primi ominidi, non certo per l’uomo di Neanderthal o Sapiens che con la pietra facevano cose spettacolari”. Aldegani e colleghi si prefiggono di far entrare i ragazzi nella mentalità dell’archeologo sperimentale, il quale cerca proprio attraverso la sperimentazione diretta di avvicinarsi il più possibile a gesti e modalità di lavoro presumibilmente adottate da uomini e donne nel passato. Nelle loro attività, spiegano la storia come qualcosa di vivo caratterizzato da una continua ricerca e propongono il metodi di ricerca archeologica come un’occasione per immedesimarsi e confrontarsi con i grandi antenati su cui abbiamo poche informazioni e ancora molte domande. I componenti di AEA utilizzano principalmente il passaparola, che per loro risulta essere una pubblicità estremamente efficace per promuovere le loro attività a progetti, aggiornando solo a volte con qualche foto la loro pagina Instagram che invece è il loro collegamento con il mondo del web.  

Autore: Giada Noto, COOLtour